Irlanda

Irlanda- foto x diario (1)

IRLANDA D’INVERNO

Periodo : Capodanno 2017

Durata : 10 giorni

Tipologia : fai da te con trasporti pubblici

 

Innanzitutto le informazioni pratiche

TRASPORTI

Per girare l’Irlanda con gli autobus ci sono diverse compagnie. Noi le abbiamo scelte in base al tempo di percorrenza (solitamente dovuto al numero di fermate), all’eventuale cambio, al costo, alla vicinanza del punto di partenza e/o arrivo (talvolta è in autostazione altrimenti lungo una strada).

Ci si può muovere anche in treno ma è più costoso.

Negli Uffici del Turismo e nelle autostazioni sono disponibili i timetables.

Getthere.ie è una app molto utile per sapere in tempo reale, in ordine di orario, tutti i mezzi in partenza (bus, treno, passaggio auto), per ogni destinazione irlandese.

Per girare Dublino con i bus i biglietti si comprano a bordo ma servono i soldi precisi.

Conviene acquistare una LEAP VISITOR CARD, ovvero una smart card valida sui Dublin Bus, Airlink, Luas (tram), Dart (treno locale) e alcuni bus extraurbani. La Leap Card costa 5 euro (già valido come credito) a cui va aggiunta la prima ricarica. Si acquista nei negozi Spar o Centra, alle macchinette Luas, Dart, Irish rail (oppure on line).

Noi abbiamo acquistato la Leap Card con una ricarica valida per 3 giorni (19,50 €) usufruendo così dell’AIRLINK 747 dall’aeroporto in città + l’andata e ritorno a DALKEY, aggiungendo una ricarica giornaliera alla fine.

Costo dei nostri trasferimenti in bus: 125 € cad + i taxi (30 € circa in due)

LEAP VISITOR CARD per DUBLINO 19,50 € valida 3gg + una ricarica giornaliera 10 €

AIRLINK747 (andata e ritorno aeroporto) incluso nella LEAP CARD  (altrimenti costa 6 € a tratta)

DUBLINO – DALKEY con DART inclusa nella LEAP CARD valida 3gg (altrimenti costa 5 €)

DUBLINO – GALWAY bus Bus Eireann 15,50 €

Gita alle CLIFFS OF MOHER & BURREN con Galway Tour Company 20 €

GALWAY – CORK bus City Link 21 €

CORK – KINSALE – CHARLES FORT Bus Eireann 14 € (andata e ritorno ) + TAXI

CORK – KILKENNY bus Dublin Coach 15 €

KILKENNY – DUBLINO bus Dublin Coach 10 €

I NOSTRI HOTEL

DUBLINO * BERESFORD HOTEL – voto 8

GALWAY * THE WESTERN HOTEL – voto 7

CORK * GARNISH HOUSE – voto 7

KILKENNY * KILKENNY RIVER COURT HOTEL – voto 10

DUBLINO * DUBLIN CENTRAL INN – voto 4

Per sapere DOVE MANGIARE leggete il diario

 

DIARIO

“Per motivi di spazio” ci hanno costrette ad imbarcare i bagagli a mano e come volevasi dimostrare non sono arrivati… ma che ce ne importa – ci siamo dette io e Susy – siamo in vacanza!

SIAMO IN IRLANDA!

A DUBLINO, fatta la trafila di routine per i bagagli, per prima cosa abbiamo acquistato la LEAP VISITOR CARD valida 3gg che include anche il bus AIRLINK 747 EXPRESS per la città. In aeroporto trovate la Card dentro al Terminal 2 al negozio SPAR.

Scese a Talbot Street, dove abbiamo comprato giusto un paio di spazzolini da denti, siamo andate dritte al BERESFORD HOTEL (situato dietro la Custom House). Chiesto alla reception dove cenare (l’hotel ha il ristorante ma volevamo qualcosa di diverso), ci hanno consigliato THE CELT, un Traditional Pub all’81-82 di Talbot Street, dove siamo state subito accolte da un gruppo di allegri ragazzi. Parlando però gaelico non abbiamo capito niente. Per lo stesso motivo non abbiamo azzeccato la bevuta perché abbiamo chiesto quello che stavano bevendo le ragazze del tavolo accanto e credendo di ordinare una birra ci siamo ritrovate a sorseggiare il BULMERS… un sidro!

Comunque, buona la zuppa come pure il piatto di Crispy Crubeens (polpette e purea di mele) in una simpatica atmosfera.

 

DUBLINO

Senza valigie e di conseguenza senza il dilemma del “cosa mi metto oggi” siamo state pronte in un balletto per scendere al ristorante a fare colazione. Negli hotel irlandesi normalmente la colazione non è inclusa, si paga a parte, e ha un costo differente a seconda dell’orario di prenotazione, cioè se glielo dici la sera prima costa mediamente 8-9 €, se invece decidi lì per lì presentandoti per farla e via costa di più, anche 12 €. La colazione dell’Hotel Beresford è buona e a buffet.

Per prima cosa siamo andate alla stazione degli autobus, che è situata proprio di fronte all’albergo, per fare i biglietti per andare a Galway. Attenzione a scegliere: ci sono bus diretti e bus che fanno tutte le fermate.

Per girare Dublino abbiamo preso come riferimento per orientarci THE SPIRE in O’ Connel Street ovvero il pennone d’acciaio alto 121,20 metri che dicono sia la scultura più alta del mondo (per ora). Attraversato HA’PENNY BRIDGE, il ponte pedonale più bello di Dublino, costruito nel 1816, ci siamo immerse nell’atmosfera di TEMPLE BAR.

Ci sono diverse cose da visitare a Dublino: il Dublin Castle, St. Patrick’s Cathedral, la Christ Church Cathedral, la Marsh’s Library, la Chester Beatty Library e top in assoluto la Old Library del Trinity College che ci siamo lasciate per la fine del viaggio.

Attenzione: ricordatevi che il 31 dicembre trovate quasi tutto chiuso.

Per il pranzo vi segnalo il Mercato FALLON & BYRNE, in Exchequer Street, al piano inferiore www.fallonandbyrne.com. Nel pomeriggio abbiamo fatto un delizioso break al QUEEN OF TARTS al 4 di Cows Lane www.queenoftarts.ie. C’è la coda per entrare, mangiare e scaldarsi. All’ingresso bisogna dare il nome, dire il numero delle persone e attendere il proprio turno. Quando si viene chiamati, solo guardando i dolci in esposizione, ci si rende conto che ne è valsa la pena. Accompagnati da una tazza di tè abbiamo degustato un Baileys cheescake e un Blueberry Apple Crumble a dir poco meravigliosi.

A cena siamo state al THE CHURCH, alla Junction of Mary St e Jervis St, all’interno di una enorme chiesa sconsacrata. Canne d’organo e lapidi tombali si coniugano perfettamente con i tavoli e le poltrone. Al centro c’è un grande bancone bar. Abbiamo assaggiato le nostre prime birre, la Maggie’s e l’IPA (Irish Pale Ale) e si mangia bene.

Per la cronaca in serata sono arrivate le nostre valigie.

Il giorno seguente con la DART siamo andate a DALKEY. Ci si arriva in 25 minuti. Il paese è carino ma non tutta sta bellezza descritta nelle guide e in altri racconti. Fatta una passeggiata e qualche acquisto abbiamo pranzato al MUGS CAFE.

Tornate a Dublino con il bus 7A (sempre incluso nella Leap Card) abbiamo ripreso i nostri giri.

Camminando in lungo e in largo siamo finite nell’affollata GRAFTON STREET dove i negozi sono quelli che trovi in tutto il mondo per effetto della globalizzazione. Attenzione: dentro ai locali e nei negozi fa un caldo disumano. Sono rimasta sbalordita dal numero di Shopping Center presenti, i prezzi sono oltretutto molto invitanti perché a fine dicembre è già periodo di saldi.

Aperitivo al modaiolo e meraviglioso EN SEINE www.cafeenseine.ie e cena al QUAY’S, con musica live al pian terreno, un Pub nello stesso quartiere del famoso Pub TEMPLE BAR che purtroppo chiude alle 20.00! Ci toccherà ritornare…

 

Capodanno a DUBLINO

Dopo una giornata trascorsa all’insegna di esplorazioni varie, verso le cinque del pomeriggio ci siamo appostate al di là del fiume per vedere gratuitamente una parte dello spettacolo LUMINOSITY. Pare che ci sia ogni anno e per vederlo da vicino, nell’area transennata, bisogna acquistarlo su www.nyfdublin.com, credo intorno ai 50 Euro. Le luci colorate proiettate sulla Custom House, con cantanti e musicisti sui tetti, fanno da sfondo alle acrobazie dei funamboli che salgono lungo le colonne e si esibiscono in evoluzioni circensi.

Fidandoci del consiglio di un altro ragazzo della reception dell’albergo abbiamo prenotato al THE ARLINGTON HOTEL, affacciato sul fiume Liffey, una cena con spettacolo di musiche e danze celtiche. Ci sono diversi turni (e questo già doveva metterci in allarme…), noi abbiamo fissato quello delle 20.30 (l’ultimo). Nell’immenso salone, la gente, con tanto di cappellino e trombette seduta al tavolo assegnato, sembrava proprio divertirsi… Ma di che! Di due musicisti desolanti? Dei balli tradizionali eseguiti dai ragazzi di una qualche scuola? E per ben 45,00 € di un menù “a scelta”? Giusto sul menù dell’aereo si legge a scelta o questo o quello. Per dovere di cronaca e perché se leggete abitualmente i miei diari comprenderete quanto, questo genere di locale e situazione, siano fuori dai miei schemi, anzi non schemi, il “cenone” era composto da un flute di prosecco, un antipasto, un secondo a scelta e da tre o quattro dolcetti mignon. Ma il vero tocco di classe sono state le bevande… a parte a pagamento!

Alle 23,30, non potendone veramente più, siamo scappate. Per dimenticare e migliorare la serata, a mezzanotte abbiamo brindato in una whiskeria di Temple Bar con un ottimo JAMESON.

 

DA DUBLINO A GALWAY

Siamo andate a GALWAY con Bus Eireann.

Abbiamo alloggiato al THE WESTERN Hotel, non centrale ma vicino alla stazione dei bus quindi logisticamente comodo. La double ha in realtà un letto alla francese, la colazione è così e così.

Da quanto me l’avevano decantata mi aspettavo che Galway fosse chissà che.. forse in alta stagione, con tutti i locali pieni di vita. Comunque è carina.

Serata piacevole al Pub TIG COILI www.tigcoiligalway.com, con vera musica tradizionale e tanta birra.

 

CLIFFS OF MOHER

Alle scogliere più famose d’Irlanda siamo andate con la GALWAY TOUR COMPANY www.galwaytourcompany.com optando per il CLIFFS OF MOHER & BURREN TOUR.

Ci sono diverse compagnie che effettuano questi tour, il costo è uguale quindi uno vale l’altro.

Siamo partite alle 10.00 dalla Galway Coach Station (vicina appunto al nostro hotel) con ritorno previsto per le 17.30. Nonostante le gufate di chi ci vedeva travolte dalla tempesta, per essere in inverno abbiamo avuto una fortuna sfacciata trovando un tempo favoloso.

Le Cliffs of Moher sono un’assoluta meraviglia della natura e con il sole splendente e l’assenza di vento ce le siamo godute appieno facendo una bella passeggiata.

Il tour con GALWAY TOUR COMPANY prevede il pranzo nell’antico GUS O’CONNORS PUB di Doolin, buono e servito velocemente.

 

DA GALWAY A CORK

Arrivate a CORK con il bus della City Link, abbiamo raggiunto la GARNISH HOUSE con un taxi. La GARNISH HOUSE si trova un po’ fuori dal centro, sulla Western Road, ma c’è la fermata dei bus proprio davanti (nr 205, 208, 220). I letti della twin sono piccoli e alti, ma le lenzuola sono di un cotone setoso e la colazione è spettacolare come pure l’accoglienza calorosa con tè, pasticcini e squisite torte fatte in casa.

Iniziando dall’ENGLISH MARKET abbiamo girato per Cork percorrendo le sue strade pedonali, notando la presenza di ristoranti e di moltissimi centri commerciali. Anche da Cork però mi aspettavo di più. Cena memorabile al QUINLANS SEAFOOD BAR con le ultime parole famose… “stasera stiamo leggere” perché, ordinata una sogliola a testa, nel piatto ci siamo ritrovate due bestie enormi! In Irlanda ci sono le sogliole dell’atlantico! Attenzione: in generale, le porzioni sono abbondanti, una basta per due. Tenetelo presente, così oltretutto risparmiate.

 

DINTORNI DI CORK

Per andare a KINSALE si prende il Bus Eireann, tariffa return. Il tragitto dura solo 50 minuti. La cittadina, molto graziosa e colorata, ha un minuscolo vecchio Pub e tante botteghe.

Per andare al suggestivo CHARLES FORT, si può chiamare un taxi in servizio 24 h della KINSALE CABS al numero 021 4700100. Al supermercato CENTRA hanno un telefono gratuito apposta per chiamare il taxi (lo riconoscete dal colore, è rosso).

Per tornare a Kinsale ve lo fate chiamare dal personale del Forte.

Noi siamo entrate con un Complimentary Ticket, forse perché straniere fuori stagione? e ci siamo rilassate passeggiando ed esplorando ogni angolo dell’area affacciata sul mare. La fortezza in diversi punti è crollata ma la struttura del complesso è ben riconoscibile ed è possibile immaginarla nel pieno dell’attività grazie ad una piccola mostra fotografica.

A Kinsale abbiamo pranzato molto bene al Ristorante LEMON LEAF www.lemonleafcafe.ie.

 

DA CORK – KILKENNY

Trasferimento da CORK a KILKENNY con il bus diretto della Dublin Coach (con Bus Eireann invece bisogna cambiare a Clonmel). Ecco cosa fare e vedere a Kilkenny.

Senz’altro visitare il KILKENNY CASTLE, bello fuori e bello dentro! Siamo state incerte sull’entrare o meno a visitarlo a causa dell’opinione di una ragazza incontrata in un bar di non buttare via i soldi. Altrettanto spassionatamente io vi esorto a non perderlo! E’ veramente spettacolare e diverso da tutti i castelli che ho visto in Italia e a giro per il mondo. Se a fuorviarvi può essere la descrizione che molti ambienti sono stati ricostruiti e ri-arredati, sappiate che è invece proprio interessante poter constatare con i propri occhi come, abili architetti, hanno saputo ricrearli con gusto, senza alterarne lo stile. Lo stato in cui il castello era ridotto è stato documentato fotograficamente, così pure le successive fasi del restauro. La galleria col camino è stupefacente, seconda per bellezza solo a quella del Trinity College. Il castello è visitabile solo con un tour guidato. A noi è toccato un signore altezzoso che, con intolleranza ed insolita scortesia, mi ha più volte azzittita mentre sommessamente traducevo dall’inglese all’italiano per la mia amica. Se fosse stato un professore e avesse avuto un registro mi avrebbe certamente messo una nota in condotta! Ciononostante abbiamo apprezzato la visita. Nelle cucine del Castello è ora ospitato un bar.

Entrate anche nel cortile delle scuderie del Castello, site proprio di fronte, dove ci sono le botteghe degli artigiani che lavorano l’argento.

Percorrete il MEDIOEVAL MILE. Vale la pena cercare THE HOLE IN THE WALL, la casa più antica della città, situata in fondo ad un vicolo della High St. Domandate e addirittura vi ci condurranno. L’autenticità di questo posto, dove al suo interno ora c’è un minuscolo bar, vi riporterà indietro nel tempo. Abbiamo apprezzato la ROTHE HOUSE & GARDEN per l’architettura e l’incredibile giardino pensile creato dai monaci circestensi. L’INFORMATION CENTRE, in Rose Inn St, è all’interno di un’altra casa antica, la SHEE ALMS HOUSE.

Nella CATTEDRALE di ST. CANICE, sull’anta di un confessionale ad un certo punto è apparso un monaco digitale… Accipicchia come sono all’avanguardia qui, addirittura hanno il video-confessionale? Avvicinandoci abbiamo constatato che è un video-racconto della storia della Chiesa che si avvia sollevando una cornetta.

Il posto migliore dove abbiamo mangiato a Kilkenny è in fondo a Parliament St. al CLEERE’S BAR & THEATRE, un Pub dove fanno ottima musica e le pietanze, ad un costo onesto, sono fantasiose con abbinamenti indovinati www.cleeres.com. Molto più turistico è invece il KYTELER’S INN, dagli interni molto medioevali e dove i piatti non ci sono piaciuti, anzi ci si sono piantati sullo stomaco. La cosa più simpatica del locale è il quadro che ritrae Mr. Smithwicks che ad un certo punto prende vita e ovviamente ti domandi se hai bevuto troppa birra! Che burloni questi irlandesi! A proposito, la SMITHWICKS è la birra prodotta a Kilkenny, leggera ma gustosa. Io ho sempre bevuto la rossa ma Susy garantisce che è buona anche la bionda. Lo stabilimento, in Parliament Street, è visitabile con degustazione www.smithwicksexperince.com.

Abbiamo alloggiato al bellissimo KILKENNY RIVER COURT HOTEL, affacciato sul fiume e con un’eccezionale vista sul Castello www.rivercouthotel.com. Peccato averci “dormito” una sola notte, perché ha un ottimo rapporto qualità prezzo e la colazione è inclusa.

Sfortunatamente fino alle tre non c’è stato verso di dormire, perché proprio la notte del nostro soggiorno c’è stato un wedding party che si è rumorosamente protratto fino alle due di notte. Gli invitati poi hanno seguitato a chiacchierare e a sghignazzare nel corridoio.

Sicché la mattina sono scesa in reception con due occhi grandi come meloni per fare le mie cortesi rimostranze e suggerire di collocare i clienti “comuni”, non invitati al matrimonio, nell’altra ala della struttura, dato che l’albergo è enorme, non proprio sopra alla sala da pranzo e da ballo!

Il Direttore dell’albergo, prontamente chiamato, ha cortesemente chiesto se sul momento abbiamo telefonato per lamentarci, perché ci avrebbero cambiato subito la stanza. Ma figuriamoci se, per perdere completamente il sonno, nel cuore della notte ci mettevamo a fare un trasloco!

“Ma.. cosa possiamo fare ormai?” ha osservato il gentile Direttore.

“Potreste lasciarci la camera fino alle 17.00” – ho risposto – “così nel corso della giornata magari possiamo fare un riposino prima di ripartire”. Il Direttore ha controllato le prenotazioni e concesso quanto richiesto aggiungendo cortesemente un servizio in camera di caffè e/o qualsiasi altra necessità di cui non abbiamo approfittato avendo già apprezzato il late check-out rivelatosi molto funzionale. Morale: nell’albergo c’è un matrimonio? Verificate subito l’ubicazione della vostra camera ed eventualmente fatevela cambiare, altrimenti fatevi invitare!

 

KILKENNY – DUBLINO

Siamo tornate a DUBLINO in bus con Dublin Coach. Per la nostra ultima notte abbiamo pensato di cambiare andando al DUBLIN CENTRAL INN che più o meno è nella stessa zona dell’altro, vicino a O’Connell Street dove passa l’AIRLINK 747 per andare all’aeroporto. Pessima scelta…

Il DUBLIN CENTRAL INN è veramente da rifare, da cima in fondo! In più ho passato un’altra nottata insonne a causa del motore di qualcosa che si accendeva ogni tre per due.

Memore dell’osservazione fatta nell’albergo precedente sono scesa alla reception in piena notte per lamentarmi. Il tipo ha vagamente farfugliato che non ne sapeva niente. Così il giorno dopo ho fatto la solita sceneggiata. Alla reception, la ragazza (diversa da quella che era di turno la notte) ha chiesto “Perché non ha chiamato per farsi cambiare stanza?”  Al che ho risposto “Sono addirittura scesa di persona!” Perplessa ha replicato “e non le ha cambiato la stanza?” Vedendomi scuotere la testa ha detto “Ok, allora per la colazione siete nostre ospiti e se volete vi lasciamo la camera fino all’ora della vostra partenza”. Sono diventata un’insonne professionista!

Per l’ultimo giorno a Dublino abbiamo comprato una ricarica di 10 euro per la nostra LEAP CARD, ovvero un giornaliero valido per la città ed il trasferimento all’aeroporto.

Siamo andate ad ammirare il manoscritto evangelico medievale BOOK OF KELLS e la maestosa vecchia biblioteca del TRINITY COLLEGE, costruita nel 1712, che lascia veramente senza respiro. Troppo simpatico l’impiegato all’ingresso che nel farci i biglietti, alla richiesta di un adult ed un senior, commenta in italiano “Nooo.. non è bello…” Hai ragione! – ho risposto – “Due senior!!” Ahhhahhha! Essendosi divertito, ci ha fatto entrare entrambe a tariffa scontata, nel mio caso addirittura come student!

Ultimo pranzo da QUEEN OF TARTS in Dame Street con acquisto della bellissima mug per una nostalgica colazione.

 

In conclusione: chi l’ha detto che la stagione giusta per visitare l’Irlanda sia solo l’estate?

 

Nepal

L1090317Nepal

Periodo : agosto 2017

Durata : 11 giorni

Tipologia : con Avventure nel Mondo “KATHMANDU-POKHARA SOFT”

 

 

ITINERARIO

Bhaktapur – Changu Narayan, Thimi – Dakshinkali, Pharphing Monastery, Kirtipur – Dhulikhel, Namobuddha, Panauti – Pashupatinath, Boudhanath – Boudhanilkanta, Patan, Swayambhunath, Kathmandu – Bandipur – Pokhara – Sarangkot e ritorno a Kathmandu

DIARIO

 

KATHMANDU – BHAKTAPUR

L’aria è densa di umidità a Kathmandu, agosto è precisamente il periodo del monsone.

Con un pulmino ci trasferiamo a BHAKTAPUR, terza città medioevale della valle. Il nostro albergo, HOTEL BHINTUNA, si trova ai piedi della scalinata che conduce alla Durbar Square. Per accedere alla DURBAR SQUARE bisogna fare un permesso da esibire ogni qualvolta vi si accede. Il permesso riporta il numero di passaporto e può essere giornaliero o valido più giorni. Varcata la ricostruita porta d’ingresso sono abbagliata dalla straordinarietà della piazza. Nonostante il terremoto, di cui sono ben visibili i segni, ogni angolo riserva qualcosa di sorprendente. Forse non ho mai visto una tale concentrazione di templi e pagode dalle forme differenti, con stupendi elementi decorativi ed intarsi raffinati. Sono le 19.30 e Bhaktapur pullula di gente: venditori di verdura uova vestiti ciabatte souvenir, un gruppo di uomini prega cantando sulla piazza, i ragazzini sfrecciano avanti e indietro in motorino con una spiccata tendenza a voler passare esattamente dove stai camminando tu, anche se a fianco c’è lo spazio! Nell’intricata zona centrale ci sono antiche case e palazzi, ristorantini, negozi di souvenir. Ovunque, su ogni marciapiede, i cani stanno accasciati per terra sfiniti dalla calura.

Ceniamo alla SHIVA GUESTHOUSE dove assaggiamo la nostra prima birra locale: una Kathmandu. La cucina è espressa, una peculiarità di tutti i locali nepalesi, quindi bisogna avere la pazienza di attendere le pietanze ordinate. Alle otto e mezza notiamo chiari segni di impazienza dei giovani camerieri, vengono chiusi gli scuri delle finestre e gentilmente ci chiedono più volte se abbiamo finito. Noi siamo abituati a trascorrere del tempo intorno al tavolo, a dilungarci nel conversare, fra l’altro dobbiamo ancora conoscerci. Ma qui bisogna innanzitutto cenare presto e poi, casomai, chiacchierare altrove. In pratica alle nove in giro non c’è più nessuno, a parte i cani che, ripresisi dal caldo, deambulano razzolando nei rifiuti e rivendicando i propri territori abbaiando a turno gli uni agli altri facendo una vera e propria cagnara. Concludiamo la serata sul terrazzo del nostro Hotel per godere del fresco della sera.

 

CHANGU NARAYAN – THIMI – BHAKTAPUR

Alle cinque del mattino iniziano i rituali di abluzione e preghiera al tempio di fianco all’albergo. Ogni fedele suona ripetutamente la campana per svegliare la divinità, e anche noi.

Essendo i nuovi arrivati, alcuni mendicanti e venditrici di collane ci fanno la posta all’ingresso del dell’Hotel. La nostra guida si chiama Dinesh, è di Patan e parla perfettamente italiano perché ha studiato alla scuola Dante Alighieri di Kathmandu. La sua statura di circa 1,60 mt è nella media nepalese, media confermata dall’altezza di porte e soffitti dei vecchi edifici. Dinesh è molto gentile, sorridente, motivato a farci conoscere ogni palazzo, tempio e tempietto. L’autista del nostro pulmino si chiama Prakash e parla poco, figuriamoci italiano o inglese, ma si rivelerà puntuale, attento e prudente e per la sua funzione è ciò che più conta. Iniziamo la giornata visitando CHANGU NARAYAN, il tempio più antico del Nepal, riccamente decorato e dai notevoli bassorilievi. Proseguiamo visitando il villaggio newari di THIMI dove viene lavorata l’argilla per la produzione del vasellame. Per strada ci sono delle specie di piccole betoniere, azionate girando una manovella, da cui fuoriesce un impasto omogeneo di argilla e sabbia sapientemente dosate a occhio. I vasai lavorano in casa e i prodotti finiti vengono messi a seccare all’aria nei cortili, poi vengono cotti nei forni. L’atmosfera del villaggio è molto pacifica e la gente si lascia fotografare senza problemi. Rientriamo a BHAKTAPUR.

Dinesh ci accompagna fino alla DURBAR SQUARE dove ci descrive ogni tempio e a chi è dedicato. Osserviamo l’andirivieni dei fedeli che suonano la campana posta all’esterno dei templi per svegliare la divinità affinché ascolti la loro preghiera. Il bellissimo Palazzo del Re, con 55 mirabili finestre lignee,  domina la piazza. Si può entrare solo nel cortile e dove c’è la piscina per le abluzioni. Durbar Square vista di giorno sembra diversa, più grande e i danni del terremoto appaiono più evidenti. Ogni negoziante cerca di attirarti nella sua bottega ma senza l’insistenza esasperante degli indiani. I prodotti dell’artigianato locale sono: stoffe, maschere e altri oggetti di legno e cartapesta, campane tibetane, gioielli, vasellame, manufatti di carta.

Pranziamo in un localino alla buona dove una famiglia produce a ritmo continuo dei buonissimi momo di carne di bufalo. I momo sono una specie di raviolo fatto a mano. Vengono cotti al vapore sopra un pentolone e serviti con una salsina speziata leggermente piccante. Un piatto di momo –  nella quantità standard di 10 pezzi – qui costa 60 Rupie (neanche 60 centesimi di euro).

Come trovare questo posto: entrando nella Durbar Square arrivate fino a piazza Taumadhi Tole e proseguite di poco cercando la Yeti Guesthouse, nell’edificio di fronte c’è il ristorantino dei momo.

Dinesh ci porta poi poco più avanti in un posto dove vendono lo Yogurt del Re, una delizia che tenteremo di ritrovare per tutto il viaggio ma dal sapore ineguagliabile. Come riconoscere il posto? A lato dell’ingresso di un bugigattolo c’è un cartello bianco e verde con delle scritte in Nepali raffigurante tre coccettini di yogurt e una ciotola più grande. Lo Yogurt, venduto nei bicchierini di plastica trasparente, è conservato in un frigorifero a pozzo come quello dei gelati, è di bufalo, vellutato ed ha un aroma di vaniglia. MAI PIU’ SENZA!

Giriamo tutto il giorno, talvolta ascoltando distrattamente Dinesh che gentilmente si prodiga nel descriverci ogni tempio, ogni dio a cui è dedicato, a quale cavalcatura è associato. Bhaktapur ci piace molto. Siamo fortunati, perché nonostante sia il periodo del monsone per ora non ha ancora piovuto, anzi il sole è cocente! Ho fatto bene a portare l’ombrello per utilizzarlo anche come parasole, come fanno loro. MAI PIU’ SENZA!

In piazza TAUMADHI TOLE c’è una processione religiosa. Tantissime donne vi stanno convergendo tenendo in mano delle offerte. Seduti per terra ci sono alcuni Bramini che appiccicano una poltiglia rossa sulla loro fronte, la TIKKA, segno che il fedele ha pregato.

Visito il Museo dell’Ottone e del Bronzo, non tanto per i suoi reperti quanto per vedere la bella struttura della casa. Di fronte, perpendicolarmente, c’è una stradina dove c’è la famosa Finestra del Pavone, un intarsio ligneo di pregevole fattezza. Di fronte alla Finestra del Pavone c’è una fabbrica di carta di riso visitabile dove è possibile acquistare i manufatti. Più giù sulla destra c’è un intagliatore di strumenti musicali, ci fa ascoltare alcune note suonando un SARANGI.

Il Nepal mi sta sembrando un mix di India e Indonesia, però senza lo stress di chi ti vuole vendere assolutamente qualcosa o fregare in qualche modo (leggi i racconti in questo sito). Ceniamo sul rooftop della SIDDHI HOME, in Taumadhi Square. In accompagnamento a riso e noodles stasera assaggiamo la birra Everest, senz’altro di livello superiore alla Kathmandu. Ovviamente, ad uscire dal ristorante, siamo gli ultimi. Dobbiamo imparare ad anticipare l’orario.

 

DAKSHINKALI – PHARPHING MONASTERY – KIRTIPUR

Nottata semi-insonne per una serie di motivi:

  1. ieri ho bevuto troppa Coca-Cola, d’altronde è stata fondamentale per sopportare il caldo e la fatica
  2. il divertente dopocena in terrazza fino a mezzanotte non mi ha certo indotto il sonno
  3. dopo il dopocena i cani hanno abbaiato a lungo a più non posso
  4. ad un certo punto ha cominciato a piovere di brutto
  5. un rubinetto perdeva
  6. i fedeli hanno iniziato a suonare la campana del tempio prima del solito, saranno state le tre!
  7. nella scuola, anch’essa proprio accanto all’albergo, la maestra ha iniziato la lezione di arti marziali alle cinque!
  8. la sveglia era puntata per le 6,20.

Ma che importa, sono in vacanza! Recupererò sul pulmino.

La prima tappa di oggi ci vede a DAKSHINKALI, un frequentato tempio dedicato alla Dea Kali dove, nei giorni di martedì e sabato, le vengono sacrificati gli animali. E’ un tempio molto importante, meta di pellegrinaggi – spiega Disham – ma di sacrifici vediamo ben poco, perché li fanno dietro l’altare. Poi gli animali vengono macellati e cucinati in un piazzale coperto più in basso. Più che da galli e capretti da sacrificare, l’intera area è infestata dai piccioni, piuttosto diffusi ovunque a dire il vero. Ecco perché l’ombrello è fondamentale, serve anche per ripararsi dalle loro bombardate!

La parte migliore della visita a Dakshinkali risulta tutto sommato la strada per arrivarci, due ore e mezza di vero Camel Trophy. Ci fermiamo a dare un’occhiata dall’esterno al tempio buddista di PHARPING poi pranziamo in una bettola con i soliti momo di carne, meno piccanti di quelli di ieri però con carne più grossolana, talvolta callosa, e dalla pasta più spessa e meno croccante. Per me vincono i momo di Bhaktapur.

Dopo una breve passeggiata sul ponte tibetano sospeso sulle GOLE DI CHOBAR e la visita del santuario JAL BINAYAK dedicato a Ganesh proseguiamo per KIRTIPUR, cittadina newari che ha risentito parecchio del terremoto ed è in ricostruzione. C’è da dire che i nepalesi non stanno mai con le mani in mano. Sono sempre intenti a fare qualcosa: produrre, trasportare, edificare, piantare, raccogliere, lavarsi, lavare o comunque sciaguattare, pregare, vendere, impastare, cucinare e guidare! A Kirtipur sono rimaste in piedi alcune belle abitazioni, tra cui il Palazzo del Re, dalle magnifiche finestre lignee. Il tempio di UMA MAHESHOWE, dedicato a Shiva e Parvati e Bag Bhairab (dalla faccia di tigre), è molto bello.

Alle sei siamo completamente bloccati nel traffico di Kathmandu, una cosa allucinante. La strada principale è in rifacimento perché vorrebbero allargarla. Essendo piovuto è piena di melma. Il tipico guidatore nepalese, che sia al volante di una macchina, di un camion, di un motorino o di qualsiasi altro mezzo, deve passare per primo, non importa se rischia di fare un frontale o di essere schiacciato tra due mezzi mentre tentano di passare incrociandosi a malapena, ci si infila in mezzo, è più forte di lui! Sono tentata di tirare fuori l’ombrello e tirarlo in capo a qualcuno! Sarebbe un altro possibile uso.

In Nepal i piatti principali sono praticamente sempre i soliti: riso, noodles, momo, differenziabili dal tipo di cottura, di ripieno o di condimento. Resta quindi da fare solo la classifica dei migliori mangiati dove. A Bhaktapur ceniamo al CLOUD’9, un locale incantevole, situato in una stradina interna scendendo sulla destra dalla Durbar Square, nel cui bel giardino scorrazzano dei topi. MAI PIU’ SENZA! quello che è già diventato un tormentone del viaggio inizia a virare dall’autentico must have alla burla, rendendolo esilarante.

 

SCENIC FLIGHT – DHULIKHEL – NAMOBUDDHA – PANAUTI

L’appuntamento per andare all’aeroporto è fissato per le 5.45. Fuori piove, si va lo stesso? Sì, si va, magari il tempo cambia repentinamente. All’aeroporto di Kathmandu scorriamo il tabellone dei voli domestici ed i fantastici nomi delle compagnie: Yeti Airlines, Himalaya Airlines, Buddha Air.

Il nostro volo, programmato con Buddha Air per le 6.30, è in attesa di verifica delle condizioni meteo. Dopo circa un’ora viene cancellato, non si sarebbe visto nulla per la nebbia. Non so se essere delusa o contenta. Avevo ormai vinto la paura alimentata da tutte le battute scaramantiche sparate a raffica dal gruppo per dominarla…

Riattraversiamo Kathmandu nel pieno vigore del suo traffico delirante e rientriamo in albergo per fare colazione, poi si riparte. La prima sosta è a DHULIKHEL dove c’è uno dei tanti templi dedicati a Shiva. La cittadina è graziosa, con alcune belle case purtroppo malmesse e apparentemente prossime al crollo. Col pulmino percorriamo un buon tratto della strada che porta in Tibet. E’ ben tenuta ma ci sono molti tornanti. Scendiamo in un piccolo agglomerato di case e da qui ci incamminiamo verso il Monastero NAMOBUDDHA. La passeggiata, sullo sterrato in mezzo ad alberi ad alto fusto, con vista sulla vallata disseminata di risaie terrazzate, è molto piacevole. A causa della pioggia in certi tratti la strada si trasforma in un ammasso di fango argilloso.

Qui, come altrove, vediamo le donne impegnate a trasportare sulla schiena voluminosi fasci di erba e pesanti gerle piene di mattoni. Pranziamo nel ristorantino tibetano situato nel piazzale ai piedi della scalinata che porta al Monastero. Il coloratissimo e grande Monastero è stato costruito su un’altura, in splendida posizione. Dalla sommità esterna, dove sono appese a raggiera le bandiere di preghiera colorate, si domina l’intera vallata a 360 gradi. Una visione stupenda, che regala un senso di armonia e benessere, tanto che da qui non verremmo più via.

Scendiamo a valle accompagnati per un lungo tratto da un cane meticcio che chiamiamo Nero (indovinate il colore). Passiamo per un villaggio dalle case dalla forma inconsueta, oserei dire rurale, essendo col tetto a capanna dove evidentemente viene stivato qualcosa. Nel villaggio le case sono abitate sia dalle persone che dagli animali: galline, capre, vitelli. Nero azzanna una gallina e un uomo lo caccia via a bastonate. Inizia a piovere e in un battibaleno la strada diventa fangosa. Un uomo sta lastricando la strada, che a noi si presenta in salita, semplicemente ponendo delle pietre aguzze una accanto all’altra. La passeggiata, lontana dalla polvere e dalla confusione della città, la vista dall’alto della valle, anche la pioggia, hanno contribuito a rendere meravigliosa questa giornata.

E’ questo il Nepal che sognavo.

Concludiamo il giro a PANAUTI, un grazioso villaggio newari.  Arrivando al calar del sole le mura del suo bel tempio affacciato sul fiume ci appaiono color porpora. Purtroppo non possiamo trattenerci molto perché dobbiamo rientrare. Ceniamo al NEW WATSHALA GARDEN RESTAURANT dove, già alle otto, restiamo gli unici clienti!

Inizia a piovere proprio mentre rientriamo in albergo. Come sarà il tempo domani mattina? E’ il caso di fare un’altra levataccia per tentare di vedere le montagne con il volo panoramico? Ho dei forti dubbi e metto in ordine i miei pensieri: con Buddha Air ho già sfidato la sorte; tutto sommato preferirei vedermi le montagne davanti diversamente, non da un finestrino; il volo potrebbe essere deludente a causa della poca visibilità; posso fare lo zaino domani mattina anziché stasera che sono già cotta; soprattutto ho la sensazione che il volo non partirà. Decido di rinunciare.

Domani si vedrà se ci ho indovinato.

 

PASHUPATINATH – BOUDHANATH

Alle 5.00 suona la sveglia. Silvana si prepara e mi avverte quando esce affinché io possa chiudere la porta della camera. Dopo poco inizia lo scampanellio al tempio. Nonostante le varie interruzioni dormo fino alle 7.20, quando suona la mia sveglia. Stanotte ha piovuto molto ed è pure saltata la corrente. Silvana mi informa con un messaggio che stanno rientrando perché il volo è stato cancellato. Veggente sono!

Preparo lo zaino e scendo a fare colazione con i compagni di viaggio rientrati insonnoliti e abbacchiati. Subito dopo partiamo per andare a vedere le cremazioni a PASHUPATINATH.

Pashupatinath è un sito dall’atmosfera molto spirituale e, rispetto a Varanasi, più serena. C’è modo di assistere alle cremazioni stando sul lato opposto del fiume, di fronte alle gradinate con le piattaforme. Volendo si può stare anche più vicino ma, tra che non è uno spettacolo circense e che il caldo del fuoco ed il fumo sono devastanti, è preferibile mantenere la distanza. I corpi dei defunti, appoggiati su scivoli di pietra che diradano nell’acqua sacra del fiume BAGMATI, vengono prima lavati, poi onorati con una cerimonia di preghiera, incensati e coperti di fiori. Vengono successivamente coperti completamente da teli bianchi e arancioni, caricati su una barella e portati alla piattaforma prenotata. Alla salma vengono fatti fare quattro giri attorno alla catasta di legna, già pronta, poi viene depositata sulla pira. Dopo un ulteriore rito con l’incenso viene dato fuoco e il corpo viene ricoperto da altra legna. Per bruciare completamente occorrono dalle cinque alle sei ore. A Pashupatinath c’è anche un forno che consente una cremazione più veloce ma è più costosa e meno purificatrice. Dopo aver osservato l’intero procedimento andiamo a vedere i templi sovrastanti. Al tempio dedicato a Shiva con un enorme toro Nandi dorato nel cortile l’ingresso è consentito solo ai fedeli. Sulla collina ci sono tanti tempietti in cui stazionano i Sadu (mendicanti religiosi), per lo più finti visto che chiedono denaro per essere fotografati. Risaliamo la scalinata tenuti d’occhio dalle scimmie e usciamo.

La nostra gita prosegue verso BOUDHANATH, dove c’è lo Stupa più grande dell’Asia.

Dinesh spiega la storia dello Stupa poi consegna il biglietto d’ingresso ad ognuno di noi. Finora non ho evidenziato che il simpatico e solerte Dinesh pronuncia marcatamente e con fervore le lettere P D T generando un certo sputacchìo. E qui si inserisce la quarta fondamentale importanza di avere l’ombrello, nella sua aggiuntiva preziosa versatilità di “parasputi”. Tornando ai biglietti, faccio notare a Luisa – simpaticamente definitasi “Tolleranza Zero”, con l’Amuchina e le salviettine umidificate sempre pronte, ancora riluttante ad assaggiare la cucina nepalese e pertanto finora sopravvissuta a sandwich – quanto è fortunata ad aver ricevuto il primo biglietto del mazzo con lo sputo originale di Dinesh! Ahhhahhha! MAI PIU’ SENZA! Vedo Luisa tentennare, poi guardarsi attorno e cercare di smerciare il biglietto sputacchiato a qualcun altro. Una scena spassosissima!

Lo Stupa è veramente immenso, bianco e splendente. E’ situato nel mezzo di una piazza circolare perimetrata da edifici con negozi di souvenir al piano terra. In questa circonferenza c’è anche un altro tempio, dove c’è la grande ruota tibetana della preghiera che gira, che ha un paio di balconi che si affacciano sulla piazza e sullo Stupa. Panorama top.

Pranziamo al vicino G Caffè, un self service senz’anima ma funzionale e di qualità, proprio mentre viene giù lo scroscio quotidiano di pioggia monsonica. Quando usciamo la strada è tutta un pantano.

Nel vicino villaggio di BUNGAMATI c’è una casa di accoglienza per bambini disabili. Veniamo accolti nella stanza della musica dove viene improvvisata una piccola esibizione sonora e canora dai bambini ciechi. Al pensiero della vagonata di penne e quaderni che abbiamo portato mi domando che se ne faranno se per caso son tutti ciechi.

Il Direttore ci racconta la storia del centro, di chi la sostiene e le disabilità presenti (non solo cecità). E’ un uomo molto sereno ed è proprio di serenità che è permeato l’intero ambiente. I bambini sono accuditi e stimolati con dedizione e amore. Si vede che stanno volentieri con i loro educatori, non c’è ombra di disagio. Attonita seguo con lo sguardo un bimbo di forse quattro anni senza braccia e senza gambe che, dopo essere stato amorevolmente imboccato da una donna, si lancia ridendo sui moncherini in una lunga corsa. Penso a quante volte e con quale facilità sono incline a contrariarmi per delle sciocchezze.

Una piccola bimba sordomuta dall’aria sveglia ammicca con occhi luccicanti alla borsa dove ha già intuito esserci un tesoro prezioso. Bravo è stato Riccardo, che ha pensato a portare balocchi tipo bolle di sapone, astucci di Frozen, binocoli, cerchietti colorati per i capelli e altri aggeggi che vanno subito per la maggiore. La bimba sordomuta si è accaparrata le bolle di sapone ma quando un altro bambino manifesta interesse ad averle gliele dona lieta della condivisione. Una ragazza, rimasta in disparte per tutto il tempo della nostra visita, mi si avvicina e mi abbraccia. La accolgo, la coccolo, lei ricambia le carezze restandomi attaccata fintanto che non ripartiamo.

L’associazione si chiama DISABLED SERVICE ASSOCIATION www.disabledservice.org.np.

Se volete contribuire anche voi, come noi, con una donazione, anche piccola ma importante, potete farlo contattando Mr. DAYA RAM MAHARJAN ai seguenti indirizzi: dayabunga@wlink.com.np e dsa_drm@yahoo.com e su facebook.com/friendsOFDSA.

Dopo questa particolare esperienza ripartiamo per Kathmandu dove da stasera ci trasferiamo.

Il traffico è sempre delirante, soprattutto la solita irrinunciabile gara a chi passa per primo incastrandosi anche nei vicoli talmente stretti da sembrare a senso unico. Alloggiamo all’HOTEL HOLY HIMALAYA, in pieno centro, nel quartiere Thamel. In cinque andiamo in cerca di un centro massaggi fidandoci delle indicazioni di? non ho capito e non lo voglio sapere, così non lo devo ringraziare. Mentre a passo svelto ci immergiamo tra la folla, svoltando di qua e di là, tengo una sorta di tracciatura del percorso scrivendomi dei riferimenti ad ogni angolo che svoltiamo e la direzione. Non trovando ciò che stiamo cercando chiediamo lumi in un albergo e prontamente veniamo indirizzati ad una Spa vicina, dove probabilmente le ragazze vengono tenute reperibili in caso di bisogno. Claudia, Laura ed io veniamo fatte accomodare in una stanza, Filippo e Giorgio nell’altra. Dopo un’ora usciamo abbastanza rilassati ma non propriamente soddisfatti. Comunque un po’ di stanchezza ce la siamo tolta. E come ritroviamo la strada di casa ora, rincorbelliti oltretutto dal massaggio? Ci pensa Pollicina, che ha preso appunti! In breve tempo, mentre qualcuno per strada ci offre droghe che andavano di moda al tempo dei freak, arriviamo all’albergo. Intuitivamente troviamo il resto della comitiva nel vicino GAIA RESTAURANT dove Luisa prende coraggio e assaggia i momo.

 

BOUDHANILKANTA, PATAN, SWAYAMBHUNATH, KATHMANDU DURBAR SQUARE

Dopo una colazione finalmente apprezzabile in questo Hotel decisamente di livello superiore, partiamo per andare a vedere una cerimonia induista a BOUDHANILKANTA. Alle 7.30 in punto di ogni giorno, la grande statua di VISHNU, sdraiata su un letto di serpenti naga nel bel mezzo di una larga vasca, viene accuratamente lavata dai monaci, poi asciugata, incensata, vestita e cosparsa di fiori. Qui percepisco più che altrove la devozione dei fedeli intenti a fare offerte, accendere candele, incensare e scampanellare, mentre noi, come al solito, curiosiamo, filmiamo, fotografiamo.

La tappa successiva ci porta a visitare uno Stupa situato in cima ad una scalinata di ben 365 scalini, che col caldo e l’umidità del monsone, sono una vera piacevolezza da fare. MAI PIU’ SENZA!

Lo Stupa di SWAYAMBHUNATH è bello ma coperto dalle travi di sostegno a causa del terremoto. Tutt’intorno c’è un mercatino. A dire il vero questo luogo non ha niente di sacro ai nostri occhi, ci pare molto improntato al commercio.

La visita di PATAN era programmata per ieri ma, non essendoci rientrata, la facciamo oggi. PATAN, detta anche LALITPUR ovvero “La città della bellezza”, è la seconda città medioevale più importante della valle. E’ molto bella, verrebbe voglia di perdersi in ogni sua stradina. Forse varrebbe la pena dormire una notte qui anziché a Kathmandu.

Ci sono numerosi templi ovunque, sia induisti che buddisti, e quasi tutti i negozi vendono statue delle divinità, sia piccole che veramente grandi. Il TEMPIO D’ORO è completamente puntellato per il restauro, difficile poterlo apprezzare pienamente. La Durbar Square di Patan è molto bella e ricca di templi. Qui più che altrove sono presenti mendicanti e venditori di collane e souvenir che ti seguono. Il Palazzo Reale è stupefacente, i suoi cortili interni hanno colonne di legno finemente intarsiate come pure di legno sono le sculture incastonate nei muri.

Ci attende ora un momento clou del viaggio: la visione della KUMARI, una DEA VIVENTE.

In Nepal ci sono quattro Kumari reali, la più importante risiede a Kathmandu ed è la più difficile da vedere perché fa solo saltuarie e brevissime apparizioni da una finestra. La Kumari di Patan invece accoglie nella sua dimora i visitatori vis à vis, devoti e non. Ma facciamo un passo indietro. Cos’è una Kumari? Perché è considerata una Dea vivente? La parola Kumari deriva dal sanscrito Kaumarya e significa “vergine”. Secondo la cultura induista incarna la divinità Durga. La Kumari è una bambina generalmente in età compresa tra i 4 e i 12 anni che viene selezionata in base a 36 specifici requisiti. Deve innanzitutto essere fisicamente perfetta, per proporzioni e caratteristiche,  non deve avere tagli né averne riportati in precedenza. Il suo oroscopo deve essere allineato a quello del Re. Il carattere deve essere mite e non deve avere paura. Le viene infatti imposta una serie di prove di coraggio e colei che meglio le supera diventa Kumari. Resta in carica fino all’età dello sviluppo o a quando avrà una semplice ferita: la perdita di sangue significa che Durga ha lasciato il suo corpo. Quando decade fa fatica a trovare uno sposo perché, secondo la leggenda, questo rischia di morire entro sei mesi. Percepirà una rendita vitalizia.

La Kumari è sempre vestita di rosso e truccata in un modo particolare e stabilito, se ho ben capito è la madre che le fa il trucco. La Kumari è la Dea protettrice del Re di cui può prevederne la morte. L’occhio disegnato sulla fronte rappresenta i suoi poteri divini. Durante l’incarico la Kumari non può mai poggiare i piedi a terra (per evitare di tagliarsi!), deve mantenere un atteggiamento distaccato e anzi, qualora alla sua presenza le scendesse una lacrima o anche solo le si inumidissero gli occhi, questo significherebbe morte sicura entro breve tempo per chi le sta di fronte. Capite a quale possibile annunciata sciagura ci siamo sottoposti con noncuranza?

La Kumari è rimasta impassibile davanti alla nostra irriverente sfilata al suo cospetto per ossequiarla ma più che altro alla sfrontata raffica di foto che le abbiamo scattato. Se non altro abbiamo le prove della mancata lacrimazione…

Dopo il momento mistico ad elevatissimo livello, Dinesh ci porta dal suo socio in affari che produce campane tibetane. Il figlio ci mostra la differenza tra quelle forgiate a mano e quelle fatte a macchina. Il suono prodotto dalle campane artigianali è totalmente differente e ha una durata decisamente superiore. Le campane tibetane sono esteticamente belle e, secondo i nepalesi, sono terapeutiche. Ci viene offerta una dimostrazione pratica. La ciotola produce delle vibrazioni sfregando o battendo l’apposito percussore sul bordo esterno. Posizionandola capovolta sulla testa tipo casco e appoggiandola lungo la schiena e sulle ginocchia la sensazione è piacevole ma da qui ad essere curativa sono alquanto scettica. Qualcuno acquista la propria preziosa vitale campana mentre fuori piove (nb quando piove abbiamo sempre la fortuna di essere al riparo).

Fuori dalla bottega sono appostati dei venditori di collane, cianfrusaglie e …campane tibetane fatte in serie! Cessato di piovere ed elusa la barriera andiamo a pranzo in una bettola dal moderno nome di THE BURGER HOUSE dove mangio dei Chopsuey noodles con tofu spettacolari.

Sento due gocce. Piove di nuovo? No, è Dinesh che ci richiama per andare.

Una dose di bollitura sul pulmino è ormai un MAI PIU’ SENZA! Dal finestrino osservo le risaie, i bananeti, le coltivazioni di mais, i cani sdraiati sui marciapiedi, i motorini che fanno zigzag… A proposito di motorini ho notato una stranezza: il conducente porta il casco mentre il passeggero no.

Rientrati a KATHMANDU andiamo a visitare la sua DURBAR SQUARE. Per entrarvi occorre acquistare il solito permesso. Qui è addirittura fornito in un porta badge con laccetto. I danni provocati dal terremoto sono molto visibili. Il palazzo bianco Gaddhi Baithak è diroccato, il Palazzo del Re tutto puntellato, diversi templi sono crollati. Scatta la classifica della più bella Durbar Square della valle: la numero uno è senz’altro quella di Bhaktapur, ai nostri occhi è apparsa più autentica e meno turistica, la più magica.

La nostra attenzione viene catturata dall’annuncio dell’imminente apparizione della KUMARI. Due Dee viventi in un giorno non saranno troppe? Questa è la più importante, la più difficile da vedere, la più attesa. Entriamo nel cortile della sua dimora pericolante e Dinesh ci racconta che quando c’è stato il terremoto, a cui è ovviamente sopravvissuta essendo Dea, la Kumari è rimasta in casa mentre tutto intorno a lei tremava e crollava. Ne è uscita in uno stato di trance, illesa. Altro che la prova di coraggio con le teste di bufalo mozzate e sanguinanti! Dopo qualche minuto ci buttano fuori. E la Kumari? Pare che eccezionalmente uscirà dal palazzo, in processione. Un evento rarissimo. Ma siamo proprio fortunati! Io e Giorgio ci siamo ormai appassionati, senza esagerare col volume invochiamo KU-MA-RI! KU-MA-RI!

Eccola!! E’ una bambina più piccola di quella di Patan ed è trasportata su una portantina perché come detto non può poggiare a terra i piedi. La sua espressione è indecifrabile. Meglio così.

Salutiamo Dinesh, il suo incarico termina con la nostra serata libera a Kathmandu. Giorgio, che solitamente sparisce per un approfondimento culturale del luogo, va a farsi un massaggio presso il MANDALA YOGA STUDIO, lo segnalo perché ne torna soddisfatto. Luisa rimane in albergo indisposta, suggestionata dal cibo nepalese che non vuole più vedere. MAI PIU’ SENZA!

Laura e Mario si perdono da qualche parte. Noi cinque rimasti andiamo a cena al vicino FUSION (è proprio attaccato all’albergo) che propone cucine di vari paesi, anche italiana. Sul terrazzo del FUSION mangiamo rigorosamente nepalese con alto gradimento. Proviamo ad assaggiare delle birre diverse. La Gorkha non ci convince per niente, la Nepal Ice Strong invece diventa la preferita di Claudia. Io resto fedele alla Everest.

 

DA KATHMANDU A BANDIPUR

Oggi partiamo per Bandipur, tappa intermedia tra Kathmandu e Pokhara. La strada è tutta un tornante e alcuni tratti sono parecchio trafficati, con numerosi camion incolonnati. Incolonnati si fa per dire perché come sempre vogliono tutti sorpassare. Grazie a queste manovre azzardate ad un certo punto la viabilità si paralizza. Anche l’ambulanza ha grande difficoltà ad avanzare costretta a fare una gincana tra i mezzi che persistono nel voler in qualche modo farsi avanti. Una volta sbloccata la situazione incrociamo un camion ribaltato.

Ci fermiamo in un paio di “autogrill” locali per sgranchirci le gambe, andare in bagno, comprare generi di conforto (bibite e patatine). Sempre lungo la strada pranziamo in un posto panoramico affacciato sul fiume TRISULI dove viene praticato il rafting. Giunti al bivio per BANDIPUR giriamo a sinistra e in venti minuti arriviamo al BANDIPUR MOUNTAIN RESORT, costruito su una collina e completamente immerso in una foresta di pini ad alto fusto. Preso possesso delle stanze andiamo a fare due passi fino al paese dagli edifici quasi interamente ricostruiti nella storica strada centrale. Ci sono molti localini, ristorantini e guesthouse e si nota un minimo di gusto più occidentale. Facciamo ancora due passi fino al Monastero tibetano sperando di avvistare la catena himalayana ma è coperta dalla nebbia.

Accogliendo la proposta di Mario ci concediamo un giro di birra Everest in uno dei localini con vista sulla valle. Peccato che sia infestato dalle zanzare. Ci fermiamo a cena in paese, in un ristorantino qualsiasi. La solita cucina espressa, forse più lenta del solito se possibile, ci inchioda lì. Nel mentre, in paese c’è un corteo di gente che canta e suona. Non capiamo per cosa o per chi. Il fracasso è simile a quello che producono i coperchi delle pentole. Quando veniamo via è buio pesto e piove. Dopo esserci persi per la strada sbagliata, e ce ne vuole perché qui due sono le strade, ma col buio sembra tutto diverso, rientriamo al Resort e buonanotte.

 

DA BANDIPUR A POKHARA

Buonanotte si fa per dire…

Ieri sera qualcuno ha notato la presenza di grossi ragni in camera, precisamente sotto al letto.

Io e Silvana, valutata sommariamente la situazione, dopo aver constatato che il materasso è a copertura di una specie di cassone, abbiamo preferito non indagare e sperare di non avere sorprese.

Filippo e Riccardo invece hanno vissuto “La notte della tarantola”.

La camera, approntata velocemente per non occupare una tripla improvvisata con un materasso per terra, probabilmente non è stata bonificata. Mi è sembrato infatti ad un certo punto di sentire degli schianti! Riccardo da buon ex giocatore di basket ha preso a bottigliate, centrandolo in pieno, il ragno più grosso scappato sul muro, a detta di Filippo enorme, velocissimo e inquietante. Nessuno dei due è riuscito a far coraggio all’altro, anzi si sono suggestionati reciprocamente. Riccardo ci fa “ammazzare” dal ridere raccontandoci che, subito dopo la bottigliata, l’altrettanto terrorizzato Filippo, solitamente tranquillo ed entusiasta di tutto, abbia affermato “adesso capiranno che con noi non si scherza!” Dopo aver fatto i salti “mortali” per eliminare tutti i ragni, sigillati gli infissi di porte e finestre con il nastro isolante, hanno infine provato a dormire ma senza troppo successo. Il Nepali name del ragno è MAKURA. MAI PIU’ SENZA! puntualizza immancabilmente Giorgio.

Riguadagnata la strada maestra, con il nostro pulmino proseguiamo fino a POKHARA, ridente cittadina base di partenza per i trekking sull’Annapurna.

A Pokhara ci sono molti hotel, ristoranti e negozi che espongono merce interessante, non impolverata, non puzzolente di umido. Alloggiamo al MOUNT KAILASH RESORT, un bell’albergo con piscina e Spa. Per la visita dei dintorni abbiamo una guida locale. Si chiama Shiva, come la divinità. Parla un inglese poco comprensibile e limitato. Non ha certo la cultura del nostro Dinesh, però ha una cosa di cui va molto fiero e alla moda: le unghie della mano sinistra lunghe almeno un centrimetro. MAI PIU’ SENZA!

Iniziamo il tour valutando perdibile la visita al TASHI LING TIBETAN VILLAGE, il centro dei profughi tibetani dove tessono e vendono tappeti. Probabilmente a causa dell’orario non c’è nessuno e non possiamo vedere la mostra fotografica della loro storia, forse l’unica cosa interessante.

Le DEVI’S FALL sono cascate di una certa portata ma tutte recintate, quindi poco apprezzabili. Se non altro c’è l’arcobaleno. Nella stessa area c’è un’imbarazzante giardino dove sono raggruppate delle coppie di sagome maschili e femminili, ognuna dipinta con i diversi abiti tradizionali (nepali, newari, tibetani e no so cos’altro) e senza testa affinché il visitatore possa fruirne per farsi fotografare. MAI PIU’ SENZA!!

Essendo quasi mezzogiorno, con un sole che spacca e l’umidità al 96 %, Shiva ci porta a visitare lo SHANTI STUPA buddista, chiamato anche PEACE PAGODA (è semplicemente la traduzione), che dall’alto dei suoi 1.100 metri domina il lago e la vallata. Quando arriviamo in cima io non ho neanche il fiato per andarlo a vedere da vicino. Mi fermo all’ombra di un gazebo dove vengo intervistata da alcuni indiani curiosi anch’essi in vacanza.

Ci fermiamo nei paraggi, in uno dei ristorantini vicino allo Stupa per un pranzo veloce, più che altro una merenda (ormai non ne possiamo più di mangiare le stesse cose). Quando ripartiamo ci aspetta una discesa rotulo-distruttiva lungo una gradinata scivolosa, con un dislivello di 350 metri, che ci porta sulle sponde del lago Phewa. La parte migliore, quanto meno più rilassante, è la traversata del lago in barca, con ragazzotto ai remi e noi bardati di giubbotto salvagente placidamente trasportati, senza però sostare al bel tempietto situato in mezzo al lago. Non sia mai che a Shiva venga un attacco di cultura. Quando gli domandiamo se il palazzo Reale è visitabile, è evidente il suo disorientamento. Forse neanche sa che esiste, figuriamoci il centro storico.. Dovevamo chiedere dove fare la manicure! Siamo talmente esausti che lasciamo correre e lo liquidiamo.

L’allegra brigata si scioglie dandosi appuntamento per cena. Chi va a fare shopping, chi va a visitare qualcosa per conto suo, chi va alla Spa dell’albergo. Segnalo un negozio sul Lakeside -6 che vende manufatti tessili artigianali di un’organizzazione non-profit che aiuta le donne in difficoltà economiche: WOMEN’S SKILLS Development Organization www.wsdonepal.comwww.wovennepal.com .

Ceniamo mangiando bene al BELLA NAPOLI, il nome è italiano ma la cucina è nepalese.

 

SARANGKOT – RITORNO A KATHMANDU

Piove a dirotto. Ciò nonostante, come convenuto, alle 4.00 chi desidera andare a Sarangkot è ai blocchi di partenza: Filippo, Silvana ed io. Prakash con il pulmino però non c’è. Che abbia pensato che con questa pioggia avremmo tutti desistito? D’altronde lui è sempre super puntuale. Dopo aver atteso una decina di minuti, facendocene una ragione rientriamo in camera e torniamo a dormire. Dopo dieci minuti suona il telefono. E’ arrivato l’autista. Ci rivestiamo veloci e scendiamo.

Sulla collina di SARANGKOT c’è un belvedere che si affaccia sulla CATENA DELL’ANNAPURNA. E’ buio, piove, la strada è fangosa e sale tortuosa. Quando arriviamo non piove quasi più, ma fa freddo e la nebbia avvolge l’intera vallata. Si paga un biglietto anche per appostarsi  per vedere le montagne.

Filippo mi offre un tè caldo. Comincia ad albeggiare, osserviamo le spesse nuvole spostarsi lasciando intravedere ogni tanto qualcosa che assomiglia ad un costone nevoso, come un miraggio. Le nuvole continuano a scendere e salire. Siamo in piedi da due ore e solo a brevi tratti ci pare di avere l’allucinazione di un piccolissimo squarcio su qualche cima. Chiediamo un parere all’omino che vende souvenir nella baracca accanto al belvedere. Lui pensa che ormai non vedremo niente.  Rimontiamo delusi sul pulmino. Mentre stiamo tornando indietro Filippo grida “Guardate! Che bello!” Io che mi ero appisolata all’istante spalanco gli occhi.. guardo.. vedo una catapecchia.. un cortile.. il solito cane stravaccato per terra.. ma che ha visto di tanto bello?

Poi alzo lo sguardo e le vedo. Le montagne più alte del mondo! manca giusto solo l’Everest che è più in là ma anche queste non scherzano! Il comprensorio dell’Annapurna è sfacciatamente libero dalle nuvole e illuminato dal sole. Piango dall’emozione. E’ una visione indescrivibile, magnetica. Preghiamo Prakash di trovare uno spazio sulla strada dove fermarci. Scendiamo, ammiriamo, fotografiamo, ringraziamo tutti gli Dèi induisti e buddisti di questo bel regalo. Siamo felici, la stanchezza della levataccia è scomparsa in un attimo. Il sole splende su ogni cima delineandone il profilo e la bellezza. Non riusciamo a staccare gli occhi da questa meraviglia della natura. Dobbiamo rientrare. Ok, a malincuore facciamo segno a Prakash di essere pronti a ripartire. No, non lo siamo, non lo saremmo mai, ma dobbiamo. Mentre torniamo all’hotel mi ripropongo di rileggere “Uomini sull’Annapurna” di Maurice Herzog, mi era piaciuto tanto diversi anni fa.

Consumiamo una buona colazione con gli altri sul bel terrazzo dell’albergo e caricati i bagagli sul pulmino inizia l’epopea del rientro. Dalle nove del mattino arriviamo a KATHMANDU alle sei del pomeriggio con le stesse tre soste merenda, il solito traffico illimitato, gli applausi finali all’autista.

Siamo sempre meno. Claudia e Riccardo ci hanno lasciato per andare un paio di giorni nel Chitwan nella speranza di vedere le tigri, Laura ha il volo stasera. In sei ceniamo sulla terrazza del FUSION che ci è proprio piaciuto e poi ci spostiamo al GAIA per un dolcino, l’ennesimo Yogurt che non regge minimamente il confronto con quello del Re assaporato a Bhaktapur. Per un goloso doc la sua bontà varrebbe il viaggio!

 

Tanie bath Nepal!

 

Alcune info pratiche

La richiesta preventiva del visto sul sito http://online.nepalimmigration.gov.np/tourist-visa è utile per accelerare le pratiche d’ingresso nel paese. All’aeroporto di Kathmandu prima si va alla cassa e si paga (in dollari o in euro) poi con la ricevuta e la stampata della pre-richiesta si passa il controllo della Polizia che appone il visto adesivo sul passaporto.

Per entrare nelle Durbar Square bisogna avere un permesso, acquistabile al loro ingresso. A Kathmandu è possibile farsi fare una proroga se sapete di tornarci dopo alcuni giorni e potrebbe servire una foto tessera.

 

Alcuni veri MAI PIU’ SENZA utili per questo viaggio:

– i tappi per le orecchie anti-campanari

– la Citrosodina per digerire perché ad un certo punto non ce la fai più

nel periodo monsonico:

– la mantella per la pioggia

– sandali sportivi con un buon grip, in cui tutto quello che entra esce, per camminare anche nel fango e senza schiantare dal caldo portando i piedi ad ebollizione con gli scarponi

– una bandana se non addirittura una fascia di spugna per la fronte che gronda di sudore

– un ventaglio, pesa poco e vi assicuro che non ve ne pentirete

– una felpa leggerissima giusto per le levatacce mattutine

– il repellente, la pila, il phon che non sempre si trova negli alloggi

e naturalmente… l’OMBRELLO!

 

New York

8BR (1)

NEW YORK

 Periodo : maggio/giungo 2017

 Durata : una settimana

 

 

 

UN BABBO ITALIANO A NEW YORK

Da tempo mio padre desiderava vedere New York e col passare degli anni si allontanava la realizzazione di questo sogno. Finalmente, dopo avergli fatto fare un bel tagliando medico e un’assicurazione over 75, pur col rammarico di lasciare a casa la mamma che non ama viaggiare, io e mia sorella Chiara portiamo il babbo a NEW YORK!!

DOMENICA 28 MAGGIO 2017

Il sogno si avvera. Da Firenze, con AIR FRANCE voliamo a Parigi, dove senza esitazioni ci precipitiamo al gate per prendere il volo DELTA AIRLINES che ci porta a NEW YORK e precisamente all’aeroporto di NEWARK. Consegnato il voucher della prenotazione dello shuttle condiviso GOAIRLINK al Ground Transportation Desk, attendiamo pochi minuti e saliamo sulla navetta insieme con altri passeggeri. Avendo prenotato l’alloggio nell’Upper West Side, sulle sponde dell’Hudson, il nostro Hotel sarebbe il più vicino, ma la navetta porta a destinazione prima i passeggeri diretti in centro. Così facciamo subito un tour nel centro di MANHATTAN!

Dai finestrini guardiamo affascinati i grattacieli sfavillanti che incombono su TIMES SQUARE, i tabelloni degli spettacoli di Broadway, il traffico, il movimento. L’espressione del babbo è indecifrabile, forse non si aspettava tutta questa confusione…

Il nostro RIVERSIDE TOWER HOTEL è in ristrutturazione, addirittura sgarrupato. Oh dove siamo capitati?

La “suite” è composta da due piccole stanze, comunicanti tra loro tramite un piccolo bagno (doccia e wc), ciascuna con un letto singolo. Il babbo prende possesso di una stanza, Chiara ed io andiamo nell’altra. Ok, ma dove dormiamo in due? Torniamo giù alla reception sperando che ci sia un errore… No no, la suite standard è proprio quella.. in una delle due stanze c’è una rete che si sfila da sotto il letto. Ok capito, però poi non ci si rigira più nella stanza! Non sappiamo se ridere o piangere..

Siamo troppo stanchi per lamentarci con Booking per cambiare sistemazione. Inoltre, probabilmente, non avremo letto bene le misure della stanza e dei letti nella descrizione. Pensi ormai di saperle tutte invece… LEZIONE IMPARATA!

Usciamo con l’intenzione di consumare una cena leggera perché è tutto il giorno che ci servono cibo sugli aerei ma, per non ingrullire troppo, infiliamo dentro a SHAKE SHACK per un americanissimo hamburger.

 

LUNEDI 29 MAGGIO

Ci svegliamo presto per via del fuso, ma neanche troppo. In questo Hotel non è prevista la colazione perciò andiamo a cercare un posto qua vicino. Sulla Broadway angolo 78ma St c’è l’EUROPAN BAKERY, una panetteria semplice gestita da ispanici. Hanno tutto, dal dolce al salato. Prendiamo dei pancake, veramente soffici e ottimi, ed il nostro primo bicchierone di caffè/tè con cui usciamo in strada sentendoci molto newyorkesi.

La metropolitana si chiama SUBWAY. Alla macchinetta facciamo la tessera METROCARD illimitata valida per 7 giorni (il distributore prende sia le carte sia i contanti ma, nel caso non sia un caso – e scusate il gioco di parole! – con la carta di credito non siamo riusciti a farne più di due). Chiara scarica anche l’utile APP per poterci districare sulle varie linee. A New York bisogna fare ovviamente attenzione alla direzione della metro per non finire dalla parte opposta e se i treni sono locali o espressi perché questi ultimi non fanno tutte le fermate. Per visitare New York abbiamo acquistato via internet il NEW YORK PASS valido 5 giorni. Per l’elenco di tutto ciò che si può visitare andate su www.newyorkpass.com, vi segnalerò comunque tutte le nostre visite incluse. Abbiamo calcolato che per tutto ciò che ci interessa c’è un risparmio. Una nota: la corsia preferenziale che evita di fare la coda è fantomatica, perché la maggioranza dei visitatori ha un Pass.. (prevalentemente NyPass, CityPass). In pratica a noi è capitato solo una volta di saltare la fila. Le code però sono sempre piuttosto scorrevoli. Oltre al risparmio in termini di costi, il NYPASS consente di non doversi soffermare ulteriormente presso ogni biglietteria tirando fuori soldi o carte di credito perché lo passano sul lettore e ti consegnano subito i biglietti d’ingresso. Il Pass va ritirato in loco in uno dei quattro Welcome Center (gli indirizzi sono indicati nella prenotazione).

Con la metro andiamo fino a TIMES SQUARE per ritirare il Pass all’Information Desk all’interno di Madame Tussauds. Pass-muniti iniziamo l’esplorazione. Facciamo due passi verso la 5th Avenue imbattendoci nel piccolo delizioso BRYANT PARK. Il babbo si rende conto di dover stare attento, guardando i grattacieli sente girare la testa…

Pioviggina, perciò ne approfittiamo per entrare dentro all’EMPIRE STATE BUILDING (incluso nel Pass) che si erge in tutta la sua maestosità proprio di fronte a noi. La salita in ascensore è rapida e fantastica. Il soffitto diventa uno schermo che riproduce un filmato che ripercorre la sua costruzione dal basso verso l’alto con i piloni che vengono sollevati e gli operai al lavoro che posano le strutture di ferro! Già all’80mo piano il panorama è esagerato. Da ogni finestra possiamo ammirare i diversi quartieri di Manhattan, ognuno con le sue peculiarità, i suoi grattacieli, i suoi parchi, il diverso affaccio sul fiume. Con l’ascensore saliamo di ulteriori sei piani fino all’86mo, dove si trova l’OBSERVATORY che è all’aperto. Impossibile non pensare all’incontro di Meg Ryan e Tom Hanks nel film “Insonnia d’amore”. Il tempo non è dei migliori ma siamo ugualmente impressionati, anzi troviamo affascinante l’orizzonte nebbioso che inghiotte la cima dei grattacieli più alti.

Pranziamo al Pub irlandese MULLIGAN’S (267 Madison Ave / East 39 St). E’ tutto molto gustoso e la sosta è perfetta per ritemprarci un pochino. Proseguiamo a piedi fino a GRAND CENTRAL TERMINAL, la stazione splendidamente conservata grazie all’intervento di Jacqueline Kennedy. Oltre all’immensità degli ambienti, colpiscono gli elementi Art Deco’, come ad esempio le biglietterie. La stazione è immensa, con molte diramazioni ed ambienti, ci sono anche un mercato e la food court. Già che ci siamo ci procuriamo una bella cartina della Subway, molto utile per capire, da numeri e lettere a fianco dei nomi delle fermate, quali treni fermano e quali no. Proseguiamo passando vicino al CRYSLER BUILDING e arriviamo fino al Palazzo dell’ONU. Qui prendiamo il nostro primo TAXI GIALLO e ci facciamo portare al MOMA (incluso nel Pass) dove faccio da guida a Chiara e al babbo nelle sale dedicate agli impressionisti. Sono le quattro e non resta molto tempo per visitarlo ma alcune opere sono davvero imperdibili. Di fronte al Gauguin (The Seed of the Areoi) e al Van Gogh (Notte Stellata) mi commuovo.

New York è la città che non dorme mai, ma noi non possiamo tirar troppo la corda, siamo stati bravissimi considerando che siamo in giro da stamattina, ma cominciamo ad accusare la stanchezza. Risaliamo la 5TH AVENUE passando davanti all’imponente TRUMP TOWER ed entrando da TIFFANY dove un commesso fa un sacco di complimenti al babbo indicando il suo K-Way dell’Arena. E pensare che lo voleva rottamare da quanto è datato… Torniamo con la metro nel nostro quartiere e ceniamo da EUROPAN dove è possibile farsi fare delle belle insalatone con gli ingredienti a piacere. Non sarà un posto chic, ma la musica è ottima, il cibo è salutare ed il babbo qui si sente a suo agio. In albergo tiriamo fuori il letto e fatti gli opportuni incastri … buonanotte.

 

MARTEDI 30 MAGGIO

Da EUROPAN la colazione è proprio “di quartiere”. Ci piace la gentilezza di chi ci lavora e anche la qualità dei prodotti. Oggi assaggiamo i muffin.

Poiché il tempo è parecchio nuvoloso e fa quasi freddo non rispetteremo l’itinerario pianificato. Prendiamo la metro fino alla 50 St e un taxi fino all’INTREPID SEA-AIR-SPACE MUSEUM (incluso nel Pass) – Indirizzo Pier 86, West 46th St – orari 10.00-17.00. Ndr: nei musei newyorkesi le code vengono disciplinate da una serie di cordoni che creano percorsi a serpente. All’ingresso ci sono sempre i metal detector e i bagagli vengono controllati come in aeroporto.

L’INTREPID è una vera portaerei! Il museo potrebbe esservi stato descritto come un’attrazione per i bambini ma piace parecchio anche agli adulti! Noi ci siamo stati cinque ore!!

Scopriamo che il babbo conosce tutti i velivoli parcheggiati sul ponte di lancio: elicotteri, aerei, lanciamissili, Mig, chi più ne ha più ne metta. Sa anche dove sono stati fabbricati e in quale guerra hanno combattuto. Non ha bisogno della traduzione dei pannelli esplicativi e sembra al parco giochi. Sul ponte, oltre ad aerei da combattimento, ricognizione e soccorso, e sulla banchina è parcheggiato anche il Concorde della British Airways. Entriamo nel ventre dell’enorme portaerei scoprendone tutti gli ambienti: la torre di controllo, le sale macchina e radar, gli alloggi dei marinai, la cucina e la mensa, l’officina meccanica. Vedendo la sala addestramento sembra di vedervi seduti Gus e Maverick in Top Gun. Pranziamo sulla portaerei spendendo 40 $ per tre pizze, buone, poi riprendiamo la visita. Negli hangar si susseguono le sorprese, in particolare la nostra attenzione viene catturata dalla prima navicella spaziale della Nasa (sull’aereo abbiamo visto per l’appunto il Film The Hidden Figures!) e dallo Space Shuttle, così grande da suscitarci una vera e propria emozione al suo cospetto. Fuori piove di brutto e allora si va dentro al sottomarino! Il Growler è ormeggiato proprio a fianco dell’Intrepid. E’ incredibile come, al suo interno, sia tutto incastrato alla perfezione! Sembra quasi di stare nella nostra suite… ahhhahhha!

Sono quasi le quattro e sarebbe anche l’ora di concludere la visita… Potremmo rilassarci con una crocierina visto che poco distante c’è il molo da cui partono… (PIER 83 West 42st -12th ave) e che le crociere sono tutte incluse nel Pass. Tra pochi minuti parte la  LANDMARK CRUISE, perfetta! Il tempo è bigio ma è comunque bello avvicinarci alla Statua della Libertà, vedere Manhattan da un’altra prospettiva e passare sotto al Ponte di Brooklyn. La crociera termina intorno alle sei sempre al Pier 83. Arranchiamo a piedi fino in centro ma la bolgia di TIMES SQUARE quasi ci opprime. Sai che? Si torna a casa e si cena al nostro EUROPAN. Dopo cena, io e Chiara auguriamo al babbo la buonanotte e usciamo per un giretto notturno. Con la metro scendiamo giù fino a Ground Zero. I grattacieli, benché illuminati, sono avvolti dalla nebbia a causa della leggera pioggia. Con questa strana atmosfera e l’oscurità, le vasche dove un tempo s’innalzavano le Torri Gemelle ci danno un brivido. Entriamo nel semideserto OCULUS dall’affascinante architettura. Al suo interno i negozi sono tutti chiusi, come pure i bagni pubblici! Rientriamo in albergo soddisfatte del nostro giro extra.

 

MERCOLEDI 31 MAGGIO

Lasciati i bagagli nel deposito dell’albergo, usciamo per la consueta colazione da EUROPAN.

Con la METROCARD si può salire anche sugli autobus perciò prendiamo l’M79 che porta a CENTRAL PARK.

Il tempo è incerto ma tendente al miglioramento. Quando mi descrivevano Central Park non riuscivo a capire tanta esaltazione. E che sarà mai? Un parco, più grande di tanti altri, con i grattacieli tutt’intorno.

Bisogna vederlo e passeggiarci dentro per capire… E’ un luogo magico, curato, vivo, una poesia incastonata nel cemento, una gioia, una pace che s’infonde nel cuore.

Camminiamo senza orientarci imbattendoci nel Belvedere Castle, nel Bow Bridge e in altri luoghi meravigliosi. Gli scoiattoli sono simpaticissimi e la varietà di uccelli, dai colori sgargianti e mai visti, si alterna a quella di piante e fiori. Non vorremmo venire più via ma abbiamo ancora tanto da vedere. L’altro lato del parco si affaccia sulla strada dei musei, il Museum Mile ed entriamo giusto nell’ingresso del GUGGENHEIM.  Essendo io l’amante dell’arte, mi dichiaro già contenta di aver visto il MOMA, anzi ho così la scusa per tornare e non è certo l’unica. Merita però visitare il vicino MET, METROPOLITAN MUSEUM (incluso nel Pass), per l’eterogeneità delle sue esposizioni. Il MET è uno dei musei più grandi e visitati del mondo, un vero viaggio nel tempo. Gli allestimenti sono spettacolari, tutto è sinonimo di bellezza non solo per ciò che vi è esposto. Pranziamo in una delle caffetterie del museo poi, dopo aver visitato anche la cospicua sezione egizia, torniamo all’albergo con l’autobus, per ritirare i bagagli e trasferirci nell’altro hotel, situato a Long Island. In circa mezz’ora con la metro raggiungiamo il PAPER FACTORY HOTEL. Siamo estasiati dallo stile industriale dell’Hotel, e dove se non in un’ex fabbrica di carta poteva svilupparsi al meglio? Oltre agli arredamenti dell’enorme hall siamo colpiti dall’ampiezza della nostra camera e soprattutto dei nostri letti. Il livello di questo albergo è tutta un’altra cosa rispetto all’altro, costa oltretutto meno! D’altronde qui non siamo a Manhattan.

Tutt’intorno all’albergo ci sono solo carrozzerie e officine meccaniche. Senza ammattire ci concediamo il lusso di cenare al MUNDO, il ristorante dell’hotel. L’ambiente è moderno e raffinato, ma non troppo, ed il cibo è eccellente. Eravamo affezionati al nostro Europan ma una botta di vita ci sta proprio! Il babbo e Chiara prendono l’agnello, io un Halibut che si scioglie in bocca. Il conto è salato (167 $ tip included) ma si va ampiamente a compensazione con quanto abbiamo risparmiato mangiando insalate nei giorni precedenti.

 

GIOVEDI 1 GIUGNO

Al Paper Factory Hotel la colazione è inclusa, a buffet e sostanziosa. Inoltre oggi c’è finalmente il sole!

Con l’autobus Q102 andiamo fino a ROOSVELT ISLAND, dove saliamo sulla ROOSVELT TRAMWAY (inclusa nella METROCARD). Ammirare il panorama attraversando l’East River e approdare a Manhattan con la funivia è bellissimo.

Facciamo una puntatina da MADAME TUSSAUDS per ritirare i biglietti del BIG BUS TOUR (incluso nel Pass). Già che ci siamo si dà un’occhiata? Tanto il museo è incluso nel nostro Pass. Uno scatto con Whoopy Goldberg, uno con Harrison Ford, uno con Barak e Michelle Obama e Morgan Freeman non ce lo leva nessuno! Saliamo sull’autobus a due piani che fa tutto un giro per Downtown con la possibilità di salire e scendere quando si vuole. A bordo ti danno le cuffiette che sintonizzi sul canale in italiano e dal secondo piano è proprio divertente girare per la città. Scendiamo sulla Broadway all’altezza di Spring St. Entriamo dentro ad alcuni negozi nonostante lo shopping non sia esattamente il passatempo preferito di nostro padre, dura poco infatti… Mettiamo un fermino agli stomaci con dei panini da STARBUCKS poi, scesi all’altezza di WALL ST, ci mangiamo il classico Hot Dog camminando fino allo STOCK EXCHANGE più famoso del mondo con foto di rito. Risaliti sul bus scendiamo alla fermata più vicina all’inizio del percorso pedonale del PONTE DI BROOKLYN. Il babbo, rinvigorito da una bibita all’arancia, parte come un razzo e noi facciamo quasi fatica a stargli dietro! C’è tanta gente che attraversa il ponte a piedi e in bicicletta. Bisogna stare attenti a non invadere la corsia dedicata ai ciclisti che effettivamente lo percorrono a tutta velocità. Un pensiero va alla mamma che da sempre mastica esclusivamente “la gomma del ponte”! Arrivati dall’altra parte cerchiamo invano la fermata della metro. Un ragazzo, vistoci in difficoltà, ci accompagna fino all’ingresso. I newyorkesi sono sempre molto gentili.

Scendiamo nel Meatpacking District e più precisamente vicino al CHEALSEA MARKET, ex fabbrica dei biscotti Oreo,  bello da vedere per la struttura, il mercato del pesce e i ristorantini. Facciamo una fantastica passeggiata sulla HIGH LINE, il percorso che si snoda lungo una sezione dismessa della ferrovia sopraelevata, lunga due km e mezzo, con i binari semi-occultati dal verde di aiuole fiorite e perfette, attrezzato con sdraio e panchine. E’ diventata un’oasi insolita nel bel mezzo delle abitazioni. Dopo aver mangiato un panino seduti su una panchina guardando il via vai, andiamo al ROCKFELLER CENTER in taxi con l’intenzione di salire sul TOP OF THE ROCK (incluso nel Pass) per concludere la giornata in bellezza. Purtroppo però apprendiamo che è tutto prenotato e la prima salita disponibile è alle dieci e mezzo. Vediamo dipingersi la perplessità sul volto del babbo. Ok ci torniamo domani, prenotiamo subito però, essendo il nostro ultimo giorno non possiamo perdercelo. C’è posto solo alle sei del pomeriggio oppure di nuovo la sera tardi, gli orari del tramonto sono tutti presi. E allora verremo alle sei. All’interno della metropolitana vediamo correre e rintanarsi in un buco un topolino… il TOPO of the Rock! Battutona…  Prima di ritirarci io e Chiara assaporiamo un cheese-cake al MUNDO.

 

VENERDI 2 GIUGNO

Colazione e trasferimento in metro fino a BATTERY PARK, nella parte sud di Manhattan, da dove partono i traghetti per LIBERTY ISLAND ed ELLIS ISLAND. Ci premuniamo di pranzo al sacco e facciamo la fila al STATUE CRUISES KIOSK per ritirare il biglietto (incluso nel Pass) e imbarcarci per la crociera. Il sistema di imbarco-sbarco dei traghetti che fanno la spola è molto funzionale. Si sale sul traghetto e si scende su LIBERTY ISLAND (chi vuole può proseguire senza scendere). Qui c’è un chiosco dove è possibile ritirare un’audioguida per ascoltare, anche italiano, la storia della STATUA DELLA LIBERTA’. E’ bello aggirarvisi intorno, ammirando da vicino la sua mole e godendo del suo fascino. Si sale sul successivo traghetto in partenza e si va a ELLIS ISLAND dove c’è l’IMMIGRATION MUSEUM. Anche qui si ritira l’audioguida e si esplora la struttura in ogni suo meandro. Nulla è cambiato da allora e fa effetto vedere le foto degli immigrati ascoltando le loro storie e a quali controlli erano sottoposti per poter entrare in America. La visita è davvero interessante e anche commovente. Facciamo il pic-nic seduti ad uno dei tavoli nelle apposite aree all’aperto e facciamo ritorno.

Ora ci aspetta una visita che ci rattristerà. Non è un caso che, a prescindere dal meteo, l’abbia lasciata per l’ultimo giorno. Sto parlando del World Trade Center, delle Torri Gemelle che non ci sono più, della tragedia e del dolore di centinaia di persone. Fa impressione vedere il vuoto incolmabile che hanno lasciato. Entriamo nel 9/11 MEMORIAL MUSEUM (incluso nel Pass) dove osserviamo in silenzio i resti delle fondamenta delle Torri, le strutture d’acciaio fuse, i mezzi dei pompieri accartocciati. Nel nostro Pass non è compreso l’accesso alla nuova FREEDOM TOWER, il grattacielo più alto dell’emisfero occidentale, ma non abbiamo neanche tempo a sufficienza, perciò senza troppi rimpianti proseguiamo mostrando anche al babbo l’OCULUS di Calatrava, il suo enorme atrio, la sua immensa ed originale struttura, poi con la metro torniamo al ROCKFELLER CENTER per salire sul TOP OF THE ROCK. Questo grattacielo è famoso per la foto che ne ha immortalato la costruzione con gli operai spensieratamente intenti a pranzare ad un’altezza vertiginosa a cavalcioni di una trave. Con l’ascensore saliamo in cima per godere del panorama a 360 gradi. Su un lato si estende davanti ai nostri occhi tutto Central Park, su un altro l’Hudson, poi tutta Manhattan fino a Downtown con i suoi grattacieli e l’East Side. Bellissimo.

Chiedo ad un addetto dove possiamo mangiare una buona bistecca nei paraggi. Ci indirizza da DEL’S FRISCO. Nell’enorme ristorante, dall’ambiente piuttosto buio, ci sentiamo a disagio. C’è confusione per la quantità di gente, la musica è alta e a nostro avviso inappropriata. La cameriera corre avanti e indietro trafelata ma distratta, è proprio disattenta. Sarà anche per questo che toppiamo totalmente l’ordinazione: invece della bistecca ci arriva il polpettone! Bello eh.. e molto buono, però non è la stessa cosa.. costa pure un botto! Nonostante la giornata sia stata davvero intensa facciamo pressione sul babbo per un ultimo sforzo, non può perdersi New York by night con le sue luci. E’ d’accordo con noi nell’asserire che ne valeva la pena perché ne resta ammaliato. Soddisfatti torniamo al nostro bell’hotel salutando Manhattan. Domani ci attende il volo di ritorno dall’aeroporto JFK.

India, Rajastan Orientale

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INDIA – RAJASTAN Orientale

 Periodo : agosto 2010

Durata : tre settimane

Tipologia : fai da te

 

 

ITINERARIO

NEW DELHI – UDAIPUR – JAIPUR – AMBER – ALWAR – AGRA – GWALIOR – ORCHHA – KHAJURAO – VARANASI

 

Sabato 31 luglio MILANO MALPENSA

Dovendo prendere diversi voli ho ritenuto fondamentale per tutti viaggiare con solo bagaglio a mano. I miei compagni di viaggio sono affascinati dalla destinazione, timorosi di quello che vedranno e incerti su come l’affronteranno ma rassicurati dalla mia organizzazione. Essendoci già stata sono tranquilla, anche per loro, perché ho messo a punto un itinerario “graduale”.

Il volo Finnair è puntuale. Ad HELSINKI abbiamo diverse ore di sosta in transito perciò abbiamo modo di esplorare il piccolo aeroporto VANTAA da cima a fondo, inventariando i negozi, una renna imbalsamata dal pelo morbidissimo e la presenza di una spa che con tutta probabilità ti fa un bel peeling al portafoglio giacché è tutto carissimo. Mangiamo qualcosa da PRONTO. Il salmone affumicato è delicatissimo e il gelato molto buono. Sul volo Helsinki – New Delhi  assaggiamo il primo cibo indiano e dormiamo un po’.

Domenica 1 agosto NEW DELHI

L’aeroporto IGI di NEW DELHI è enorme e nuovissimo. E’ stato inaugurato solo tre giorni fa e fuori è ancora tutto un cantiere. Facciamo una lunga coda per passare la dogana poi andiamo a cambiare un po’ di Euro in Rupie al cambio da ladri pari a 55,00 Rs= 1€ (il cambio sarebbe 60,57!).

Uscendo, dietro una lunga transenna c’è una fila di uomini con i cartelli degli hotels e il nome del cliente che stanno aspettando. C’è anche il nostro. Abbiamo concordato il pick-up all’aeroporto con l’Haveli dove dormiremo. Seguiamo l’indiano fuori dall’aeroporto dove ci investe il caldo umido e l’aria polverosa. L’auto è in un parcheggio nuovissimo ed immenso, infatti sulle prime l’autista non trova la vettura perché non si orienta e anche trovare l’uscita non risulta facile. Ovunque c’è molta sorveglianza.

Il tragitto fino alla CHHOTI HAVELI dura 20 minuti, l’abbiamo scelta proprio per la sua strategica vicinanza all’aeroporto. Durante il tragitto le prime immagini della quotidianità indiana sono di strade dissestate, case fatiscenti, gente malconcia, slam, bambini che fanno i propri bisogni sul ciglio della strada osservando il traffico, vacche erranti alla ricerca di cibo, gente che dimora in mezzo alla strada sullo spartitraffico. La CHHOTI HAVELI è all’interno di un “quartiere residenziale”. – 1006 Sector A Pocket A, Vasant Kunj, www.chhotihaveli.com, info@chhotihaveli.com.

Mrs SURINDER e Mr MAINI sono persone squisite e attente ad ogni necessità dei propri ospiti, la casa è pulitissima e offre ogni comfort. Tapa, che subito ribattezziamo Tappo perché alto 1mt50, è efficientissimo e silenzioso, mantiene la casa immacolata ed è addetto anche alla cucina. Dopo il benvenuto e il tè ci ritiriamo subito nelle camere per dormire un paio d’ore. Alle dieci ci ritroviamo per fare colazione. Tappo ha preparato sia la colazione occidentale che quella indiana. Le paratha sono buonissime. Mrs Surinder ci ragguaglia in merito alle cose da vedere nel corso della giornata tracciandoci i punti  sulla cartina, segnalandoci anche dove mangiare e fare acquisti e prenotandoci una macchina con autista (costo per otto ore 1500 Rs + 50 Rs per ogni ora successiva). Alle 11.30 partiamo col nostro valente Deepak, ottimo autista, alla scoperta di Delhi e più precisamente dei suoi quartieri meridionali, meno caotici rispetto a quelli del centro, per un impatto soft con la città. La prima sosta è al QUTAB MINAR, affascinante torre alta 72 metri  e larga 12 alla base e 2,50 mt in alto. Tutt’intorno ci sono altri resti di antiche vestigia, il rosso dell’arenaria fa da sfondo ai colori brillanti dei sari delle donne che visitano il complesso.

Seconda tappa da DILLI HAT, suggerito da Mrs Surinder  per acquistare vestiti indiani ma ci sembra una trappola per turisti. Oltre a tessuti e vestiti vi si vendono gioielli e statuine intagliate. Purtroppo una volta entrati è difficile sfuggire dalle grinfie dei venditori. Un ragazzo ci sciorina la storia dell’attività mentre fa tirare giù dagli scaffali decine e decine di completi vestito + pantalone + sciarpa abbinata, uno più brutto e pomposo dell’altro. Inutile digli di non aprirli tutti, li apre tutti.

E’ una tecnica di vendita per far sentire il cliente in debito inducendolo a comprare almeno qualcosa. Ci viene offerto il chai, guardiamo e tocchiamo tutti i completi. Ce ne proviamo alcuni ma, pur con tutta la buona volontà, non c’è proprio niente che ci interessi. Piuttosto contrariato l’indiano risponde che non ci sono problemi ma ci obbliga a passare attraverso gli altri reparti impedendoci di scappare via. Dopo aver comprato una collanina molto carina finalmente fuggiamo dirigendoci verso i LODI GARDENS che soprannominiamo Love Gardens essendo strapieni di coppiette infrattate negli angoli dei templi e nei giardini a sbaciucchiarsi. I giardini sono belli e rilassanti, quello che ci vuole per acclimatarsi il primo giorno.

Avvertendo un certo languorino ci rechiamo al KHAN MARKET dove, a detta di Mr Maini, ci sono dei buoni posti per pranzare. Non ne vediamo neanche uno, forse perché è domenica e sono chiusi. Ci rifugiamo da BARISTA, un caffè su due piani dove consumiamo un sandwich e una Pepsi.

Al 26-B di KHAN MARKET però è aperto VISHNU STORE, vende vestiti da donna molto graziosi e di buona qualità, il cotone ha la leggerezza che stiamo cercando noi. Anche in questo negozio tiriamo giù tutto, ma autonomamente e senza stress, provandoci più capi. Acquistiamo in totale sei vestiti e due sciarpe. Il prezzo di un vestito è 550 Rs (10 euro).

Deepak si è appisolato in macchina. Lo svegliamo facendogli fare un salto e partiamo per andare a visitare il complesso con la TOMBA DI HUMAYUN che al tramonto acquista ulteriore spettacolarità. Stanchi e accaldati, nonché assonnati per colpa del volo intercontinentale, ci tratteniamo fino al calar del sole scattando bellissime foto.

Concludiamo la nostra prima giornata indiana al Ristorante PUNJABI BY NATURE, a Vasant Vihar, dove assaggiamo il kebab (molto diverso da quello a cui siamo abituati noi, è proprio tutta un’altra cosa cioè un rotolo di carne tritata tipo polpetta molto speziata) e lenticchie nere accompagnate da un garlic naan  (pane indiano all’aglio) buonissimo. Spendiamo 308 Rs in quattro. Ci facciamo fare un doggy bag con il naan e il kebab avanzato per darlo al nostro Deepak rimasto ad attenderci in auto esausto e senza cena.

 

Lunedì 2 agosto UDAIPUR

Il nostro volo interno JET AIRWAYS per Udaipur parte alle 5,45 del mattino. Alle 4,20 Tappo e Mrs Surinder ci salutano. Oltre alla squisita ospitalità dei coniugi Maini e la simpatia di Tappo CHHOTI HAVELI si conferma una scelta tatticamente azzeccata, in 20 minuti siamo ai domestic flights.

Il volo da Delhi ad UDAIPUR dura 1 ora e 20 minuti, la Jet Airways è una buona compagnia.

Sul volo non viene servita la colazione, si può acquistare qualcosa ma niente tè e caffè, ma noi abbiamo i Ringo portati dall’Italia. A UDAIPUR il tempo è grigio. Partiamo subito con un taxi pre-pagato. Costa solo 400 Rs perché l’abbiamo scelto senza aria condizionata. Se l’avessimo richiesto con aria condizionata avremmo aspettato un bel pezzo, perché tutti vogliono l’AC. L’aeroporto di Dabok dista 25 km dalla città di Udaipur. Il dedalo di stradine strette, super trafficate e invase dalle vacche distoglie la nostra attenzione da quanto è sudicia la macchina. A Ugo fa schifo anche allacciarsi la cintura. Sperimentiamo la tipica guida indiana stile autoscontro.

In prossimità del nostro Hotel il taxista prova a consigliarcene un altro – dove probabilmente prende una commissione – ma noi abbiamo già una prenotazione e lui non replica. E’ un signore che ci fa un po’ tenerezza perciò lo ingaggiamo anche per il ritorno rendendolo molto felice.

L’AMET HAVELI è situato in una splendida posizione sulla sponda occidentale del LAGO PICHOLA –  Outside Chandpole, www.amethaveliudaipur.com, amethaveli@sify.com.

Le nostre camere non sono ancora pronte. Ne approfittiamo per fare colazione sulla terrazza dell’AMBRAI RESTAURANT, annesso all’Hotel,  situato proprio sul lago con una magnifica vista sul Lake Palace, del City Palace e dei Ghat più prossimi dove alcuni uomini sono intenti a lavarsi e a fare il bucato dei propri vestiti. Per la colazione (chai, omelettes, toast ed una marmellata che sembra finta) spendiamo un botto: 919 Rs.

Prendendo possesso delle nostre dimore, le suites nr 16 e 17, ci sembra di vivere una favola da quanto sono belle: marmo dappertutto, vetri colorati alle finestre, un bagno ampio e confortevole, il salotto in camera, la vista sul lago. In India ci si può concedere il lusso spendendo tanto quanto in un nostro bed & breakfast.

Complice un forte scroscio d’acqua facciamo una bella dormita fino alle due poi con un moto-rickshaw (Apecar) partiamo. Facciamo una sosta al QUEEN CAFE’, 14 Bajrang Marg, Outside Chandpole, dove so che si tengono lezioni di cucina ma è tutto pieno. Per non perderci come clienti la bellissima padrona di casa è disposta a farci una lezione ridotta, di due ore, fuori dagli orari previsti al costo di 900 Rs a testa (la tariffa intera per quattro ore di lezione costa 1500 Rs). Visto che non siamo tutti interessati a cucinare decidiamo di venirci semplicemente a cena. Andare in giro col moto-rickshaw è un’esperienza divertente e quasi ci dispiace scendere giunti davanti al City Palace. Costo della corsa 150 Rs.

Essendo già tardo pomeriggio rimandiamo la visita del CITY PALACE a domani dedicandoci all’esplorazione di Udaipur e dei suoi vicoli ricchi di piccoli negozi. Tutti cercano di attirare la nostra attenzione scambiandoci  per banconote pronte ad entrare nelle loro tasche.

Dentro ai negozi ci sono solo uomini. Stanno quasi tutti stravaccati su un materassino ricoperto di cotone bianco steso per terra dentro al negozio. Le merci in vendita sono principalmente gioielli, stoffe, pentolame e dolciumi. Quando attraversiamo il mercato delle verdure si scatena il delirio. Le donne dapprima restie al contatto diventano insistenti per farsi fotografare chiamando a raccolta tutta la parentela affinché poi si spedisca loro le foto.

Ricomincia a piovere ma si tratta di uno scroscio lampo. Sarebbe comunque il caso di fare una pausa, magari seduti bevendo qualcosa. Vicino al GANGAUR GHAT c’è l’EDELWEISS CAFE’ con una sala affacciata sulla strada. Ci sediamo, beviamo chai e CocaCola, assaggiamo una torta alle noci veramente buona ed osserviamo il via vai. Dopo esserci ripresi andiamo a vedere i Ghat. Un uomo suona uno strano strumento costruito da sé e vuole venderci il suo cd con la copertina che è un foglio a quadretti sul quale ha scritto qualcosa a mano. Alle sette meno venti entriamo nella BAGORE-KI-HAVELI, Gangaur Ghat, per assistere allo spettacolo musicale che ogni sera si tiene nel suo cortile interno alle 19,00. L’ingresso per quattro costa 290 Rs inclusa una “Chemla”. Ma cos’è la “Chemla”?? è la Camera (macchina fotografica) pronunciata nell’inglese indiano. Fare attenzione al resto perché il bigliettaio cerca di fregare.

Ci sediamo in pole position su delle coperte stese per terra un po’ scettici, timorosi di doverci sorbire una lagna. Dopo una breve introduzione musicale effettuata da tre uomini con ignoti strumenti, una ragazza spiega che ciò che vedremo è una panoramica delle tipiche danze rajasthane. Fanno il loro ingresso due uomini mascherati, uno a cavalcioni dell’altro che è a gattoni, al ritmo della musica mimano una tigre mentre un terzo uomo con una sciabola cerca di ucciderla. Poi si susseguono varie danze eseguite da donne che indossano abiti particolari, un burattinaio cha a turno fa danzare una marionetta ballerina e una marionetta uomo. Lo spettacolo termina con l’esibizione di una danzatrice un po’ attempata ma molto brava che con movenze aggraziate balla impilando sulla testa delle giare di coccio fino ad averne una decina una sopra l’altra. Tripudio di applausi e a grande richiesta la danzatrice posa per le foto con noi spettatori.

Ceniamo in un Rooftop Restaurant, il SUNRISE,  vicino al Gangaur Ghat risalendo la strada.

Il locale è in cima ad una ripida serie di scale. E’ giunta l’ora di far assaggiare ai miei amici il tipico piatto rajasthano: il THALI. Cos’è? Fidatevi.  Fuori piove a dirotto e ad un certo punto va via la luce. I solerti camerieri appiccicano una candela sul tavolo. A fine pasto siamo proprio soddisfatti.

Il conto? 675 Rs in quattro. Rientriamo all’Hotel con un moto-rickshaw. Anche i conducenti fregano, fare attenzione al resto.

 

Martedì 3 agosto UDAIPUR

Sveglia alle nove dopo una magnifica dormita a recupero del sonno perduto nei giorni scorsi.

Dopo lunghe insistenze riesco a convincere tutti a fare colazione da questa parte del lago in un posto “ignorantissimo”. Elena ed Ugo sono molto restii ad entrare nel lercio locale pieno di mosche,  invece si adatta ad ogni cosa. Il padrone, rinominato “il lurido”, accende subito la ventola così le mosche scappano e pulisce meticolosamente i nostri tavoli con uno straccio sudicio. Io e Marzia ridiamo osservando le espressioni disgustate degli altri due. Mentre viene giù un acquazzone beviamo il classico chai nei bicchieri puliti con un altrettanto orrendo straccio e mangiamo squisiti dolcetti fatti con la farina di ceci e saporite samosa spendendo in tutto 90 Rs, un decimo rispetto a ieri. Passata la tempesta, torna la truppa a far festa.

Ci fermiamo in un negozio di tessuti e vestiti facendo tirar giù ogni cosa come al solito. Ne usciamo due ore più tardi con un kurta giallo (specie di camicione di cotone) e un paio di pantaloni bianchi leggeri per me, una pashmina per gli amici. Ugo fa una corsa in albergo a posare tutti gli acquisti mentre noi tre restiamo ad ammirare le miniature su carta e seta di un negozio vicino.

Con un rickshaw attraversiamo le strette e tortuose stradine del centro e arriviamo al CITY PALACE. L’ingresso costa 50 Rs + 200 Rs per ogni macchina fotografica. Visitiamo il Palazzo da soli con l’ausilio delle fotocopie della guida. Il percorso è ben indicato ed in ogni stanza, cortile e corridoio un cartello in hindi e inglese fornisce le spiegazioni. Sicuramente con una guida lo avremmo apprezzato di più ma non abbiamo voglia di farci infarcire con date, nomi e dinastie. All’interno del Palazzo fa abbastanza caldo ma in un cortile c’è un chiosco che vende bibite fresche. Pranziamo nel Ristorante PALKI KHANA all’interno del Palazzo spendendo ben 3.030 Rs ma mangiando molto bene. Il Masala Paneer è veramente eccellente.

Sempre troppo sazi ripartiamo alla ricerca del molo dal quale partono le barche che fanno il tour al LAKE PALACE e al JAG MANDIR pur sapendo di non poterci imbarcare perché sono già le cinque.

Ci infiliamo in una serie di vicoli dove vediamo artigiani che lavorano nelle loro minuscole botteghe e lungo la discesa per il LAL GHAT troviamo un negozio di stoffe e vestiti  dove, dopo un moderato dispiego di completi anche Ugo trova un “pigiama”  indiano, leggerissimo e davvero bello al costo di 800 Rs. Nella CHAND POL incrociamo un elefante gigantesco. Tutta la strada si blocca per farlo passare. Attraversato il ponte pedonale invaso dalle vacche ci fermiamo al Queen Cafè per riservare il tavolo per la cena e facciamo una deviazione per aggirare l’isolato disseminato di negozi ed evitare di farci tartassare dai venditori. Notare bene che i venditori di Udaipur sono tra i più tranquilli del Rajasthan! Non a caso ho fatto iniziare il giro da qui, proprio perché l’atmosfera che regna ad Udaipur è molto rilassata. Le bambine sono desiderose di sfoderare il proprio inglese. Al Ghat vicino all’albergo i bambini si esibiscono nei tuffi mentre sopraggiunge il tramonto.

Davanti all’ingresso dell’albergo c’è il nostro incubo: un ragazzo che ha un rickshaw e che ci rimprovera perché non l’abbiamo chiamato. Ma siamo tornati a piedi, non vedi? Dondola la testa col tipico movimento di assenso indiano.

Dopo una bella doccia rigenerante tutti sfoggiamo i nuovi acquisti e ci sentiamo bellissimi. L’ambiente del QUEEN CAFE’ è proprio piccolo, c’è un solo grande tavolo al quale possono stare sedute al massimo sei o sette persone. Dividiamo il tavolo con un’altra coppia di turisti. In alta stagione il locale riesce ad accogliere fino a 20 persone sistemandole sedute per terra nel soppalco ed utilizzando anche il piccolo tavolo posto all’ingresso normalmente usato come scrivania per la cassa. La padrona del Queen Cafè è molto intraprendente, ha un sorriso bellissimo, è gentile e parla un ottimo inglese. Assaporiamo gli ottimi curry casalinghi di banana, zucca e melanzane che accompagnano riso e chapati. Il raita (yogurt con verdure) è il migliore sperimentato fin’ora. Nei nostri stomaci non c’è più posto per il dessert perciò decidiamo di tornare domani per assaggiare i dolci a colazione. A conclusione del pasto la bella signora ci mostra dei sacchetti contenenti tè nero, masala per il chai e altre spezie, ma non siamo interessati ad acquistarli. Per la cena spendiamo 500 Rs in quattro. Poco prima di congedarci la signora rinnova l’apprezzamento per la mia borsa di plastica piena di tasche e cerniere ed assai funzionale. La guarda con tale avidità che non posso fare a meno di renderla felice proponendole uno scambio. Lei non se lo fa dire due volte, corre in una stanza della casa e torna con quattro piccole borse di stoffa che nulla hanno a che vedere con la mia ma va bene lo stesso. Ne scelgo una che a malapena riesce a contenere tutto quello che stava nella mia. Alla signora luccicano gli occhi ed il suo sorriso è più radioso che mai. Sono felice anch’io.

 

Mercoledì 4 agosto JAIPUR

Quando ci svegliamo scopriamo che sta piovendo. Prepariamo con calma i bagagli e non appena usciamo dalle stanze si materializza un portantino. Ancora una volta ci rendiamo conto di essere stati sempre discretamente osservati, ad esempio nei giorni passati ci eravamo accorti che appena lasciavamo le camere veniva tolta la corrente per impedire il funzionamento di ventole e condizionatori per il risparmio energetico. Saldiamo il conto: per due notti in suite fanno 10.000 Rs a coppia + il 10 % di tasse. Depositati i bagagli usciamo per andare a fare colazione.

Chi c’è fuori dal portone pronto a caricarci sul rickshaw? Incubo!

Ok grazie, ma andiamo a piedi anche oggi.

Le specialità dolciarie del QUEEN CAFE’ sono rappresentate da piccole frittelle di mela ricoperte da zucchero di canna chiamate Swiss Apple Pie, da ottime Gulab Jamun (palline di pasta leggera immerse in uno sciroppo non troppo dolce) e dalle Chocolate Balls, talmente buone che ce ne facciamo mettere da parte una decina per portarcele via. La signora contratta per noi il prezzo di un moto-rickshaw spiegando all’autista che nel portarci in giro quando scendiamo per vedere qualcosa deve attenderci; prezzo per la corsa 200 Rs.

Andiamo a sud del lago al SUNSET GARDEN dal quale si dovrebbe godere il miglior panorama della città. Secondo noi la vista è molto più bella dal nostro albergo! Forse dall’alto, da qui infatti parte una funivia, ma non ci interessa e poi sta cominciando a piovere. Torniamo in centro per andare a visitare la BAGORE-KI-HAVELI (sì, quella dove abbiamo visto lo spettacolo) per 30 Rs a testa. L’Haveli è bellissima, sia per la struttura che per gli arredi e le curiosità come la stanza delle marionette e i turbanti e vale veramente la pena visitarla con la guida.

Quando rientriamo all’Amet Haveli troviamo ad attenderci l’autista che ci ha condotti qui all’andata. E’ sorridente e per l’occasione ha addirittura tirato a lucido la macchina, dentro e fuori.

All’aeroporto c’è poco movimento; mentre pranziamo i gentili addetti del check-in ci fanno i boarding pass e ce li portano addirittura al tavolo, controllateli però, i nostri sono stati scambiati con quelli dei vicini di tavolo. Quando atterriamo a Delhi ci dicono di restare sull’aereo perché per Jaipur ripartiamo con lo stesso aeromobile, tra 15 minuti. Passa il Comandante, mi complimento con lui per l’atterraggio, non mi sono neanche accorta di quando ha toccato terra! Poi entra una squadra in divisa, i Lions. Una squadra di calcio? No, di pulizie!!

In pochi minuti spazzolano i sedili, cambiano le foderine poggia testa, svuotano le tasche dai rifiuti, spazzano in terra. Entrano i nuovi passeggeri, il nuovo equipaggio e si riparte.

L’aeroporto di Sanganer è piccolo e nuovo. Dalla città di JAIPUR dista 15 km. Anche qui prendiamo un taxi-prepagato, al costo di 350 Rs, e andiamo al DIGGI PALACE dove pernotteremo tre notti e presso il quale abbiamo prenotato la macchina con autista per arrivare fino a Khajurao. L’ingresso del DIGGI PALACE è mozzafiato – Shivaji Marg, Sawai Ram Singh Road, www.hoteldiggipalace.com, reservations@hoteldiggipalace.com – ci troviamo davanti un immenso giardino contornato dalla struttura. Ai lati del giardino ci sono dei tavoli con poltrone e sedie, l’illuminazione è soffusa. Una parte dell’edificio è in restauro, il resto è molto tradizionale. Le stanze, meno regali delle precedenti, sono carine ma un po’ umide. Lavo subito la biancheria intuendo che non asciugherà. Aperitivo-cena con pappadams e pakhora a bordo del giardino ben spruzzati di Autan a causa delle zanzare.

 

Giovedì 5 agosto JAIPUR

Al Diggi Palace la colazione è a buffet con tè, latte, caffè, spremuta di arancia, muesli, yogurt, polpette di patate, fagioli, papaia, melone bianco. Un cuoco prepara su richiesta uova e omelettes farcendole con verdure a scelta.

Oggi visiteremo JAIPUR, la città rosa. Appena usciti dall’Hotel ci raggiungono di corsa gli autisti dei ciclo-rickshaw che ci contendono come clienti. Avanziamo a piedi fino alla strada tallonati da tutti. Quando vedono che proseguiamo a piedi nonostante i ribassi delle corse se ne ritornano alla loro postazione. Lungo il viale fermiamo due ciclo-rickshaw, di cui Jaipur è piena, che per andare al City Palace ci chiedono 30 RS a coppia. Tiriamo a 20 Rs e montiamo su. Sembrava di essere vicini, in realtà i due ciclisti si fanno un bel mazzo. Quando scendiamo gli diamo 30 Rs, se li meritano.

Davanti al City Palace veniamo subito agganciati da alcuni tizi che vogliono conoscere i nostri programmi mentre gentilmente ci indicano dove fare i biglietti. Sono autisti di ciclo-rickshaw che cercano di accaparrarci come clienti dicendoci cos’altro dovremmo visitare.

Il palazzo è aperto dalle 9,30 alle 17,00, il biglietto di ingresso costa 300 Rs e comprende la visita del CITY PALACE e del FORTE di JAIGARH entro una settimana. Muniti di audio guida (compresa nel prezzo del biglietto) seguiamo il percorso numerato. Sotto all’immenso porticato (Diwan-i-Khas) ci sono le famose GIARE D’ARGENTO pesanti 345 kg che figurano nel Guinness dei primati con le quali nel 1902 il maharaja trasportò fino in Inghilterra l’acqua del Gange per le abluzioni. Quando le ho viste la prima volta erano all’aperto, purtroppo ora sono dentro una teca.

La SALA DELLE ARMI è particolarmente ricca e l’esposizione è molto curata. Dentro però fa un caldo infernale, dopo un po’ anche le cuffie dell’audioguida diventano una tortura. Sostiamo al Caffè che c’è all’interno del palazzo per rinfrescarci con una bibita poi proseguiamo andando nel cortile dei pavoni  dal quale si vede bene l’attuale residenza della famiglia reale. Le decorazioni in ceramica con i pavoni sono notevoli come pure la sala delle udienze.

Il JANTAR MANTAR, l’osservatorio, si trova a sud subito fuori dal palazzo. E’ aperto dalle 9,00 alle 16.30. L’ingresso costa 30 Rs a testa, la guida 200 Rs. Per capire qualcosa dei complicati strumenti avere la guida è fondamentale. La nostra parla inglese ma abbiamo sentito guide parlare anche in italiano. Purtroppo oggi fa caldo e non c’è sole, giusto un raggio improvviso e fuggevole che ci regala al momento giusto la possibilità di vedere e comprendere il funzionamento dell’enorme meridiana che non ricordo se è la più grande e/o la più precisa del mondo con un’approssimazione di 20 secondi. La visita dell’osservatorio e dei numerosi strumenti astronomici è da non perdere.

Uscendo ritroviamo i tipi del rickshaw che vogliono portarci al Palazzo sull’Acqua.

Con gli indiani ci vuole molta fermezza e soprattutto non va lasciato spazio alla possibilità perché poi non mollano. Sono dei venditori accaniti di cose e servizi e manipolatori, un’offerta la trasformano in tre balletti in impegno assunto. Riusciamo a sganciarci nonostante le proteste perché ci hanno aspettato. Le parole vietate in India sono: forse, dopo, domani, vediamo, ci penso. Un solo grazie non è abbastanza chiaro, bisogna dire NO grazie, altrimenti per loro è già un SI grazie. Rischiando di essere travolti dal traffico nell’attraversare le strade raggiungiamo l’HAWA MAHAL, il famoso PALAZZO DEI VENTI, tutto rosa, con le finestre dai vetri colorati contornate da disegni bianchi. Si affaccia sulla strada, quindi per ammirarlo bisogna stare dall’altra parte della strada cercando di sopportare il tormento di venditori  e procacciatori d’affari che baccagliano ininterrottamente e accanitamente. Camminare lungo una strada piena di negozi è un delirio perché non puoi neanche fuggevolmente guardare la merce esposta, se ti lasciassero in pace magari potresti guardare e forse comprare, invece vieni assalito e stordito dal ritornello “bellissimo, costa poco, vieni dentro, sei primo cliente oggi porta fortuna” e tutto il repertorio. Il risultato è che non riesci a vedere niente perché pensi solo a scappare e loro non vendono. Ma se lo fanno evidentemente  con altre persone questa tecnica funziona.

Con un moto-rickshaw raggiungiamo l’LMB – LAXMI MISHTAN BHANDAR, 3 Johari Bazar- un ristorante del centro storico raccomandato da tutte le guide. L’ingresso è quello di un enorme negozio dove vendono miriadi di dolcetti prelibati e spuntini salati da mangiare in piedi o da portar via. Io spolvererei tutto da quanto sono invitanti. La sala ristorante è grande e frequentata oltre che dai turisti da molte famiglie e uomini d’affari in pausa pranzo. Lo stile dell’arredo è art deco’ ma l’aspetto generale è decadente. Le tovaglie sono impataccate. Glielo scrivo sul questionario da compilare a fine pasto così si possono migliorare. In compenso il cibo è eccellente, abbondante e saporito. LMB è uno dei migliori ristoranti del viaggio. In quattro abbiamo speso 1,201 Rs.

Usciamo dalla città per andare a visitare i CENOTAFI. L’ingresso costa 30 Rs, una donazione in pratica perché come visita non è un granché ma i Cenotafi immersi nel giardino un po’ trascurato rappresentano un’oasi dove rifugiarsi lontano dalla calca e dal rumore assordante dei clacson.

Ritorniamo davanti al Palazzo dei Venti con l’intento di percorrere la strada principale e guardare i negozi. La sosta in un qualsiasi negozio porta via almeno un’ora  a causa dell’intero cerimoniale da sorbire, i soliti discorsi, dove andiamo, quanti giorni stiamo, cosa facciamo, il chai che ci mette un po’ per essere pronto o portato da qualcuno, la messa in mostra di tutta la mercanzia, il ripetuto tentativo di vendere; quindi dopo un po’ la faccenda diventa snervante, se non altro dentro ai negozi c’è l’aria condizionata.

Entriamo in un grande cortile dove una scolaresca maschile è seduta per terra. Mi siedo in mezzo a loro per farmi fare una foto. I ragazzi sono molto eccitati dal diversivo e dalla nostra attenzione nei loro confronti. Un bidello veramente burbero improvvisamente comincia a prendere i ragazzi a bastonate perché non si devono distrarre, ma da cosa? Erano lì che non facevano niente! Temendo che la nostra permanenza lo induca a continuare ad infierire ce ne andiamo sconvolti. Tornati in strada veniamo richiamati da un certo “Vittorio” che reclama la visita nel suo negozio a causa di un famigerato “dopo” di Ugo, abbordato con la scusa di sapere quanto aveva pagato il suo completo indiano, perché lui ce l’ha di qualità superiore e costa meno.

Così passiamo un’altra ora a guardare cose che non ci interessano rifiutando il chai nella speranza di ridurre le tempistiche. Il completo di Vittorio in effetti è più bello e costa 600 Rs ma lo scopo di Vittorio è vendere altro. Un suo collega martella Ugo senza sosta per appioppargli una pashmina. Ugo rifiuta costantemente rinnovando il suo disinteresse ad ogni sconto ma l’indiano non demorde. Tira giù scaffali di pashmine mostrando colori differenti, diverse purezze di cachemire e intanto tira giù il prezzo del pezzo che ha deciso di vendergli. Da 4000 Rs scende sotto le 1000Rs, al che uno si domanda se anche l’ultimo prezzo può corrispondere al valore del capo o sia comunque troppo. Più Ugo afferma che non la vuole più l’altro insiste fino ad esclamare che è una questione di principio. Lui DEVE vendegli qualcosa. Ugo risponde che TUTTI vogliono venderci qualcosa ma non può comprare tutto. Concludiamo la visita con il solo acquisto del vestito mentre il tipo lo rincorre fuori con la pashmina in mano. Un vero gatto attaccato.

E adesso? Possiamo andarcene per i cavoli nostri?? No, dobbiamo seguire Vittorio nella sua Art Gallery… perché lui in realtà è un artista! E’ la seconda volta che vengo a Jaipur e per la seconda volta non me la riesco a godere! L’Art Gallery di Vittorio ha le dimensioni di uno sgabuzzino per le scope, rifiutiamo il chai per accelerare la fuga, visioniamo le miniature dipinte su carta e su seta dei soli elefanti, cammelli e cavalli complimentandoci anche se non sono un granché, i tratti pittorici sono più grossolani rispetto a quelli di Udaipur, poi salutiamo e scappiamo via. Vittorio non reagisce, ormai è bollito pure lui.

Rientrati al Diggi Palace ci facciamo un aperitivo in giardino e poi ceniamo nel ristorante dell’Hotel deliziandoci, in fundo, con una pallina al cioccolato del Queen Café di Udaipur.

 

Venerdì 6 agosto AMBER

Alle 9.00 arriva HANSRAJ, l’autista a nostra disposizione per dieci giorni con una vettura INNOVA al costo totale di 32.750 Rs, circa 550 € da dividere per quattro. Hansraj chiede di essere chiamato semplicemente RAJ, è un ragazzo giovane, sulla trentina, ha una moglie e tre figli.

Ci facciamo portare ad AMBER per visitare il Palazzo. Ugo desidera tantissimo arrivarci a dorso d’elefante, anche  si entusiasma all’idea e allora andiamo! Quando ci ricapita? Ovviamente è una cosa terribilmente turistica e costosa, 900 Rs a coppia per percorrere un km in dieci minuti.

Si monta su un palanchino appoggiato sul dorso dell’animale, sulla base d’appoggio è steso un materasso. L’elefante sul quale “viaggiamo” io ed Ugo è enorme e vigorosamente supera tutti i “colleghi” accorciando la nostra divertente esperienza facendoci ballonzolare al punto che non riusciamo a scattare neppure una foto alle nostre amiche che arrivano almeno dieci elefanti dopo.

La posizione  dell’ Amber  Palace è fantastica, dall’alto si ammira un bel panorama e le mura che salgono e scendono per km sui verdi pendii circostanti. La guida (costa 300 Rs) ci spiega tutto nei minimi particolari. Lo Sheesh Mahal (sala degli specchi) è straordinario, il sistema di refrigerazione interno del palazzo è davvero interessante, con le collane di piante aromatiche che ornavano le porte attraverso cui passavano i flussi d’aria per profumare gli ambienti. Come in tutti i palazzi la parte dove vivevano le donne è appartata, solo gli eunuchi potevano vederle e servirle. Ad Amber sono presenti tre architetture: indù (rappresentata dalle raffigurazioni degli animali), musulmana (rappresentata dai fiori) e persiana (anfore ed altri recipienti).

Al termine della visita la guida insiste per portarci a vedere il “vegetarian painting”.

Raj non ha ancora capito a quale razza di turisti apparteniamo, sicuramente la costosa salita a dorso d’elefante l’ha depistato, perciò ci porta dove dice la guida. Così ci ritroviamo in uno dei soliti negozi “venditutto-trappola-per-turisti”. E’ inutile protestare e puntare i piedi, ormai è impossibile recedere dal contratto verbale di aver accettato pensando di vedere qualcosa di diverso ed interessante. Fuori dal negozio un uomo fa vedere come si tingono i tessuti con i blocchi di legno con colori naturali utilizzando dei piccoli pezzi di stoffa e un altro tesse un tappeto al telaio. Fine dell’artigianato. Entriamo nel negozio, rapidi come fulmini attraversiamo l’edificio rincorsi dai vari addetti ai reparti ai quali facciamo segno che non ci interessa niente. Montiamo in macchina ed espulsa la guida nei pressi del Forte spieghiamo a Raj che siamo nauseati dai posti di questo tipo. Raj sorride e annuisce.

La tappa successiva è al JAIGARH FORT dove c’è il cannone più grande del mondo, una specie di mostro meccanico conservato al riparo di una enorme tettoia nel punto più in alto del Forte.

L’orario è crudele per  il sole ed il caldo. Una guida non richiesta ci propina in un incomprensibile inglese la  storia del cannone come se fosse una filastrocca. Ok grazie, bye bye! Resta lì un attimo come un salame poi reclama l’immeritato compenso che non gli diamo “facendo gli indiani”! cominciamo ad essere stanchi di essere considerati e trattati come bancomat ambulanti.

Senza l’ausilio di altre guide ci aggiriamo per il Forte che è un vero e proprio labirinto. Sono poche le cose interessanti da vedere però il vasto giardino pensile che si affaccia sulla vallata è meraviglioso. Visitiamo anche la fonderia dove venivano fusi i cannoni. Qui un finto pazzo e forse anche finto zoppo ci obbliga a correre da una parte all’altra e alla fine si risente pure, per la misera mancia. Ma chi ti ha chiesto niente!

E’ giunta l’ora di fare una bella pausa. Ci lasciamo consigliare da Raj che ci porta al The Royal Retreat, un posto dal quale io fuggirei all’istante preferendo il primo baracchino sulla strada ma gli altri sono stanchi e fiduciosi. ll ristorante è pieno di soli turisti in comitiva e già questo mi piace poco, il servizio è indiano, le pietanze normali, l’ambiente triste e il conto caro (1200 Rs in quattro). Quando usciamo Raj chiede sorridente se ci è piaciuto, “non tanto” rispondo “e poi è molto caro”. Ora sì che è disorientato. Cerco di spiegargli cosa preferiamo. Dondola la testa e rimontiamo in macchina.  Adesso Raj deve portarci nel negozio del suo boss, ci si mette anche lui!?

“Ma che vende?” “Stoffe, vestiti ecc.”  “Allora non ci interessa!” “Per favore, dobbiamo andarci…”

“E va bene..” Il negozio è il solito emporio dove i solerti commessi cominciano subito a tirar giù tutto dispiegando le mercanzie. La roba è anche brutta. Secondo me il negozio non è neanche del suo boss. Infatti è del cugino del boss che impone ai suoi autisti di portarci i clienti. Invece di farci perdere tempo in improbabili acquisti io vorrei che Raj ci portasse a Sanganer dove ci sono gli artigiani veri che stampano la stoffa a mano con i blocchi di legno.

Nel mio programma ci sarebbe stato anche di andare a BAGRU a vedere la lavorazione della carta fatta a mano ma la giornata è ormai andata a farsi friggere quindi non lo propongo neppure.

A SANGANER, che dista solo una decina di km da Jaipur, realizziamo che purtroppo è tardi (circa le cinque del pomeriggio) e le botteghe artigiane sono già chiuse. Chiedendo riusciamo a trovare un uomo gentile, sicuramente anche speranzoso di vendere qualcosa, che ci porta a vedere il suo laboratorio. Mentre nelle nostre orecchie echeggiano le raccomandazioni  di non andare in casa di nessuno  e/o seguirlo negli anfratti saliamo lungo le strette scale dello stabile completamente buio e attraversiamo diversi corridoi fino ad arrivare all’ultimo piano dove in un immenso locale alcuni uomini stanno ancora lavorando. Dentro la temperatura è simile a quella di un altoforno. Gli operai imbevono gli stampi di legno grandi più o meno 13 x18 cm dentro a delle bacinelle piene di colore naturale dove c’è un tampone e ritmicamente battono lo stampo sul tampone, lo appoggiano sulla stoffa (qui lavorano metri e metri di stoffa, non pezzettini) e con la mano battono un colpo sullo stampo. Oltre al caldo asfissiante la luce è scarsa e l’odore delle tinture è molto forte. Uscendo dallo stanzone ci si ritrova su una specie di terrazza dove sono accatastati stampi più grandi. Sono praticamente delle lastre grandi quanto una porta, essendo intarsiate consentono la tintura delle stoffe con l’utilizzo di un rullo impregnato di colore. Alla fine della visita torniamo giù e nel modesto negozio-magazzino diamo una breve occhiata ai tessuti stampati ma senza venire stressati, anzi il padrone della tintoria capisce perfettamente che eravamo solo curiosi di vedere la tecnica della stampa a blocchi.

Rientriamo all’Hotel. Il guardiano che sta nello stabbiolo della reception richiama prontamente la nostra attenzione per mostrarci le miniature eseguite dal figlio. Ma basta..

Consegniamo una caterva di vestiti per la lavanderia perché la roba lavata non si asciuga neanche a morire poi torniamo da Raj e alla macchina per farci portare fuori a cena, al FOUR SEASONS – Subhash Marg, C-Scheme – dove assaggiamo il dosa, una specialità dell’India del sud che consiste in una sfoglia croccante e piccante farcita. Il ristorante è semplice e molto indiano.

Costo della cena per quattro 530 Rs.

 

Sabato 7 agosto ALWAR

Facciamo colazione con calma nel ristorante del Diggi Palace  e partiamo intorno alle dieci dimenticando di chiedere e Raj di passare da LASSIWALA per assaggiare il favoloso lassi servito nei bicchieri di terracotta. Il traffico è congestionato e uscire da Jaipur richiede più tempo del previsto. Raj suggerisce la visita del MONKEY TEMPLE, il suo preferito, che si trova lungo la strada per Alwar. Questa volta restiamo piacevolmente sorpresi. Il complesso del Monkey Temple è incantevole. Ci sono numerose scimmiette curiose e mansuete con i cuccioli, una struttura centrale finemente affrescata che si affaccia su una piazza all’interno della quale dei santoni danno la benedizione a seguito di un’offerta. La benedizione è sigillata dal segno arancione che il santone appone sulla fronte e da un braccialetto di corda di cotone. Nei vari anfratti ci sono diverse divinità tra cui un enorme Ganesh colorato. Salendo lungo una scalinata ci si imbatte in una piccola piscina dove intere famiglie con molti bambini stanno facendo le abluzioni. In cima alle scale ci sono altri tempietti. Ugo viene chiamato da un santone che lo tiene a chiacchiera a lungo interrogandolo, dandogli consigli per una buona vita e benedicendolo.  Nell’insieme è un posto rilassante.

Nonostante le reticenze di Raj pranziamo con soddisfazione in una bettola situata lungo l’autostrada. Spendiamo 240 Rs in quattro.

L’alloggio faticosamente trovato ad Alwar si trova fuori città nella campagna. Faticosamente perché nessuno degli alberghi contattati in prima battuta ha dato risposta. ALWAR BAGHwww.alwarbagh.com, info@alwarbagh.com – è una grande struttura parzialmente in costruzione con venti camere ampie affacciate su un giardino dove gli alberi di lime fanno da cornice ad una favolosa piscina. C’è anche il ristorante ma è tristissimo e odora di umido.

Passiamo tutto il pomeriggio a rilassarci in piscina facendoci portare anche un aperitivo (birra, CocaCola e pachora, le deliziose polpettine di verdura fritte).

Raj alloggia nella guesthouse per gli autisti, lo facciamo chiamare per farci portare a cena in città al PREM PAVITRA BHOJNALAYA – Shri Hans Tower, 35B, Moti Dungri – dove mangiamo bene spendendo 550 Rs in quattro. Sia all’andata che al ritorno però rischiamo la vita perché se il traffico indiano fa impressione già di giorno di notte è esasperante. Anche Raj ha paura a guidare.

Lo ringraziamo molto per averci portato, non potevamo immaginare.

Notando che la luce va via spesso andiamo a dormire. Dormire… si fa per dire… Nel cuore della notte Elena ed Ugo si sentono male per diverse ore. Io e Marzia ci adoperiamo a fare le infermiere.

 

Domenica 8 agosto ALWAR – AGRA

Al mattino Elena ed Ugo sono spossati, è impensabile ripartire. Sperando che si riprendano al più presto  ed io siamo “costrette” a trascorrere tutta la mattina nella fantastica piscina mentre i nostri devastati compagni di viaggio giacciono moribondi nelle camere a riposare.

Quando si sentono in grado di proseguire partiamo per  trasferirci direttamente ad Agra senza fare le previste soste a Deeg e Bharatpur. Scrivo per voi ciò che riportano le guide e avremmo potuto vedere se non ci fosse stato questo inconveniente.

<Ad ALWAR il suggestivo Palazzo Reale VINAI VILAS MAHAL è quasi tutto occupato da uffici governativi. Nel cortile antistante c’è una sorta di ufficio all’aperto in cui lavorano decine di dattilografe sedute in fila dietro a vecchie macchine da scrivere di metallo e avvocati che esercitano la professione sotto gli alberi. Una scalinata a sinistra della facciata conduce ad una grande cisterna su cui si affacciano i delicati balconi del palazzo fiancheggiata da una splendida serie di GHAT e padiglioni simmetrici>

< Pochi viaggiatori si avventurano fino al piccolo borgo di DEEG eppure i delicati palazzi di marmo in eccellente stato di conservazione ed i giardini tenuti con cura meritano davvero la visita. Il sontuoso DEEG PALACE è aperto dal sabato al giovedì dalle 9.30 alle 17.30, ingresso 20 Rs.

Le mura del Forte sono rafforzate da 12 bastioni e un basso fossato. L’ingresso è su uno stretto ponte che attraversa il fossato e dal cancello munito di chiodi anti-elefante. Il Palazzo conserva ancora la maggior parte degli arredi originali. Vicino al Palazzo ci sono dei bacini idrici, un tempio, i padiglioni Sawon e Bhadon monsonici ideati per riprodurre il rumore dei tuoni durante i rovesci di pioggia, il padiglione estivo Kishan Bhavan circondato da un profondo canale alimentato da centinaia di fontanelle. Le fontane vengono messe in funzione ad agosto durante il MONSOON FESTIVAL e per creare un effetto spettacolare nei tubi vengono inserite delle tinte colorate>

< BHARATPUR ospita un interessante assortimento di mercati, templi, moschee, palazzi e l’inespugnabile Forte di Ferro LOHAGARH>

Durante il viaggio l’unica inevitabile sosta è in una “area di servizio” molto turistica dove i nostri malati quasi collassano a causa dei 40° esterni. Arriviamo ad Agra intorno alle 17.30 con Elena ed Ugo distrutti e febbricitanti. Al  TAJ PLAZAhoteltajplaza@yahoo.co.in – realizziamo che la famosa suite, con vista sul Taj Mahal anche dal gabinetto, ha due stanze ma un solo bagno. Data la situazione è fondamentale avere due bagni perciò chiediamo se è possibile rinunciare alla suite per avere due stanze normali mandando in crisi lo staff della reception perché gli è rimasta una sola stanza libera. Parliamo con il Direttore che ci concede di restare nella suite e ci offre gratuitamente la stanza supplementare. Siamo veramente impressionati e grati di tanta gentilezza. Al Taj Plaza c’è anche la guesthouse per gli autisti perciò il nostro Raj è contento.

Sistemati i bagagli io e Marzia  usciamo a fare due passi lasciando gli amici a riposare.

Ci dirigiamo a sinistra verso l’East Gate del  TAJ MAHAL ed imbocchiamo il sentiero sulla destra che scende al Ghat dal quale si gode la vista del Taj Mahal baciato dal sole al tramonto.

Ceniamo sul terrazzo dell’albergo mangiando bene.

 

Lunedì 9 agosto AGRA

Passata indenne la nottata decidiamo di ricambiare la gentilezza del Direttore del Taj Plaza restituendo la camera extra, e ci ritroviamo tutti nella suite.

Alle 10.00 partiamo con Raj e PRAVIN, la nostra guida per tutto il giorno (Pravin K. Kulshrestha, guida approvata dal Governo, parlante inglese e russo, bhanu_hasan@yahoo.com, pravinrussian@yahoo.com). Ma chi l’ha chiesta? Noi, senza volere.

Pare che Raj abbia detto a Ugo che se volevamo poteva procurarci una guida e che Ugo abbia risposto OK ma pensando “va bene grazie casomai”. Come già detto agli indiani non bisogna mai dire ok, per loro è una conferma, un accordo indissolubile, un contratto. E quanto ci costerà Pravin? E chi lo sa!

Pravin è un uomo grassoccio e basso di statura, ride moltissimo alle proprie battute dando la mano per condividerle. E’ molto simpatico e molto indiano. La sua specialità come guida è il russo. Raj ha cercato una guida italiana per noi ma non l’ha trovata. L’ingresso al TAJ MAHAL costa 750 Rs a testa e consente la visita del Forte Rosso con uno sconto di 50 Rs se effettuata nello stesso giorno. L’orario di visita del TAJ MAHAL è dalle 6.15 alle 18.00. Il biglietto si acquista in un apposito ufficio nel Taj Ganj lato est. Con il biglietto viene consegnata una busta di carta con dentro una bottiglia piccola d’acqua (ma puoi portarne un’altra tua) e i soprascarpe di carta per entrare nel mausoleo. E’ consentito portare la macchina fotografica ma nessun cavalletto anche di dimensioni ridotte e poche cose personali tipo il cellulare, l’ombrello, i soldi, fazzoletti. E’ proibito introdurre cibo, sigarette, accendini, fiammiferi e pile. Se andate in bagno non è obbligatorio pagare o dare la mancia perché è considerato un servizio compreso nel prezzo.

La visita del meraviglioso TAJ MAHAL con l’aiuto di Pravin ci piace moltissimo; quando illumina con la pila le pietre dure incastonate nel marmo, sembrano accendersi perché la luce passa attraverso la pietra trapassandola ed il marmo sembra alabastro.

Il complesso del TAJ MAHAL è affollato ma gli spazi sono così grandi che non è caotico, tranne all’interno del mausoleo dove si può osservare la Tomba Luminosa di Mumtaz Mahal, di forma cubica e farle un giro intorno. Il marmo utilizzato da Shah Jahan per costruirlo proviene da una zona particolare del Rajasthan e le pietre preziose (onice, ametista, lapislazzulo, turchese, giada, cristallo, madreperla) provengono da Persia,  Punjab, Ceylon, Afghanistan, Tibet, Yemen e Oceano Indiano. Prima di partire consiglio di leggere “LA PRINCIPESSA INDIANA” di Indu Sundaresan, editore Sperling & Kupfer,  che vi consentirà di apprezzare appieno il mausoleo.

Terminata la visita Pravin vuole portarci a mangiare in un posto dove sicuramente avrà la percentuale. La cosa ci disturba anche perché vogliamo stare leggeri e non vogliamo incappare in un posto turistico. Andiamo a vedere. E’ come sospettiamo. Diciamo che non ci va e che preferiamo tornare in albergo. Allora Pravin confabula con Raj e dice ok, vi porto in un altro posto. Dopo una breve ispezione, decretiamo che non ci interessa. Bellissimo ma anche carissimo nonostante lo special price. Alla fine Pravin è costretto ad arrendersi. Raj ha capito.

Pranziamo sul tetto del nostro hotel, proprio adiacente alla nostra suite, così abbiamo anche modo di farci una doccia e ripartire al meglio per andare a visitare il FORTE ROSSO.

Visto che dal Ristorante non ha cavato alcun guadagno Pravin ci porta in un magazzino che vende tappeti. Siamo così spudoratamente disinteressati che il venditore ci sbatte fuori dal negozio. Povero Pravin, anche qui nessuna commissione.

Alle tre del pomeriggio il caldo è micidiale. Purtroppo i monumenti chiudono presto altrimenti, oltre al primo mattino la tarda serata sarebbe l’ideale per visitarli. Beviamo molta acqua ma è veramente faticoso. L’ingresso al FORTE ROSSO ci costa 250 Rs. E’ indubbio che senza una guida locale molti particolari di Forti e Palazzi sfuggono. Il nostro Pravin, che dopo un po’ non riusciamo neanche più ad ascoltare tanto siamo sfiniti, si prodiga in informazioni ed aneddoti. Sicuramente pensa che si sta guadagnando la pagnotta. Quando, alla fine della giornata, gli diamo 700Rs accetta la somma ma storcendo il naso.

Dal ventilato tetto dell’albergo osserviamo il via vai della gente sulla strada. C’è una musica assordante e ripetitiva che caratterizza la serata. Viene da un furgone dove c’è un televisore e la gente vi si è radunata davanti. Scendiamo a dare un’occhiata da vicino, presto però dobbiamo venire via perché specialmente i bambini sono alquanto maneschi.

Cena in hotel e nottata insonne a causa del caldo.

 

Martedì 10 agosto GWALIOR

Colazione nel gradevole giardino di SHEELA, buona, servizio un po’ lento. Partiamo per GWALIOR che da Agra dista 120 km. Sull’autostrada siamo sbalorditi nel vedere che c’è chi guida tranquillamente in contromano. Lungo la strada notiamo molte fabbriche di mattoni.

Abbiamo qualche difficoltà a trovare l’albergo, perché si trova in mezzo ad un dedalo di viuzze.

Quando ci appare il maestoso cancello però ci sembra di varcare le porte di un incantesimo.

L’USHA KIRAN PALACE è una reggia. Raj non ha ancora capito se siamo ricchi o facciamo finta di esserlo, buona la seconda! In India anche un comune mortale può concedersi qualche lusso perché il prezzo è più che abbordabile, infatti già che ci siamo anche qui pernottiamo in suite!

L’USHA KIRAN PALACE – www.tajhotels.com, reservations@tajhotels.comfu costruito appositamente per la visita del Principe di Galles, che vi pernottò una sola notte, e diventò una dimora per gli ospiti reali in visita di stato. Facciamo un pranzo leggero e poi ci rilassiamo in piscina. Praticamente è tutta nostra. Ci concediamo anche un super massaggio con oli profumati nella piccola ma stupenda Spa dell’albergo. La cena è altrettanto adeguata all’ambiente con lo zelante chef che rasenta l’eccessiva attenzione.

 

Mercoledì 11 agosto GWALIOR

Alle 9.30, con calma, ci rechiamo a visitare la Cittadella e poi il MAN MANDIR PALACE, uno dei più bei palazzi del primo periodo indù. Le facciate sono rivestite da piastrelle colorate, l’interno è ricco di storia. Per la prima volta abbiamo una guida dall’inglese comprensibile che, autopropostasi, ci conduce nei meandri del Palazzo. Nei sotterranei ci viene mostrato un ingegnoso sistema di tubi utilizzati dal Maharaja per “telefonare” alle favorite, la piscina, gli anelli dove erano agganciate le altalene delle otto regine, la stanza dove Aurangzeb rinchiuse e fece uccidere il fratello Murad. E’ importante avere una torcia perché sono molti i cunicoli al buio. Compenso per la guida 200Rs.

Fotografiamo i bambini che fanno il bagno in una grande cisterna, visitiamo anche altri palazzi, il bianco tempio sikh, l’enorme cisterna circolare SURAJ KUND  che contiene l’acqua miracolosa -ora parecchio paludosa – che ha guarito dalla lebbra il Sovrano Suraj Sen, veniamo quasi calpestati da una mucca perché c’è poco da fare, lei ha diritto di passaggio! Riceviamo la benedizione con tanto sentimento da un santone dagli occhi verdi smeraldo. Il cielo è nuvoloso, all’orizzonte piove. Scendiamo a piedi lungo la strada per ammirare le numerose statue giainiste scolpite nella roccia.

Facciamo un giretto al mercato di Gwalior e merenda con lassi e dolcetti. Rientrati in albergo faccio un bis alla Spa in compagnia di Elena mentre Ugo e Marzia si godono la piscina.

Il servizio dell’Usha Kiran è fin troppo attento. L’housekeeper della nostra stanza, soprannominato Champagne perché ha un nome simile ma impronunciabile, si materializza dal niente ogni quattro secondi per sapere se desideriamo qualcosa. Tanta premura è volta all’ottenimento della mancia, ma noi non abbiamo necessità. Anche lo Chef, Rakesh Kumar Gouniyal, è sempre presente e preoccupato di soddisfarci, ma mentre mangiamo vuole conversare.

Per divertirci ci esercitiamo tutta la sera nell’assenso indiano, mentre si dice “AGCIA’!” (l’ho scritto come si pronuncia) si scuote la testa chinandola ritmicamente e velocemente prima verso una spalla e poi verso l’altra. Per noi è ingannevole perché pare una negazione.

Giovedì 12 agosto ORCHHA

Colazione con Patella (soprannome dato al solerte Chef sempre appiccicato) che soavemente bisbiglia le sue argomentazioni. Quando, scusandosi per essere stato poco presente a causa della mole di lavoro, ci chiede se abbiamo apprezzato la cena di ieri sera mi scappa detto che non era niente di speciale (è la verità!) e con questa mazzata finalmente ce lo scolliamo.

Fatto check-out partiamo con Raj e andiamo al JAI VILAS PALACE (chiuso il mercoledi, apertura alle 10.30). La visita del Palazzo costa 230 Rs + 50 Rs per la fotocamera. Il Palazzo è ancora abitato dal Maharaja ma due delle sue ali sono adibite a museo dove è possibile ammirare una bella collezione di oggetti e fotografie. C’è inoltre la piscina per sole donne. Nella Sala del Durbar (la corte reale) il Maharaja intratteneva gli ospiti importanti tra cui il Principe di Galles. Nella sala dei banchetti a pian terreno un trenino d’argento faceva il giro del tavolo a fine pasto per offrire agli ospiti il suo carico di brandy e sigari. Dal soffitto dell’enorme salone delle assemblee al piano superiore, a cui si accede salendo una scalinata dalla balaustra di vetro, pendono due impressionanti lampadari che pesano 3,5 tonnellate e dicono siamo i più grandi del mondo. Pare che per collaudare la robustezza del soffitto furono appesi al soffitto dieci elefanti. Il tappeto che ricopre il pavimento è il più grande dell’Asia, venne tessuto in 12 anni dai carcerati di Gwalior.

A mezzogiorno partiamo per DATIA che si trova a 75 km da Gwalior. La strada è dissestata, ci sono lavori in corso ed è molto trafficata. Arriviamo dopo due ore e mezzo. Ci fermiamo a guardare una scuola: è una stanza tipo garage affacciata sulla strada dove i bambini stanno seduti in semicerchio per terra muniti di lavagnette per scrivere. Ci intratteniamo a parlare col maestro a cui facciamo dono delle penne che abbiamo portato. Andiamo a visitare il Palazzo GOVIND MANDIR PALACE, 7 piani, 440 stanze, corridoi e sotterranei, perfettamente simmetrico. E’ necessario avere la pila, l’ossequioso custode del Palazzo fa da guida, volenti o nolenti; non essendoci un biglietto di ingresso l’unica è mercanteggiare sul suo compenso. A noi riesce ad estorcere 300 Rs + 20 Rs di mancia! Le due stanze meglio conservate, affrescate e più interessanti sono chiuse e visibili solo da uno spiraglio. Il palazzo è in perenne restauro. Al settimo piano c’è la stanza da letto del Re, al sesto la biblioteca, al quinto le stanze delle Maharani, al quarto la guesthouse reale, al terzo la dancing room, al secondo e al primo? Non ho memorizzato.

Riprendiamo la strada e dopo 45 km arriviamo ad ORCHHA. Alla stazione ferroviaria c’è tantissima gente sui binari in attesa del treno che viene sfollata a bastonate dai gendarmi.

La città, ricca di templi e palazzi, è stracolma di persone perché c’è una festival religioso che ha luogo per tre giorni ogni mese, ci sono bancarelle dappertutto, gente che cucina per terra, fuochi e accampamenti ovunque. Noi alloggiamo all’AMAR MAHAL ORCHHAwww.alsisar.com, amarmahal@bsnl.in  un palazzo dall’aspetto vecchiotto con un bel giardino e piscina. Le double room sembrano suite da quanto sono grandi. Ci ritiriamo nelle rispettive stanze.

Ad un certo punto Ugo nota che sulla camicia bianca che ha lasciato sulla poltrona della veranda ci sono delle strane macchie nere. Fa per uscire a dare un’occhiata ma rientra con un balzo serrando bene la porta – bene si fa per dire, questi infissi non chiudono certo perfettamente – comunicandomi che fuori c’è una tempesta di insetti. Sconcertati da questa situazione avvisiamo le nostre amiche con un sms di non uscire e chiamiamo la reception. Ci rispondono di non preoccuparci e spegnere la luce, è una cosa normale che c’è tutti gli anni e che dura alcuni giorni. Ma che fortuna! Siamo nel posto giusto al momento giusto per assistere allo sciame delle “black bastards” come le chiamano qui affettuosamente, lucide cimici nere ovali, un po’ più piccole di un chicco di caffè. Sono migliaia. Con la luce spenta piano piano si dileguano. Se lo sapevano perché ce l’avevano accesa? Elena e Marzia vengono a chiamarci mostrandoci il serpente nero e sottile che sta transitando lungo i bordi della nostra veranda. Non ci facciamo mancare proprio niente..

lo fotografa facendogli anche qualche macro.

Con la macchina fotografica andiamo alla reception per informarli della presenza del serpente. Poiché ci guardano come se stessimo vaneggiando mostriamo le foto. I concierges fanno un balzo dalla paura, chiamano subito rinforzi e in quattro, armati di bastoni e DDT, attaccano il serpente fino ad ucciderlo. Un serpente molto velenoso. Ma che bello! Sottile com’era ce lo ritrovavamo di sicuro in camera stanotte! Altro? Anche no, grazie, andiamo a cena. Tranquilla, indiana, nel ristorante dell’albergo, con una bastard dietro l’altra che si appoggia, si serve nel piatto, si incastra tra i capelli. Un po’ lottiamo schifati, poi non ci resta che abituarci alla loro presenza.

Venerdì 13 agosto ORCHHA

Venerdì 13…. Ci svegliamo alle otto per incontrarci davanti al Tempio RAM RAJA MANDIR con Raj ma non riusciamo neanche ad avvicinarci, c’è una marea di gente, una vera bolgia che va e viene spintonando. Nel bel mezzo del bazar veniamo circondati da una moltitudine di uomini, anzi ragazzi, che ci guardano in maniera insistente ed invadente al limite del molesto. Cercano più volte di toccarci, tutti ci prendiamo più di una palpata, anche Ugo.

Fa molto caldo, abbiamo perso il senso dell’orientamento e siamo accerchiati, tutti spingono in ogni direzione, tutti, tanti, e noi siamo gli unici stranieri al centro della loro morbosa attenzione. La fiumana dietro di noi spinge, sembra di stare in mezzo ad un branco di cani randagi che guardano e si avvicinano e non sai che intenzioni hanno. Ugo cerca di proteggerci come può stando dietro per evitarci i palpeggiamenti, dobbiamo stare uniti e uscire da questa bolgia. Ci vuole un punto di riferimento da raggiungere, chiedo ad un venditore dov’è l’HOTEL SHEESH MAHAL, un albergo raccomandato nelle guide, che però non sono riuscita a prenotare perché non hanno mai risposto, l’indirizzo mail corretto infatti è questo hsmorcha@sancharnet.in. Ad un certo punto ci troviamo in tanti su una gradinata senza sponde con loro che si divertono a spintonarci, se ci buttano di sotto c’è da farsi male. Dopo l’attacco delle black bastards stiamo rivivendo la stessa scena ma umana. Prendiamo la rincorsa e spingiamo anche noi. Un ragazzo gentile che ci nota in difficoltà ci aiuta a farci largo. Spiegandogli che non ci sentiamo sicuri gli chiediamo se può accompagnarci all’Hotel Sheesh Mahal. Annuisce e comincia a farsi strada allontanando i molesti curiosi. Grazie a lui sembra che davanti a noi si aprano le acque del Mar Rosso e in un attimo siamo fuori dal marasma e davanti allo Sheesh Mahal. Gli chiediamo al ragazzo se ha tempo e voglia di restare con noi ma declina l’invito. Lo ringraziamo comunque tanto. Entriamo nell’hotel e alla reception diamo il numero di telefono di Raj affinché ci raggiunga ma non risponde. Allora chiediamo se è possibile avere una guida. Ok. Nell’attesa saliamo a prendere una boccata d’aria sul tetto dell’Hotel ma siamo osservate dai ragazzi presenti nei palazzi circostanti. Che incubo! Io e Marzia  indossiamo pure le magliette tecniche, un invito a guardarci, perché troppo aderenti. Mi avvolgo addosso la sciarpa di cotone per coprirmi più che posso. Oggi era proprio il caso di mettersi un kurta..

Raj nel frattempo è irrintracciabile, si starà godendo la processione al Tempio. Quelli dell’hotel ne fanno una questione di principio, prendono il numero della targa della macchina per cercarla e telefonano alla guesthouse dove alloggia, ma è proprio sparito. Arriva la nostra guida, si chiama Héman, è uno studente che per raggranellare qualcosa fa la guida tre volte alla settimana, un ragazzo carino e paziente. Va lui a farci i biglietti validi per tutti i monumenti di Orchha (costo 250 Rs + 25 per la camera). All’interno del primo palazzo che visitiamo si rende conto che è veramente insopportabile il cerchio di ragazzi che si muove costantemente intorno a noi per fissarci. Héman ha il suo bel da fare per allontanarli ma il cerchio di allarga per pochi secondi poi si restringe nuovamente. Sulla cupola moghul c’è un avvoltoio, a quanto pare non solo sulla cupola…

Visitiamo i due palazzi principali ricchi di affeschi, i templi e i chhatri sul fiume. Fa troppo caldo, sospendiamo il tour. Raj nel frattempo ha chiamato il nostro albergo per comunicare che è malato. Diamo appuntamento a Héman per le 17.00 e ci prendiamo una pausa. La piscina è veramente lurida, in sospensione c’è di tutto ed è infestata dalle pulci d’acqua. Alle cinque oltre a Héman compare anche Raj resuscitato. Pare abbia avuto un attacco gastroenterico come quello di Elena e Ugo. La città si è magicamente sgombrata. Ci accompagnano in centro dove ci lanciamo subito nello shopping. Compriamo dei pantaloni larghi, indianissimi e leggerissimi. Poi visitiamo un tempio dove la gente del posto è sorridente e comunicativa, tutta un’altra storia rispetto a stamattina. Compriamo anche degli stampini di legno da un tipo che imbevendoli di henné mi tatua mezzo braccio. Ci tocca entrare nel negozio di Raul, l’amico di Héman, che vende gioielli vestiti ecc, solito rito, nessun acquisto. Rientriamo all’Amar Mahal, stasera niente bastards attack! Ceniamo alle nove nel ristorante dell’albergo.

Sabato 14 agosto KHAJURAO

AAP KESEHE? Come stai? AP KA NAAM KIAHE! Bene!

Dopo colazione e una sosta al bancomat partiamo per KHAJURAO, l’antica capitale della dinastia Rajput dei Chandela. La strada è malridotta, con un sacco di interruzioni e deviazioni per lavori in corso. Facciamo una sosta di un quarto d’ora in un autogrill turistico che vende anche vestiti, ciabatte e oggettistica però è tutto molto vecchio, polveroso e caro. Dopo circa quattro ore e 120 km arriviamo a KHAJURAO sotto una pioggia talmente fitta che quasi impedisce di vedere la strada. L’HOTEL  ZEN – Jain Temple Road, www.hotelzenkhajurao.co.in, oshozen62@hotmail.com – si trova sulla strada principale della città. Veniamo accolti dal sorridente Ganpath, un uomo col turbante, di una certa età, che fa l’usciere fuori dall’hotel. Facciamo check-in, per modo di dire: chi siete? avete prenotato? Ok. Tutto qua. E siccome a causa della pioggia è andata via la luce si segnano solo i dati di . Rajesh, il proprietario, ha una barbona lunga e grigia e occhi furbi, porta i capelli raccolti in una coda e comanda a bacchetta i sottoposti. Ci fa servire un tè al limone e poi inizia l’ardua scelta della stanza. L’Hotel è molto basic, addirittura ancora mezzo in costruzione, e come spesso accade le foto che compaiono sul sito internet sono tutta un’altra cosa. Ugo va su e giù dalle scale più di una volta per esaminare le camere. Nei bagni ci sono molte bastards. Non sa decidesi perché fanno tutte schifo, soprattutto rispetto alle suites dove abbiamo alloggiato fin’ora. Come siamo finiti dalle stelle alle stalle? Non volevamo esagerare col lusso e fare un esperienza mistica… Alla fine ne scegliamo una, tanto sono più o meno tutte uguali. Ci sono delle stanze anche nel sottosuolo, in una ci dormirà il nostro autista che abituato a portarci nei luxury hotels è perplesso. Le camere sono grandi, gli asciugamani sono orrendi e puzzolenti, le lenzuola tutte impataccate, va be’, ci pensiamo dopo.

Chiediamo di pranzare. Il riso alle verdure è veramente buono, anche le pachora (polpettine) al formaggio e verdure, i papadam (sfoglia croccante piccante con semi) e il naan (focaccia) al ginger. Le porzioni sono abbondanti e le mosche che ci svolazzano sopra anche, sono tantissime, ancora più numerose di quelle del bar del lurido a Udaipur. Rajesh ordina ad un ragazzo di sventolarci con un menù per mandarle via.

Uscendo dall’Hotel salutiamo Ganpath che tutto fiero, indicando il suo turbante, ci dice di essere di Jaipur, ha un sorriso che scalda il cuore. Sul marciapiede veniamo subito assaliti da bambini e commercianti che vogliono portarci nei loro negozi per farci comprare qualcosa. Ti sciorinano tutto quello che hanno e che è molto bello e costa poco e che sei il primo cliente del giorno e gli porti fortuna, e poi chiedono da dove vieni e come ti chiami e poi ti danno la mano e ti dicono nice to meet you. Anche i bambini di cinque anni conoscono la cantilena, in tutte le lingue, e non riesci a staccarteli. Un ragazzo presentatosi come “Mario” cerca di impietosirci raccontando che la gente è povera, che il governo non li aiuta, che sono quattro anni che non piove e gli agricoltori non hanno niente da mangiare. Nel frattempo un bellissimo bambino sordomuto ci accompagna spiegandosi a gesti. Visitiamo qualche negozio cercando un altro paio di pantaloni larghi “ali babà” come li chiamano qui.  compra un cavallo di legno smaltato ed io una bellissima testa di elefante in legno intarsiato. Ma fare shopping – e ce ne sarebbe tanto da fare – è uno stress perché ad ogni passo c’è qualcuno che vuole portarci nel suo negozio. Ci dirigiamo verso i templi del gruppo meridionale, sempre tallonati dal ragazzino sordomuto e da Mario che non molla, poi arrivati in uno spiazzo ampio una civetta della polizia li prende di mira e a questo punto a Marzia viene in mente che sulla guida c’è scritto di non allontanarsi dal centro, soprattutto in questa direzione, con la gente del posto. Facciamo rapidamente dietrofront e torniamo sui nostri passi ma dopo pochi istanti Mario ci sta di nuovo addosso, è veramente appiccicoso e snervante. Gli dico che noi siamo abituati ad entrare nei negozi e guardare, ma se veniamo tartassati non ci entriamo neanche e addio potenziale vendita. Colpito e affondato, allunga il passo e sparisce. Metto a punto un sistema molto efficace per allontanare i ”beggars”: massaggiandomi la pancia dichiaro che devo scappare al gabinetto. Funziona!

Con l’auto ci facciamo portare da Raj in un posto dove stasera c’è uno spettacolo di danze credendo di andare a quello di “luci e suoni” ai templi occidentali. Invece ci ritroviamo in una specie di teatro all’aperto con una decina di file di sedie rivolte verso il palco. Paghiamo anche 250 Rs! I ballerini e le ballerine indossano costumi tradizionali, sono molto giovani e sorridenti. Purtroppo le luci attirano le bastards in notevole quantità e ad un certo punto il palco ne è praticamente ricoperto. Nonostante tutto continuano a ballare e spiaccicandole ne scaturisce un odore nauseabondo, fino a quando la situazione diventa insostenibile perché si mette pure a piovere. Lo spettacolo viene sospeso e noi lasciamo il teatrino per andare a cena da AGRESEN, un posto discreto.

 

Domenica 14 agosto KHAJURAO

Colazione da Agresen e visita dei tre templi meridionali con Raj. Poi alle dieci paghiamo 250 Rs per l’ingresso ai templi occidentali, mirabilmente scolpiti con raffigurazioni di cavalli, cammelli, soldati, musicisti, danzatori e le famosissime scene erotiche. Ogni tempio è dedicato ad una o più divinità. A mezzogiorno cominciamo a ripiegare perché  il sole è talmente cocente che da alla testa. Rientrati all’Hotel Zen facciamo i conti per poter pagare Raj che così può tornare a casa. Rajesh ci mostra i gioielli che vende nel sottoscala, e qual è l’indiano che non vende qualcosa?  acquista un anello tempestato di pietre colorate, davvero molto bello. Pomeriggio di riposo e cena al MEDITERRANEO per una pizza! Il locale è molto carino e pulito, indirizzo: Jain Temple Road di fronte al Surya Hotel, www.mediterraneo.com.

 

Lunedì 16 agosto VARANASI

Andiamo all’aeroporto di Khajurao in taxi. Rajesh, il proprietario dell’Hotel Zen, lavora anche qui. Ha un banchino nella sala d’aspetto davanti al gate dove vende patatine, biscotti e bibite. Ci offre un tè visto che il nostro volo per Varanasi ha un’ora di ritardo. All’aeroporto di VARANASI c’è un taxi ad attenderci, concordato con l’HOTEL GANGES VIEW, la nostra dimora sull’ASSI GHAT.

Per arrivare all’Hotel impieghiamo un’ora e un quarto di tempo. L’HOTEL GANGES VIEW –  hotelgangesview@yahoo.comè proprio affacciato sul Gange, ha una carattere antico ed è curato e accogliente. Ci gustiamo la Puja serale delle sette giù all’Assi Ghat, uno dei cinque Ghat in cui i pellegrini devono bagnarsi, poi la cena a buffet in Hotel.

 

Martedì 17 agosto VARANASI

A Varanasi c’è lo SHIVA FESTIVAL per cui la città è invasa da pellegrini vestiti d’arancione. Con un tuc tuc, al prezzo di 80 RS, ci facciamo portare a GODAULIA. Manu (l’autista del tuc tuc) ci avverte di stare attenti ai furti, di non seguire nessuno e di non dare soldi. Scendiamo a piedi verso i Ghat dove assistiamo a cinque cremazioni che vengono eseguite contemporaneamente. Mentre le osserviamo un ragazzo ci spiega quali sono le categorie che non possono essere cremate: i Sadu (santoni) perché sono già santi, i bambini perché sono innocenti, le donne incinte perché portano in grembo un innocente, i malati di lebbra e questi proprio non abbiamo capito perché, la persona che è stata morsicata da un cobra perché è un animale sacro, e gli animali. La reincarnazione avviene entro 15 giorni. Un chilo di legna costa tantissimo e per bruciare un corpo ce ne vogliono 250 kg (avremo capito bene?). I più facoltosi spargono legni di sandalo sopra la catasta di legna della pira. Con il pagliericcio il padre da fuoco alla pira (e se uno il padre non ce l’ha?). I corpi vengono poi gettati nel fiume non bruciati completamente. I corpi da bruciare vengono portati a braccia su lettighe di bambù, sono avvolti in un telo bianco e coperti da un telo colorato un po’ dorato. Vengono adagiati sulla catasta di legna e ricoperti da un altro strato di legna. Un uomo sta spingendo un piede che sbuca fuori dalla pira di legno come si fa con la legna nel fuoco di un camino. Non c’è puzzo di corpi bruciati, solo molto fumo ed un caldo infernale.

Tentiamo di passare oltre ma è impossibile, sembra di stare dentro a quello che è! anche se all’aperto, un forno crematorio. Dobbiamo tornare indietro e aggirare l’area per passare agli altri Ghat. Il tipo che ci si appioppato vuole portarci nella sala d’attesa “pre-mortuaria”, un edificio affacciato sullo spiazzo dove avvengono le cremazioni pieno di gente morente in attesa del proprio turno, per fare una donazione ai morenti che ne hanno bisogno per comprarsi la legna. Gli diamo 200 Rs e ce ne andiamo mentre ce ne chiede altri per le sue spiegazioni (non richieste ma che abbiamo apprezzato) perché quelli che gli abbiamo dato sono per i moribondi e per il nostro buon Karma. Ormai siamo prevenuti e pensando che i morenti non avranno un soldo lo salutiamo.

Risaliamo diverse scale, ne scendiamo altre, sono sporche, melmose e merdose, l’acqua del Gange è marrone e densissima, la cenere galleggia ovunque, ogni tanto passa un corpo non completamente bruciato che galleggia trascinato dalla corrente, le bestie si rinfrescano, eppure le persone sguazzano in questa putrida acqua. Ci lavano i vestiti, ci si lavano loro, bevono e riempiono bottiglie di plastica di quest’acqua altamente batterica per noi, santa per loro.

Babu Ram è un vecchio dal sorriso dolcissimo e sdentato, ha 55 anni e ne dimostra 80. Ci chiede in quale direzione vogliamo andare e ce la indica, poi con non chalance ci fa strada, e così abbiamo assunto la guida. Le sue magre gambe sono coperte dal solito telo bianco rigato di arancio, le ciabatte sono di plastica, la camicia fatta a casacca è impeccabile. In testa porta un cencio arrotolato. Ci accompagna su e giù per i Ghat segnalandoci dove è consentito scattare le foto. Ci porta al “Kamasutra Temple”, qual è il suo vero nome non lo so, sembra tibetano. E’ un tempio dalla struttura semplice, con intelaiature, porte e finestre di legno intarsiato raffiguranti alcune scene erotiche. Quelle montate sono copie, gli originali sono rinchiusi in stipi intorno al tempio ma visibili attraverso delle grate. Babu Ram ci fa transitare più volte da un sottopassaggio buio ed angusto dove diverse persone giacciono sdraiate per terra, al fresco. Da soli avremmo avuto paura a passarci ma ce l’abbiamo lo stesso anche con lui. Babu ci chiede se vogliamo vedere l’immancabile bottega di tessuti, così lui si riposa un po’. Al solito tirano giù di tutto, io e Ugo compriamo una bella sciarpa di seta ciascuno. Abbiamo fame, Babu ci accompagna ancora per un pezzetto poi ci indica la strada. Pranziamo nel Ristorante di un Hotel che ha sul tetto una sala climatizzata e dei tavoli su una terrazza che si affaccia sui tetti, pieni di scimmie. Poiché fuori il caldo è afoso pranziamo all’interno. E’ tutto buono, soprattutto il lassi, comunque nella media.

Si scatena un acquazzone. Torniamo a Godaulia a piedi e da lì con un tuc tuc al nostro albergo.

Arrivati all’Assi Ghat troviamo Manu che vorrebbe mostrarci un negozio. Ora no per favore, domani magari. Abbiamo fissato la barca alle sei e un quarto (a 100 Rs cadauno) per andare al Dashaswamedh Ghat dove sette Bramini celebrano la Puja serale più importante. Io però non sono affatto in vena, preferisco fare passo. Gli altri si preparano coperti da mantelle e k-way, io dapprima salgo sul tetto dell’Hotel ma non ho una buona visuale per immortalarne la partenza, perciò scendo all’Assi Ghat. Pria, una bambina deliziosa che vende le candeline da lasciare andare sul Gange, mi chiede come mai non vado con i miei amici. Gli indiani sono molto curiosi.

Prometto a Pria e a suo cugino di acquistare una candelina e a Surya, un simpatico ragazzo, che guarderemo la Puja all’Assi Ghat insieme. Così è. Mi piazzo in pole position sulla piattaforma di legno di fronte a quella dove si celebra il rito, Surya mi spiega le varie fasi della celebrazione ed il loro significato. La cerimonia dura mezz’ora. Al termine cerco i bambini per le candeline. Ne compro una per me ed una per Surya per 50 Rs. Mentre sto posando la candela nelle torbide e scure acque della Madre Ganga mi sento prendere per mano, è il cugino di Pria che teme che possa cadere in acqua. Surya mi invita a vedere il suo negozio, e chi non ne ha uno? Quando gli altri tornano mi raccontano che la cerimonia è stata suggestiva ma guastata dalla presenza di troppe barche piene di turisti, quindi senza possibilità di avvicinarsi molto. Ugo ha visto un “body” in acqua passare accanto alla barca. Andiamo a cena da VAATIKA, due Ghat più in là. Il ristorantino ha una bella e fresca terrazza che si affaccia sul fiume, è abbastanza pulito ed il servizio è buono. Per motivi religiosi non possono servire birra. Spendiamo 390 Rs per quattro pizze e quattro bibite.

 

Mercoledì 18 agosto VARANASI

Facciamo colazione al VAATIKA con la loro specialità, una generosa fetta di apple pie.

Alle nove abbiamo appuntamento con Mr Ashok, tel 9792124190 oppure 9336914387, una guida ingaggiata tramite l’albergo, per visitare la città vecchia. E’ un signore distinto molto sorridente sulla cinquantina che parla bene inglese scandendo le parole. Contratta il tuc tuc con il nostro amico Manu e ci porta a fare il rituale giro dei tre principali templi di Varanasi. Ogni mattina ogni persona, prima di andare al lavoro, va a bagnarsi nel Gange poi fa il giro dei tre templi: il Tempio di Hanuman (il dio scimmia), il Tempio delle donne, il Tempio di Shiva in cui è posto un enorme Shiva Lingam,  dove una famiglia indiana ci chiede di fotografarci e assistiamo ai riti.

Visitiamo l’enorme complesso universitario che conta 35.000 studenti, la sua frequentazione costituisce il migliore curriculum per trovare lavoro. Il polo universitario è stato costruito grazie ai finanziamenti della famiglia Birla ed è sostenuto dallo Stato. Fra le varie facoltà notiamo quella di Biologia e Genetica Molecolare. Fa uno strano effetto, a Varanasi.

Facciamo una passeggiata tra i vicoli tranquilli della Città Vecchia, spesso dalle finestre si vedono gli interni dei laboratori dove uomini e bambini lavorano la seta al telaio e la ricamano.

In India gli uomini cucinano, servono ai tavoli nei ristoranti, lavorano nei negozi di qualsiasi genere e livello, eseguono opere artistiche ed artigianali anche nell’edilizia, guidano i mezzi di trasporto mentre le donne lavorano nei campi e nei cantieri, accudiscono figli e animali, lavorano nei mercati di frutta e verdura. Ashok ci domanda se desideriamo vedere il prodotto finito delle seterie, così ci ritroviamo nuovamente tra stole, broccati, sciarpe ecc.. il venditore, un uomo di 71 anni, dichiara di avere ancora solo tre anni da vivere, quindi vende per il suo buon Karma non per fare soldi. Sono incredibili le storie che si inventano gli indiani pur di vendere. Dopo aver visionato decine di pezzi veniamo via senza comprare perché, pur contrattando, i prezzi son troppo alti. In fin dei conti poi non ci serve mica nulla, diamo un’occhiata solo per portare a casa qualche regalino. Ashok ha un’andatura tranquilla, ci fa notare che sopra ad ogni porta c’è un Ganesh (dio elefante) con a lato due pesci in segno di buona fortuna e che le case dipinte di recente stanno a significare che poco una coppia vi si è trasferita ad abitare.

Diciamo ad Ashok che abbiamo fame. Prontamente ci vuole portare alla German Bakery ma noi preferiremmo un posto dove sederci e mangiare qualcosa di diverso. Allora propone POONAM, il ristorante dell’Hotel Prataap. Dice che con un rickshaw è vicino. Alla faccia del vicino, non si arriva più! Stremati dal caldo e dalla fame entriamo nella gelida sala climatizzata. Il cibo è buono, anche il servizio, ma niente di eccezionale. Spendiamo 874 Rs in quattro.

Torniamo all’Assi Ghat con i tuc tuc e liquidiamo Ashok che per l’intera giornata ha chiesto 200 Rs a testa, tutto sommato è stato il più onesto di tutti perciò gliene diamo in totale 1000 ed è il primo indiano che apertamente dimostra soddisfazione e gratitudine. Nel negozietto accanto all’Assi Ghat compro gli incensi Sai Baba, qui costano solo 30 Rs…. Compro anche il patch dell’India da cucire sullo zaino. Urge una pausa caffè. Non lontano dall’albergo c’è l’OPEN HAND CAFE’www.openahandonline.com, varanasi_shop@openahandindia.com  un posto delizioso, dove oltre a splendidi cappuccini, lassi, frullati e dolci da consumare rilassati sui divani dei vari salotti, vende varie cose fatte a mano, per lo più artigianato prodotto dalle donne di Varanasi. In questo locale, scoperto troppo tardi! servono anche light lunch e insalate.  Esiste un negozio anche a New Delhi nel Main Bazar a Paharganj. Si scatena un diluvio, meno male siamo in questo posto tanto accogliente. Ceniamo in albergo sul tetto.

 

Giovedì 19 agosto, VARANASI – NEW DELHI

Colazione rilassata all’OPEN HAND CAFE’. Alle undici lasciamo l’albergo ed impieghiamo novanta minuti di taxi per arrivare all’aeroporto. A causa del ritardo del volo arriviamo a Delhi alle sei del pomeriggio. La MASTER GUESTHOUSE è carina e la cena che ci viene servita è discreta.  www.masterbedandbreakfast.com, info@masterbedandbreakfast.com – R-500, New Rajinder Nagar, New Delhi.

Venerdì 20 agosto NEW DELHI

Avevamo fissato un CITY WALK con SALAAM BAALAK TRUST, www.salaambaalaktrust.comsbttour@yahoo.com, che organizza tour a piedi alla scoperta degli angoli più nascosti del quartiere Paharganj ed impiega ragazzi di strada. I tour di due ore iniziano alle 10.00 e costano 200 Rs. Peccato che a causa del maltempo siamo costretti ad annullarlo, non riusciremmo mai ad arrivare in orario all’appuntamento, il traffico è troppo congestionato. A dispetto delle intemperie usciamo comunque. Nel centro di Delhi nessun rickshaw vuole portarci per meno di 250 Rs, c’è una mafia, ma noi non ci facciamo piegare fino a quando troviamo un conducente onesto che ci porta per 80 Rs nella zona di Connaught Place che è tutta un cantiere in vista dei giochi olimpici del Commonwealth di ottobre. Giriamo un po’ per le vie principali ma senza soddisfazione particolare. Pranziamo al ristorante SAGAR RATNA, offre specialità dell’India del sud, DOSA la croccante sfoglia con dentro lenticchie ed altra verdura piccante, IDLI antipasto al semolino, UTTAPAM una specie di frittata di semolino e l’immancabile THALI piatto nazionale. Sperimentiamo anche un dolce, il SWEEN PAAN, ma fa proprio schifo.

Con la metro raggiungiamo CHANDNI CHOWK, camminiamo a lungo fino a KAORI BAOLI dove si vendono le spezie. Compriamo il masala per il tè, lo zafferano e le mentine da servire a fine pasto. E’ interessante vedere il PANEER (formaggio fresco) nei contenitori di plastica appoggiati per terra in mezzo al traffico e alla polvere. Giriamo per il mercato, poi con la metro torniamo a KAROL BAGH e da qui alla Guesthouse.

 

Sabato 21 agosto, ultimo giorno

Sveglia alle quattro meno un quarto, colazione in camera, partenza alle quattro e venti per l’aeroporto. La vacanza è finita e siamo anche contenti di tornare a casa, perché il viaggio è stato tosto sia per il caldo – in India sarebbe meglio andarci in inverno- che per l’assillo incessante dei venditori. Però tutto quello che c’è da vedere vale la fatica, è veramente INCREDIBLE INDIA!

 

NAMASTE’

 

Birmania

birmania

BIRMANIA

 Periodo : gennaio 2011

 Durata : venti giorni

 Autore : Mara Chiapperino

 

 

Mingalabar!! in birmano significa Buongiorno!

Il diario del viaggio di Mara con il marito ed un affiatato gruppo di amici emiliani in Birmania, ora Myanmar, fa venire voglia di andarci! Buona lettura, Charlie

 

3 gennaio

Il momento tanto atteso della partenza sembra essere proprio arrivato, pare incredibile ma tutto scorre liscio come l’olio, senza inconvenienti o contrattempi. Alle 5 di mattina Pasquale ed io passiamo a prendere Beppe ed incontriamo gli altri partecipanti del viaggio alla stazione di Bologna: Albano, Ferruccio e sua figlia Veronica. Partiamo da Roma Fiumicino.

 

4 gennaio

Il viaggio con la Thai Airways trascorre senza problemi e dopo uno scalo a Bangkok, il 4 gennaio alle ore 8,45 arriviamo a Yangon, e dopo avere ritirato i bagagli, incontriamo la guida birmana Zaw Win, che Beppe, Pasquale ed Albano conoscevano già. Con il minibus andiamo all’Hotel Kandawgyi Palace, nel quale ritorneremo altre volte durante questo viaggio. Bell’albergo, architettura coloniale con un bel giardino che si affaccia sul lago, attraversato da un ponte pedonale lunghissimo; sull’altra riva si staglia l’imponente  figura del Karaweik Palace (barca reale) tutta dorata, dove si tengono balletti  tradizionali. Nella hall dell’albergo incontriamo la guida birmana che ha organizzato il nostro viaggio, molto carina, minuta, comunicativa. Pranziamo in hotel insieme con lei cucina cinese e veramente mi trovo benissimo, sia con la compagnia sia con la cucina. Bologna è fortunatamente molto lontana…… e di conseguenza anche le preoccupazioni quotidiane…….. che bello!!!

Dopo pranzo insieme a Zaw andiamo a comprare un telefonino perché  i nostri qui non funzionano, ed è la maniera più economica per potere comunicare con l’Italia, paghiamo 50 dollari il telefonino e 40 la ricarica, e ci basterà per tutto il viaggio. Finalmente andiamo anche con la guida alla Shwedagon  Pagoda e fortunatamente possiamo rimanere qui fino circa le 18. Questo è un posto magico, dove staremmo per ore, non solo per lo splendore luccicante dell’oro e delle pietre preziose delle stupe e delle statue di Budda (ogni tre anni le stupe sono dorate di nuovo, quindi sono sempre scintillanti), ma anche per l’atmosfera gioiosa e mistica che si respira. Solo in queste pagode la popolazione birmana, così duramente repressa nelle loro libertà civili dalla dittatura, può esprimere con gioia, fantasia ed allegria tutti i suoi sentimenti, le loro preghiere sono intense ma percepisci una serenità interiore  in questo popolo che per me è fonte di riflessione profonda. Dicono che qui ci sia più oro e gioielli che in tutti i caveau della banca d’Inghilterra. Questa collina è stata spesso colpita da terremoti, ma le stupe sono sempre state restaurate, ed è veramente tutto perfetto!! La nostra guida, in base alla data di nascita, ci dice di che segno birmano siamo, Veronica ed io siamo Garuda  (mezzo uccello e mezzo uomo) e Pasquale è topo!! Più tardi facciamo un giro a piedi per il centro, dove ci sono bancarelle con  frutti strani ed altri cibi e dove i birmani si fermano a comprare ed a mangiare. Mangiamo lo jackfruit, frutto molto dolce dall’aspetto di un grosso melone, mentre la guida ci spiega che il duriam (strano frutto ricoperto di aculei) che vediamo esposto, può avere un sapore sgradevole. Il gruppo fotografico ne approfitta per catturare questo spaccato di vita cittadina. È il mio primo impatto con la città degradata e la povertà e devo cercare di non vedere i cani che attraversano la strada in mezzo al traffico…., è per me scioccante ma a tutto ci si abitua con il tempo. Andiamo a cena al ristorante Monsoon, uno dei migliori in città, molto carino e dopo un’ottima cena… a nanna!!!

 

5 gennaio

Dopo un’ottima colazione, con il pulmino andiamo all’aeroporto per prendere il volo 6T 607 della Air Mandalay per Sittwe, e naturalmente il volo è in ritardo. Sittwe è una bella città, molto animata e vivace ed è abitata da una popolazione mista di birmani, musulmani ed indiani, mi piace. Con un pulmino veniamo accompagnati all’imbarcadero sul fiume Kaladan e c’imbarchiamo su una barca di legno (che in questo periodo è l’unico mezzo disponibile) per raggiungere Mrauk U, dovremmo impiegare 6 ore birmane che corrisponderanno poi a 14 ore italiane!! La barca è molto semplice, coperta nella zona centrale, con sedie di plastica ed un tavolo per mangiare e sopra la cabina c’è un ponte scoperto. La navigazione sul fiume ci piace molto, vediamo molte scene di vita quotidiana, bufali, barche piene di gente, viveri, frutta, distese di tronchi di  bambù fatti scivolare sull’acqua, si vedono villaggi sulle palafitte, bambini che fanno il bagno, donne che lavano, insomma  per loro questo fiume è un’enorme risorsa ed è molto frequentato. Mi sembra quasi di navigare sul Nilo!! A pranzo ci servono a bordo riso, gamberi, verdure e pollo. Purtroppo abbiamo la corrente contraria e la barca procede lentamente. Alle 18 comincia ad imbrunire e la navigazione diventa meno piacevole, fa anche abbastanza freddo. Verso le 20 Pasquale pronuncia la frase fatidica “mi sembra di sentire uno strano rumore” ed, infatti, dopo due o tre sinistri scoppiettii la barca si ferma al buio, in mezzo al fiume, con la corrente che ci trasporta da una riva all’altra. Mentre l’“attrezzatissimo” personale ripara il motore (o almeno ci prova!), l’ansia cresce, perché le martellate che provengono dalla sala macchine non sono per niente rassicuranti. Ed invece no, dopo un’oretta il motore ricomincia a scoppiettare e finalmente ripartiamo ed arriviamo a Mrauk U verso le 21,30. Ceniamo al  Moe Cherry, un ristorantino molto tipico su due piani e ci servono riso, gamberi, pollo, verdure molto buone e noodles con verdure, poi finalmente a dormire al Nawarat Hotel, composto di bungalow di pietra abbastanza spartani, purtroppo la doccia è fredda!! A mezzanotte, stremati, finalmente ci addormentiamo.

 

6 gennaio

Dopo una colazione spartana come l’albergo, accompagnati dal prode Zaw, ci rechiamo con il pulmino a visitare i dintorni di  Mrauk U, bel paesaggio collinare, con campi coltivati e  con più di  700 templi inseriti in questo contesto quasi idilliaco. L’atmosfera è serena e le persone gentili e riservate. Cominciamo con il Mun Khaung Shwe Du, stupa di arenaria, poi visitiamo le rovine del tempio Peisi Deung Paia dove pare ci sia una palla (testicolo!!!!!!) di Buddha  come reliquia. Proseguiamo con la visita al Kothaung Temple il cui nome significa tempio delle 90.000 immagini. E questo il tempio più grande di Mrauk U, i cui passaggi sono fiancheggiati da migliaia di statue di Buddha abbastanza rovinate. Ci rechiamo quindi al villaggio di Wah Thee, dove visitiamo una distilleria di liquore che Vera assaggia con grande coraggio, un laboratorio familiare di ventagli  ed uno di cappelli fatti di bambù. Il villaggio è povero ma dignitoso, bambini ed animali da cortile si dividono spensieratamente gli spazi con rispetto reciproco. Dopo una veloce occhiata alle mura della città vecchia ed al lago, visitiamo il monastero Luck Kauk Zee, che è come una specie di collegio (molto spartano) dove i piccoli monaci studiano; anche qui staremmo per ore ad osservare (ed a fotografare……) i bei visi sorridenti dei  monaci. Ci imbattiamo anche in una camera mortuaria che ospita un monaco di circa 70 anni morto la sera prima. Ci fanno notare che nonostante il caldo, il corpo non emette cattivo odore, e questo capita solamente quando il monaco in vita è stato particolarmente virtuoso, facciamo pertanto un’offerta a questi monaci che accudiscono il defunto. Visitiamo poi un monastero dove vive un vescovo buddista, estremamente dignitoso nella sua postura, che ci mostra  orgoglioso tutti i tesori antichi, facciamo un’offerta anche qui. Andiamo quindi a piedi al ristorante di ieri sera e mangiamo cucina birmana, riso ed ottime verdure per me, maiale e pollo per gli altri, il tutto innaffiato da birra birmana. Dopo esserci ristorati, visitiamo lo Shitteung Paya, che a mio avviso è il tempio più bello visto oggi. E’ il santuario delle 80.000 immagini ed è composto da uno stupa centrale a due livelli circolari che è  circondato da altri 26 stupa di varie dimensioni. La sala delle preghiere è veramente molto bella!!! Nelle immediate vicinanze incontriamo la Andaw Paya, monumento ottagonale simile allo Shitteung Paya, ma più piccolo. Decidiamo di salire su una delle tante colline che circondano questi monumenti per vedere il panorama. Beppe con gli infradito ai piedi cade rovinosamente lungo il sentiero in salita della collina, ma per fortuna non si fa male. Qui sulla cima della collina  il panorama è veramente affascinante, cani, bufali, cavalli, e maiali pascolano e corrono liberi, la bruma si alza lentamente su questo paesaggio rurale, che emozione!!!!

Rientriamo in albergo e poiché anche questa sera la doccia non funziona, dopo breve cazziatone di Pasquale alla reception, riusciamo ad ottenere un’altra camera. Dopo un po’ di trambusto ed una bella doccia calda, mangiamo in albergo ed andiamo a letto presto.

 

7 gennaio

Dopo la solita spartana colazione andiamo a visitare il mercato di Mrauk U, affollato da un’umanità piuttosto varia, e qui i fotografi del gruppo (praticamente tutti tranne me) si scatenano senza tregua. È un mercato interessante, anche se soprattutto i banchetti del pesce o della carne a mio avviso sono piuttosto repellenti! Comunque dopo questa esperienza necessaria, prendiamo il pulmino per raggiungere il molo, poiché oggi prenderemo il battello per raggiungere i villaggi Chin navigando sul fiume Lemro. Potremo vedere i famosi visi tatuati delle anziane, poiché pare che le giovani da due o tre generazioni se ne guardino bene dal farsi tatuare!! Ci aspettano due barche, pertanto ci dividiamo, e dopo 3 ore di navigazione sempre piacevole, finalmente sbarchiamo e c’incamminiamo per raggiungere il primo villaggio Chin. Le case di bambù sono costruite su palafitte, e naturalmente come abbiamo già visto, sotto vivono gli animali (cani, maiali, caprette) mentre sopra vive la famiglia. Consegniamo alla giovane maestra del villaggio biro, quaderni, caramelle e medicinali. Arrivano quindi quattro o cinque vecchiette con il viso tatuato che ovviamente sono ben disposte a farsi fotografare. Devo riconoscere che contrariamente ad altre occasioni, mentre osservarle dal vivo non mi suscitano nessuna emozione, le foto di questi visi che vedrò successivamente mi piaceranno moltissimo. Facciamo anche un’offerta per costruire una nuova aula della scuola e poi ci avviamo a piedi per raggiungere il secondo villaggio Chin. Ci troviamo quindi a dovere percorrere un sentiero molto disagevole, scivoloso, praticamente quasi un ruscello pieno d’acqua. Le salite sono ripide e l’umidità fiacca i nostri fisici (a parte Veronica) già provati dagli anni ed affanni. Lo zaino con i medicinali e la cancelleria non mi facilita certo il trekking, ma del resto gli altri sono pieni di macchine fotografiche e quindi ognuno di noi deve cercare di non scivolare e di non farsi male. Praticamente stremati, ci concediamo una sosta con frutta, dolci e una bella dose di sali minerali (un toccasana!), dopodiché raggiungiamo il secondo villaggio Chin, identico al primo con 3 vecchiette con il viso tatuato. Consegniamo anche qui quaderni, caramelle ed offerta alla scuola, tanti baci e via….

Quando arriviamo alla riva del fiume scorgiamo le nostre barche che ci hanno raggiungo e quindi a tutti sorge repentino il grido: ”Ma perché non abbiamo raggiunto il secondo villaggio con la barca???” Nessuno sa dare una risposta sensata a questo grido di dolore, né Zaw, né la guida locale che ci ha accompagnato!! Verso le ore 17 ci imbarchiamo quindi di nuovo sulle nostre due barchette, e circa alle ore 19,30 sporchi, stanchi e anche sanguinanti, arriviamo in albergo. Dopo una doccia veloce e altrettante veloci medicazioni alle punture di insetto che ancora sanguinano, ci rechiamo a cena in un ristorantino consigliato a Zaw dalla guida locale. Trattasi di stamberga orribile e sporca,  dove i topi trovano ospitalità tra le cucine e le pentole. Mangiato riso e verdure, cucina cinese, birra e poi a dormire. Alleluia!!!! Che bella giornata però!!!

 

8 gennaio

Dopo la solita colazione, alle ore 8 si parte tutti quanti per visitare con più calma il mercato di Mrauk U e dopodiché ci rechiamo a visitare il Prun Zee & Kyauk-Reike village. Questo villaggio è molto più pulito ed ordinato  degli altri, gli abitanti sono carini ed ospitali e le capanne sono tutte recintate ed i bimbi ed i cani sono ben tenuti. Evidentemente questo villaggio è abitato da persone abbastanza benestanti. Troviamo anche una scuola di Inglese e ci intratteniamo qualche minuto con il giovane insegnante, regaliamo qualche caramella ai bimbi e poi si riparte. Saliamo sul pulmino, passiamo dall’albergo a ritirare i bagagli e ci imbarchiamo sul battello per raggiungere Sittwe.  Siamo pessimisti sulle “ore birmane” di navigazione ed invece arriviamo a Sittwe abbastanza puntuali.  Raggiungiamo il nostro albergo, l’Hotel Noble, che sarebbe il migliore del luogo, ma che è comunque molto modesto e le piccole camere puzzano tremendamente di naftalina! Con il pulmino andiamo a vedere il tramonto sul lungomare, siamo sul golfo del Bengala!!! La spiaggia è nera ed in parte rocciosa, ed il mare è di colore marroncino. Ci concediamo un aperitivo in riva al mare e poi ritorniamo in albergo per la doccia. La cena è prenotata al ristorante cinese River Valley che raggiungiamo a piedi dall’albergo. Mangiamo veramente benissimo. Osservando la città più attentamente, contrariamente alla prima ottima impressione, mi sembra molto più povera di Mrauk U, vediamo per la prima volta molti mendicanti e persone handicappate che mendicano per la strada con insistenza. Anche la popolazione è meno bella, è di pelle più scura e ci sono molti indiani. Ritorniamo quindi in albergo a piedi e good night!! See you tomorrow!

 

9 gennaio

Dopo una gradevole colazione in compagnia di socievoli formiche, partiamo alle ore 8 per visitare il mercato di Sittwe, soprattutto quello del pesce che è molto rinomato, sono esposti pesci enormi di tutti i tipi e colori, anguille eviscerate e razze giganti. Nella zona del pesce essicato il fetore è insopportabile, ma bisogna resistere perché Pasquale è in vena di fotografare ed, in effetti, lo spettacolo di tutti questi variegati banchetti è molto particolare. Passiamo quindi al mercato delle verdure e di altri cibi di tutti i tipi. Alle 10 ci rechiamo a visitare il monastero Maka Kuthala Kyaungdawgyi, situato in uno splendido palazzo storico britannico in stile coloniale. Putroppo ci sono pochi monaci perché sono tutti fuori per la questua. Successivamente andiamo a visitare la Lokananda Paya, eretta nel 1997. Poco lontano c’è una piccola sala che contiene la statua di Sachamuni, un Buddha in bronzo alto 1,5 mt e costellato da altri piccoli Buddha. Questa statua ritrovata recentemente pare che risalga al 24 a.C.. Andiamo quindi a pranzo nel ristorante di ieri sera, il River Valley, ma mentre tutti si abbuffano, io mi sento di mangiare solo frutta, che è buonissima. Ci rechiamo quindi all’aeroporto per prendere l’aereo per tornare a Yangon. Il volo W9 310 dell’Air Bagan dovrebbe partire alle 14,40, ma partiamo in ritardo ed arriviamo a Yangon alle 18,50. Andiamo quindi a visitare il Chaukhtagyi Buddha, che è un bellissimo Buddha dormiente il cui capo è incoronato da un diadema incastonato di diamanti e altre pietre preziose. Purtroppo il tetto di metallo che custodisce il Buddha, toglie un po’ di fascino e atmosfera a questo luogo. E’ ormai tardi e quindi ci rechiamo in albergo, il Kandawgyi  Palace ed alle 21,30 ci concediamo un’ottima cena continentale e verso mezzanotte tutti a dormire nelle nostre belle camere confortevoli.

 

10 gennaio

Questa mattina partiamo tutti insieme a Zaw alle 9 per raggiungere l’aeroporto, perché oggi è giornata di trasferimento, andiamo nel Kengtang, il cuore del triangolo d’Oro!! Qui i trafficanti hanno lungamente combattuto per controllare il commercio dell’oppio tra il Myanmar, la Cina, il Laos e la Thailandia. Il volo Air Bagan parte alle 11,30 da Yangon, ma dobbiamo prima fare un primo scalo al Lago Inle e poi un secondo a Mandalay alle 13,15, per cui arriviano a Tachileik circa alle 15. In questo periodo per raggiungere il Kentang è obbligatorio arrivare all’aeroporto di Tachileik, dove il controllo del bagaglio è molto accurato. I militari aprono tutte le valigie e si mostrano molto diffidenti  quando vedono la mia valigetta delle medicine, comunque  un po’ a fatica riusciamo a convincerli che sono farmaci personali e non droga!!! Qui a Tachileik piove a dirotto e fa abbastanza freddo. Ci aspettano due pulmini, quindi Beppe, Pasquale ed io saliamo sul primo e gli altri sul secondo. La strada per raggiungere Kengtang è veramente terribile con il maltempo, oltre alle buche ed alla scarsa visibilità, c’è il problema dei bufali, cani, oche e umani che sbucano da tutte le parti! Durante il tragitto incontriamo due o tre  check point con i cavalli di frisia in mezzo alla strada  nei quali vengono verificati i documenti di viaggio, e siamo in ansia perché ci hanno detto che se non passiamo l’ultimo check point entro le 19, ci faranno dormire nel pulmino fino al giorno dopo, perché il personale a quell’ora và a casa e non può passare più nessuno. Per fortuna non è così ed alle 20 arriviamo a Kengtung. Il nostro albergo è il Princess Hotel (migliore del posto), modesto ma pulito con camere abbastanza ampie. Incontriamo in albergo la nostra guida locale che si chiama Freddy, che ci sembra un ragazzo molto gentile e premuroso. Ceniamo allo Shwe Nyaung Pin, cucina cinese, insieme a Freddy e a Zaw che fanno a gara a chi mangia di più. Comunque la cena è ottima e decidiamo di  accompagnarla con vino rosso birmano. Abbastanza stanchi andiamo a dormire, purtroppo fa’ abbastanza freddo anche in camera.

 

11 gennaio

Questa mattina la sveglia è all’alba perché abbiamo appuntamento con Freddy alle 6,30. Pasquale fa cadere il rotolo della carta igienica nel water, quindi io sono costretta ad usare il bagno della hall. Con il pulmino andiamo subito a vedere il mercato dei bufali indiani, ma purtroppo non ci sono e ci ripromettiamo di tornare più tardi. Andiamo quindi a visitare l’imponente stupa dorata del Wat Jong  Kham, costruito nel XIII secolo, molto bello e poi visitiamo il Wat Mahamuni, monastero in stile tailandese, bellissimo e riccamente decorato. In questa località i monaci indossano tuniche color arancio e rosso, ne vediamo alcuni di cinque o sei anni che vengono duramente ripresi dal monaco anziano perché guardavano la tv invece di studiare!! Qui vediamo anche un cane anzianotto che dorme nella sua bella poltroncina!! Torniamo quindi al mercato dei bufali indiani, ma ce ne sono solo tre o quattro, quelli chiari (albini) valgono meno perché hanno la pelle più delicata. Comunque sono veramente belli!! Mentre rientriamo Pasquale si accorge di avere dimenticato nel bagno pubblico dell’albergo il suo portafoglio con tutti i soldi ed i documenti, per cui ci precipitiamo all’albergo e per fortuna il portafoglio è ancora lì dove l’aveva lasciato. Per penitenza questa sera dovrà offrire da bere vino a tutti!!! Sempre con Freddy e Zaw andiamo a visitare le tribù locali. Cominciamo con le tribù Eng, che vestono tuniche nere, portano bracciali di metallo e si anneriscono i denti con noci di betel e tintura nera. Visitiamo quindi gli Akha che indossano costumi tradizionali ricamati e copricapo decorati con monetine e metallo battuto. Mentre passeggiamo a piedi tra i villaggi, veniamo seguiti da bambini e cani festanti, mentre intorno si vedono campi verdi a terrazze coltivati che ricordano molto il paesaggio vietnamita. Gli adulti sono nei campi a lavorare la terra. Pranziamo in una capanna di una tribù con la nostra Box lunch, ci vengono offerti pompelmi e ananas appena raccolti, buonissimi. Raggiungiamo un’altra tribù, abbastanza povera, visitiamo la casa dello sciamano (che governa il villaggio) e possiamo anche osservare la costruzione di una capanna nuova. Abbiamo anche l’occasione di vedere uno sciamano che pratica un salasso ad un indigeno con mezzi molto rudimentali. A questo punto, siccome fa molto caldo e siamo un pò stanchi, Freddy ci procura un mototaxi (tuk tuk), saliamo in 7 sul cassone mentre lui si mette alla guida (Freddy pilota fantastico!), e percorriamo la distanza per raggiungere l’ultima tribù divertendoci come dei matti, soprattutto Veronica. Arrivati veniamo circondati da bambini che ci vogliono vendere borse e sciarpe di mille colori tessute a telaio dalle donne della tribù. Compriamo un po’ di regalini e Pasquale compera anche una vecchia pipa. Risaliamo sul nostro pulmino ed andiamo quindi a passeggiare sul belvedere del lago Naung Tung, sul quale si affaccia il vecchio quartiere  britannico di Kenktung. Devo dire che fra tutte le città visitate, Kengtung è la più curata, ci sono aiuole, marciapiedi e strade asfaltate. In effetti, i signori della droga che hanno governato questa località per decenni, hanno provveduto a sviluppare la città in maniera ordinata. Torniamo in albergo per la doccia e poi andiamo a cena nello stesso ristorante di ieri sera, ottima cena, vino offerto da Pasquale. Ritorniamo in albergo e finalmente ci cambiano camera perché il wc è ancora ostruito a causa del rotolo di carta igienica caduto questa mattina. Stanchi ma contenti della giornata, ci addormentiamo.

 

12 gennaio

Alle 8 andiamo tutti quanti al mercato di Kengtung, che devo dire è molto interessante, ci sono donne vestite nei loro costumi tradizionali provenienti da tutte le tribù della zona, banchetti pieni d’artigianato, borse, cinture ricamate. Molto interessante anche la zona della ristorazione e delle verdure. Compriamo qualche souvenir e con Beppe decidiamo di comprare il copricapo della tribù akha, perchè è sicuramente l’oggetto più significativo del Kentung (Veronica e Ferruccio lo avevano già comprato ieri sera). Dopo la consueta sosta fotografica al mercato, con due pulmini facciamo il viaggio di ritorno a Tachileik: arriviamo alle 12,30 e pranziamo in un ristorante cinese con annesso bagno (!!) senza luce (metteranno poi una candela) e poi ci rechiamo all’aeroporto. Solita perquisizione dei bagagli e poi alle 15,30 circa prendiamo il volo Air Bagan W9120 per tornare a Yangon. Primo scalo a Mandalay, secondo al Lago Inle e alle 19,30 circa arriviamo a Yangon. Ritorniamo nel bell’albergo Kandawgyi, doccia confortevole e cena alle 21  in albergo. See you tomorrow!!

 

13 gennaio

Questa mattina siamo molto contenti perchè andiamo al monte Kyaiktiyo (Golden Rock)!!! Partenza alle 8 con la guida che oggi sostituisce Zaw. Questo monumento è molto venerato dai birmani, perché rappresenta il vero pellegrinaggio che ogni birmano deve fare con fatica per raggiungere questa roccia sacra. La leggenda dice che la roccia rimane in equilibrio grazie ad un capello di Buddha collocato in un luogo ben preciso dello stupa che sovrasta il masso. Per strada ci fermiamo a mangiare dei pompelmi talmente buoni e dolci che non smetteresti mai! Ad una fermata del  pulmino con 1000 kyats libero 3 uccellini in gabbia, ma, in effetti, sono soldi sprecati perché dopo ritornano in gabbia da soli!! Per pranzo ci fermiamo al Kyaw Swa Restaurant (un ristorante cinese) dopo Bago e alle 14,30 arriviamo a Kinpun, che è praticamente il campo base dal quale partono tutti i truck che sfrecciano (nel vero senso della parola!) fino allo Yatetaung Bus Terminal, dal quale i pellegrini partono a piedi per raggiungere il santuario. Il viaggio sul truck dura circa 40 minuti e per fortuna la guida ci ha riservato le ultime 3 assi che fungono da sedili sul cassone del camion, perché il truck viene riempito fino all’inverosimile da pellegrini e turisti, se non è strapieno non parte! Durante il viaggio l’aria è piuttosto frizzante e l’autista del truck guida piuttosto spericolata. Fortunatamente arriviamo sani e salvi a Yatetaung e da qui facciamo 15  minuti di camminata in salita con i nostri trolley per raggiungere l’Hotel Golden Rock che ci ospita. Avevo pensato di fare tutta la camminata a piedi fino alla roccia, ma mi è bastata questa ripida passeggiata per capire che non gliel’avrei fatta. Il caldo e la ripida salita convincono tutti immediatamente a prendere i portantini. Dopo avere lasciato i bagagli in albergo, prenotiamo la portantina per ognuno. Ogni portantina viene sorretta da quattro persone che con cadenza ritmata si coordinano nel mantenere il passo di marcia. Sono ragazzi giovani, che a metà percorso si fermano perché vogliono che tu gli offra da bere, è la prassi consolidata, noi gli offriamo la Coca Cola, loro non la bevono e la rivendono al negoziante. All’inizio mi vergognavo un po’ di essere portata, perché i pellegrini a piedi ti guardano con curiosità, ma dopo un po’ ci si fà l’abitudine e la passeggiata che dura 40 minuti di salita, diventa rilassante. Il costo del trasporto sulla portantina andata e ritorno si aggira sui 25 dollari. Arrivati finalmente in cima, lasciamo calze e scarpe come sempre, e saliamo sul santuario. L’ambiente è allegro e giocoso, ci sono famiglie intere che fanno questo pellegrinaggio e si fermano a dormire in alloggi ricavati per loro. I pellegrini giocano, cantano, cucinano il cibo, pregano e meditano tutta la notte. Qui l’atmosfera è magica, mistica, soprattutto quando la luce del sole che tramonta colpisce la roccia dorata. Solo gli uomini possono percorrere il ponticino che porta alla  roccia dorata, molti pellegrini applicano foglie d’oro in segno di devozione. Dopo avere girato tutta la piattaforma ed i templi di questo monastero, avere abbondantemente fotografato il Golden Rock, alle 18 risaliamo sulle portantine, che nel frattempo ci hanno aspettato, e ritorniamo in albergo. Ora fa abbastanza freddo. Ceniamo in albergo e andiamo a dormire, anche qui in camera fa abbastanza freddo.

 

14 gennaio

Ci troviamo alle 7,30 per fare il percorso inverso di ieri mattina, quindi dall’albergo ci rechiamo a prendere il truck, discesa mozzafiato fino a Kinpun e da lì con il nostro pulmino ci dirigiamo verso Yangon. Sulla strada ci fermiamo a Bago per visitare  la Shwemawdaw Paya. Questo stupa, ricostruito più volte a causa del terremoto, domina tutta la città, è il più alto della Birmania e misura 113 metri. Visitiamo lo Shwethalyaung Buddha, bellissimo buddha disteso, lungo 54 metri e alto 16. Successivamente visitiamo lo Snake Monastery, nel quale è ospitato un gigantesco pitone birmano di 118 anni. Sembra più morto che vivo, ma ci hanno assicurato che ieri aveva fatto un giretto, anche se sono 40 giorni che non mangia. Visitiamo anche il cimitero di guerra che si trova a Taukkyan, sempre sulla strada da Bago a Yangon. Questo cimitero raccoglie  migliaia di tombe di soldati alleati caduti in Birmania durante la II guerra mondiale. Alcune scritte sulle lapidi sono veramente commoventi, qui molti giovani inglesi sono morti a poco più di 20 anni, soli e lontano da casa. Arriviamo all’hotel di Yangon alle 19,15 e alle 19,30 ci affrettiamo per andare con Zaw a cena alla Karaweik Palace, la barca reale. La cena è a buffet, la sala è grandiosa ed il fondo c’è il palco dove si tengono balletti tradizionali e spettacoli di marionette. Dopo lo spettacolo andiamo a fotografare ancora un’entrata dello Shwedagon Paya, che di sera è sempre spettacolare. Finalmente torniamo in albergo, siamo molto tristi perchè purtroppo domani i nostri compagni di viaggio partiranno!!!

 

15 gennaio

Sveglia alle 6, doccia e capelli ed alle 8 partiamo con Zaw per visitare il quartiere cinese, dove ci sono stradine piene di mercati di ogni tipo, molto interessante. Andiamo poi al porto e successivamente ci fermiamo a pranzo al ristorante cinese Padonmar,  bel ristorante, tranquillo e qui facciamo un brindisi con i nostri compagni di viaggio per la loro partenza. Lasciamo gli altri in albergo, e poi Veronica, Pasquale ed io andiamo al Bogyoke Aung San Market per comprare gli ultimi regali. Accompagnamo poi all’aeroporto i nostri amici e con grande dispiacere ci salutiamo con la promessa di rivederci per guardare le foto insieme. Pasquale ed io torniamo in albergo e ci concediamo una cenetta a modo nostro, un bel panino con formaggio e pomodoro accompagnato da patate fritte, mmmmm che buono!! Andiamo a dormire e con ansia penso ai prossimi giorni nei quali non ci sarà nessuno a salvarmi dai racconti prolissi e un po’ sconclusionati di Zaw!!! (anche soprannominato “si però … no”).

 

16 gennaio

Questa mattina facciamo le valigie con calma perché abbiamo appuntamento con Zaw alle 9,30 per andare all’aeroporto per prendere il volo delle 11,30 per Heho, oggi andiamo nello stato di Shan!!

Il volo Air Bagan arriva a Heho alle 12,25 e qui ci aspetta una macchina per portarci a Pindaya, il viaggio dura circa due ore. Il paesaggio ricorda un po’ la Toscana, dolci colline di terra rossa, grandi coltivazioni molto ordinate di cavoli, l’ottimo cavolfiore birmano, il riso appiccicoso e mandarini (molto belli ma a dire la verità molto poco saporiti). Pranziamo al Green Tea Restaurant (cucina birmana) e poi andiamo  ad appoggiare i bagagli al nostro albergo, il Conqueror Hotel, composto da cottage di legno in stile coloniale, con camere ampie, ma purtroppo molto fredde!!

Andiamo quindi a visitare la Shwe Oo Min  Pagoda con la macchina, molti pellegrini  percorrono tutta la strada a piedi perché lungo la collina c’è una scalinata coperta (tipo San Luca) che porta fino in cima dove si trova questo complesso di grotte e gallerie piene di statue di Buddha d’ogni forma e dimensione, alcune dorate, altre bianche o di marmo. Sono più di ottomila, donate e restaurate da organizzazioni buddiste provenienti da ogni parte del mondo. Leggendo le targhe dei donatori ne scorgo alcune provenienti anche dall’Italia! Qui dentro è un vero labirinto con stalattiti e stalagmiti enormi. Ad un certo punto si spegne pure la luce, meno male che con il telefonino riusciamo a fare un po’ di chiarore onde evitare di cadere in qualche anfratto. Usciti da qui  andiamo in un laboratorio artigianale che produce carta con la quale fanno dei deliziosi ombrellini colorati, ne compriamo due. Poiché il trolley di Pasquale ha una ruota rotta, approfittiamo di questo laboratorio per farci fare un ruotino di bambù. Torniamo subito in albergo perché ho un gran mal di pancia, forse ho preso freddo. Mentre Pasquale e Zaw vanno a cena in albergo, io rimango in camera  e mi accingo a passare una notte di sofferenza, tra il mal di pancia ed i rumori sospetti che ci sono in camera che, guarda caso, cessano non appena accendo la luce. Dopo una notte orribile passata tra il bagno e il letto, vestiti di tutto punto per il freddo e con la luce accesa, finalmente arriva mattina!!

 

17 gennaio

Alle ore 8 abbiamo appuntamento con Zaw per raggiungere in macchina il lago Inle. Verso le 11,30 ci fermiamo a visitare un mercato che troviamo lungo la strada e dopo due ore e mezzo in totale di viaggio arriviamo alla cittadina di Nyaungshwe, luogo d’arrivo per quasi tutti i turisti che visitano il lago Inle. Questa cittadina è molto vivace, piena di mercati e di alberghi per tutte le tasche, dal saccopelista al turista più esigente. L’atmosfera qui è molto rilassata ed il turismo (per quanto sia in crescita) è ancora abbastanza limitato. Il lago Inle è il più grande lago della Birmania, misura 22 km per 11 km, anche se è difficile scorgerne i confini, perché è circondato da estesi canneti e giardini galleggianti. In questa stagione l’acqua è abbastanza bassa perché le piogge fino ad ora sono state scarse, per cui in tanti punti anche le barche a fondo piatto fanno fatica a navigare. Come tutti i turisti e gli abitanti di questa zona (tribu intha, shan, pa-o, danu ed altre) prendiamo anche noi una canoa a motore per raggiungere il nostro albergo, l’Hotel Inle Resort. Ci mettiamo 40 minuti  e veramente su questa canoa fa un gran freddo, per  cui il viaggio è poco piacevole. L’hotel è bellissimo, veramente spettacolare, composto da costruzioni di legno lussuosissime ed anche il nostro cottage è da urlo, petali sul letto, fiori dappertutto e vasca Jacuzzi!!.

Lasciamo i bagagli e dopo 15 minuti ripartiamo con la canoa  per andare a pranzo. Altra mezz’ora di freddo intenso prima di raggiungere il ristorante Golden Kite, (bellissimo niente da dire) nel quale purtroppo siamo costretti di mangiare all’aperto, vestiti come palombari. Mangiamo in fretta e mezzo congelati, riprendiamo la canoa per andare a visitare la pagoda Phaung Daw Oo Paya, sarà anche la più venerata della zona, ma non mi impressiona più di tanto. Contiene quattro statue dorate di Buddha che tra fine settembre e inizio ottobre sono portate in processione sul lago a bordo di una barca dorata. Riprendiamo quindi la canoa per andare a visitare un laboratorio (sempre su palafitte) di lavorazione del ferro. Riprendiamo poi la canoa per visitare un laboratorio di sigari, e poi la canoa e poi il Nga Hpe Kyaung, il monastero dei gatti che saltano (poverini!! p.s. occhio al pavimento di legno costellato di popò, perché con i piedi scalzi ….) e poi la canoa ancora e finalmente alle 18,30 ultima imbarcata di freddo per raggiungere l’hotel. Purtroppo questo albergo  per quanto lussuoso, non ha nessuna forma di riscaldamento, per cui anche la camera è gelata. Dopo una doccia, andiamo a cena nel ristorante dell’albergo, con tutto questo freddo mi sono presa un megaraffreddore. A domani!!

 

18 gennaio

Sveglia presto perché alle 8 ci aspetta la canoa per portarci di nuovo a Nyaungshwe, e da lì con la macchina (sempre con Zaw) ci rechiamo a Taunggyi, che è il capoluogo  dello stato Shan, punto di smercio di beni cinesi e tailandesi che arrivano ogni giorno dalla vicina frontiera, qui facciamo una veloce visita al mercato e poi proseguiamo per Kaddu. Qui incontriamo la nostra guida pa-o, che devo dire è una stragnocca da urlo, il caro Zaw cade letteralmente in trance!! La ragazza si chiama Nang Khin Zay Yar, ed è vestita con il costume Nang della tribù Pa-o, molto bello, tunica nera con gonna e pantaloni con rifiniture colorate e copricapo in stoffa arancione. Mangiamo in un ristorante cinese proprio all’entrata del sito archeologico. Questo sito è veramente straordinario, ci sono migliaia di stupe, in  parte restaurate, di varie tendenze architettoniche. Molte hanno in cima dei campanelli, il cui suono cristallino, nel silenzio di questo sito magico, predispone alla calma ed alla serenità. Questo sito entra a pieno titolo nella top ten della Birmania a mio modesto parere! Andiamo poi con la nostra guida a visitare i villaggi pa-o. Poiché in precedenza al mercato shan di Kaddu avevamo comperato 30 sportine di plastica che avevamo riempito di candele, saponette, shampoo, Nescafè ed altri generi di prima necessità, ci dedichiamo alla distribuzione di queste buste alla popolazione di questi villaggi. Comunque questi villaggi sono molto più ricchi ed evoluti di quelli visitati nel Keng Tong, ma la nostra amica Nang ci tiene molto a farceli visitare. Dopo avere salutato la stragnocca, recuperiamo Zaw (che ancora non si capacita) e ripartiamo per tornare sul lago Inle. Ci fermiamo velocemente a visitare un bellissimo vigneto ad Aythaya, fondato da un imprenditore tedesco, e qui compriamo qualche bottiglia di vino. Ritorniamo quindi a  Nyaungshwe e riprendiamo la canoa per rientrare in hotel. Cena tranquilla in albergo, ma purtroppo durante la notte vengo colta di nuovo da un gran mal di pancia……. Uffah

 

19 gennaio

Dopo una notte praticamente insonne causa il mal di pancia, questa mattina ci svegliamo alle 6 perché alle 7,30 abbiamo appuntamento con la canoa che ci deve portare a visitare il mercato Inthein, che si tiene ogni 5 giorni. Passeggiamo piacevolmente con Zaw in questo mercato molto colorato e caratteristico. Da qui seguendo una scalinata coperta piena di bancarelle di souvenir, risaliamo la collina per andare a visitare la Schwe Inn Thein Paya, che è un complesso di 1054 zedi costruiti tra il 17° ed il 18° secolo. Molte di queste zedi sono pericolanti e devastate dalla vegetazione, ma alcune vengono restaurate grazie a donazioni e comunque vale la pena visitare il sito perchè da qui si gode una bellissima vista sulla valle. Risaliamo sulla canoa e dopo un’ora di navigazione sul lago Inle, approdiamo per andare a pranzo in una pizzeria consigliataci da Zaw, dove fortunatamente io decido di mangiare riso, perché la pizza sembra una suola da scarpa. Proseguendo con la macchina da Nyaungshwe verso Shewenyaung, incontriamo il monastero Shwe Yaunghwe Kyaung, molto caratteristo e anche molto fotografato perché la sala delle ordinazioni dei monaci è in tek e le finestre sono di forma ovale. E’ molto suggestivo vedere i monaci affacciati in queste finestre, vestiti di arancione con in mano i loro libri, si crea un’atmosfera mistica di altri tempi! Andiamo quindi all’aeroporto di Heho per prendere l’aereo per Bagan. Prendiamo il volo 6T 501 della Air Mandalay delle 15,30 ed arriviamo a Bagan alle 17,30. Andiamo subito con il taxi a vedere il tramonto su una pagoda a gradinata nella zona archeologica di Bagan. Lo spettacolo da qui in cima alla pagoda è meraviglioso, il tramonto ci lascia senza fiato e, mi spiace ribadirlo, non ci sarà foto che renda lo splendore di questa luce!!! Andiamo quindi nel nostro albergo, Amazing Resort HTL, che è molto bello, ma purtroppo fuori dal centro di Bagan, per cui dopo cena andiamo a letto anche se mi sarebbe piaciuto fare una passeggiata per il centro. Comunque la camera è molto confortevole e il sonno assicurato.

 

20 gennaio

Sveglia alle 6,30 e dopo una colazione gelata dato che (non si sa il perché)  all’alba ci fanno fare la colazione all’aperto nel giardino dell’albergo (ci saranno 10°!!), alle 8,30 ci troviamo con Zaw per andare a visitare il Nyaung U Marcket, molto carino, e qui comperiamo un sacco di regalini e di camicettine birmane sia per me che per Pasquale. Andiamo quindi a visitare la Shwezigon Paya (sempre nella zona di Nyaung U). Questo sito religioso è il più importante della zona, è molto visitato ed e composto da varie stupe ed il principale zedi, che sorge sulla sommità di tre terrazze degradanti, è bellissimo ed è splendidamente dorato, con la base è decorata da pannelli smaltati. Qui incontriamo un gruppo di ciclisti italiani che visitano la Birmania in bicicletta, perfettamente organizzati con al seguito un furgone fornito di cibarie e vino italiano!!! Andiamo a visitare il Wetkyi-in-Gubyaukgyi costruito nel XIII secolo con guglia di stile indiano, il cui interno è arricchito da pregevoli affreschi raffiguranti scene tratte dalle jataka (storie di vita passate di Buddha). Poi successivamente ci rechiamo a visitare il Htilominlo Pahto, imponente edificio a terrazze nel cui interno si possono osservare 4 statue di Buddha, sempre che i venditori ambulanti che si accalcano dappertutto non ti stressino troppo per cui non vedi l’ora di andartene!! andiamo quindi all’Ananda Pahto, bellissimo, il mio preferito!! Anche qui bisogna sgomitare attraverso i venditori ambulanti, ma ne vale la pena. Il suo pinnacolo dorato alto 52 mt si scorge in lontananza. Questo edificio è stato costruito attorno al 1100 ed è un capolavoro, i varchi di accesso conferiscono all’edificio la forma di una croce greca perfetta!! Le grandi porte in teck sono scolpite ed il quadrato centrale che misura 53 mt per lato contiene 4 statue di Buddha alte quasi 10 mt.

Facciamo una sosta ed andiamo a pranzo al Sunset Garden Restaurant (River Side Bagan), bellissimo ristorante situato sul fiume Ayeyarwady. Atmosfera molto rilassante, mangiamo cucina cinese ed alla fine incontriamo una famiglia di Lecco composta da una nonnina di 90 anni, marito e moglie con un figlio disabile su sedia a rotelle, che ha deciso di trascorrere un mese in Birmania. L’anno scorso hanno trascorso un mese in India!!!!! Che fenomeni!!

Andiamo poi a visitare il Nan Paya rivestita all’interno con blocchi di arenaria scolpiti, poi visitiamo il Manuha Paya contenente tre Buddha seduti ed uno enorme disteso.

Questo sito è straordinario, ed ha conquistato nel mio cuore il numero uno della top ten birmana!! Torniamo in albergo abbastanza in fretta perché ci dobbiamo trovare alle 19,30 per la cena con marionette. Unica nota rimarchevole di questa cena è che la bottiglia di vino rosso ci è costata 25 dollari!! Alle 10 andiamo a letto eccitatissimi perché domani mattina c’è la mongolfiera!!!!

 

21 gennaio

Ci svegliamo alle 5,30 perché alle 6 ci vengono a prendere per la gita in mongolfiera che ci ha prenotato la guida e costa Usd 265 per passeggero. Il pulmino dell’organizzazione inglese Balloons over Bagan” è tutto in legno ed i finestrini sono senza vetri.. Il freddo qui dentro è polare e per fortuna siamo molto vestiti. Al campo base, mentre gli equipaggi provvedono all’alimentazione delle 4 mongolfiere (di colore rosso) con aria calda, facciamo uno spuntino con tè, caffè e biscottini inglesi. I piloti sono anche loro inglesi e l’organizzazione è perfetta. Formano quattro squadre da 12 e quindi ci fanno salire dentro il cesto, che fatica !! Partiamo dolcemente e dall’altezza di circa 180 mt, lo spettacolo della piana di Bagan è fantastico!! Sorvoliamo silenziosamente su questo sito di circa 42 km, pieno di stupe, e mentre la foschia mattutina si disperde, con il sole che si alza, i templi si colorano di tonalità calde e le sfumature che vanno dall’ocra al rosso sono una gioia per gli occhi!! Butterei volentieri giù Pasquale che mi disturba con la macchina fotografica, qui bisogna solo stare in silenzio e godere dello spettacolo. Purtroppo il volo dura solo 45 minuti ed io non sarei voluta scendere mai, comunque dopo un atterraggio perfetto, l’equipaggio ci accoglie con frutta, croissant freschissimi e champagne di ottima qualità. Che goduria!!! Torniamo all’albergo e alle 9,15, con Zaw che ci aspetta, continuiamo la visita di questa straordinaria Bagan. Visitiamo la pianura meridionale, cominciando con Tayok Pye Paya, il Nandamannya Pahto, piccolo tempio famoso per l’affresco “la tentazione di Mara” (modestamente!!) ed il Thambula Pahto che contiene affreschi anche sui soffitti. Visitiamo quindi un villaggio pwasaw, abbastanza povero ma ordinato con distese di giuggiole stese al sole per fare la marmellata. Pranziamo in un ristorante cinese non degno di nota e quindi andiamo in albergo per fare la doccia perché dobbiamo prendere l’aereo per tornare a Yangon. Prendiamo il volo Air Mandalay 6T-502 delle 17,30 ed arriviamo al nostro solito albergo (il Kandawgyi Palace) alle 19. Prendiamo possesso della camera e ci prepariamo in fretta perché alle 20 ci viene a prendere la guida per andare a cena in un bellissimo ristorante francese “Le Planteur” e qui passiamo una serata rilassante, bevendo e mangiando benissimo. Con questa guida ci si sente a proprio agio e si chiacchera in libertà come fossimo vecchi amici. Finalmente alle 22 torniamo in albergo, è stata una bellissima ma lunga giornata.

 

22 gennaio

Oggi è l’ultimo giorno ed abbiamo prenotato con Zaw una gita in barca fino a Twante, famosa per la lavorazione della ceramica.. Purtroppo la bella barca di legno, che pensavamo avere prenotato, è piena e ci dirottano su una barchetta fatiscente che non ci piace per niente. Dopo due ore di viaggio su questo catorcio, arriviamo a Twante, località molto povera, che stenta a riprendersi dopo che è stata praticamente distrutta dal ciclone Nargis del 2008. Ritorniamo quindi a Yangon abbastanza incavolati, perché praticamente abbiamo passato quattro ore di navigazione su una barchetta traballante senza vedere niente di interessante e, tra l’altro, digiuni!! Torniamo in albergo a ritirare i bagagli, baci e abbracci con la nostra amica guida, molto dispiaciuta per la gita di questa mattina, ed accompagnati da Zaw andiamo all’aeroporto per prendere il nostro volo Thai Airways. Salutiamo Zaw e ci apprestiamo al check in con la mente già rivolta a Bologna, alle preoccupazioni di sempre.

 

 

Marocco del Sud

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MAROCCO DEL SUD

 Periodo : luglio 2012

 Durata : una settimana

 Tipologia :  Workshop fotografico con Iago Corazza

 

ITINERARIO

FEZ – BHALIL – MERZOUGA – GOLE DEL TODRA e DEL DADES – OUARZAZATE – VALLE DEL DRAA – ZAGORÀ – DUNE DI TINFOU – AIT BENHADDOU – MARRAKECH.

 

30.6 A Casablanca incontriamo i compagni di viaggio provenienti dai vari aeroporti italiani e voliamo tutti assieme su FEZ dove la nostra guida è pronta ad accoglierci con tre Jeep Toyota 4 x 4. Essendo le due di notte andiamo subito a dormire.  Il viaggio è caratterizzato dalla comune passione per la fotografia e dal desiderio di migliorarci sia tecnicamente nell’uso delle macchine fotografiche che nella composizione delle immagini sotto l’esperta guida di IAGO CORAZZA www.iago.com con cui abbiamo tutti fatto dei corsi. FEZ, la più importante città imperiale del Marocco, ci appare molto ordinata. Trascorriamo la prima giornata in giro per la città fotografando i vicoli della Medina, il mercato, le concerie più famose della nazione, la scuola coranica e facendo delle panoramiche dalle colline su cui si erigono forti e rovine. In una fabbrica di ceramiche, un signore tanto solerte quanto pressato ci mostra rapidamente tutte le fasi della lavorazione e della decorazione fino a condurci nella sala dove il vasellame è esposto a caterve per la vendita. Ceniamo in un ristorante scicchettoso, un Dar dalla magnifica architettura, intrattenuti da spettacoli di danze, magia e rappresentazioni in costume.

 

1.7 Giornata di trasferimento con qualche sosta fotografica. Nel villaggio di BHALIL ci sono i lavatoi pubblici dove le donne stanno facendo il bucato. Ci cimentiamo nell’immortalare Maisha, un’attempata bella signora che ci fa da modella all’interno di una tipica abitazione troglodita scavata nella roccia. E’ un peccato non parlare la sua lingua e non poterla intervistare, il suo volto segnato dal tempo indica che avrebbe molto da raccontare.

Stasera si gioca la finale dei campionati europei di calcio. Dopo numerose ore di deserto pietroso,  poco prima di arrivare a destinazione, troviamo un avamposto con un televisore (a schermo piatto). La sala è gremita dai locali (che mi pare facciano il tifo per la Spagna). L’ambiente è letteralmente bollente e con le bibite del frigo è impossibile trovare sollievo, sono comunque calde. Alla fine del primo tempo il generatore tira le cuoia, così ripartiamo raggiungendo il campo tendato di MERZOUGA, che ha i letti! allestito in forma circolare con i tappeti che fanno da parete, un posto spettacolare. La vicina Kasbah è meravigliosa, un castello di sabbia incredibile. Le sue finestre con i vetri colorati, protette da elaborate inferriate, arricchiscono di atmosfera gli interni sapientemente arredati con la mobilia, i tendaggi e i tappeti. Sul piazzale esterno della Kasbah ci sono delle grandi tavole per mangiare. Il menù è (e sempre sarà) lo stesso: cous-cous con verdure/pollo/altra carne, tajine di pollo al limone o prugne, insalata di pomodoro-cetriolo-peperone-olive-cipolla ovvero fresche “verdure killer” (il cagotto sopraggiunge e stende quasi tutti quelli che l’hanno mangiata), melone bianco e cocomero, tè alla menta finale. I tuareg si esibiscono suonando, danzando e cantando. È un perfetto set fotografico con tutte le difficoltà del caso: il buio e i soggetti in movimento. Iago ci insegna anche a fotografare la Kasbah di notte con i cavalletti. Domani mattina c’è l’escursione per fotografare l’alba nel deserto a dorso di dromedario. Non amo particolarmente questo mezzo di locomozione, in più la partenza è alle quattro. Ho deciso di non andare e dormire.

Mi alzerò però in tempo per fotografare il gruppo al ritorno.

 

2.7 Durante la notte manciate di sabbia filtrano attraverso i tappeti. Ci rigiriamo nel letto più volte. Io prendo sonno alle quattro, quando gli altri si alzano per la cammellata. Verso le sette sento la voce di Iago urlare istruzioni ai “nostri beduini” che rientrano dal deserto. Ancora in camicia da notte mi precipito fuori dal campo tendato con la macchina fotografica per unirmi al maestro nel reportage. Fatta colazione fotografiamo la Kasbah di giorno. I Tuareg posano disponibili, hanno volti bellissimi. Poco distante dal campo c’è un Hotel abbandonato piuttosto diroccato dove Iago ci fa esercitare nel fotografare i “totalini”, i “particolari” e il “backstage”. Procedendo verso le Gole del Todra visitiamo un’antica Kasbah, molto grande e disabitata, dove un anziano signore, discendente della famiglia proprietaria della casa, ci fa da guida e da modello. Le luci che filtrano creano soggetti interessanti nei meandri dell’edificio dalla bella architettura. Le GOLE DEL TODRA ci accolgono con una minima frescura regalata dal corso del fiume sul quale si affaccia il nostro albergo. Il sole non è ancora tramontato e sono molte le famiglie accampate sul suo greto a frescheggiare. Dopo cena, nella sala ristorante dell’Hotel, Iago -munito di proiettore- ci fa riguardare gli scatti di tutti nonostante il generale accasciamento. La visione delle foto è utile per capire come migliorare dagli errori propri e altrui, prendere spunti per le inquadrature, notare come ognuno abbia un proprio stile. Ma anche riposare serve, per avere la mente più lucida. Appena si interrompe l’erogazione dell’energia del generatore, in quattro nano cristalli… ehm, nano secondi, l’aula si fa improvvisamente deserta! Iago invece è una macchina da guerra. È sempre pronto sul pezzo perché ha la capacità di recuperare durante ogni tempo morto, anche minimo. Lo invidio.

 

3.7 Attraversiamo la Valle del fiume Dadès, con i suoi canyon, i vasti palmeti, i palazzi in mattoni di fango. Questa regione viene chiamata la Valle delle mille Kasbah. Siamo alla Gola del DADES. I paesaggi impervi e desolati ai lati della sconnessa pista sono punteggiati qua e là dalle tende piantate sulle sassaie di berberi nomadi. I BERBERI vivono in condizioni assolutamente inospitali e senza alcun genere di conforto che sia acqua, cibo o interazione con altre comunità pascolando greggi di pecore da cui traggono il sostentamento. Incrociamo tre ragazzette, con una bimba piccola che sfoggia una camicetta tutta rattoppata. Iago le ferma, ci parla un po’ e crea le condizioni necessarie per un reportage collettivo. Il gruppetto è oggetto della nostra attenzione, soggetto per i nostri obiettivi. Le ragazze sono molto timide, hanno dei visi bellissimi, sono sudice e malvestite ma composte e dignitose, forse rassegnate o semplicemente ignare di ciò che esiste di diverso nel mondo, compresa l’infelicità, percepita più da chi desidera e non può avere o può perdere qualcosa, che da loro che non hanno niente. Un’altra famiglia, più avvezza al transito di turisti (non in questa stagione, ci siamo solo noi!), ci corre invece incontro mendicando Dirhams. Sono meno genuini oltre che meno fotogenici delle tre ragazze con la bimba, nonché troppo insistenti. D’altra parte qua, in mezzo al niente, che altro possono fare se hanno imparato che turista è sinonimo di denaro? Più simpatico è l’incontro con un bel pastore di pecore che sorridendo con i suoi denti madreperlati tutto ad un tratto si vede puntare in faccia un Lastolite (telo dorato riflettente) che lo acceca spaventosamente. Confuso, ma senza lamentarsene, mantiene cortesemente il sorriso strizzando gli occhi, sicuramente domandandosi perplesso come mai questo gruppo di persone, tanto attratto da lui al punto di contendersi ogni centimetro di spazio per fotografarlo, gli stia facendo questo.

Sono numerose le soste al volo per fotografare il paesaggio. Scendere! Scattare! Ripartire! Tutto il giorno manteniamo questo ritmo. Pare faccia anche bene all’intestino…

Per scendere dalla jeep armati di fotocamera affiniamo la tecnina. In sole otto mosse 1. scendo io dalla mia parte 2. levo il mio zaino 3. sposto sul mio sedile l’enorme zaino di Giovanni 4. Pasquale estrae il suo zaino e scende dalla sua parte 5. Mohammed, l’autista sceso nel frattempo dalla sua parte, alza lo schienale per liberare Giovanni, Cecilia e Norberto incastrati nel sedile posteriore 6. Giovanni scende 7. Giovanni recupera il suo il “catamarano” 8. Cecilia scende con il suo zaino e Norberto. Questa operazione diventa ben presto un gioco divertente fino a quando il meccanismo si inceppa al punto 5 perché Mohammed scende per i cavoli suoi e si mette a chiacchierare con un altro autista lasciando imprigionati Cecilia Norberto e Giovanni sui sedili posteriori che, oltre a schiantare di caldo, non possono piazzarsi in pole-position per fotografare.

Una delle tappe sprint è di fronte alle particolari pareti della montagna dalle formazioni rocciose dette “Gocce di Sangue”. Con più calma invece esploriamo la Kasbah Tamnalt dove, oltre la struttura, fotografiamo un Tuareg che gentilmente posa per noi con la sua cammella. Si assomigliano anche! Lei è molto dolce e simpatica. Le mostro la foto in cui l’ho ritratta col suo padrone e lei guarda dritta il display della macchina fotografica con espressione interessata e compiaciuta! Pernottiamo a OUARZAZATE nell’hotel della catena Ibis che ha una piscina che ci fa venire la bava alla bocca. Dopo la cena più frugale del viaggio ci ritroviamo in un’autentica sala riunioni per la consueta proiezione delle foto per verificare i nostri progressi. Stavolta siamo tutti svegli e partecipativi. Iago meno, forse per colpa della cena troppo leggera e senza tajine!

Ouarzazate è famosa per i numerosi film girati negli studios cinematografici (attenzione: ce ne sono due, i vecchi dove ci siamo recati noi e i nuovi che non so se sono visitabili). Francamente avendo visitato Cinecittà non mi impressionano granché. Il plus ideato dal nostro Iago è essersi procurato una modella locale da fotografare nel contesto particolare. Peccato che un antipatico guardiano abbia da ridire a proposito della nostra attrezzatura troppo professionale (la mia no di certo) per la quale occorrono permessi speciali e via dicendo. Forse è un vano tentativo di estorsione. Di fatto ci tocca smettere senza capire se sia delusa anche la modella, probabilmente no perché Iago la paga ugualmente. Sciolti dall’impegno “scolastico” ci aggiriamo per gli studios immortalandoci con la compatta di Stefano in una serie di foto di gruppo molto idiote ma divertenti. Alla Kasbah Amridil, ancora in restauro ma già diventata un Hotel, Iago ci fa fare alcuni esercizi non facili per la luminosità a volte scarsa oppure troppo incisiva, poi lascia libero sfogo alla nostra individualità.

Altra Kasbah, altra esercitazione. La Kasbah è semidistrutta ma ci sono i resti di un grande pozzo. L’aspetto interessante di questi forti sparsi nel deserto è che sono autonomi da tutti i punti di vista, compreso quello più importante: l’acqua. E qui “scatta” la foto di gruppo: tutti dentro al pozzo!

Pranziamo a Ouarzazate poi attraversando la VALLE DEL DRAA raggiungiamo ZAGORÀ dove ci attende un campo tendato di lusso, molto curato. Il pezzo meglio è il tendone-toilettes dove ci concediamo una doccia esagerata! Nella tenda-ristorante la temperatura è molto elevata, possiamo però godere del refrigerio di birre ghiacciate. Non abbiamo capito come mai la birra è fredda mentre l’acqua no. Per non sopperire al caldo torrido si adegua anche Iago che è astemio.

Ultima esercitazione con i cavalletti all’interno del campo tendato per fotografare la luna che sorge dietro le montagne e poi ci ritiriamo nelle tende per un meritato risposo.

 

5.7 Alle DUNE DI TINFOU fotografiamo i cammellieri con le loro bestie. Pasquale, sempre perfetto e profumato, si lascia vestire da un cammelliere con la sua jellaba ed il suo chech per posare simpaticamente, ma soffre per il caldo e per l’odore “bestiale” dell’abbigliamento. A Ouarzazate altro pranzo, altra tajine al pollo per Iago, altre verdure per altre corse al gabinetto di molti. Visitiamo una tipica erboristeria marocchina dove aleggiano esotici profumi. Ci vengono illustrate le proprietà dell’olio di Argan e fatti testare alcuni prodotti. Nel pomeriggio fotografiamo il magnifico villaggio fortificato di AIT BENHADDOU al cui interno sono stati girati parecchi film. Essendo bassa stagione è assai piacevole essere gli unici visitatori, senza presenze inopportune che immancabilmente si infilano nel mezzo sciupandoti le foto! Per la stessa ragione molti negozi sono chiusi, aspetto altrettanto gradevole perché non subisci il tormento dei venditori che devono in tutti i modi mostrarti le proprie cose, e puoi fotografare in tutta tranquillità.

Una lunga tirata sui tornanti dell’Atlante tinteggiato di rosa dagli oleandri in fiore ci porta a MARRAKECH. Provenendo dal deserto l’impatto con il caos generato dal traffico è molto forte. Ceniamo immersi nell’atmosfera scoppiettante dei banchi posti in mezzo alla Place Djemaa El-Fna, poi proviamo a fotografare la marea di gente che l’affolla, i venditori di succo d’arancia, i banchi  di frutta secca e datteri a sfare, i musicisti, le tatuatrici con l’henné. Dove sono finiti gli incantatori di serpenti? Saliamo sulla terrazza di un ristorante per una consumazione al volo, necessaria per poter piazzare i cavalletti e catturare la magia di questa incredibile piazza dall’alto. Un tè alla menta poi si beve sempre volentieri.

 

6.7 Ultimo giorno di vacanza con appuntamento alle 10.30 nella hall per andare all’aeroporto. Per me c’è il tempo sufficiente per incontrare Nofisa (leggi il diario di Marrakech) alla quale ho dato appuntamento in albergo. Arriva, bella e sorridente come sempre, accompagnata dal marito e dalla figlia più giovane che ci fa da interprete. Un rivedersi colmo d’affetto, amichevolmente paparazzato da Giovanni. Dopo aver regolarmente fatto check-in ci viene comunicato che il volo è stato annullato. Nessuno sembra sconvolto dalla notizia, tanto è venerdì. L’unico disagio è per Iago che aveva programmato un corso per domani a Ca’ di Faccino e che deve avvertire tutti i partecipanti che non riesce a tornare in tempo. Veniamo riprotetti su un volo dell’indomani e condotti in un hotel cinque stelle vicino al Palazzo dei Congressi. Una bella camminata ci riporta alla “Place”. Poi ci addentriamo nei meandri della Medina deserta e affascinante. Rientriamo nella notte allegri e soddisfatti a bordo di una carrozza incuranti di avere solo un paio d’ore per dormire prima della sveglia per tornare all’aeroporto.

 

 

Ringraziamenti:

 

a Iago per aver organizzato il corso ed il viaggio

se comincerete a notare un miglioramento nelle foto che pubblico il merito è suo!

 

a Cecilia, mia compagna di stanza e di avventura

 

a Norberto, per la sua simpatica presenza

ora vi posso rivelare la sua identità: è l’orsacchiotto di Cecilia!

 

A Stefano, Claudio, Giovanni e Lauro per le foto gentilmente concesse

 

In posa per una foto, cosa si dice in Marocco? Cheese?

Noooooo… COUS COUS!

 

Marocco del Nord

marocco-del-nord

MAROCCO DEL NORD

 Periodo : marzo 2014

 Durata : una settimana

Tipologia : fai da te

 

 

ITINERARIO

RABAT – CHEFCHAOUEN – TETOUAN – TANGERI – RABAT – CASABLANCA

 

Nel nord del Marocco i turisti sono pochissimi a marzo, i procacciatori d’affari sono ridotti ai minimi termini se non inesistenti, con i mezzi locali si raggiungono facilmente le mete del viaggio. Vi si respira l’autentica atmosfera marocchina, quella ancora non artefatta per il turismo di massa. E’ possibile curiosare e fare simpatiche conoscenze con gli affabili artigiani al lavoro. Fa solo freddo ma basta essere coperti. Ecco il diario del viaggio e le informazioni utili.

In circa due ore di treno arriviamo da Casablanca a RABAT. Per raggiungere il DAR AIDA  conviene prendere un Petit Taxi e farsi lasciare davanti alla porta BAB CHELLAH. Il Riad è carinissimo, con il suo tipico patio ricco di zellij che decorano pavimento e colonne e le porte dipinte con motivi a ricamo. La nostra camera twin ha il bagno in camera ed i letti comodi. Facciamo colazione con due simpaticissimi ragazzi che viaggiano soli, uno è malese e l’altro polacco, ma dobbiamo subito separarci, abbiamo programmi diversi!

La KASBAH di RABAT ci offre un primo assaggio degli intonaci blu che ci aspettano a Chefchaouen. La giriamo tutta indisturbate; qualche ragazza propone di farci l’henné sulle mani ma senza insistenza. L’unico bagno disponibile è al CAFE’ MAURE dove è piacevole sorseggiare  un bollente tè alla menta contemplando l’estuario del fiume da una delle terrazze. Rua des Consuls, nella MEDINA di Rabat, si è animata: le botteghe hanno aperto le belle porte robuste, tutte simili e ordinate. Osserviamo i pellettieri al lavoro, i vecchi manichini nelle vetrine, entriamo nei negozi, ci mettiamo a parlare con un gentile signore che ci mostra i suoi disegni, quei motivi che arricchiscono mobili, porte, abiti, compriamo del torrone da un ambulante dopo che ce ne ha fatto assaggiare diversi tipi. I venditori si limitano al loro mestiere, non c’importuna nessuno. Andiamo alla Gare Routière, unico luogo che pullula di ragazzi che ti assalgono gridando varie destinazioni cercando di capire dove sei diretto. Basta dirgli che hai già il biglietto e perdono subito interesse. Ma non è la stazione giusta. Trovata la Gare CTM, i nostri zaini vengono pesati, etichettati e ritirati per essere caricati sul bus. Una signora ci terrorizza raccomandandoci di non lasciarci dentro del denaro perché rubano tagliando le borse. Perfetto! Ora saremo paranoiche fino a destinazione, certamente non per i soldi né per quelle poche magliette e mutande che abbiamo, quanto per i caricabatterie delle nostre macchine fotografiche! Incrociamo le dita e pranziamo con un barattolo di Pringles. Nei nostri splendidi posti numero uno e due si sono già piazzate due tipe. Prego sloggiare, grazie. Replicano ma mostro loro i biglietti numerati. Così, sedute alle spalle dell’autista, possiamo goderci la sua guida sportiva ed il pelo che fa ad ogni veicolo che viene in senso contrario!

Attraversando una zona talmente verde che a fatica si può credere di essere in Marocco, osservo piante di ulivo grandi come querce, fichi d’india, donne piegate nei campi impegnate a strappare erbe, uomini che pascolano pecore e vacche in compagnia dei loro asini. Sostiamo mezz’ora a Ouazzane e arriviamo a CHEFCHAOUEN (si pronuncia semplicemente Chauàn) che è già buio. Il cancello della Gare Routière viene chiuso dopo l’arrivo del nostro bus, è l’ultimo del giorno. Gli altri passeggeri si disperdono in tre balletti. In mezzo alla strada deserta restiamo solo noi due ed una giovane coppia americana. Ci aspettavamo la presenza di qualche taxi ma non essendocene neanche l’ombra ci incamminiamo verso la Medina. Un po’ più su ne blocchiamo un paio per le rispettive destinazioni ed entriamo in modalità lingua spagnola.

L’HOTEL MOLINO appare spartano ma caratteristico, soprattutto colorato. Molliamo velocemente i bagagli nella nostra bella cameretta che si affaccia sul giardino e andiamo a cercare un posto per cenare. Un vicolo tira l’altro e ci ritroviamo nella piazza UTA EL-HAMMAM, dominata dalle mura rossicce della Kasbah, sulla quale si affacciano numerosi ristoranti. Uno dei tanti acchiappa-turisti ci declina il menù del suo ristorante invitandoci a sederci. Non ci attira particolarmente ma a tavola sono seduti i due americani e si stanno sbracciando per salutarci! Ci pare scortese andare via perciò ci uniamo a loro ordinando insalata marocchina, couscous con pollo e verdure, tè alla menta. Il cibo è inespressivo e fa un freddo birbone ma la compagnia di Molly e Dennis è proprio divertente. Io e Cecilia ci esibiamo in una serie di gags culminanti con una delle mie proverbiali gaffes quando, rispondendo a proposito di accenti e dialetti italiani evidenzio che ce ne sono alcuni, tipo quello veneto, davvero lagnosi. Di rimando Molly e Dennis chiedono di dove siamo, io vengo dalla Toscana, Cecilia dal Veneto!! Lei, serafica, commenta di non aver mai realizzato che ogni volta che apre bocca mi fa venire l’orchite! Ridiamo tutti di gusto fino a farci venire mal di pancia. La cena costa 50 DH a testa, incluso il dessert (fette di arancia con una spruzzata di cannella).

Il canto del muezzin, fortissimo, ci sveglia alle cinque ma ci riaddormentiamo. Scendiamo a fare colazione ma non c’è nessuno. Credevamo che fosse inclusa, invece è solo su ordinazione e va detto la sera prima. La bella giornata fa risplendere tutte le tonalità del colore dei muri di CHEFCHAOUEN: il blu. La pasticceria in cima alla scalinata è ancora chiusa, per andare sul sicuro scendiamo in piazza dove scegliamo una bar a caso che, per gli stessi 25 DH a testa, offre caffè, succo d’arancia, tre fette di pane arrostito, burro marmellata e formaggio fresco. Scendiamo verso la porta BAB SUK dove una marea di donne è seduta per terra ai lati delle strade per vendere le verdure del proprio orto: radicchi di campo, bietole crude e già cotte, patate rosse, rape, olive, olio d’oliva e latte nelle bottiglie di plastica, burro sfuso nelle ciotole, peperoni, pomodori, agli, cipolle, limoni, uova, prezzemolo, menta. Un’apoteosi di profumi e colori. Le contadine sono riconoscibili dal tipico costume: un telo di cotone a larghe righe bianche e rosse legato in vita che copre le gambe, un asciugamano come coprispalle, il cappello di paglia con delle nappole colorate di lana. Non vogliono essere fotografate ma Cecilia, da vera fotoreporter, riesce a catturarne l’immagine mentre io mi perdo con loro in chiacchiere, benché ognuna parli la propria lingua. Potete vedere i suoi scatti su www.ceciliacolussi.com. Tornando indietro veniamo attratte dalle vetrine di un negozio che espone scatole di pasta Barilla. Si tratta di un piccolo ristorante italiano e ne approfittiamo per farci fare un buon caffè. Incrociamo i due ragazzi americani e nasce spontaneo darsi appuntamento per cenare nuovamente assieme, magari in posto migliore! Proseguendo entriamo nella Galleria di Mohsine Ngadi, un giovane pittore che ha un simpaticissimo cane di piccola taglia che sta sempre sulla soglia della Galleria. Parlando, scopriamo che organizza corsi di cucina (costo 40 DH, occorre prendere accordi al più tardi al mattino per la sera o meglio il giorno prima) e quando ci propone di pranzare da lui non ce lo facciamo dire due volte. D’estate dev’essere fantastico godere della frescura della Galleria ma ora fa un po’ freddo. Ci riscaldiamo con le zuppe, davvero eccellenti, una di lenticchie e l’altra di fagioli, seguite da un buon couscous. Riprendiamo la nostra peregrinazione visitando la piccola Kasbah poi giriamo in lungo e in largo fino a tornare in albergo dove, come due bischere, riusciamo a chiuderci in camera senza possibilità di uscire perché le chiavi sono rimaste infilate fuori dalla porta. Con il chiavistello ci siamo imprigionate. La nostra prima reazione, oltre a ridere, è di chiamare qualcuno ma chi? Come al solito in Hotel sembra non esserci nessuno. Aprendo la finestra scorgiamo un uomo che sta provvidenzialmente innaffiando il giardino. In varie lingue gli vociamo che ci siamo chiuse dentro ma, ovviamente, non parla altro che l’arabo, altrimenti era troppo facile! Gesticolando, mentre siamo scosse dalle risa e rischiamo così la credibilità della tragedia, riusciamo a fargli capire il problema e lui solerte corre ad avvertire qualcuno che viene a liberarci. Mica per niente ma dobbiamo onorare l’impegno preso con i nostri amici americani! Li troviamo in piazza col naso all’insù, alla ricerca di un bar con terrazza per bere qualcosa. Mentre sorseggiamo tè e spremute gli mostriamo le foto scattate fin’ora e ne restano molto impressionati. Dobbiamo scegliere dove andare a cena. L’idea sarebbe di prendere un taxi per andare nel miglior ristorante della città che però dista 10 km. Per andata e ritorno ci chiedono 150 DH, che non sarebbe una cifra esorbitante divisa in quattro, ma intuiamo che loro vogliono restare nei paraggi e risparmiare. Ripieghiamo allora sul Ristorante ASSAADA che sulla guida è descritto come affidabile ed economico. Effettivamente vi si mangia bene, però essendo tardi (20.30) hanno già finito il pesce e la pastilla (una sorta di involtino di pasta finissima, rotondo, con pesce o carne). Spendiamo 45 DH a testa. La serata è allegra tanto quanto la precedente, raccontiamo loro della galleria che organizza i corsi di cucina e di esserci chiuse in camera, magari dovremmo imparare la parola aiuto in arabo! La serata termina con saluti calorosi e l’augurio di rivederci nel Michigan o in Italia. Stanchissime torniamo in albergo facendo attenzione questa volta a ritirare la chiave dalla porta.

Iniziamo la giornata facendo una scarpinata fuori pista, attraversando cimiteri sparsi lungo le pendici della collina, fino alla MOSCHEA SPAGNOLA per ammirare il bel panorama di Chefchaouen. Rientriamo seguendo un sentiero più normale ed andiamo a crogiolarci al sole nel giardino dell’Hotel Molino dove abbiamo ordinato la colazione. Sarà la location, il calduccio del sole, l’atteggiamento sornione dei gatti, ma quest’angolo di pace è una vera delizia e la colazione, davvero ottima, è una delle migliori della vacanza. Scendiamo alla Gare Routière, compriamo il biglietto del bus e attendiamo serene l’orario di partenza per TETOUAN. Anche a Tetouan la Gare Routière CTM è da un’altra parte rispetto a quella principale. Con un Petit Taxi raggiungiamo Place Hassan II. Da qui dobbiamo proseguire a piedi. Un uomo ci si appiccica intuendo che stiamo cercando l’alloggio e a nulla serve cercare di schiodarselo. Vorrà dire che, non avendogli chiesto niente, niente potrà chiedere a noi. Così è: arrivate al RIAD DALIA attende cinque minuti poi se ne va salutando comprendendo che non avrà alcuna mancia. Il Riad è in un grande palazzo riccamente decorato, al tempo niente popò di meno che del console olandese. Nell’attesa che vengano trascritti i nostri dati ci fanno accomodare in un salotto offrendoci un tè alla menta. La nostra cameretta è all’ultimo piano. Mi ricorda la casa della nonna, con i letti diversi e i mobili vecchi. Il bagno è sul pianerottolo ed è tutto per noi. D’altronde ci siamo solo noi, e non solo in questo Riad, in tutta Tetouan! L’uomo che ci ha condotto al Riad mi ha innervosita. Mohammed, il giovane proprietario del Riad, leggendomi nel pensiero, propone il supporto di una guida per girare tranquille. Benissimo, così ci staranno alla larga. Jamal parla spagnolo ed è una guida ufficiale. Per un paio d’ore prende 100 DH (sono 9,00 Euro). Ci conduce nella Medina, nel ghetto ebraico, dagli artigiani, nei negozi degli amici (profumi, tappeti, vasellame) e nella conceria. Siamo particolarmente attratte dai venditori di pane fresco e dolciumi, presenti ad ogni angolo di strada con i loro barrocci. Tutto sommato potevamo farne anche a meno, nella Medina non ci sono avventori, a quanto pare sono appostati fuori. Tetouan è stata dichiarata Patrimonio dell’Unesco perciò si trovano targhe esplicative davanti ai Palazzi più importanti. Peccato che non se ne possa visitare neppure uno. Rientrate al Riad decidiamo di fare due passi da sole fuori dalla Medina. Mohammed ci accompagna fino alla Porta, dandoci dei riferimenti, poi ci invita a tornare al Riad per vedere se siamo capaci di ritrovare la strada! Ripercorriamo a ritroso il percorso gridando i riferimenti  mentre la gente ci osserva incuriosita: viale coperto! gioiellerie! piazzetta! venditore di incensi! stivali gialli! (in mostra fuori da un negozio, impossibile non farci caso) juzgado! (il tribunale) moschea! stazione di Polizia! RIAD DALIAAAAA! Mohammed si complimenta con noi per aver ritrovato il Riad e noi con lui per la simpatica idea. La nostra missione fuori dalla Medina, oltre dare un’occhiata alla zona nuova spagnola della città dallo stile art decó, è cercare un papabile ristorante per cenare. Facciamo merenda in un grande bar con piccole pastilla di pesce e rotolini di sfoglia ripieni di riso. Scendiamo lungo Rue Mohammed V e troviamo il decantato Restaurant Restiga, ma non ci convince per niente, né per il menù né per i tavoli in cortile. Fa freddoooooo!

Ma se ce ne restassimo belle tranquille a cena al Riad… Non potevamo scegliere meglio. La cena è magnifica, la sala è riscaldata da una stufa a gas, ed essendo le uniche ospiti ci sembra di essere signore di altri tempi in questo palazzo da sogno. Iniziamo con l’Harira (tipica zuppa) e proseguiamo con la Tajine di pesce più buona che abbiamo mai assaggiato terminando con tè e dolcetti. Siamo proprio soddisfatte.

Per andare a TANGERI con CTM bisognerebbe aspettare l’unico bus che parte alle tre del pomeriggio. Chiediamo quanto prende un Grand Taxi (ci vogliono 200 DH) ma lo stesso uomo che ci si è attaccato all’arrivo si impiccia contrattando a 300 con un tassista che gli mette dei soldi in mano, facendoci segno di salire. Giriamo i tacchi e andiamo alla Gare Routière dove chiediamo quale bus parte prima. Con 15 DH a testa saliamo su quello della compagnia ASFAR OUCHEN Rachid appena più vecchio dei bus CTM ma ok. Arrivate a TANGERI prendiamo un taxi fino al DAR OMAR KHAYAM che dall’esterno, in mezzo a palazzoni moderni, si distingue. La nostra camera è confortevole. Usciamo subito e costeggiando il mare entriamo nella Kasbah. L’Hotel CONTINENTAL è famoso per essere di lusso, per aver ospitato grandi personaggi, nonché per le riprese del film “Il tè nel deserto” di Bertolucci. Ci affacciamo alla sontuosa sala da pranzo, effettivamente è stupenda. Sui muri della Kasbah ci sono delle targhe di diverso colore corrispondenti ai percorsi segnati sui cartelloni con la pianta della città. Un uomo comincia a farci strada indicandoci questo e quello. Spazientite, gli diciamo cortesemente che vogliamo girare da sole. Prova replicare un paio di volte, non vuole niente, lui è di Tangeri, bla bla. Grazie, vogliamo stare sole, punto. Si allontana. Tangeri ha i muri cadenti, le case sono brutte, anche la gente è diversa. Quando i negozi iniziano ad aprire i battenti va già meglio. Segnalo il negozio BLEU DE FES www.bleudefes.com, stupendo per l’architettura, le porte e le maioliche che ne decorano gli interni, dove il gentilissimo proprietario mostra, anche solo per il semplice gusto di farlo, i suoi magnifici tappeti, tra cui il BENI WARAYAN berbero naturale (colore bianco lana e nero). Per il momento Tangeri non sembra all’altezza delle nostre aspettative…. quando abbiamo un vero colpo di fortuna. Ci imbattiamo in quella che la gente che accorre dice essere una festa di matrimonio. Ma gli sposi dove sono? Il suono della musica gnaoua si avvicina e noi ci buttiamo in mezzo ad una folla acclamante che segue un percorso accompagnando una vacca coperta da un drappo di stoffa sgargiante. Cecilia innesta il teleobiettivo e, per immortalare festa e festanti, si arrampica dove può. Io sto attenta a non perderla d’occhio e scatto con la mia compatta, quel che verrà verrà. Il ritmo della musica incalza con sonagli, tamburi e canti. La gente aumenta. La vacca viene condotta lungo le strette vie della Medina fino ad una piccola piazza dove viene fatta sdraiare e viene ammazzata. Il sangue sgorga dalla sua gola inondando la strada e i ragazzi più giovani che, invalvolati dalla musica ora assordante, si bagnano le mani di sangue tingendosi viso e collo di rosso. La musica continua, la gente urla e balla, la vacca intanto viene sventrata da esperti macellai. Foto foto foto e tanta felicità per esserci imbattute in questa festa popolare pazzesca.

La Terrasse des Paresseux, le Gallerie d’arte… no via, la parte nuova di Tangeri non ci garba.. meglio andare a cena e poi a dormire. Abbiamo scelto il ristorante POPULAIRE SAVEUR DE POISSON che Lonely Planet, correttamente, descrive come “vera e propria esperienza gastronomica” e noi possiamo confermarlo. Qui non c’è un menù, non si sceglie cosa mangiare, neppure cosa bere. L’apparecchiatura è semplice, tovaglie di carta gialla (quella da macellaio) e posate di legno. Nell’accogliente ambiente tipo taverna, l’oste serve le abbondanti pietanze verificando il livello di gradimento ad ogni portata, affiancato da un simpaticissimo vecchio che gira continuamente tra i tavoli esclamando “Uakhaaaa…”. Olive buonissime, una salsa piccante, frutta secca e differenti tipi di pane caldo per iniziare, Uakhaaaa… Zuppa di pesce delicatissima, bocconcini di pesce con erbette, spiedini di Mosè e due tranci di un altro pesce, buonissimo e fritto stupendamente, sono il clou della cena, Uakhaaaa… Da una caraffa ci viene continuamente versato nel bicchiere un succo violaceo fatto con fichi, carrube e non so cos’altro. E’ amarognolo, affumicato e fresco, un nettare! Uakhaaaa… Per finire due dolci: un misto di frutta secca col miele, fragole e lamponi con pinoli e miele amaro. Per digerire viene servito un tè alle erbe amarissimo. Come si dice a Firenze io qui “ci farei la buca!” Uakhaaa…

Che facciamo oggi? Un giro fuori città per vedere le colonne d’Ercole? Visitiamo il villaggio di Asilah? No.. non abbiamo ancora visto la TANGERI che ci immaginavamo, dai scopriamola! Iniziamo dal PORTO, con le sue banchine, i pescherecci ormeggiati, i gatti sdraiati al sole; è già tardi per vedere lo scarico del pescato, i marinai stanno riavvolgendo le reti. Nel piazzale attiguo al porto si vende pesce al dettaglio. Ci sono alcuni ristorantini ma non ci pare il posto più sicuro per venirci a cena stasera col buio. Il MERCATO ALIMENTARE, oltre il Grand Socco, è spettacolare. Nel grande padiglione del pesce si vendono montagne di gamberi, totani, pesci di tutti i tipi e dimensioni. Più avanti ci sono i macellai, i civaioli, botteghe con verdure, olive, formaggi e spezie. In un grande edificio giallo vicino al mercato c’è l’Associazione DARNA, dove le donne in difficoltà posso apprendere la tessitura al telaio, a cucire, dipingere e cucinare. E’ aperto dalle 10,30 alle 14,30 e vi si può pranzare. Ne approfittiamo anche con l’intento di dare un contributo. Il pasto ha un costo fisso di 60 DH e varia ogni giorno. Bevande e dolci sono a parte. Ci servono un’ottima zuppa di fagioli e una modesta fettina di carne con legumi. I dolci sono buonissimi, soprattutto la torta al limone. Poco più in là c’è la Chiesa Anglicana di ST ANDREWS. Con il suo giardino cimiteriale può rappresentare un valido rifugio dalla calca e dalla calura (non è il nostro caso). Nella chiesa è scolpito un Padre Nostro unico al mondo: in arabo! Su un cavalletto è posto il poster di un dipinto di Matisse che dalla finestra dell’HOTEL VILLE DE FRANCE dipinse il paesaggio ritraendo anche la Chiesa. Il giovane custode si profonde in spiegazioni informandoci, alla fine, che vive delle offerte dei visitatori; servono anche al mantenimento del giardino e della Chiesa. Risaliamo una lunga strada fino al Palais des Institutions Italiennes, sede del Vice Consolato Italiano che ha chiuso proprio i primi di marzo. Di aperto c’è solo il Ristorante CASA D’ITALIA “TANGER”, un elegante Club che offre un menù italiano ricco e variegato. C’è anche il forno a legna per la pizza. Lo segnalo per coloro che desiderano un’oasi italiana a Tangeri (ma a prezzi italiani). La LEGATION D’AMERIQUE è un museo ricco di fascino, da visitare. Questo fu il primo edificio di proprietà americana costruito all’estero e nelle sale del bellissimo palazzo sono esposte molte cose interessanti, soprattutto nell’ala dedicata a Paul Bowles. La nostra tappa successiva è la FONDATION LORIN, situata in un’ex Sinagoga; il locale è grande e spoglio ma le numerose foto del passato sono evocative e riescono a far correre l’immaginazione. Ci fermiamo a bere una spremuta nella Piazza del Petit Socco, completamente priva dell’antica atmosfera ripresa nelle foto, per osservare il via vai, così diverso ora da allora. Per cena andiamo alla CASA D’ESPANA con l’idea di mangiare paella e bere una birra, ma oltre a costare parecchio siamo poco affamate. Ripieghiamo su una buona frittura di pesce bevendo una birra Flag Spécial.

Per andare a RABAT ci sono treni ogni mezz’ora. Alla stazione facciamo il biglietto per RABAT VILLE. All’arrivo prendiamo un Petit Taxi (10 DH) fino al piazzale dove c’è la Kasbah e scendiamo da via dei Consuls. Compriamo dei buonissimi dolcetti friabili (si chiamano SABLÉ) ed un chilo di fragole profumatissime. Troviamo velocemente il DAR ALIA (i nomi si assomigliano). Questo riad è il “fratello maggiore” del Dar Aida (dove abbiamo dormito all’arrivo) ed più grande e lussuoso. La nostra camera è davvero graziosa. Gentilmente ci lavano le fragole mettendole dentro una grossa ciotola che portiamo sul tetto dove c’è una bella terrazza. E’ il nostro pranzo e lo consumiamo godendoci il tepore del sole. Usciamo per fare un giro spensierato nella Medina. Accanto alle quattro fontane notiamo i bagni pubblici che ancora oggi sono usati dalle famiglie che non hanno il bagno in casa. In fondo ad una stradina c’è un Riad abbandonato e fatiscente ma la struttura è ancora bella. Prima o poi qualcuno con i soldi ne farà di sicuro un hotel de charme. Ceniamo al RESTAURANT DAR ZAKI, probabilmente uno dei più belli nella Medina; ben indicato e facile da trovare propone una cucina tradizionale espressa. Ottime le Boulettes de Kefta (polpettine di carne cotte dentro una tajine).

Colazione e partenza per Casablanca. In taxi raggiungiamo la stazione dei treni. Ne prendiamo uno diretto a CASA PORT dove ci aspetta un mio collega di lavoro, Khalid, che ci spupazza tutto il giorno in giro per Casablanca. Visitiamo l’imponente MOSCHEA HASSAN II, la terza al mondo per grandezza, facciamo shopping nella Medina, mangiamo una frittura di pesce in un ristorante gettonatissimo dai locali ed infine raggiungiamo il GITE NADIA e la sua tranquillità, perfetta per ricomporre il bagaglio e prepararsi a tornare a casa.

 

Ed ora tutte le info utili:

 

CAMBIO EURO – MAD (Dirham del Marocco) 1 = 11 DH (all’epoca del viaggio)- Gli ATM per prelevare sono presenti ovunque, noi abbiamo portato i “contanti contati” sulla base del budget stimato e abbiamo cambiato in aeroporto; si può pagare i pernottamenti con la carta di credito.

 

CLIMA A marzo fa freddo! Un pile ed un piumino leggero sono fondamentali! Di giorno si sta bene ma comunque occorre essere coperti. Giusto a Casablanca si sta in camicia, ma solo di giorno.

 

LINGUA Arabo, ovviamente. A Casablanca e Rabat si parla Francese, a Chefchaouen, Tetouane e Tangeri si parla lo Spagnolo.

 

VOLO Non avendo trovato un low cost su Rabat, ho preso Easyjet da Malpensa su Casablanca.

 

TRASFERIMENTI LOCALI

In tutte le città ci sono i PETIT TAXI e i GRAND TAXI – i Petit Taxi sono autorizzati a circolare solo in città, hanno il tassametro e sono economici; i Grand Taxi (è scritto sulla portiera) possono percorrere tragitti fuori città e le tariffe sono riportate alla fermata dei Taxi.

DA CASALANCA A RABAT IN TRENO: per vedere gli orari www.oncf.ma; biglietto acquistabile presso la biglietteria oppure alle macchinette; costo dall’aeroporto Mohammed V a Rabat Ville 75 DH (circa 7 Euro); si cambia ad AIN SEBAA oppure a CASA VOYAGEURS; a Rabat ci sono due stazioni AGDAL e RABAT VILLE, quella più vicina alla Medina è Rabat Ville.

DA RABAT A CHEFCHAOUEN IN BUS: abbiamo preso quello della CTM che è considerata la migliore compagnia di autobus, sito per vedere gli orari www.ctm.ma, costo del biglietto 85 DH; ci sono comunque diverse altre compagnie, tutto sommato conviene andare alla stazione e prendere il bus di quella che parte prima; i biglietti si acquistano presso la GARE ROUTIERE principale ma la stazione dei bus CTM è da un’altra parte, per trovare quella di Rabat conviene andarci con un taxi (costa davvero poco) specificando GARE ROUTIERE CTM.

DA CHEFCHAOUEN A TETOUAN IN BUS: sempre con CTM, costo del biglietto 25 DH; la Gare Routière di Chefchaouen è unica per tutte le compagnie di autobus e si trova a sud della città.

DA TETOUAN A TANGERI IN BUS: abbiamo scelto una compagnia qualsiasi, la ASFAR OUCHEN Rachid, costo del biglietto 15 DH.

DA TANGERI A RABAT IN TRENO: costo del biglietto 95 DH.

DA RABAT A CASABLANCA IN TRENO: per andare all’aeroporto si spendono i soliti 75 DH cambiando ad Ain Sebaa; la stazione di Casablanca più comoda per andare al Gite Nadia è CASA PORT; costo del biglietto del treno diretto 35 DH.

 

PERNOTTAMENTI

Per prenotare gli alloggi abbiamo utilizzato BOOKING e HOSTELWORD, prediligendo DAR e RIAD situati nelle Medine per godere dell’atmosfera tradizionale delle residenze cittadine.

A CASABLANCA: GITE NADIA di Mohamed DIOURY www.gitenadia.com / gitenadia@gmail.com – ottima sistemazione fuori Casablanca, ideale per rilassarsi all’arrivo o prima di partire, fuori dal caos cittadino e sulla strada diretta all’aeroporto brevemente raggiungibile senza transitare per la città (servizio di pickup su richiesta); il Gite Nadia dispone di 12 camere graziose e curatissime, ristorante, piscina, minigolf, petanque, tennis, hammam; ottimo rapporto qualità prezzo; niente è lasciato al caso dagli accoglienti Sig.ri Dioury; ho gradito moltissimo trovare una bottiglia d’acqua minerale in camera come pure fare colazione con le marmellate fatte in casa.

A RABAT: DAR AIDA www.dar-aida.com / daraida@gmail.com e DAR ALIA www.rabat-medina.com / riad.dar.alia@gmail.com; della stessa proprietà si trovano nel cuore della Medina e sono splendidi; il DAR AIDA è più piccolo, il DAR ALIA oltre ad avere un numero maggiore di camere è di livello superiore; entrambi sono un’ottima scelta per godere appieno dell’atmosfera della tipica residenza marocchina; pulizia, servizio impeccabile e cortesia.

A CHEFCHAOUEN: HOTEL MOLINO chris-ibz@hotmail.com; situato nella zona sudest della città è un piccolo Hotel molto caratteristico; ci è piaciuto per la serenità che vi si respira e per la meravigliosa colazione in giardino, non inclusa ma costa solo 25 DH, come nei bar del paese ma questa è migliore, abbondante e di qualità). Se siete delicati d’orecchio munitevi di tappi perché la Moschea è proprio vicina, per contro in camera non batterete i denti perché c’è il termosifone elettrico. Abbiamo visitato l’HOTEL CASA MIGUEL, più in centro, un Dar molto bello, di livello superiore finemente ristrutturato; merita una considerazione www.hotelcasamiguel.com.

A TETOUAN: HOTEL RIAD DALIA www.riad-dalia.com / contactdalia@googlemail.com; l’ex residenza del console olandese ha mantenuto tutto il fascino originale e, al contrario di ciò che è scritto sulla Lonely Planet, non ha alcun bisogno di ristrutturazione; il Riad è proprio nel cuore della medina, vicino alla stazione di Polizia; è grande e affascinante, le camere sono di diverso tipo, si va dalla suite alla cameretta a due letti con bagno in comune immacolato. Due cose meravigliose che ci hanno colpito: la stufa in camera e nella sala ristorante!!! e l’idea del proprietario di portarci fuori dalla Medina in un groviglio di vicoli dandoci dei riferimenti per poi vedere se si è capaci di tornare indietro da soli!! Eccezionale, non mi era mai successo. Infine, e anche questo è assolutamente degno di nota, nel ristorante si cena divinamente.

A TANGERI: DAR OMAR KHAYAM www.daromarkhayam.com / nabil_araissi@yahoo.fr; sistemazione standard ma funzionale con un’ampia veranda sul retro, sicuramente molto apprezzabile in estate; situato nella zona sudest di Tangeri vicino al mare; distante circa 3 km dalla Gare Routière e 2 dalla Stazione dei treni; a piedi si raggiunge il porto e la Medina.

 

RISTORANTI

Per una volta, mangiare in Marocco è stato un vero piacere, con la possibilità di assaggiare cose diverse dalla solita Tajine di pollo e dall’onnipresente couscous. A Chefchaouen e Tetouan gli ingredienti sono a km zero perché ogni giorno le donne di campagna portano i loro prodotti: verdure, uova, olive, olio d’oliva, latte, burro e formaggio freschi. Al porto e al mercato di Tangeri abbiamo constatato con i nostri occhi che il pesce è fresco e abbondante.

Questi sono i Ristoranti veramente da non perdere, gli altri sono citati nel diario.

A TETOUAN: RESTAURANTE RIAD DALIA (quello del Riad dove abbiamo dormito) che oltre ad essere bello (e riscaldato!!!) propone una cucina tipica strepitosa. Noi abbiamo cenato con una Tajine di pesce; il pesce viene cucinato in una antica Tajine, diversa da quelle “moderne” (smaltate), che cuoce in maniera differente ed esalta il sapore.

A TANGERI: POPULAIRE SAVEUR DE POISSON, un locale indescrivibile, che oltre all’atmosfera della tipica taverna offre un unico menù del giorno, abbondante e succulento, pesce freschissimo ed uno strano succo di frutta da cui ho sviluppato un’immediata dipendenza da quanto è buono. L’oste è un personaggio ed il vecchio che si aggira per i tavoli, facendoti provare delle spezie sciorinandone le miracolose proprietà, è adorabile. Cenare al Populaire Saveur de Poisson è un’esperienza che vale il viaggio a Tangeri. Costa, ben 200 DH, ma li vale tutti, e comunque per noi sono meno di 20 euro.. Uakhaaaa….

 

Bagaglio

PREPARARE IL BAGAGLIO

Per prima cosa controllo il PESO CONSENTITO DALLA COMPAGNIA AEREA per il bagaglio a mano e per quello in stiva. A seconda del tipo di viaggio valuto se partire con lo zaino o col trolley. In ogni caso viaggio solitamente col solo bagaglio a mano, a meno che non debba andare in un paese molto povero dove sono ben accetti vestiario, scarpe, giocattoli, materiali scolastici. In questo caso porto un bagaglio in più che imbarco.

Tenere presente che la valigia rigida è poco maneggevole se durante il viaggio ci sono numerosi trasferimenti, scale da fare senza ascensore, tragitti in barca. Lo zaino è un 40 litri e non ha mai superato i nove kg di peso. Riesco a farci stare tutto, sia che vada al mare che in montagna. Il segreto è portare solo cose indispensabili, vestiario pratico e tecnico che lavandolo si asciuga velocemente, partire mettendo le cose più ingombranti e pesanti addosso e comprare a destinazione ciò che non ha senso portarsi da casa (shampoo e bagnoschiuma ad es).

BAGAGLIO tarato per un viaggio che varia da una a quattro settimane

La differenza la fanno la temperatura della destinazione e le attività che andremo a fare.

SCARPE Se vado in un paese freddo o so che dovrò scarpinare parto con uno SCARPONE DA TREKKING ai piedi (appesantisce un sacco il bagaglio e occupa spazio) oppure con una SCARPA SPORTIVA con un buon grip più leggera. Altrimenti parto con le CROCS, perché se in aeroporto devi toglierti le scarpe ai controlli sei già più praticamente in ciabatte e sull’aereo stai comodo. Poi saranno perfette per farsi la doccia. Se a destinazione non fa freddo ma c’è da camminare può andar bene un SANDALO SPORTIVO. Per una serata più chic se si è al caldo basta un INFRADITO e al freddo una BALLERINA, altrimenti tanta disinvoltura.

CALZINI Il numero non dipende dalla durata del viaggio, si lavano! Ne bastano quattro. Se si deve camminare parecchio occorrono quelli tecnici, se fa freddo anche termici. Per i paesi dove vanno tolte le scarpe per visitare templi e pagode portare un paio di fantasmini.

PANTALONI La scelta varia a seconda della temperatura, solitamente ne porto due paia, raramente tre. Parto con il pantalone tecnico da montagna (solito discorso clima/ingombro) o con un pantalone leggero. Nel bagaglio porto il pantalone tecnico che diventa bermuda staccando il pezzo di sotto agganciato con la cerniera che è molto pratico e se fa freddo basta metterci sotto un leggins o una calzamaglia.

MAGLIETTE Quattro tecniche a manica corta, un paio a manica lunga, due canottiere.

CAMICIE Una o due a maniche lunghe, la pesantezza varia a seconda della destinazione.

PILE Porto sempre un pile leggero, sull’aereo o sui mezzi di trasporto locali capita che faccia freddo per l’aria condizionata, se fa freddo porto un pile più pesante.

GIACCA Per le destinazioni calde è sufficiente un K-WAY, altrimenti una GIACCA A VENTO dove metterò sotto il pile o un PIUMINO caldo ma leggerissimo.

PER ALLOGGIARE: camicia da notte o pigiama, una federa e il sacco lenzuolo (non si sa mai), l’accappatoio in microfibra, un asciugamano in micropile o un asciughino da cucina.

PER IL MARE: un paio di vestiti leggeri, due costumi, maschera e boccaglio, le pinne spesso si possono affittare in loco ma quelle piccole ci stanno, per la spiaggia porto un pareo anziché l’asciugamano che è troppo voluminoso; nei mari tropicali è fondamentale la scarpetta da scoglio; come borsa da mare porto uno zainetto superleggero o uno shopper di plastica carino.

PER LA MONTAGNA O IL DESERTO: come pigiama uso una sottotuta da moto, guanti, berretto, sciarpa calda, sacco a pelo adeguato alla temperatura che si incontrerà la notte.

Se si prevede di dormire in CAMPEGGIO è utile il materassino autogonfiabile e il telo isotermico per isolarsi il “pavimento” dal freddo e dall’umido (quello dorato per intendersi ma ce n’è uno ancora più isolante argento).

ALTRO: biancheria intima quanto basta e che asciuga presto, una bandana, meglio ancora il buff, un foulard di seta per la gola.

BEAUTY: una saponetta, shampoo balsamo crema solare doposole e repellente per le zanzare solo se non si trova a destinazione, deodorante, spazzolino e dentifricio, filo interdentale, scovolini usa e getta, pettine o spazzola, elastico e pinza per capelli, tagliaunghie, fazzoletti di carta, un rotolo di carta igienica? assorbenti, salviettine umidificate, pinzette. Per i maschietti: rasoio e schiuma da barba. Per chi fa uso di lenti a contatto ricordatevi il liquido salino (nel sacchetto dei liquidi).

ACCESSORI: adattatore x la corrente, una spina multipla per ricaricare più cose nella stessa presa, cellulare e caricabatteria, macchina fotografica e caricabatterie (tablet e pc per chi se li porta + caricabatterie), piccoli sacchetti di plastica per proteggere la macchina fotografica dalla pioggia, fornellino x le zanzare, phon, occhiali da sole, torcia frontale, tappi per orecchie, una sveglia? ormai si usa il cellulare, un gancio o moschettone, nastro isolante, kit per cucire, stuzzicadenti, telo isotermico, copri zaino oppure uno o due sacchi grandi da nettezza, una corda e due mollette per stendere il bucato; nei paesi asiatici le lavanderie costano una sciocchezza (spesso il costo è al chilo) e riconsegnano il bucato dopo 24 ore. Altrove sono molto funzionali lavatrici e asciugatrici a gettone, in questo caso è utilissimo portarsi un paio di fogli di Salvabucato.

MEDICINALI Portare i farmaci salvavita nel bagaglio a mano (NON nel bagaglio imbarcato) e in misura superiore alla durata del viaggio, anche un banale ritardo del volo di ritorno potrebbe fare la differenza.

DOCUMENTI: PASSAPORTO o CARTA DI IDENTITÀ valida per l’espatrio nei paesi consentiti, BIGLIETTO AEREO, POLIZZA ASSICURATIVA, eventuali prenotazioni, 4 fototessera, fotocopia del passaporto, libretto vaccinazioni.

Suggerisco di segnare su un taccuino o su un foglio i numeri telefonici più importanti, ormai non ne ricordiamo più uno perché sono memorizzati sul cellulare, ma se si scarica o peggio, se si perde o ci viene rubato? scrivetevi il numero di casa, della persona da contattare in caso di emergenza, quello per bloccare carte di credito e bancomat; prima di partire inviarsi la copia del passaporto sulla propria email, se si perdono le fotocopie è un paracadute; registrarsi su Dovesiamonelmondo.

TRASPORTO DEI LIQUIDI: nel bagaglio a mano i liquidi vanno riposti in una busta trasparente richiudibile; ciascun liquido (anche creme, pomate e dentifricio) non deve superare la misura di 100ml per un totale complessivo di 1 litro; se il bagaglio viene imbarcato non ci sono problemi di misura e quantità.

IMMANCABILI: contanti, bancomat e carta di credito. Per me anche il taccuino per prendere appunti, la guida turistica, un libro (magari ambientato nel luogo di destinazione – v. LIBRERIA).

GUIDA TURISTICA: scelgo la più recente tra LONELY PLANET, ROUTARD, ROUGH GUIDE, FOOTPRINT. A volte è un tomo pesante perché descrive un’immensa nazione. Se si sa di visitarne solo una parte e si vuole viaggiare leggeri basta farsi le fotocopie delle pagine che ci interessano e che via via si posso buttare oppure lasciare agli albergatori che faranno un figurone con i prossimi privi di informazioni nella vostra lingua. Ora si possono scaricare da internet i pdf, anche i soli capitoli andando sul sito dell’editore.

INFINE: se siete ospiti o se un albergatore vi ha fatto una gentilezza portate un regalo, una piccola cosa tipica del vostro paese sarà molto apprezzata.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI PARTIRE

Prima di programmare un viaggio innanzitutto verifico se E’ LA STAGIONE GIUSTA. Io di solito vado su www.climieviaggi.it. È fondamentale per preparare il bagaglio sapere se piove e quale potrebbe essere la temperatura. Per informarsi sulla SICUREZZA politica e sanitaria, mettere in conto se è necessario fare delle VACCINAZIONI. Il sito è www.viaggiaresicuri.it. Sempre su questo sito è fondamentale controllare se occorre il VISTO (in certi paesi si fa all’arrivo, altrimenti va fatto presso le Ambasciate presenti in Italia) e se il PASSAPORTO deve essere valido almeno sei mesi. Se non serve il passaporto ma è sufficiente la CARTA D’IDENTITÀ valida per l’espatrio controllare che il paese accetti quelle rinnovate con il timbro.

Inoltre mi informo su:

PRESA ELETTRICA per ricaricare le varie batterie. Occorre portare l’adattatore? Su www.tropiland.it sono elencate le spine e i voltaggi di tutti i paesi del mondo.

VALUTA, CAMBIO e la facilità per prelevare.

FESTIVITA’ NAZIONALI e RELIGIOSE perché potrebbe essere tutto chiuso, i trasporti essere ridotti, dover stare addirittura lontani oppure potreste perdervi qualcosa di unico.

GIORNI DI MERCATO, ORARI DI APERTURA E CHIUSURA MUSEI, INGRESSI GRATUITI. Arrivare in un posto e scoprire che il giorno prima c’era un mercato fantastico o che l’ingresso al museo era gratuito oppure arrivare troppo tardi per entrare o trovarlo addirittura chiuso è veramente un peccato.

Australia – Queensland

australia-queensland

AUSTRALIA – QUEENSLAND

Periodo : luglio-agosto 2002

Durata : un mese

Tipologia : fai da te

 
 

ITINERARIO

SIDNEY – PORT STEPHENS – ALMA BAY – NEW CASTLE – NAMBUCCA HEAD – BALLINA – BRISBANE – NORTH STRADBROKE ISLAND – NOOSA – GAGAJU – HARVEY BAY – FRASER ISLAND – WHITSUNDAYS – AIRLIE BEACH

15 luglio, SIDNEY

All’aeroporto di Sydney il cane dell’antidroga mi annusa distrattamente ma quel tanto sufficiente da farmi passare ben tre controlli, con apertura del bagaglio e un sacco di domande. Mia sorella Chiara invece passa indenne. Prendiamo il Bus Sidney Express facendo praticamente un primo tour della città. All’ostello EVA BACKPAKERS c’è movimento. Fa un po’ freddo, più che altro per l’aria condizionata che imperversa ovunque. Prima di andare a dormire facciamo una capatina sul roof per il panorama sui grattacieli.

16 luglio, SIDNEY

Colazione gratuita nella cucina di Eva con pan carrè, marmellata e caffè. Fa proprio freddo, forse non si arriva a 10 gradi. Ci dirigiamo verso Hyde Park. Le case lungo Victoria St. and Darlingernst Rd mi ricordano Notting Hill. Attraversiamo il parco ed entriamo in St. Mary Cathedral. Poi proseguiamo lungo Macquaire St. dove ci imbattiamo in The Barracks con le corti di giustizia e nel Porcellino, il bronzo identico a quello in Por Santa Maria a Firenze. La copia fu donata alla città di Sydney da un fiorentino nel 1968. Alla fine troviamo l’Opera House che è più bella vista da lontano che da vicino. Proseguiamo sul Circular Quay da dove partono i ferry. Compriamo il famoso DRIZA-BONE coat! Per non portarcelo dietro ben cinque settimane lo facciamo spedire via nave (tempo stimato 6-8 settimane). Sul Sydney Harbour Bridge i Climbers salgono proprio fino in cima. Pranziamo in un bistrot poi ci fermiamo al Visitors Centre per prendere dei dépliant e andiamo a cercare una harbour cruise al Circular Quay. Non ce ne sono, sono le cinque e la prossima parte alle otto. Idea: tra i dépliant c’è quello del Acquarium Pass cioè entrata all’Acquario + Harbour Cruise fino a Darling Harbour e ritorno. Ok andiamo. Il giro in battello è bellissimo anche perché sta tramontando il sole e si stanno accendendo le luci dei grattacieli. L’acquario è stupendo soprattutto dove ci sono gli squali. Dopodiché l’imprevisto del giorno: sbagliamo a leggere l’orario del battello e così ci tocca stare un’ora, anche di più, al gelo totale ad aspettare il prossimo battello… che sta arrivando! Siamo nuovamente al Circular Quay e dobbiamo cenare: a little problem: sono le dieci pm e non ci fanno entrare! C’erano dei pub così carini! Prese dalla fame compriamo due quiche da un pakistano e poi infiliamo da Mc Donalds per un hamburger! Per tornare all’ostello prendiamo un bus, prima però compriamo una bottiglia d’acqua. Il cassiere ci chiede se siamo olandesi. “Italiane!” Tutto sorridente risponde“Oh… vaffanculo!” Ma chi è il cretino che gliel’ha insegnato facendogli credere che sia qualcosa un gentile benvenuto? Alla fermata del bus incontriamo due italiani che vivono qui. Scambiamo due parole ma siamo stanche e la conversazione è di una banalità totale. Oltretutto non mi sembrano così felici della loro scelta di vita. E’ mezzanotte e mezzo, buonanotte.


17 luglio, SIDNEY


Mattinata dedicata ad alcuni aspetti pratici.
1° farsi la VIPCARD per avere gli sconti. 2° prenotare il PASS della Greyhound. 3° prenotare il tour alle Blue Mountains. Nell’ordine: vicino al nostro ostello ce n’è uno della catena VIP, chiediamo la carta che ci permetterà di fare i biglietti del bus a prezzo scontato. La carta ci costa 32$. Poi facciamo il Pass Sydney-Cairns (anche se a Cairns forse non ci arriveremo) perché conviene come Tariffa 261$ contro il Km pass (281$ per 2000 km che non ci basterebbero perché fino ad Airlie Beach sono 2300). Per il ritorno staremo a vedere. Io sarei per un treno con cuccetta o per un volo interno. Già che ci siamo ci facciamo prenotare l’ostello successivo – che è della catena VIP – a Port Stephens ed è una buona idea perché pare che nei prossimi giorni ci sia un ponte scolastico con conseguente casino per trovare i posti. Soddisfatte andiamo in un’agenzia che sta proprio di fronte a Eva’s e prenotiamo per domani un tour per le Blue Mountains. Dopo un attento vaglio dei depliants dei vari operatori (fatto ieri sul molo in attesa del battello!!) abbiamo scelto un ecotour che prevede anche un trekking e non solo gli spostamenti classici per i turisti nei due o tre punti principali. Ora c’è un problema: abbiamo un mal di piedi atroce a causa delle scarponi nuovi. Ce la faremo? Non so. D’altra parte non abbiamo alternative. Doloranti di prima mattina partiamo alla volta del Domain per andare a visitare il Museo del NSW passando da Woollomoloo Bay, dove un pazzo tenta di arrotarci accelerando con il suo camioncino. Eh già, perché in Australia gli automobilisti sono rispettosissimi dei pedoni che attraversano sulle strisce, diversamente prendono la rincorsa e la mira! L’entrata al museo è gratuita e la guida anche. June, un’attempata simpatica signora, ci mostra le opere più significative. Sono interessanti perché mostrano la vita degli australiani ai tempi dei primi insediamenti e all’epoca della corsa all’oro (Gold rush). Nel reparto aborigeno ammiriamo opere interessanti poi assistiamo alla dimostrazione di un aborigeno che suona il digeridoo. Per pranzo infiliamo dentro a David Jones dove oltre a centinaia di negozi ci sono decine e decine di ristoranti take-away di tutte le nazionalità. Il Queen Victoria Building che è a due passi (sempre doloranti!) è un palazzo magnifico sia esternamente che all’interno. Purtroppo però siamo di corsa, magari ci torniamo domani (il giovedì i negozi stanno aperti fino alle 9 pm) perché vogliamo vendere anche un altro museo. Prendiamo l’autobus ma l’autista ci fa scendere tre isolati prima. Proprio quello che ci voleva per il nostro mal di piedi! Appellandoci a tutti i Santi del Cielo raggiungiamo il Powerhouse Museum dove utilizziamo la nostra VIP Card per uno sconto sul biglietto intero. Il ritorno all’ostello è tragico! Non c’è verso di beccare un autobus. Attraversiamo Chinatown e risaliamo tutta William St. e arriviamo a Kings Cross. Siamo stravolte dal dolore ai piedi e non abbiamo il coraggio di pensare alla camminata di tre ore di domani. Andiamo a fare la spesa necessaria per l’escursione di domani. Mi sembra che faccia più freddo del solito. Chiara ha i piedi marmati.


18 luglio, SIDNEY – BLUE MOUNTAINS


Questa mattina c’è EVA in persona! Esiste! Alle 7.30 am siamo puntuali di fronte a EVA’S per la partenza dell’Ecotour. Il nostro bussino arriva con 15′ di ritardo. Non è tanto per l’attesa quanto per il freddo! La buona notizia è che il mal di piedi inizia ad attenuarsi. Arrivati al Canyon scendiamo e partiamo per il bush-walk con l’autista che ci spiega dove siamo, che giro faremo ecc..
Il canyon è magnifico. La vegetazione è rigogliosa. Ci sono molti eucalipti, ma non i koala e a seconda delle condizioni climatiche – pioggia e rifrazione della luce – le montagne cangiano in blu. Per questo si chiamano BLUE MOUNTAINS. La passeggiata comincia con una discesa del Canyon. Sono tutti scalini. Via via che si scende cambia la vegetazione. Non ci sono più eucalipti ma alberi ad alto fusto, sassofrassi  e felci che sembrano palme. Ogni tanto il percorso cambia, in un sali e scendi. Cominciamo a accusare la stanchezza nei muscoli delle gambe, i piedi vanno abbastanza bene. Durante il percorso facciamo amicizia con un ragazzo tedesco, Frank, e i suoi due amici. Ora si risale, tutto a scalini. E’ veramente dura anche perché il ritorno è a ritmo sostenuto. Alla fine siamo fieri di noi. Poi andiamo a vedere le famose THRE SISTERS. Ok sono tre rocce… ma niente di eccezionale. Pazzesco invece il business turistico che c’è da questo punto per vederle. Meno male abbiamo scelto l’eco-tour, faticoso ma almeno con un senso! Approfittiamo della sosta per mangiarci crackers, formaggio e banane. Ci portano anche in un campo recintato a tirare il boomerang. Sembra facile… non lo è assolutamente! Però è divertente. Infine andiamo in una zona dove sanno che ci sono i canguri. Infatti ce n’è un’intera famiglia che si lascia avvicinare continuando, incurante, a mangiare l’erba. Concludiamo con tè e biscotti nel prato e poi facciamo ritorno ai rispettivi ostelli. Durante il rientro pisoliamo tutti. Frank ci accompagna all’ostello insegnandoci una scorciatoia. Lui è qui da aprile e resterà in Australia complessivamente un anno. Studia architettura e ha 26 anni. Ci diamo appuntamento per le 10 pm al suo ostello che è vicinissimo al nostro per andare a bere una birra al pub. Ci facciamo una lunga doccia calda, ceniamo al take away thai e raggiungiamo i tedeschi all’Original Bakpacker. Loro dormono in una camerata con 10 letti, per socializzare… Nel pub fa molto caldo. La birra è buonissima. Io mi intrattengo con Frank mentre Chiara parla con Mark. Passiamo così un paio d’ore. Quando torniamo all’ostello siamo leggermente ciucche però… non abbiamo freddo. Ci addormentiamo all’istante, puzzolenti di fumo.


19 luglio, SIDNEY – BONDI BEACH

Mentre facciamo colazione arriva alle nostre narici uno strano odore… Ci guardiamo intorno cercando di individuare il petomane che sgamiamo appena ne sgancia un’altra puzzolentissima! NOW STOP! sbotta Chiara. Ancora oggi ripensandoci ridiamo. Il nostro programma prevede la passeggiata sulla scosta fra le spiagge di Bondi e Coogie. Scendiamo con le scaletta a Wollomoaloo. Abbiamo capito che ovunque c’è un passaggio. Quando arriviamo al Circular Quai prendiamo la metro che chiaramente passa anche da Kings Cross! Ok, abbiamo fatto due passi… Quella parlava di treno invece City Rail è la metropolitana. Scendiamo a Bondi Junction e da qui, nella stazione dei bus, prendiamo quello per Bondi Beach. La spiaggia è molto bella e l’acqua pure. Ci togliamo le scarpe per bagnarci almeno i piedi. C’è il sole, fa abbastanza caldo e chiaramente, come mi fa notare mia sorella, siamo bardate fino ai denti! L’acqua è gelata però è irresistibile. Lungo la costa c’è un percorso. Sarebbe meglio farlo al contrario cioè Coogie-Bondi per avere il sole in viso e abbronzarsi camminando… Dopo un po’ troviamo un’altra spiaggia e ci sediamo ai tavolini di un bar per mangiare rilassandoci al sole. Proseguiamo Coogie che però non raggiungiamo perché siamo stanche e un’idea della costa e delle sue spiagge ormai ce l’abbiamo. Il sole sta calando quindi meglio tornare. Prendiamo il bus di nuovo fino a Bondi Junction poi prendiamo la metro per K.C. dove ci facciamo un massaggio ai piedi dai cinesi. Ceniamo in ostello e alle dieci ci addormentiamo stecchite.


20 luglio, SIDNEY – PORT STEPHENS – NELSON BAY

Dopo colazione salutiamo Eva (esiste veramente!) e con la metro scendiamo alla fermata M. Town Hall per vedere meglio il Queen Victoria Building. L’edificio è in stile liberty e uno dei due orologi appesi al soffitto ha un veliero che gli gira intorno con alcuni personaggi in movimento; ogni tanto si solleva un pezzo e ci sono delle scene di cui si sente pure il racconto. Scendiamo lungo Gorge St. per andare al Paddys Market. È aperto solo dal giovedì alla domenica e qui c’è veramente di tutto a due lire (è tutto cinese). Alla stazione dei bus compriamo una bottiglia d’acqua e delle noccioline (da mangiare di nascosto perché sull’autobus non si può). Il bus parte puntuale all’una e in tre ore raggiunge Newcastle da dove dobbiamo prendere un altro bus per andare a Port Stephens. Lungo il tragitto attraversiamo un’enorme foresta. Il paesaggio è stupendo. Siamo comunque distratte dal film che ci viene proiettato. A Newcastle il tramonto è di un arancione stupendo. La nostra comprensione dell’australiano è ancora molto scarsa. Chiediamo informazioni per prendere la coincidenza. Io annuisco per non essere scortese ma non ho capito una mazza. Il tipo parla troppo ARRA ARRA. Chiedo a Chiara “Tu hai capito?” “No, nemmeno io”. Riproviamo? ARRARRA! Allora gli rispondo RRRRAAARRRR! E lui ribatte anche qualcosa! Cosa? E chi lo sa! Il bus della Port Stephens Coaches arriva a Nelson Bay alle 6.40 pm e ci lascia davanti al SAMURAI BEACH BACKPACKERS BUNGALOWS. Al ricevimento troviamo Sandy e Mark che ci fanno sentire subito a nostro agio. Sandy ci prende anche l’ordinazione per la cena perché anche loro andranno a un take-away thai. Ci compriamo un repellente per le zanzare, qui ci sono, enormi. I bungalows (19$) sono nel bosco e dormiremo con Yashi, un giapponese. Dopo una mezz’ora arriva la cena (31$). Ci trasferiamo nella BBQ AREA perché non abbiamo le posate. E’ all’aperto e molto wild. Fuori dal nostro bungalow c’è un opossum rintanato in un buco. Lo attiriamo con le noccioline. E’ carino da morire e ha il pelo morbidissimo. Sono le otto e mezza e non ci resta che andare a letto.


21 luglio, NELSON BAY

Mega dormitona nel letto a castello di legno. Per la colazione non ci siamo organizzate e qui non c’è il breakfast free come da Eva. Però c’è il tè. E’ già qualcosa. Più che altro per scaldarci! Fuori dalla stanza ci sono delle papere. Prendiamo un bus per andare al Salamandre Shop Center e fare un po’ di spesa. Depositiamo la spesa in camera, facciamo due chiacchiere con Sandy che ci dice che cè una koala che a volte si fa vedere, poi partiamo per una passeggiata alla scoperta dei dintorni. Prima tappa la One Mile Beach poi Boat Harbour. Siamo nel Tomaree National Park. Le spiagge sono belle e selvagge. I paesini sono silenziosi, ordinati, perfetti. Le case sono tutte prefabbricate, una attaccata all’altra. Ogni casa ha il garage e il prato davanti. In giro non c’è quasi nessuno. Se incontri qualcuno è comunque strano per noi, scalzo ad esempio. Proseguiamo riprendendo la Gan Gan Road per scendere al BIRUBI POINT da dove partono chilometri di dune altissime e stese. Sembra di stare nel deserto però affacciato sull’oceano. È stupendo. Cicchiamo l’autobus e non abbiamo un timetable per sapere quando passerà il prossimo (e comunque non passano di frequente). Ci avviamo con pazienza. Ad un certo punto un pazzo lancia deliberatamente dal finestrino della macchina una apple pie. Mi prende in pieno in un braccio con un tonfo che li per lì mi fa paura perché non capisco cosa stia succedendo, un secondo dopo vediamo i pezzi di mela volare e poi sento il dolore e vedo lo spiaccicamento del dolce sulla mia felpa. In mezzo a tanta civiltà abbiamo beccato l’unico idiota in circolazione. Dopo un altro paio d’ore di cammino rientriamo alla base. Abbiamo percorso 12 km e siamo distrutte. La doccia calda ci rimette al mondo. Nella kitchen area ci prepariamo una pastasciutta al pomodoro che mangiamo velocemente perché all’aperto fa veramente freddo. Andiamo a letto alle sette e mezza, sempre prima!


22 luglio, SHOAL BAY – TOMAREE HEAD – ZENITH BEACH – FINGAL BAY

Ci piace molto questo posto perciò decidiamo di restare un giorno in più. Elimineremo la tappa a Southport vicino a Surfers Paradise che tutti fanno capire essere uno schifo storcendo la bocca. Per la colazione siamo organizzate con pane per toast, marmellata, banane, biscotti. Caffè e tè sono forniti dall’ostello. Ma ci sarà da giovarsi del bollitore? C’è dentro una formica che galleggia. Del resto tutta la cucina e allucinante. Il barbecue è tutto incrostato, i fornelli pure, le pentole anche e le ragnatele imperversano everywhere! Ok anyway! Oggi col cavolo che ci facciamo una sfacchinata come ieri. Sandy ci consiglia di farci un DAY EXPLORER PASS. Non ce lo poteva dire ieri??! Costa 5,50$ e si può salire e scendere tutte le volte che si vuole in tutta la baia. Orario alla mano (perché non passano tutti i minuti) scendiamo dapprima a NELSON BAY dove facciamo una passeggiata sul porto. Riprendiamo il bus per scendere a SHOAL BAY, assolutamente incantevole. L’acqua è pulitissima e il mare è calmo. Saliamo al TOMAREE HEAD da cui si gode di una vista mozzafiato sul Mar di Tasmania. Sotto di noi c’è la ZENITH BEACH e una lingua di sabbia che arriva a PORT STEPHENS. Riprendiamo il bus per arrivare a FINGAL BAY, dare un’occhiata e comprare due pomodori per la cena. Sandy ci invita ad andare al CampFire, dove ieri si è fatto un giretto il koala, ma siamo stanche e domani abbiamo il bus per Newcastle alle 8. Ceniamo di nuovo velocemente a causa del freddo e via a letto.


23 luglio, PORT STEPHENS – NEW CASTLE – NAMBUCCA HEAD


Giornata di trasferimento in autobus. Alle 8 am puntualissimo passa il
PORT STEPHEN COACHES BUS. Arriviamo a New Castle alle 9.35 e ripartiamo con MC CAFFERTY’S alle 10 am. Verso le 11 am c’è una sosta tecnica di 40 minuti in una stazione di servizio. Ne approfittiamo per mangiare qualcosa.  Poi il viaggio riprende. Arriviamo a NAMBUCCA alle 3.40 pm. Andiamo all’Information Centre e decidiamo di regalarci un pernottamento come si deve in una Guesthouse: BEILBY’S BEACH HOUSE. Un sogno. Eric ci spiega tutto ma capiamo il giusto, è tedesco. Comunque è gentilissimo, e ci rimborsa anche il taxi che abbiamo preso dalla fermata dei bus per arrivare alla Guesthouse. Stasera tutta vita, si mangia fuori! E’ buio pesto e per strada non c’è un’anima, sono tutti in casa. Li vediamo perché la maggior parte delle case ha le vetrate. Con la nostra cartina della città andiamo alla ricerca di un supermercato e del ristorante. Sono praticamente uno accanto all’altro. SPICES CAFE’ è un localino delizioso. Ci prendiamo una Tart con cipolla dolce cotta e verdurine e un filetto di bue buonissimo. Non si può bere vino. peccato, ci sarebbe stato bene. Eventualmente bisogna portarselo. Questo è infatti un locale BYO, che non significa BIOlogico bensì Bring Your Own (liquor). Dopo le ingurgitate nel bush del Samurai per il freddo finalmente una cena come si deve! Il buio e il deserto sono inquietanti. Se passa un pazzo tipo quello dell’apple pie? Svelte torniamo da Beilby’s e andiamo a dormire.


24 luglio, NAMBUCCA


La colazione
included di Beilby’s è megagalattica! C’è di tutto di più. Pane bianco, pane nero, marmellata fatta in casa, latte, tè, caffè, formaggio, salumi, frutta, yogurt, cereali, biscotti, uova. Una meraviglia, un rito! Verso le 10.30 andiamo alla scoperta di NAMBUCCA. Delle scalette in mezzo alla foresta portano sulla BEILBY BEACH che è immensa e magnifica. Arriviamo al famoso VEE WALL di Nambucca. Praticamene è una passeggiata fiancheggiata da massi che, chi vuole, può colorare e disegnare. Intravediamo la laguna che con la bassa marea e spettacolare. Siamo incantate da questo posto. Risaliamo verso il paese. Di fronte alla posta c’è THE BOOKSHOP AND INTERNET CAFE’ dove si possono comprare ma anche solo leggere i libri (usati) e have a delicious lunch anda drink unusual juices. Ci piace molto. Per strada, quando incontri qualcuno, tutti salutano dicendo Hi, how are you? Impensabile da noi! Un’altra cosa interessante sono i servizi igienici pubblici: sono ovunque, puliti e sempre con la carta igienica. Sulla spiaggia ci sono sempre le docce e su quella di Beilby c’è anche il bancone, con la cannella dell’acqua, per pulire il pesce! Poi andiamo da Woolworths per fare la spesa. Facciamo ritorno a casa via spiaggia incantate dal tramonto. Prenotiamo telefonicamente il bus per domani. Doccia e poi cooking! Stasera ci faremo la pasta al ragù, abbiamo comprato la macinata! Mi sono scordata di comprare la cipolla! La chiedo in casa. Due ore di bollitura e il sugo è pronto. Niente male… Io e Chiara ci  mangiamo due bigonce di pasta. Il sugo avanzato lo regalo ai padroni di casa che lo accettano mooolto volentieri. In cambio ci offrono un po’ di vino. Così abbiamo modo di sentire il vino australiano. Questo è uno Chardonnay, molto buono. Arrivano altri due guests: una coppia di pensionati, lei australiana lui inglese. Si sono conosciuti a Venezia nel 1950. Lei parla un po’ italiano. Sono carini e gentili. A domani! Ok see you tomorrow! Ndr: See you in australiano si pronuncia “seià”.


25 luglio, BALLINA

E’ veramente accogliente questa casa, curata nei minimi particolari, e il momento della colazione è un delirio di piacere. Lasciamo i bagagli pronti in casa e andiamo a fare una lunga passeggiata sulla spiaggia. Torniamo al Bookshop per un boccone poi rientriamo. Eric ci accompagna con la macchina alla fermata dell’autobus. L’autobus arriva 15′ prima e parte 5′ prima rispetto all’orario previsto. Ora c’è un grande dilemma. Ci sarà Pierce per la terza volta? Già perché sui bus mettono i film. Sia sulla tratta SYD-NCL che sulla NCL-NBC abbiamo beccato lo stesso film con Pierce Brosnam. Questa volta Pierce non e stato nostro compagno di viaggio c’è una specie di cartone animato. Arriviamo al BIG PRAWN di BALLINA alle sette di sera. Prendiamo un taxi per andare al BALLINA TRAVELLERS LODGE che è un Motel / Ostello YHA. Prendiamo la doppia che rispetto al posto letto in camerata costa pochi dollari di differenza. La stanza è essenziale. Andiamo subito in cucina e ci facciamo una pasta col pesto comprato da Woolworths. Dopo cena facciamo due passi nel centro di Ballina… una città fantasma! Tolti due o tre pub, neanche troppo pieni, la gente deve essere tutta in casa. Rientriamo al motel, scambiamo due chiacchiere con altri ospiti e andiamo a dormire.


26 luglio, BALLINA

Alle 9.30 abbiamo appuntamento con Lenn che ci da uno strappo alla THURSDAY PLANTATION, dove viene prodotto il Tea Tree Oil, che si trova un pò fuori Ballina. Per il ritorno vedremo come fare. Il tour comincia 11 am sicché ci intratteniamo all’ingresso leggendo la storia della Thursday Plantation e valutando tutti i prodotti esposti in vendita. Non si vede un granché ma impariamo che per fare l’olio di Tea Tree è utilizzabile una sola delle tre varietà di piante esistenti. Facciamo una passeggiata in quella che chiamano la loro Rain Forest, un giardino botanico rinsecchito con le piante segnate. Meno male che il pranzo è molto buono. Ora c’è il problema del ritorno. Troviamo un passaggio. Il gentile signore ci fa le classiche domande di tutti. Potremmo mettere un disco per le risposte. Di dove siete, è la prima volta che venite in Australia, quanto tempo state, dove siete state, dove andate. Per noi è noioso ma per ognuno di loro è interessante. Passiamo da Woolworths per la spesa e ci incamminiamo verso SHELLY BEACH. Un pescatore sta buttando i ritagli di pesce ai pellicani che sembrano finti, tanto stanno immobili attentissimi. Appena l’uomo lancia i pezzi si avventano sul pesce agguanta dolo al volo. Sono bellissimi. Sulla sabbia ci sono tante palline azzurre. Ma cosa sono? Sono centinaia di granchi! Sono i Soldiers Crabs. Appena ti avvicini si muovono tutti o per allontanarsi o per nascondersi sotto la sabbia. Qui le onde sono le più alte che abbiamo visto fin’ora. Rientriamo con un bus, ceniamo e andiamo al Pub a bere una birra con la Lonely Planet, dobbiamo decidere l’itinerario dei prossimi giorni.

27 luglio, BRISBANE


la tipa del Motel ci accompagna alla fermata del bus, al Big Prawn. Il viaggio sarà lungo cinque ore, arriveremo verso le tre. Dal Bus Transit Centre di BRISBANE andiamo a piedi all’ostello AUSSY WAY che è in una casa coloniale poco distante. Andiamo a fare la spesa da COLE EXPRESS in Albert St. dove spediamo ben 50$AUD! Già, ma la spesa è per i prossimi giorni perché abbiamo pianificato di stare quattro giorni a North Stradbroke Island. Abbiamo acquistato anche delle borse di plastica con la cerniera per trasportare le vivande senza avere tante buste. Sono infatti molto funzionali. La AUSSI WAY è una casa carina old-fashioned, la sua popolazione dopo la prima impressione risulta tranquilla. Dopo cena (bistecca e insalata) ci ritroviamo con altre ragazze nel salotto per vedere il film The wedding singer alla TV. Nella nostra stanza fa freddo. Domani sera chiediamo una coperta.


28 luglio, BRISBANE


Acquistiamo un lucchetto e mettiamo tutti i nostri beni più importanti – compreso l’olio d’oliva! – nell’armadietto della camera, poi andiamo a fare alcune commissioni e un giro per Brisbane. Acquistiamo il biglietto del treno, in cuccetta, per tornare il 16 agosto da Proserpine.
Io sono ipnotizzata dal rumore del semaforo e ogni volta che lo sento scattare, attraverso come se fossi ai blocchi di partenza! Meno male che Chiara mi ripiglia ogni volta per un braccio, perché parto, mentre sto leggendo la guida, anche quando non tocca a noi! Passiamo dalla
CUSTOMS HOUSE poi prendiamo il CITY CAT fino a NEW FARM dove facciamo una passeggiata poi lo riprendiamo per tornare al VICTORIA CENTRE. Ci concediamo un dolce da Malones un posto carino, alla moda, anche nel prezzo… 24$! Poi prendiamo George St e torniamo all’ostello.
Dopo cena ci ritroviamo tutti in salotto per guardare alla TV il film Cruel Intensions.


29 luglio, NORTH STRADBROKE ISLAND (STRADDIE)

Il courtesy bus della Guesthouse dove dormiremo ci viene a prendere all’Ostello. Il viaggio è piacevole fino a Cleveland poi ci imbarchiamo sul Ferry e arriviamo a POINT LOOKOUT. La Guesthouse è un centro sub.  Non è accogliente come descritta sulle guide, tanto meno pulita. Comunque non c’è problema. Andiamo subito a fare un giro sulla spiaggia. È grandissima e solitaria. Sul bagno asciuga ci sono un sacco di meduse. Non sono le killer, anzi sono proprio innocue. Per cena pasta con pomodoro e cipolla in gran quantità. Dopo cena guardiamo un po’ la TV ma ci sono solo telefilm vecchi come il cucco. La stanza dove dormiamo è un po’ umida.


30 luglio, STRADDIE

Ci svegliamo con comodo e andiamo in direzione di Cylinder Beach con l’obiettivo di arrivare oltre ma quando siamo alla spiaggia ci incantiamo a guardare i surfisti. Le onde sono altissime. Verso l’una abbiamo fame e comunque sta arrivando un temporale. Rientriamo all’ostello proprio quando comincia a piovere, appena in tempo per ritirare il bucato. Pranziamo con un piatto di pasta al pesto. Alla TV non c’è proprio niente di interessante ma non abbiamo alternative perché fuori piove e la stanza da letto è umida e deprimente. Vado in bagno e quando torno Chiara mi da una notizia bellissima: i due tipi che erano sul courtesy bus con noi ci hanno invitato al Bowls a cena. Siii! Stasera c’è il roast con vegetables. La carne è tenerissima e tra i contorni la zucca è fantastica. Beviamo birra TOOHEYS OLD (BLAKE ACE). Ad una cert’ora il Pub deve chiudere. Peccato. E’ un ambiente molto gradevole e lo sono anche i nostri amici. Speriamo che il tempo domani sia bello.


31 luglio, STRADDIE

C’è il sole! Ok, allora andiamo a fare la camminata. Raggiungiamo la SOUTH GORGE dove stanno girando una pubblicità di contenitori per alimenti della TV messicana. Sulla spiaggia la scena è tipo Castaway con tanto di naufrago e capanna. La EIGHTEEN MILE BEACH che comincia proprio qui è splendida e anche il mare, come sempre con grandi onde. Alle tre del pomeriggio ci facciamo un bel piatto di pasta. Io ho un forte mal di gola. Mi accascio sul divano davanti alla tv e dormicchio. Chiara parla con gli amici. Per cena mi faccio un latte caldo, Chiara si arrangia con riso e fagioli. Vado a letto prima del solito, sto proprio male.

1 agosto, NOOSA

Giornata di trasferimento. Prima prendiamo un autobus poi il Ferry per Cleveland e un altro bus per andare alla City Rail. Agguantiamo al volo il treno per Brisbane e a Roma Street facciamo check-in così ci liberiamo dei bagagli. Facciamo la spesa in Albert Street, pranziamo e prendiamo il nostro autobus per NOOSA. Arriviamo alle 6 pm. Abbiamo deciso di dormire proprio di fronte al transito dei bus all’HELSE LODGE, un’immensa casa colonica del 1880 nota già allora come guesthouse e poi diventata sede arcivescovile nel 1950. Restaurata nel 1989 ora è un backpacker enorme. E’ molto comoda come posizione. Qui il dorm costa 20$ + 10$ key deposit, siamo in camera con altre quattro ragazze e ci toccano i letti in alto. Noosa è la Forte dei Marmi della SunShine Coast, piena di negozi e appartamenti di lusso. Passiamo in rassegna tutti i ristoranti e alla fine optiamo per LE MONDE, vicino  a casa, accogliente ma non pretenzioso, dove c’è la musica dal vivo e… si mangia benissimo. Pesce, matched potatoes & vegetables.


2 agosto, NOOSA

Andiamo a fare colazione. Che strano, non ci sono stoviglie. Sul bancone centrale c’è un catino con dentro due piatti e qualche posata. Prendiamo i piatti, i coltelli e i cucchiaini e in attesa che qualcuno finisca di utilizzare le tazze per farci il tè intanto ci tostiamo le fette di pane. Poi notiamo che tutti hanno un catino con delle stoviglie e un canovaccio dentro… e leggiamo un cartello che dice che chi non lascia la cucina in ordine per penalità non avrà la restituzione del deposito del KITCHEN KIT… azz! Ci siamo appropriate indebitamente del catino di qualcuno che per fortuna non se ne è accorto. Rimettiamo subito le stoviglie dove le abbiamo prese e alla reception prendiamo il set per la cucina pagando 20$. Beh, tutto sommato è un buon sistema. A Straddie, dove tutto era sporco e andava lavato due volte (prima e dopo), ci avrebbe fatto piacere. Una curiosità: in Australia per colazione sul pane va molto il burro di arachidi e la Vegemite (una specie di estratto di carne). Andiamo a fare il bushwalking al NOOSA NATIONAL PARK. Percorriamo il primo tratto costeggiando le spiagge e le coste proseguendo attraverso la rainforest per 7 km in totale. Davanti alla casa del Ranger è segnalata la presenza di un KOALA. Finalmente ne vediamo uno! E’ bellissimo! Sta ronfando abbracciato al tronco di un albero. Tutte contente facciamo ritorno all’ostello per un meritato pranzo. Poi ci concediamo un gelato  buonissimo da NEW ZELAND NATURAL. Trascorriamo il pomeriggio nel corso, in giro per negozi. Ma non conviene fare acquisti a Noosa, è tutto molto caro. Stasera altra botta di vita. Abbiamo deciso che possiamo permetterci di mangiare il pesce una tantum, è buono e tutto sommato affordable. Torniamo a Le Monde perché c’è piaciuto e ceniamo con fritto misto di calamari, gamberetti, aragostine, gamberoni e granchio. Tutto buonissimo. Preleviamo un po’ di contanti perché dove andremo probabilmente non hanno la carta di credito.


3 agosto, GAGAJU BUSH CAMP

Alle 8 am mi fiondo a fare ancora un po’ di spesa perché secondo me abbiamo poca roba. Il courtesy pick up del GAGAJU è alle 9 am dal Transit Centre. Arriviamo anticipo di 10 minuti, il pulmino del GAGAJU è già lì. Partiamo solo dopo un’ora perché aspettano i vari bus per raccattare tutti. Ben, il simpatico autista del pulmino, ci dice che al campo ci sono altri due italiani contentissimi del nostro arrivo. Il pulmino fa una sosta da Woolworths!! Se l’avessimo saputo! Il GAGAJU è veramente nel bush, in riva al fiume. I dorm sono da 8-10 persone in grandi tende militari. Tutto è molto rustico e biologico. Il gabinetto è un buco, senza acqua da versare. Simone e Mattia vengono subito a salutarci e a fare due chiacchiere. Sul fiume ogni tanto passa qualche imbarcazione. La giornata passa cazzeggiando nel camp intorno al fuoco, facendo due chiacchiere con questo e con quello. Ci sono diversi personaggi: una coppia molto hippy, il padrone che gira e sorveglia con discrezione, il maori sempre cordiale, le tedesche che puntano… chi? gli israeliani? Un vero mix. Ma i meglio siamo noi, GLI ITALIANI! A una cert’ora ora Ben parte con un’asta piuttosto insolita: vende FROGS. L’avevo notato infatti mentre cercava le rane nel pomeriggio… ne ha prese 4 o 5. Ogni tanto paga pegno per fare alzare il prezzo bevendo mezzi bicchieri di SMIRNOFF. Alla fine il bottino sarà devoluto a chi ha acquistato la rana che salterà per prima fuori da un cerchio disegnato sulla sabbia. Vince quella di Simone e Mattia e il bottino è di 46$… niente male! Senza  accorgercene facciamo le quattro di mattina. Sarà il caso di andare a dormire? Fa un gran freddo.


4 agosto, GAGAJU BUSH CAMP

Ci piacerebbe andare AL BOREEN POINT CON LA CANOA. Bisogna coinvolgere qualcuno. Partiamo a mezzogiorno dopo aver coinvolto, oltre a Mattia e Simone, Costantino, un ragazzo tedesco. Le formazioni: io e Mattia in una canoa, Chiara, Costantino e Simone nell’altra. Essendo in tre loro vanno ovviamente più veloci e non ci aspettano! Il fiume è stupendo, ma la corrente è in senso contrario. Dopo un bel pezzo arriviamo al lago. Siamo stanchi e non vediamo l’ora di andare a mangiare qualcosa. Sempre con la corrente contraria passiamo dall’altra parte del LAGO COOROIBAH ma sono già le tre, cioè l’orario in cui, secondo il maori che ci ha dato le canoe e ci ha fatto vedere la cartina con l’itinerario, dovremmo ripartire per rientrare tranquilli con la luce. Andiamo all’APOLLONIAN HOTEL, un pub del 1868 ma è tardi per mangiare. Imploriamo di darci qualcosa perché abbiamo fame. Impietositi ci propongono una pizza. E vada per la pizza. Two big, una vegetariana e una col prosciutto ma senza pineapple! Mentre aspettiamo beviamo una birra. Nel locale sulla veranda ci sono due musicisti che suonano la chitarra. Fanno musica country/rock. Sono molto bravi. Sul prato antistante ci sono delle persone sedute su seggiole e altre stese per terra.
Arrivano le pizze! Oh sono pure buone! Sarà la fame? Le divoriamo in un battibaleno. Siamo contenti, siamo fieri di noi stessi. Stiamo passando una giornata bellissima. Ci stendiamo anche noi un po’ sul prato. Chiara, Costantino e Simone si mettono a fare capriole e prodezze varie riscuotendo gli applausi di alcuni presenti. I due musicisti chiedono
one more? Yes! Cocaine di Eric Clapton? Yeeeap! Ci mettiamo anche a ballare. Dobbiamo ripartire ragazzi! Certo dopo un paio di birrozzi è dura pagaiare. Il sole è prossimo al tramonto. Il lago di tinge di colori bellissimi. C’è un gran silenzio. L’acqua è liscia come l’olio e non c’è corrente. Infatti con molta meno fatica riattraversiamo il lago. Dilemma: dov’è il fiume? All’improvviso ci appaiono due imboccature. E siamo soli. Dopo un summit basato sul niente, anche perché la marea si è abbassata e il paesaggio è totalmente mutato, decidiamo per la direzione di sinistra. Sta rapidamente calando anche la luce. Pagaia, pagaia, staremo andando bene? Ci ricordiamo che ad un certo punto abbiamo visto un cartello, ma un pezzo in là. Intanto andiamo avanti sparando bischerate a tutto andare. Comincia l’indolenzimento ai muscoli e il buio incalza. Mattia supplica gli altri di stare almeno vicini. Su geniale suggerimento di Costantino leghiamo le due canoe, pagaiando dai rispettivi lati liberi, per andare più veloci e più dritti. Funziona! E’ praticamente buio e non c’è neppure la luna. Avvistiamo il famoso cartello. Almeno siamo sulla strada giusta. Siamo stremati dalla stanchezza, è buio e non si arriva mai ma… sopra di noi c’è uno spettacolo stupendo: il cielo stellato! Questo cielo così diverso, così pieno di stelle, una meraviglia mozzafiato. Adesso abbiamo anche freddo. Aspettate! Laggiù! Ci sono delle luci! Si!! Sono le luci del camp! Il fuoco! Ci staranno aspettando? Ad attenderci effettivamente c’è qualcuno, il padrone, che intuendo che non possiamo vedere una mazza nel buio più completo ha in mano una fiaccola per segnalarci dove attraccare. Siamo talmente rattrappiti dal freddo che non riusciamo a coordinare i movimenti. Ci scaldiamo un attimo davanti al fuoco e poi via alle docce! E adesso? italian pasta with pesto! Special guest: Costantino! Ce ne mangiamo una bella piattata facendo un paio di brindisi soddisfatti della nostra esperienza, vissuta e goduta INSIEME come se ci conoscessimo da sempre.

5 agosto, HARVEY BAY

Questa notte ho dormito alla grande impacchettata nel nella coperta isotermica dentro al sacco a pelo. Dopo colazione prepariamo i bagagli e cominciano gli addii. Questo è il primo posto australiano che ci dispiace veramente lasciare, per l’atmosfera del camp e della gente che ci abbiamo trovato. Ma dobbiamo proseguire se vogliamo farci anche due giorni a Fraser Island. Abbiamo deciso di andarci perché tutti ce ne stanno parlando troppo bene. Dopo baci e abbracci di cuore saliamo sul mitico “boeing” di Ben e dopo neanche mezz’ra arriviamo al Transit Centre. Il viaggio sul Greyhound fino ad HARVEY BAY è tranquillo ma senza film. Chiamiamo il WOOLSHELD per farci venire a prendere. La tipa ci risponde che sta arrivando. È una ragazza giovane, tedesca, con un bambino piccolo. Parla molto lentamente e la capiamo bene. Il backpacker è carino, anche la nostra stanza è molto carina ma è un posto per coppiette, niente di aggregante.
Andiamo a fare due passi per trovare un supermarket. Ci occorrono dei rullini e la pasta. Compriamo anche le birre e telefoniamo. C’è un negozio second-hand ma è chiuso. Magari ci torniamo. Per domani abbiamo prenotato un tour a FRASER ISLAND di tre giorni (287$ cad.).


6 agosto, FRASER ISLAND

Sul pullman GT percorriamo il lungomare di Harvey Bay fino al porto dove ci imbarchiamo sul traghetto. Dopo una quarantina di minuti siamo su FRASER ISLAND. Come ci avevano detto partiamo subito per una gita con un attempato mezzo 4WD. I bagagli li prenderemo dopo. La nostra guida si chiama GRAHAM e sembra simpatico, ma capiamo solo il 30% di quello che dice. Ci rendiamo subito conto che venire da sole sarebbe stata un’impresa folle soprattutto con una jeep. Non è facile guidare sulle strade perché si affonda nella sabbia. Troviamo infatti un paio di macchine bloccate. Col ranger scendiamo per dargli una mano (anche perché ci stanno bloccando la strada). Arriviamo al campeggio. Ci sono dei tavoli con le panche per i picnic e delle grandi gabbie dove vengono rinchiusi i viveri dei campeggiatori, misura necessaria per i dingo. Ne abbiamo già visto uno. È un cane ritenuto aggressivo. Il Ranger ci spiega il percorso del trek di un’ora da fare in mezzo alla Tropical Rainforest spaventandoci a dovere su dingo, ragni e serpenti. Quando ritorniamo c’è il pranzo pronto (panini, formaggio, prosciutto e verdura). Ripartiamo sul pullman 4WD, sobbalzando paurosamente ad ogni buca, per andare al LAGO MCKENZIE. È davvero stupendo. L’acqua è limpidissima ma gelata. Ripartiamo per andare alnostro KINGFISHER BAY LODGE. Scambiamo due parole con i compagni di avventura, siamo un gruppo di circa venti ragazzi. Dividiamo la camera con una coppia di coreani. Lei si chiama AYA, lui non lo sapremo mai. L’appuntamento per la cena è direttamente al Ristorante. Siamo sedute vicine a Susan (rumena) Greg (belga) Cristian (italo-svizzero). Finita la cena andiamo al pub. Il nostro Ranger ha cambiato look. Orecchino da pirata, camicia aperta, collana, anelli e sotto sotto… è pieno di tatuaggi! Nel pub ci sono varie competition: consistono nel bere una pinta di birra dietro l’altra nel minor tempo possibile. Non fa per noi. In camera ci sono 40°. Spegniamo la stufa ma il neon che Aya ha sul letto dobbiamo tollerarlo acceso tutta la notte!


7 agosto, FRASER ISLAND


La sveglia di Aya suona alle 2 am!!! Sempre con la luce accesa riprendiamo a dormire. La colazione è sostanziosa. Ci prepariamo i panini per il pranzo. Oggi abbiamo un pullman più moderno ma sempre 4WD ovviamente. Attraversiamo tutta la foresta per andare sulla
SEVENTY MILE BEACH dove scorrazzano macchine e pullman come su una highway. La nostra prima tappa è ad ELI CREEK dove c’è un fiume che scende fino al mare nel quale si può fare il bagno. L’acqua è freddissima ma è fantastico. In senso contrario ci fa l’idromassaggio con la corrente. Graham ci comunica che dovremo restare sulla spiaggia per un’altra ora almeno perché si è rotto il pullman e dobbiamo aspettare il meccanico. A noi non ci pare il vero perché c’è un sole splendido e si sta proprio bene. Arriva il meccanico e con un altro bus ripartiamo alla volta del MAHENO il famoso relitto di una nave incagliato sulla spiaggia. L’affascinante relitto, tutto arrugginito, è spezzato in più punti ed essendoci la bassa marea è possibile camminarci dentro. Io e Chiara montiamo sul pullman davanti, accanto a Graham. Con questa visuale è tutta un’altra cosa viaggiare sulla spiaggia. Ci fermiamo in un punto dove c’è una parete sabbiosa colorata solida poi ci porta alle CHAMPAGNE POOLS, delle piscine naturali di acqua salata. L’acqua è verdissima e invitante ma è fredda, come al solito. Pranziamo poi ripartiamo verso l’ultima tappa della giornata su una roccia prominente molto alta su cui ci arrampichiamo e ci appostiamo sperando di vedere qualche balena di passaggio. Ne abbiamo già viste un paio oggi, gli spruzzi più che altro. C’è gente che, veramente senza timore, sta serenamente sullo sperone roccioso con sotto uno strapiombo pauroso. Sotto di noi avvistiamo un gruppo di delfini che saltano fra le onde, una piccola razza, uno squalo e una tartaruga. Sul piccolo è tutto da discutere. Forse sembrano piccoli da quassù.
Sulla strada del ritorno, cioè sulla spiaggia, ci fermiamo perché Graham ha visto una medusa e ci vuole spiegare qualcosa in merito. In questo periodo non ci sono le assolutamente mortali
box jellyfish. Questa è innocua, infatti ce la fa toccare. È molto strana al tatto, dura e liscia. Ci fermiamo anche quando incontriamo un dingo che sta scavando una buca nella sabbia. Finito il tratto di superstrada sabbiosa c’è la tortura del pullman in mezzo al bush che ci costringe ad enormi salti ogni minuto. Sono così stanca che mi appisolo comunque. Abbiamo prenotato per tre giorni e per il momento ne sta veramente valendo la pena. Dopo cena ci tratteniamo a chiacchierare con Graham e le altre ragazze bevendo un paio di birre. I coreani sono già in camera, con la luce accesa ovviamente.

8 agosto, FRASER ISLAND

Ultimo giorno su Fraser. Graham è perfettamente  in forma nonostante la birra che beve ogni sera, però la pancia ne risente. Lasciamo i bagagli in una stanza e partiamo. Prima destinazione il Lake McKenzie, again. Non possiamo andare né al Basin Lake né al Webby per motivi di pollution e fire. Mah! Ho qualche dubbio. In ogni caso sono contenta di tornare al McKenzie, ci siamo stati troppo poco l’altra sera. Poi andiamo dove ci sono delle dune di sabbia altissime. Siamo tutti scalzi. La sabbia è dorata ma in alcuni punti ci sono pezzetti di sabbia marrone indurita. Sembra di stare in mezzo a un gelato al malaga. Poi passiamo ad un variegato al caramello perché c’è della sabbia bianchissima mescolata a quella dorata. Ora abbiamo di fronte ad una duna altissima. Graham parte di corsa e la scala fino in cima. CLIMBING! Dobbiamo farlo tutti. C’è chi parte in quarta. Io e Susan restiamo giù per fotografarli poi cominciamo la salita. FATICOSISSIMA! La vista dalla cima è uno spettacolo. Di sotto si estende la vallata che abbiamo appena attraversato, alle nostre spalle c’è un deserto. Ne percorriamo un piccolo tratto fino ad uno strapiombo. La duna scende fino ad incontrare la foresta. L’effetto è di una conca d’oro che racchiude la foresta, molto verde. Graham si lancia giù dalla duna correndo ed invitando tutti noi a fare altrettanto. Scendere è una figata ma risalire poi? Questa duna è ancora più alta e più  lunga quindi da risalire e pure più ripida! Graham è allenato ma qualcuno sembra quasi tirare il calzino, non ce la fa proprio. E’ fantastico lanciarsi di corsa giù dalla duna! Dobbiamo tornare alla base e purtroppo lasciare l’isola. Il traghetto parte alle 5 pm. Poiché stiamo viaggiando in senso opposto alle persone che incontriamo, scambiamo informazioni con gli altri backpackers. Chiediamo precisamente se hanno fatto la crociera alle Whitsundays, con quale barca, quanti giorni ecc. e dove hanno dormito ad Airlie Beach. Andiamo a letto cotte alle nove.


9 agosto, HERVEY BAY

Il Whale Watching è assolutamente da fare. Dopo poco che siamo in navigazione sulla barca c’è il rituale del tè con biscotti, sempre gradevole per lenire il freddo. Arriviamo in zona balene e finalmente davanti a noi lo spettacolo: le HUMPBACK WHALES nella loro flessuosa enormità amano farsi ammirare e sembra si mettano in posa per farsi fotografare. Sono proprio incredibili. Vengono su con la testa e guardano con gli occhi gialli, poi si girano e fanno il morto, poi si mettono su un fianco e agitano una pinna, poi si tuffano e alzano la coda. Fantastiche! Verso le quattro siamo di ritorno ad Hervey Bay. Andiamo a dare una occhiata al negozio di seconda mano. Ci sarebbe da comprare tutto per quello che costa, ma come si fa con il trasporto? Stasera ci sbrighiamo con tonno e fagioli in scatola perché alle dieci abbiamo il bus per Airlie Beach. Abbiamo deciso di fare una crociera!


10 agosto, AIRLIE BEACH


Alle 3 am veniamo costretti a scendere dal pullman perché lo devono pulire. Stavamo dormendo come sassi! Siamo a Rockhampton. Abbiamo anche fame perciò mangiamo qualcosa poi ripartiamo e ci rimettiamo a dormire. Ci svegliamo  alle 9 am a Mackay, dove piove a dirotto, per una sosta colazione. Ad
AIRLIE BEACH c’è il courtesy pickup bus di tutti gli ostelli, anche del nostro BACKPACKER BY THE BAY. È l’ostello più lontano dal paese e quindi anche il più tranquillo. Ci riceve il simpatico JOE. Paghiamo, prendiamo possesso della stanza poi ci precipitiamo giù alla baia dove abbiamo visto che c’è un mercato. Si tratta per lo più o di collanine, braccialetti, borse e altri manufatti, frutta e verdura. Poi andiamo a passeggiare lungo il paese fino al porto per vedere le barche e scegliere con quale fare la crociera. C’è ormeggiata solo la Driwent Hunter tra quelle che abbiamo selezionato e sono rimasti gli ultimi due posti. A Straddie ci hanno regalato uno sconto di 20 $ a testa per prenotare una barca direttamente con PROSAIL. Ma ci conviene prenotare tramite l’ostello perché c’è lo stesso sconto e in più ci danno il luggage storage free e la camera per una notte free di cui usufruiremo al ritorno. Torniamo all’ostello per prenotare. Siamo orientate  per l’ILUKA, che al massimo può portare 16 persone, è uno yacht e… una botta di vita ci vuole!
Ci sono gli ultimi due posti! Anche qui!! Per me è una bufala all’insegna  della legge della scarsità. Il costo a testa è di 399$ + tax. Dobbiamo dare un anticipo a Joe e poi andare agli uffici della Prosail e saldare entro le sei. Sono già le 4.30! Partiamo svelte, saldiamo, poi andiamo al supermercato per comprare la pasta per stasera. Il nostro ostello è nella norma in quanto ad attrezzatura in cucina. C’è diversa gente ma regna l’asocialità.


11 agosto, WHITSUNDAYS

Il pick up passa esattamente alle 8.40 am e raccatta gente anche da altri ostelli. Gli altri si imbarcano tutti sulla PROVIDENCE, una barca che avevamo preso in considerazione. Ad attenderci al porto c’è la pimpante e sorridente crew composta da due hostess SHIRA e DEE e lo skipper, WAYNE. Salpiamo verso le 9.30 sulle prime a motore poi spieghiamo le vele. Sulla nostra barca siamo in 12 (quindi i nostri non erano gli ultimi due posti!) e complessivamente siamo capitate con dei babbioni. La barca è splendida, tutta in legno. Gli interni sono molto belli e abbiamo una cabina con bagno tutta per noi. Fa freddo, tanto per cambiare, e il sole splendente che ci aveva dato il buongiorno sparisce dopo poco. Non mancano i rituali mangerecci: tè e biscotti – lunch – aperitivo – cena, tutto buonissimo. Facciamo una sosta, non so di fronte a quale isola, per fare snorkeling. Peccato che a) abbiamo tutto il cibo del pranzo sullo stomaco b) non abbiamo una muta c) fuori comunque fa un freddo cane perché tira vento. Il dopo cena è all’insegna delle chiacchiere. Sul ponte si sta bene (coperti) e per un’oretta il cielo è stellato. Poi torna a rannuvolarsi.

12 agosto, WHITSUNDAYS, WHITEHEVEN BEACH

Il tempo è incerto ma sembra tendere al bello. Questa notte ha piovuto, con il rumore della pioggia sulla barca abbiamo riposato meravigliosamente. Attracchiamo in un punto e col tender andiamo sull’ISOLA DI WHITSUNDAY. Saliamo fino al Lookout da dove si vede l’HILL INLET. È fantastico e deve esserlo ancora di più visto dall’aereo. Potremmo faremo un voletto… Scendiamo alla spiaggia che abbiamo osservato da sopra. Assaggiamo le formiche verdi: sanno di limone. A parte le formiche ho deciso di non pranzare altrimenti mi condiziono per fare il bagno. Anzi, non ne posso più di mangiare a tutte le ore. È la scelta giusta. Mentre tutti pranzano mi faccio un bagno sfidando la temperatura dell’acqua. Torniamo sull’ILUKA per andare sulla WHITEHEVEN BEACH, una delle cinque spiagge più belle del mondo, bianchissima, lunghissima e senza nessuno. La sabbia è impalpabile. Passiamo buona parte del primo pomeriggio sulla spiaggia facendo una lunga passeggiata baciate dal sole. Da non venire più via. Verso le quattro ripartiamo a vela. Io mangio il pranzo che mi ero fatto mettere da parte anche se dopo poco ci servono tè e biscotti e a seguire nachos con guacamole. Prendo il comando della barca sotto la direzione di Wayne che ogni tanto mi dice di virare di 45° (??). Riprende il timone per ancorarci per la notte. La cena è buonissima: la portata principale è di carne lasciata macerare tutto il giorno in salsa di soia, ginger, paprika, lemon pepper e non so cos’altro. Il cielo è magico stasera, c’è la luna crescente e le stelle sono tantissime.


13 agosto, WHITSUNDAYS

Buongiorno ad una nuova splendida giornata in barca. Questa mattina faremo snorkeling in un paio di posti. Non c’è abbastanza vento  per andare a vela ma c’è un bel sole. L’acqua è fredda (ormai lo sappiamo) ma è troppo bello fare snorkeling e vedere i pesci e la barriera corallina. Dopodiché pranzo! E partenza per il rientro. Nooo, non vogliamo tornareeee. Scarichiamo i bagagli e ci prodighiamo in saluti, baci e abbracci e ringraziamenti anche se stasera ci rivedremo al REEFOS per cenare insieme e bere gratuitamente tutta la birra che vogliamo. Scese dalla barca avvertiamo subito il mal di terra. Ondeggia tutto. All’ostello con l’aiuto di Joe prenotiamo per domani la giornata ON THE EDGE, il catamarano della PROSAIL, che ci costerà solo i 5$ di tassa giornaliera del Reef + 9$ di pranzo. Però dobbiamo andare alla PROSAIL per confermare la gita di domani! Prenotiamo anche il volo aereo con l’AIR TAXI per un’ora di volo (158$!) sulla OUTER BARRIER REEF che non abbiamo visto. Dev’essere uno spettacolo. Sono già le sei. Ci precipitiamo all’ostello per fare una doccia e non asciugarci i capelli (non c’è tempo) per correre alla laguna di fronte a Beaches dove un courtesy bus ci preleverà per portarci da Reefos. Lo prendiamo precise alle 7 pm. Al REEFOS sono stati riservati dei tavoli. Iniziamo con un giro di birre in attesa che arrivino tutti. Dopo un po’, con tre birre davanti che non so come fare a bere, arriva Shira sorridentissima caricata a molla. Continua a scorrere birra a fiumi. Dopo poco arriva Wayne. Passano altri dieci minuti (e altre birre) e arriva anche Dee. Un urlo di giubilo si leva da parte di tutti. Anche il cantante del locale saluta Dee dicendo qualcosa tipo bla bla hostess of Iluka! E tutti Yeah! L’equipaggio non è più costretto alla professionalità: c’è più scioltezza, voglia e possibilità di fare casino. Great fun! Cool! Con questo clima di festa ordiniamo la cena: BARRAMUNDI! Il pesce è molto buono, anche se con tutte queste birre non abbiamo più fame. Nel frattempo il cantante salta con la chitarra elettrica in mano sulle panche e da un tavolo all’altro.


14 agosto, AIRLIE BEACH


Pick up alle 7.40 am. Imbarco a Shute Harbour sul catamarano ON THE EDGE della Prosail. C’è una bella squadra di ragazzi e ragazze, veri e propri animatori, che coinvolgono e spiegano il comportamento per la sicurezza. Su questo catamarano c’è tutta l’attrezzatura necessaria per fare dive e snorkeling, anche per i principianti. Alla BLUE PEARL BAY prendiamo un po’ di sole in spiaggia. Per il ritorno ci danno le incerate perché fa veramente freddo, c’è molto vento e arrivano gli spruzzi. La gita sul catamarano, dopo aver fatto la crociera, non ci ha entusiasmate.


Ferragosto, AIRLIE BEACH


Speriamo di rifarci oggi con il SCENIC FLIGHT SULLE WHITSUNDAYS e l’OUTER BARRIER REEF. L’appuntamento è alle 11 am all’aeroporto dei voli turistici. L’aereo è piccolo (probabilmente un Piper). Dentro c’è un rumore assordante. Ci è stata data una mappa per capire cosa stiamo sorvolando. Hamilton Island, Whiteheaven Beach, lo spettacolare Hill Inlet e poi il mare aperto fino a raggiungere la fantastica Barriera Corallina. L’Heart Reef (isolotto a forma di cuore) è più bello in cartolina ma è comunque emozionante vederlo. Facciamo una serie di virate sulla barriera. Passiamo sopra le isole Hayman, Hook, South Molle. Il volo dura un’ora precisa. Siamo proprio soddisfatte! Con nostra sorpresa troviamo Joe ad attenderci. È proprio un bravo ragazzo. Ci invita a pranzo, ci porta su una spiaggia, in ostello a prendere i bagagli ed infine ci accompagna alla fermata dell’autobus per andare alla stazione di PROSERPINE dove aspettiamo pazientemente il treno. Nella nostra cuccetta c’è una ragazza di Cairns. Io devo dormire sul terzo letto in alto. Salire e scendere è un’impresa.


16 agosto, sul treno SUNLANDER per Brisbane


Il treno va pianissimo, l’arrivo è previsto per le 4 pm. Ripercorrendo al contrario tutta la strada che abbiamo fatto sembra di riavvolgere la vacanza come un nastro. Abbiamo trascorso una gran bella vacanza! E dopo tanti letti a castello a BRISBANE ci facciamo l’ultimo regalo: una camera all’HOLIDAY INN! A cena andiamo da GOVINDA’S, un ristorante gestito dagli HARE KRISHNA
all you can eat, dove puoi mangiare appunto tutto quello che vuoi per 7$.
Il cibo è delizioso.

Zambia

zambia

ZAMBIA

Periodo: agosto 2011

Durata : 23 giorni

Tipologia : di gruppo con Avventure nel Mondo

 

ITINERARIO

LIVINGSTONE – MONZE – CHIAWA – LOWER ZAMBESI NATIONAL PARK – LUSAKA – LUANGWA BRIDGE – KATETE – CHIPATA – SOUTH LUANGWA NATIONAL PARK – LUSAKA – KAFUE NATIONAL PARK – SIANSOWA, LAKE KARIBA – VICTORIA FALLS – MOSI-OA-TUNYA NATIONAL PARK

Sabato 30 luglio, Roma Fiumicino-Cairo-Johannesburg

Dopo aver sorvolato l’Africa letteralmente da cima a fondo, il volo Egyptair atterra sul suolo sudafricano. La coda per il controllo passaporti è lunga ma ci sbrighiamo in mezz’ora perché ci sono diversi sportelli; prima di accedervi si passa davanti ad un rilevatore della temperatura corporea. Con un volo British Airways da Johannesburg partiamo per Livigstone.

Domenica 31 luglio, Livingstone

In fase di atterraggio chi è seduto sul lato sinistro dell’aereo può vedere le Cascate Vittoria. L’annuncio del Comandante è strepitoso: “stiamo atterrando a … ” “ a ???!!” al microfono sentiamo chiaramente la voce di un suggeritore che gli dice “Livingstone…”

Il Comandante riprende “ah, sì.. a LIVINGSTONE !” – risata generale.

L’aeroporto è piccolino e molto ordinato. A fianco c’è un nuovo edificio in costruzione. Siccome abbiamo già deciso di vedere le Cascate Vittoria sia dal lato zambiano che da quello dello Zimbabwe facciamo il visto con la doppia entrata (il visto doppio costa 80$, quello singolo costa 50$, quindi conviene perché si risparmiano 20$). Suggerisco di controllare bene la data di uscita che l’impiegato scrive sul timbro. Ritiriamo nuovamente i bagagli, ci sono tutti. In aeroporto gli sportelli del cambio sono chiusi, come tutto il resto, perché è domenica. All’uscita troviamo il nostro autista sorridente ad aspettarci. E’ un giovane e massiccio sudafricano e sembra simpatico. Il nostro mezzo di trasporto è un grosso camion Overlander 4×4; il piano superiore ha diverse file di posti a sedere e un piccolo tavolo in mezzo a due divanetti trasversali, i due lati lunghi sono riparati da tendoni con cerniere: Nell’ampio vano inferiore c’è posto per stivare tutti i bagagli.

Partiamo diretti al campeggio distante una ventina di minuti di sobbalzi. Attraversiamo Livingstone percorrendo Mosi Oa Tunya Road dove si susseguono Lodge, Ostelli, negozi e ristoranti in puro stile africano. Il nostro campeggio è affacciato sullo Zambesi ed è veramente carino. Considerando il lungo viaggio in aereo abbiamo prenotato le tende già montate che hanno i letti. L’area campeggio è curata, c’è un bel prato verde, i punti per il barbecue e per fare il fuoco, i bagni sono discreti. Andiamo a bere una birra al bar affacciato sul fiume. Sono quasi le quattro e la motonave Makumbi, ormeggiata proprio di fronte, sta allestendo il bar per la Sunset Cruise che pensiamo di fare anche noi a fine vacanza. La temperatura è discreta ma appena cala il sole fa freddo. Ceniamo al ristorante del campeggio: il piatto del giorno è un intero polletto con patate, cavolfiori e piselli. Durante la cena viene deciso di alloggiare ancora qui per le ultime due notti a Livingstone e sempre nelle tende con i letti.

Lunedì 1 agosto, Livingstone – Monze

Alle sette carichiamo i bagagli sul camion. Controlliamo l’equipaggiamento per cucinare: fornello a tre fuochi con bombola del gas, box frigo, piatti, tazze, posate, mestoli vari, due bollitori, due catini grandi, pentole di varie misure, due taglieri, vari coltelli, un apriscatole. Andiamo a fare colazione al bar del campeggio. Stiamo per avventarci sul buffet quando, verificato che costa quasi 10$ a testa!, battiamo in ritirata adducendo la scusa che andiamo di fretta e ci accontentiamo di una sola bevanda calda (caffè e tè) per neanche un dollaro.

In città è ancora tutto chiuso perché è il Farmers Day ma l’attesa è breve. Appena apre l’ufficio del Money Change cambiamo dei soldi in moneta locale (Kwacha) perché è l’unica accettata nei supermercati. Per tutto il resto servono i Dollari. Lo SHOPRITE è un bellissimo supermercato, apre alle 9.00. Per l’operazione spesa ho organizzato tre squadre che sono pronte ai blocchi di partenza in stile giochi senza frontiere:

  • la squadra acqua-vino-utensili e varie è formata da Andrea, Nicola, Ugo e Pino

  • la squadra pranzo-cena e spuntini da Grazia e Cristina

  • la squadra colazione da Franca, Anna e Caterina

Enzo rimane sul camion per controllare i bagagli. Io e Marta abbiamo il compito di supervisori e dotate di calcolatrice passiamo da una squadra all’altra monitorando le scelte e i costi. Ben presto diventiamo l’incubo degli inservienti perché non troviamo alcune cose di cui ovviamente non conosciamo la traduzione in inglese, perciò dobbiamo fare il gioco dei mimi. Dopo un’ora e mezza ci ritroviamo tutti alle casse con cinque carrelli stracolmi di roba mentre i commessi sono impegnati a reperire grosse scatole per consentirci di portare via tutto in maniera funzionale. Il conto ammonta a quasi 2 milioni e mezzo di Kwacha, l’equivalente di 530$, lo scontrino è lunghissimo. Usciamo dallo Shoprite con i carrelli e ci dirigiamo verso il camion che è dall’altra parte della strada. Una guardia ci blocca temendo il furto dei carrelli. Gli spiego che il camion è troppo ingombrante per entrare agevolmente nel parcheggio perciò stiamo facendo il contrario. Manda con noi due colleghi per verificare le operazioni di scarico e che i carrelli tornino indietro! I bagni situati dietro lo Shoprite sono sorprendentemente lindissimi.

L’autista prevede di raggiungere Monze in quattro ore con una sosta per il pranzo. Sul camion ci spartiamo un gustoso plumcake e tra un balzo e l’altro si fa presto l’ora di pranzo. Ci fermiamo lungo la strada in un posto dove c’è un bar e i bagni (sempre pulitissimi e dotati di carta igienica). I panini tondi acquistati alla bakery dello Shoprite sono buonissimi. Li mangiamo con affettati e sottilette. Ripartiamo e attraversiamo paesi formati da pochi edifici colorati messi in croce, ogni tanto notiamo degli ampi spiazzi dove vengono raccolti mucchi di sacchi bianchi che ancora non sappiamo cosa contengono, scopriremo in seguito che è farina di mais. E’ frequente vedere la boscaglia bruciata, un’operazione generalizzata, probabilmente incontrollata, per fare le fascine di carbone (charcoal) costantemente in vendita sul ciglio della strada. Ne compriamo una anche noi per fare il fuoco per cucinare. La strada che va da Livingstone fino a Zimba è stata rifatta recentemente, quindi è perfetta. Successivamente il manto stradale è comunque buono. Arriviamo a MONZE intorno alle cinque. Il campeggio è dotato di area barbecue e campfire, i bagni sono in condizioni perfette. I proventi del camping vanno alla clinica locale e al Malambo Women’s Centre che visiteremo. Tra una risata e l’altra, bevendo una birra al bar, si fanno le sei e mezza ed il freddo si sta già facendo sentire, d’altronde siamo anche a 1100 mt di altitudine. Montiamo le tende e accendiamo il fuoco. I fiammiferi sono fuori uso causa umidità, meno male che Cristina ha l’accendino! “In cucina “ c’è un fantastico clima di collaborazione. Per cena abbiamo carne e wurstel alla brace, melanzane grigliate e Shiraz sudafricano. Due chiacchiere intorno al fuoco e poi a nanna.

Martedì 2 agosto, Monze – Mazabuka – Chirundu*Pontoon – Chiawa (Lower Zambesi NP

La nottata è stata freddissima, tanto che gli interni delle tende si sono infradiciati per la condensa. Quanti gradi c’erano? Circa 5, rispetto ai 25 gradi che ci sono a metà giornata è un bello sbalzo. Jan ci accompagna al MALAMBO CENTRE, dove “si trovano in vendita manufatti artistici lavorati a maglia e cuciti da una cooperativa tessile gestita da donne rimaste vedove a causa dell’AIDS” (Lonely Planet Zambia e Malawi, 1° ediz italiana, ndr). Dal campeggio si raggiunge a piedi in dieci minuti. I deliziosi manufatti sono per bambini piccoli: libri e dadi di stoffa con gli animali ricamati, maschere di animali in stoffa, scarpine, trapunte; poi ci sono anche grembiuli, presine, asciughini. Compriamo diverse cose e impariamo il saluto TONGA (lo scrivo come si pronuncia) MABUKA WUTI’! per augurare il buongiorno e nel mentre si stringe la mano, poi si stringe il pollice e nuovamente la mano, la stretta è quindi in tre tempi. Il saluto è una formalità molto importante in Zambia e sempre ci si chiede reciprocamente “come stai”. Ogni duecento km cambiano le tribù e di conseguenza la lingua.

Per raggiungere il Lower Zambesi ci attende un lungo tratto di strada buona fino a Chirundu e poi lo sterrato fino al campeggio, ma la compagnia è allegra. A MAZABUKA ci fermiamo allo Shoprite per comprare i buonissimi panini freschi. Incontriamo una Suora italiana che vuole portarci alla Missione La Città della Gioia a prendere il prezzemolo ma se cominciamo ad andare a destra e sinistra non si va più via, ringraziamo promettendo di passare a trovarla al ritorno se il tempo ce lo permetterà. I bagni di fronte al distributore di benzina sono a pagamento (1000 Kwacha). Sono molti i villaggi che incrociamo lungo la strada, le capanne sono fatte col fango ed hanno il tetto di paglia, ovunque sono presenti grossi baobab. La strada che scende da CHIRUNDU fino al fiume è veramente tosta tra buche, dossi e tornanti e ci fa shakerare ben bene. L’arrivo al Pontoon è un vero primo traguardo. Il Pontoon è una piattaforma per l’attraversamento del fiume operativa dalle 6.00 alle 18.00. Passato il paese di CHIAWA c’è il campeggio. Restiamo letteralmente a bocca aperta quando ci affacciamo dalla terrazza con una vista panoramica mozzafiato sullo Zambesi. Di fronte a noi si estende lo Zimbabwe e più precisamente il Mana Pools National Park. Il camping ha diversi chalets ed una bella area campeggio con l’erba costantemente annaffiata. I bagni sono decisamente simpatici: la struttura è fatta di legno e cannicciato con un’area docce ed un’altra con le toilettes; ogni doccia e gabinetto ha un antibagno, non esistono porte ma spessi cordoni che agganciati all’altra parete delimitano l’area indicando se sono occupati. L’acqua delle docce è caldo/tiepida secondo quanta legna viene bruciata per alimentare la caldaia. Con la massima sinergia iniziano le operazioni culinarie. Il risotto Knorr portato dall’Italia, arricchito con le verdure locali, è ottimo come le nostre super patate al cartoccio cucinate sotto la brace. Intorno al fuoco sono tanti gli aneddoti di viaggio che ci raccontiamo. La serata culmina con la prima prova della VECCHIA FATTORIA, in previsione di una nostra performance nel villaggio che visiteremo domani.

La nostra fattoria è così composta:

Cristina, mucca

Franca, maiale

Grazia, pulcino

Andrea, topo

Caterina, gatto

Nicola, cane

Pino, pesce

Marta, asino

Charlie, pecora

Anna, papera

Enzo, cavallo

Ugo, gallo (lo fa così bene che ci fa ammazzare dalle risate)

Un gruppo poco distante si sta certamente chiedendo se il freddo ci ha dato alla testa.

Mercoledì 3 agosto, Lower Zambesi National Park

Per chi lo vuole fare il programma di oggi prevede un giro in canoa sul fiume e la visita al villaggio. Colazione e ritrovo del “gruppo canoa” alle 8.30 al molo. Partiamo con una barca, risaliamo il fiume per un bel tratto e scendiamo su una lingua di sabbia dove sono parcheggiate le canoe. Dixon, la guida, ci fa un briefing sui quattro maggiori pericoli a cui possiamo andare incontro: 1° il sole, 2° le piante, 3° gli ippopotami, 4° i coccodrilli. In pratica mettersi la protezione solare, non infilarsi tra le piante, stare alla larga da ippopotami e coccodrilli. Mai andare stando davanti a lui, perché gli toglieremmo la visuale sui potenziali pericoli, seguire il suo percorso, seguirlo se fa segno di andare in una certa direzione. Lui parla ed io traduco sparando qualche bischerata. I primi ad insabbiarsi siamo io ed Ugo e la guida deve subito tornare indietro per disincagliarci. Ripartiamo, sembra facile! ma non lo è affatto, ci vuole un po’ per affiatarsi e prendere il ritmo. Andrea e Nicola vanno bene, anche Grazia, eh certo lei è abbinata a Dixon! Caterina e Marta sembrano al luna park, o girano su se stesse o partono come razzi fiondandosi esattamente dove non devono andare, incastrandosi puntualmente tra le frasche alla faccia dei vari pericoli. La coppia Enzo e Cristina fa proprio un gran casino. Se uno pagaia da una parte l’altro manovra esattamente al contrario annullando le intenzioni dell’altro, salvo quando sono proprio fermi perché Enzo si distrae impegnato a fare riprese con la videocamera con la Cristina che lo implora di smettere! Tutto questo sotto gli occhi del povero Dixon che è talmente basito che non riesce neppure a reagire mentre io mi sgolo perché si concentrino. “ELEFANTI A DESTRA, DOCCIA A SINISTRA!esclama Grazia dopo essersi presa una lavata dalla canoa vicina. L’emozionante e piacevole esperienza della canoa dura 4 ore e ci consente di godere il panorama e gli animali.

Dopo pranzo andiamo a visitare il villaggio con la stessa guida della gita in canoa. Dopo mezz’ora di cammino la prima sosta è presso un’abitazione dove una bimba piccola, in collo alla madre, piange disperatamente perché siamo spaventosamente bianchi. Sopraggiungono altri bambini che ci seguono fino al primo piccolo villaggio dove alcune donne ci accolgono danzando al ritmo di un tamburo. Siamo circondati, tutti ci guardano e sono contenti quando gli diamo la mano. Mi sembra che sia proprio giunta l’ora di ricambiare le attenzioni. Signori e Signore, per la prima volta in Zambia ed in anteprima mondiale assoluta, ecco a voi il gruppo Zambia Grandi Fiumi in “La Vecchia Fattoria”! Ci disponiamo ordinatamente in fila osservati dagli astanti che si chiedono cosa stiamo imbastendo. Grazia si mette davanti a noi come un Direttore d’Orchestra e attacca “Nella vecchia fattoria” – e noi “ ia ia oh!” – “Quante bestie ha zio Tobia” – rispondiamo col ritornello e a turno ognuno fa il verso del proprio animale. Passato il primo attimo di sconcerto i grandi, più che i piccini, sorridono e battono le mani e le donne ululano in segno di approvazione. Gli animali che riscuotono maggior successo sono senza dubbio il maiale e il gallo. Al termine dell’esibizione siamo tutti soddisfatti, noi e loro, e il Capo Villaggio che proprio non se lo sarebbe mai aspettato viene a stringermi la mano e guardandoci tutti esclama “WELCOME TO ZAMBIA!” Salutiamo lasciando al Capo Villaggio qualche pennarello per i bambini. Proseguiamo per andare a visitare la scuola dove studiano 300 bambini. Le femmine hanno la divisa verde e i maschi blu. Sulle prime la Preside è un po’ restia poi ci lascia entrare e col suo permesso distribuisco le figurine dell’Esselunga che ho raccolto prima di partire. I bambini le prendono compostamente. Fuori dall’aula altri bambini si sono messi in cerchio. Il maestro li invita a cantare e ballare in coppia a turno. Anche io ed Enzo ci buttiamo nel cerchio e ballando li facciamo ridere molto. Adesso è di nuovo il nostro momento “spettacolare”. Di fronte a questo vasto pubblico La Vecchia Fattoria è un tripudio e la nostra Compagnia è ormai lanciata nel firmamento delle rappresentazioni zambiane. Ad ogni verso di animale il maestro si spancia dalle risate, i bambini cantano il ritornello, anche la Preside soddisfatta la canticchia in inglese per testimoniarci che abbiamo le stesse canzoni, poi ci abbraccia e annuisce ridendo. Lasciamo la scuola in mezzo ad un’ovazione di IA IA OH e molti bimbi ci prendono per mano per accompagnarci lungo un pezzo di strada.

Sono le quattro e mezza, l’orario perfetto per una birretta vista fiume (una bottiglia di birra costa 7.000 Kwacha, ndr) e per un po’ di relax in piscina. Per cena le nostre Chef Grazia e Franca propongono spaghetti al pomodoro e frittata con le patate! Mentre siamo seduti intorno al fuoco a chiacchierare, consegno ad ognuno un “pensierino” che ho portato dall’Italia sapendo che prima o poi tornerà utile: una paletta schiaccia-mosche! La serata si conclude a contemplare le stelle.

Giovedì 4 agosto, Lower Zambesi National Park

Alle 8.30 siamo pronti per la gita in barca sul fiume. Ricevo un sms da mia sorella Chiara: “Ciao zia, sono Giulia, mi hanno sgamato con l’ecografia. Sono una tipa agitata perché non sto mai ferma, ma sto alla grande. Ci vediamo per la befana!” La mia emozione è incontenibile e scoppio a piangere. Il barista chiede a Grazia cos’è successo preoccupato. “Tranquillo, si è commossa per una bella notizia, a gennaio diventa zia!” Risaliamo il fiume in direzione del Lower Zambesi NP costeggiando buona parte del Mana Pools. Vediamo subito degli elefanti poi molti coccodrilli, aquile, waterbuck, impala e una caterva di ippopotami appisolati in branco sulle sponde alte e sabbiose del fiume. Pur essendo relativamente lontani, non appena ci avviciniamo si inquietano e uno dietro l’altro si buttano in acqua dove evidentemente si sentono più sicuri. La giornata trascorre serena scandita dai numerosi avvistamenti. Approdiamo su una penisola esente da coccodrilli per il pranzo è incluso nell’escursione. Nel pomeriggio rientriamo appagati. Birretta di rito e poi via a preparare la cena. Questa sera Grazia e Franca hanno il “turno di riposo”. L’equipe di riserva prepara una minestra d’orzo (con le buste Knorr) ed un buffet di tonno, mais, carote, pomodori e uova sode. Prevedendo una nuova nottata all’insegna del gelo ho infilato una boccia da 5 lt contenente acqua calda all’interno dei nostri sacchi a pelo, peccato che quando entro in tenda non me ne ricordi e pianti una pedata precisa sulla boccia facendola esplodere allagando i due sacchi a pelo e mezza tenda. Ugo vorrebbe piangere dallo sconforto, è stanco morto e non possiamo andare a dormire. Asciughiamo la tenda alla meno peggio con gli asciugamani poi asciughiamo con phon i sacchi a pelo al bar principale (già chiuso e deserto ma soprattutto lontano da tutti gli alloggi). A me la scena scorre continuamente davanti agli occhi e più ci penso più mi viene da ridere ma me ne guardo bene per non irritare Ugo che, a mezzanotte passata, ciondola dal sonno e domani abbiamo un lungo trasferimento.

Venerdì 5 agosto: Lusaka – Luangwa Bridge

Partiamo alle otto. Conosciamo già la strada e come sempre accade il ritorno sembra più breve. Ripassiamo il Pontoon e tornati sulla statale ci dirigiamo verso Lusaka dove oltre a fare la spesa dobbiamo assolutamente cambiare la bombola del gas. Ci imbottigliamo nel traffico di Cairo Road dirigendoci verso nord. L’autista ci porta all’Arcades Shopping Centre dove c’è la Spar, l’altra principale catena di supermercati, così la proviamo e facciamo il confronto. Già dopo poco ci rendiamo conto che sì il supermercato è bellissimo ma caro ammazzato. Fuori dal supermercato invece c’è un reparto di sola carne molto valido, i prezzi sono in linea e la qualità è buona. Da tenere presente. Mentre aspettiamo l’autista, che è andato a prendere la bombola del gas di ricambio, prepariamo i panini e li mangiamo nel parcheggio del supermercato. Riprendiamo la strada verso LUANGWA BRIDGE, semplicemente una tappa intermedia dove c’è un campeggio. Montiamo le tende e ceniamo con una grigliata di carne e verdure. Per la prima volta non fa freddo.

Il campo è molto polveroso perché non c’è erba, però siamo all’asciutto. I bagni sono in pietra viva, molto rustici ma simpatici e funzionali, l’acqua delle docce è calda (l’alimentazione è la solita, a legna).

Sabato 6 agosto, Luangwa Bridge – Katete (Tikondane Community Centre)

Siccome l’autista deve sistemare un problema meccanico del camion, ci incamminiamo verso il paese di Luangwa che dista 4 km. Ci raccatterà là quando avrà finito. Dopo pochi metri abbiamo già uno stuolo di bambini che ci segue e ad ogni metro se ne aggiungono altri. Un paio di ragazze trasportano frutta sulla testa ed una lunga canna. Ce la facciamo dare per portarla al loro posto suscitando molta ilarità. Intratteniamo i bambini cantando, tutti ne abbiamo uno in collo e ne teniamo almeno due per mano. Sostiamo ad ogni villaggio per salutare e stringerci la mano, a volte parlando ognuno nella propria lingua senza capirci ma comunicando. Arriviamo in paese. Ci sono degli ubriachi leggermente molesti. Lungo la via principale sono esposti cesti di paglia, pesce essiccato, frutta, stoffe, bibite. Si presenta un uomo che ammiccando alla bimba che ho in collo aggrappata, mi dice “Madame, this is my doughter”. Porgendogli la piccola mi rendo conto imbarazzata che deve aver temuto che potessi avere intenzione di portargliela via. Sentiamo strombazzare un clacson, è il nostro camion. Ci fermiamo a Petauke per comprare il pane e dare un’occhiata a un campeggio per quando ci fermeremo al ritorno. Chiediamo il permesso di sostare col camion all’interno del giardino del Lodge per pranzare e approfittare dei bagni vicino al ristorante. Ce lo accordano. Siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia.

A pagina 116 della Lonely Planet ZAMBIA e MALAWI, 1° edizione italiana, nel riquadro intitolato “ESPERIENZE CULTURALI NEI DINTORNI DI KATETE” sono descritte le opportunità che il Tikondane Community Centre offre ai visitatori e a pag. 54 c’è un’intervista alla sua fondatrice Elke Kroeger-Radcliff. Noi ci siamo stati e ciò che abbiamo vissuto è un’esperienza indimenticabile. Arriviamo al TIKONDANE COMMUNITY CENTRE alle quattro. Elke, una bella signora tedesca di 69 anni con i capelli bianchi corti, alta e determinata ci accoglie festosamente. Al suo fianco ha un fedele cane femmina che si chiama MCANGO, vuol dire leone. Ci vengono assegnate le stanze nella guesthouse, edificio principale dove ci sono la lavanderia, la cucina e il ristorante. Ci sono sia camere matrimoniali che singole. Non essendoci stanze per tutti io e Ugo occupiamo una camera in una dependance in costruzione poco distante. Nel bagno non c’è acqua corrente, né per lavarsi né per lo scarico del water, però davanti a “casa” abbiamo la pompa dell’acqua, di quelle fabbricate in India, e ci sono i secchi.

Per motivi logistici la visita al villaggio di KACHIPU deve essere effettuata in due gruppi separati e un primo gruppo deve partire subito. Il primo gruppo sale sull’oxcart, una carro trainato da una coppia di buoi, partendo tra le risate di tutti. Noi che siamo rimasti invece andiamo con Elke a visitare l’ospedale. Ci copriamo perché sta calando il freddo della sera. Noi donne indossiamo una “chitenje”, specie di gonna pareo, per rispettare il costume locale di non mostrare le forme, troppo visibili attraverso i pantaloni. L’hanno indossata anche le nostre compagne partite col carro. Durante la passeggiata verso l’ospedale Elke ci racconta la storia della sua vita, talmente straordinaria che secondo me dovrebbe scrivere un’autobiografia! Se volete conoscere la sua storia dovrete venire in Zambia e farvela raccontare da questa donna eccezionale! Il ST. FRANCIS HOSPITAL è molto grande. All’esterno appare come un magnifico vecchio stabile in mattoni rossi. All’interno ci sono numerosi padiglioni, giardini e cortili. Ogni padiglione corrisponde ad un reparto: oculistica, pediatria, ginecologia, neonatologia, chirurgia, infettivologia, ortopedia. Le patologie più gravi sono l’AIDS, la MALARIA, la TBC. Visitiamo i reparti, l’aspetto è ordinato ma non è certo moderno. Le persone allettate sono sofferenti e rassegnate. Nel reparto neonatale donne molto giovani sono in attesa di partorire; le ragazze che hanno partorito bambini prematuri sono concentrate in una stanza molto calda dove i piccoli, lunghi 20 cm, sono chiusi dentro a delle scatole di plexiglass riscaldate da una normale lampada. Ci fanno molto effetto. Nel reparto di ortopedia, dove è possibile tenere gli arti in trazione, ci sono coloro che hanno subito incidenti stradali. Parliamo con una donna dal viso mezzo sfigurato che ha fatto un incidente col taxi collettivo. La visita dura in tutto un paio d’ore.

Al ritorno è buio pesto, Mcango facendo avanti e indietro controlla che ci siamo sempre tutti. Ceniamo al Tiko con pollo, nshima (polenta bianca di mais), zucca e fagiolini, tutto molto buono.

Domenica 7 agosto, Katete (Tikondane Community Centre)

Alle sei e mezza qualcuno bussa alla porta della camera: ci hanno portato i secchi di acqua calda per lavarci (è bollente e sa di affumicato, sicuramente è stata scaldata a legna). Prima di andare a fare colazione assieme agli altri io e Ugo rendiamo visita alla famiglia che abita vicino alla dependance.

Siamo stati invitati da Lucy, una ragazzina di 13 anni, che ci presenta i genitori, il fratello, la nonna. MULI BWANJI (Ciao come stai?) BWINO MULI BWAJI (Bene e tu?)

Ci fanno accomodare: io devo stare per terra sulla stuoia con le gambe tese e i piedi accavallati. Ugo può stare sullo sgabello (mi ci ero messa io ma mi hanno fatto subito alzare perché sono una donna). Ci fanno molte domande e sono sorpresi quando affermiamo che anche noi abbiamo gli orti e gli animali da cortile. Da loro li hanno solo le persone povere. Desta particolare scalpore ed incredulità l’allevamento dei maiali per mangiarli. Per loro è solo lo spazzino del cortile, non lo mangerebbero mai! Dobbiamo salutarli, la colazione ci aspetta: caffè, tè, latte, pane fresco tostato nel forno, marmellate fatte in casa e un fantastico burro di noccioline sempre home made. Alle ragazze della cucina offriamo un dolce che abbiamo comprato al supermercato: vanno in visibilio!

Alle nove l’autista ci porta col camion alla ST JOHN’S CATHOLIC CHURCH dove oggi si celebra una funzione particolare per l’ingresso del nuovo Parroco. La Messa si svolge all’aperto, in un vasto cortile dove la gente siede sulle panche o per terra, l’altare è sotto una tettoia di lamiera e sono presenti cinque Sacerdoti. La funzione si apre con l’ingresso di un gruppo di bambine vestite uguali, di giallo, seguite da due gruppi di donne che indossano chitenje uguali, della Catholic Women Organisation, in testa hanno fazzoletti azzurri o rossi. I tre gruppi cantano e ballano al ritmo della musica cantata dal coro e suonata da quattro chitarre, un tamburo e altri strumenti di cui non conosco il nome (il suono prodotto è tipo quello delle maracas). Le chitarre sono pazzesche, molto rudimentali e vuote dietro. Il quadro d’insieme è suggestivo. Siamo gli unici bianchi e ci è stato riservato il posto d’onore a fianco dell’altare. La Messa è tutta cantata e ballata. Ad un certo punto mi alzo e vado in mezzo alle donne che danzano cercando di imitare la coreografia. Riscuoto l’approvazione generale con un’ovazione, risate e ululati. Doris, una simpatica donna che lavora al Tikondane, è molto fiera di noi. Durante la funzione, non so perché, mi chiede se ho bisogno di andare al gabinetto, forse perché è molto lunga (tre ore!). Neanche a farlo apposta mi scappa.. e chi potrebbe avere dubbi in proposito??! Anche a Caterina, bene andiamo! I bagni sono sul retro del cortile, piccoli edifici di cemento dal fetore esponenziale nel cui buco galleggia di tutto. Espletate le funzioni fisiologiche ci laviamo le mani ad una fontana e torniamo alla Messa. Inizia l’ennesimo ballo, in testa al gruppo danzante ci si piazza il nuovo Sacerdote, giovane bello e simpatico! Un grande comunicatore, la folla acclama. Viene il momento dello scambio del segno della pace, sono molte le donne che vengono a stringerci la mano e ad abbracciarci. Per quanto riguarda le offerte, oltre al classico cestino fatto circolare dai chierichetti, le persone facendo la fila ballando consegnano direttamente nelle mani del nuovo Sacerdote denaro, verdura, tessuti. Ad ogni offerta ricevuta il Sacerdote ringrazia il donatore baciandolo, abbracciandolo e benedicendolo. Ci mettiamo in fila, ballando come gli altri, per consegnare un contributo del nostro gruppo. Quasi al termine della cerimonia un militare va al microfono e imbastisce un vero e proprio comizio, a settembre ci saranno le elezioni. La cosa va per le lunghe, decidiamo di defilarci senza la benedizione ma con la comprensione dei cinque preti che ci sorridono e salutano con la mano.

Ci incamminiamo sotto al sole cocente. Fortunatamente dopo mezzo km passa un camion con la sala vuota che ci carica su tutti e alla velocità della luce ci da uno strappo fino all’incrocio con la strada principale. Da qui mancano ancora tre km, riprendiamo il cammino ridendo e scherzando, Enzo ed Andrea aiutano un vecchio a rimettere a posto la catena della sua bici che si è sganciata. Arriviamo al Tiko con una fame da lupi (sono le due!) e ci avventiamo sul cibo pronto (pollo, zucca, patate, erbetta verde saltata). Dopo pranzo visitiamo il Tikondane Centre con Musa dalle “grandi mani”, il simpatico attendente di Elke. Ci sono la fattoria, la scuola, un piccolo ambulatorio, la casa dove fanno le marmellate, il forno, il locale con la tv.

E’ il nostro turno per la visita al villaggio di Kachipu col carro trainato dai buoi. Oltre a Musa con noi c’è anche Simon, un ragazzo tedesco che resterà al Tiko un anno per fare volontariato. Per gli altri il programma sarà come il nostro di ieri (visita ospedale e cena al Tiko). Al villaggio veniamo accolti da Benson, un uomo molto mite. Dapprima veniamo condotti a fare un giro del villaggio. I bambini fanno a gara a prenderci per mano e a farsi fotografare. Salutiamo diverse persone davanti alle proprie capanne. Poi, davanti a una casa ci fanno accomodare su delle sedie e i bambini ci intrattengono con dei canti. Stanno seduti per terra di fronte a noi, saranno più o meno cinquanta, la capo corista è Crystal, la figlia maggiore di Benson. Le canzoni sono in inglese e nella loro lingua. Al termine, la consuetudine vuole che ogni bambino riceva una caramella, infatti Elke ce ne ha fornito un sacchetto. I bimbi vengono tenuti in fila a stento, qualcuno più furbo passa avanti o due volte, le bambine più grandi chiedono la caramella anche per i fratellini che portano infagottati sulla schiena anche se non saranno certo loro a mangiarla. Finita la distribuzione, alcuni bimbi si caricano le sedie sul dorso e ci accompagnano alla capanna dove si tiene la danza tradizionale delle donne (Chinamwali). Nel comprensorio ci sono più di 40 villaggi ma solo in due si svolgono ancora questi rituali a cui normalmente gli uomini non possono assistere (Musa infatti resta fuori) ma agli uomini bianchi viene concesso. L’interno della capanna è angusto e gremito. Ci fanno accomodare in cerchio sulle sedie trasportate. Una donna inizia a cantare suonando un tamburo. L’illuminazione è data solo da un paio di candele. Il ritmo del tamburo, unito ai canti e agli ululati, è costante. Peccato non comprendere ciò che cantano ma Elke ce l’ha spiegato: le donne tramandano alle più giovani come apprendere le arti amatorie necessarie per soddisfare il futuro marito, come andarvi d’accordo, come sopportare la suocera… Due ragazze giovani si posizionano al centro davanti a noi e le donne più anziane le incitano e le correggono nei movimenti. Una è a petto nudo, l’altra indossa il reggiseno, in basso indossano il chitenje e un altro telo intorno alla vita. A quanto pare è la parte sotto da nascondere alla vista. Ballano dimenando le anche, prima in piedi prendendo il ritmo, i pugni serrati all’altezza delle scapole, poi si accovacciano e in ginocchio, sempre a tempo del tamburo, muovono il bacino e assestano qualche colpo. La medesima danza viene ripetuta da due donne più adulte e poi singolarmente da un paio di veterane. Ok, abbiamo capito anche noi. Una donna viene ad invitarmi a ballare: figuriamoci se mi tiro indietro! Scattano gli ululati che aumentano quando Anna e Franca, a loro volta, si lanciano nella danza. Sono molto orgogliosa di loro e le donne della capanna sono sorprese, forse le ospiti precedenti si sono fatte pregare. Per le danzatrici Elke ci ha fornito di noccioline che loro divorano immediatamente. Riappropriatisi delle sedie, i bambini ci conducono a casa di Benson dove è stato allestito un banchetto nella “sala da pranzo”. Benson e la sua affabile moglie ci porgono una brocca d’acqua tiepida e un catino per consentirci di lavarci le mani. Seduti intorno al tavolo coperto da un telo ascoltiamo la preghiera di Benson che recita un ringraziamento al Signore per la nostra visita e ci augura una buona prosecuzione del viaggio. Il telo di cotone viene tolto: la tavola è imbandita con numerose pentole colme di cibo. Per noi hanno preparato nshima, zucca cotta, patate bollite con verdure, riso aromatizzato con rosmarino, fagioli, insalata di pomodori e cavolo cappuccio, melanzane impanate e fritte, un sugo per condire le pietanze. Tutto è eccellente ed abbondante. La loro ospitalità è commovente. Mentre ceniamo felici ci raccontiamo esilaranti aneddoti di viaggio traducendoli ai padroni di casa che ridono divertiti seduti per terra in un angolo.

Come serata saremmo già a posto così ma c’è da assistere anche all’esibizione degli uomini (Ghost Dance). Ancora una volta i bambini portano le sedie e ci fanno strada fino ad uno spiazzo vicino ad un grande albero. La luna è alta e luminosa. I tamburi cominciano a suonare, alcune ragazze simulano le prede mentre i ragazzi, travestiti da animali, ballano e piroettano sollevando una gran quantità di polvere. Siamo seduti in fila, ognuno di noi ha in collo un bimbo infreddolito che abbracciandoci si addormenta al tepore dei nostri pile. Ugo ne ha in braccio uno veramente sporco che “puzza di discarica”, se lo tiene stretto ribattezzandolo affettuosamente “immondizzino”. La danza al chiaro di luna è suggestiva ma vuoi il freddo, vuoi la stanchezza di un’intera giornata senza soste, comincia a calarci la palpebra. Passa Musa a ricordarci che quando siamo stanchi e vogliamo ritornare al Tiko basta dirglielo. SIAMO STANCHI! rispondiamo immediatamente all’unisono. Consegniamo i bambini addormentati che si svegliano spaesati ai fratelli più grandi. Ringraziamo i danzatori. Elke dice che queste esibizioni non vengono fatte per i turisti, sono cerimoniali che fanno per loro stessi. Effettivamente andandocene notiamo che non interrompono il rituale, li sentiamo continuare. Riportiamo le sedie a Benson che ci saluta con calorosi abbracci. Sull’oxcart ci stringiamo per scaldarci. Abbiamo trascorso una giornata davvero intensa e ricca di emozioni.

Lunedì 8 agosto, Chipata – South Luangwa National Park

Sapendo di venire al Tikondane abbiamo portato molte cose da regalare (vestiario, giochi e oggetti vari) che consegniamo ad Elke. Ne è entusiasta e ci conferma che è importante non abituare le persone a vederci come distributori di cose o denaro. Sarà lei a farlo nel contesto più adatto, presto arriverà il Natale – quando nessuno passerà da queste parti e saranno tristi – ma lei potrà preparare per loro i nostri regali per festeggiarlo. Se pensate di fare questa esperienza ricordatevi di portare tutto quello che potete. Elke ci fa vedere gli animali di stoffa prodotti dalle donne del Centro ed io compro una giraffina per Giulia, la mia nipotina in arrivo. Dopo colazione lasciamo il Tikondane e tutte le fantastiche persone che ci lavorano. Ho il nodo alla gola.

Arriviamo a CHIPATA, un posto di frontiera per/da il Mozambico. Lo Shoprite è piccolino ma c’è tutto. Nel negozio accanto al supermercato compriamo le coperte di pile (costano circa 3$) da mettere dentro al sacco a pelo per difenderci dal freddo notturno. Da Chipata al South Luangwa NP la strada diventa ardua da affrontare. Sono in corso i lavori per l’asfaltatura quindi la strada è tutta spaccata. Deviazioni, buche, dossi, c’è di tutto e tutto sullo sterrato. Sobbalziamo per alcune ore fino a quando arriviamo al campeggio. Posizioniamo le tende di fronte al fiume, Ugo monta la nostra esattamente ad un passo dal sentiero dove passano gli ippopotami. Ma non mi sono raccomandata di montare le tende lontano da evidenti percorsi degli animali? “Così siamo sicuri di vederli!” risponde. Ci godiamo un tramonto strepitoso, il sole enorme e rosso si eclissa all’orizzonte riflettendosi nel fiume e tingendo il cielo di arancio. Come sempre la sera del giorno in cui facciamo la spesa è dedicata alla grigliata di carne che accompagniamo col vino rosso che scorre che è una bellezza da quando siamo passati dalle prime costose bottiglie al cartone da 5 lt. Ci stiamo trattando bene e a fine pasto non manca mai un goccetto di Amarula o di rhum.

Martedì 9 agosto, South Luangwa National Park

Sveglia all’alba, colazione e partenza per il game drive distribuiti su tre jeep. Al MFUWE MAIN GATE del SOUTH LUANGWA NATIONAL PARK bisogna pagare lo ZAWA ENTRY FEE giornaliero che ammonta a 25$ a persona. La ranger addetta alla riscossione dei soldi e rilascio della ricevuta è lentissima, ci vogliono tre quarti d’ora. Per non ritrovarci a perdere lo stesso tempo anche domani paghiamo l’ingresso per due giorni. Fa ancora freddo ma siamo ben coperti. Il Parco è bellissimo, vastissimo e con ottima visibilità. Tra i primi animali che vediamo ci sono gli elefanti e gli ippopotami, seguono zebre, qualche facocero, tantissimi impala, uccelli di ogni tipo e poi LEI, la GIRAFFA DI THORNICROFT, una razza che esiste solo in Zambia e solo in questo Parco (si differenzia dalle altre per dimensione, colore e disegni), elegante e curiosa, una modella incantevole e perfetta nel farsi fotografare. La nostra guida si chiama Masumba ed è molto competente. Ci spiega tante cose sulla vegetazione e sugli animali, anche sulle loro cacche. Ogni jeep prende una strada diversa per cui non vediamo le stesse cose. Un gruppo infatti vede la iena ma noi vediamo il bufalo. Con le jeep ci ritroviamo in un punto panoramico affacciato sul fiume per un complimentary coffee or tea. Chiediamo alle guide di allungare un po’ l’escursione per recuperare il tempo perduto per pagare l’ingresso, sono gentili e disponibili. Rientriamo al campo soddisfatti.

Scatta il relax in piscina, poi dopo il solito pranzo a panini ancora riposo e/o bucato fino all’ora del successivo game drive. Prevedendo di tornare indietro col freddo partiamo vestiti leggeri ma pronti a bardarci fino ai denti. Tra i nostri avvistamenti un rarissimo GUFO PESCATORE. Sosta collettiva al tramonto per il complimentary drink (ci hanno chiesto i desiderata prima di partire, una bibita a testa da scegliere tra birra Mosi o Castle, Coca Cola, Fanta, acqua) mentre l’occhio allenato delle guide individua una leonessa sul lato opposto del fiume che cammina sulla spiaggia. Appena cala la luce inizia la caccia ai felini. Il ranger illumina entrambi i lati del bush con un potente faro. Il bottino è di un bel paio di leopardi. Ritornati al campo troviamo la cena pronta. Il nostro autista, immaginandoci stanchi e infreddoliti, ha cucinato i nostri spaghetti e preparato un sugo con pomodoro e cipolla, che bella sorpresa! Lo ringraziamo festosamente rinnovando il gradimento ad ogni boccone. Andiamo a riposare col pensiero che domani mattina ci sveglieremo presto per il walking safari, un’attività nata proprio in questo Parco.

Mercoledì 10 agosto, South Luangwa National Park

Verso le tre di notte io e Ugo veniamo svegliati dal verso di un ippopotamo. Non è la prima volta che lo sentiamo, ma questa volta è veramente vicino. Restiamo immobili a lungo quasi senza respirare. A Ugo sembra di sentire addirittura il fiato dell’animale contro la tenda! Sicuramente l’hippo sta mangiando strappando l’erba a ritmo serrato proprio accanto a noi, spero proprio che non scambi le mie Crocs per un chewing-gum..! Dopo un po’ mi riaddormento, Ugo invece, certo di essere prossimo a morire, non prende più sonno. Suo unico conforto è sentire che nella tenda accanto qualcuno russa senza sosta. Mentre facciamo colazione raccontiamo l’esperienza notturna (e al ritorno dall’escursione Ugo sposterà la tenda lontano dal passaggio..).

Partiamo per il walking safari. La nostra guida si chiama Silvester e con noi c’è anche un ranger armato. Silvester spiega molto bene, di leoni però non c’è neanche l’ombra. Visione fantastica di due TASSI DEL MIELE, rarissimi (soprattutto di giorno). Sono alla ricerca di pesci e tartarughe celati nel fango, in un bosco incantato e profumato dove gli alti e scuri alberi di mogano, chiudendosi in una volta, sembrano i pilastri di una cattedrale. Ci incontriamo con le altre jeep al view point per il consueto caffè, oggi ci sono anche i muffin. Rientrati al campeggio prepariamo da mangiare. Il campeggio è attrezzato con aree protette da tettoie con una lunga tavola e le panche. Più in là ci sono le isole-lavandino per lavare i piatti. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo. Le jeep per il night game drive sono già arrivate. Visto che Franca ha deciso di non partecipare resto con lei al campo così ho finalmente il tempo per farmi una lunga doccia e dedicarmi al bucato. Costeggiando il fiume andiamo poi a piedi alla reception che è circa un km più avanti. Incuriosite dai lodge chiediamo di vederne uno. Ci viene mostrato l’unico libero che è quello più grande con due camere arredate con gusto in stile safari. Vicino agli chalets c’è una zona bar con la piscina e la terrazza affacciata sul fiume. Chiacchierando piacevolmente contemplando il tramonto. Quando salutiamo per rientrare al campeggio veniamo bloccate da un ragazzo che prontamente chiama un autista affinché ci accompagni con la jeep perché è ormai troppo buio e pericoloso per la presenza di ippopotami ed elefanti. Non appena lasciati i lodge incappiamo in un cospicuo branco di giraffe di Thornicroft. Al campeggio io aggiorno il diario mentre Franca appronta la cena.

I nostri esploratori tornano esaltati e l’entusiasmo sale quando realizzano che la cena è già pronta, calda e abbondante: stasera ci sono i tortellini in brodo! Ecco il reportage di Grazia: “Il game drive notturno è molto più interessante di quello di ieri. Vediamo un leone molto vecchio e lo seguiamo fino alla pozza dove va a bere. Poi vediamo un altro leone che mangia e due leopardi, uno dei quali ci precede su di uno stretto ponte. La situazione è davvero unica. Il leopardo per niente spaventato o irritato cammina davanti alla nostra jeep. Tutti sono molto eccitati e fotografano le terga del felino per parecchi minuti. Poi andiamo a vedere un altro leopardo segnalato che sta mangiando un impala sull’albero. Foto a bufali, zebre, all’istrice, elefanti lontani ed anche uno molto, molto vicino, a distanza di pochi metri, che scuote con la testa un albero facendo cadere i semi per terra che poi ovviamente raccoglie con la proboscide e porta alla bocca”.

Giovedì 11 agosto, South Luangwa National Park – Chipata – Luangwa Bridge

Lasciamo il South Luangwa molto presto affrontando di nuovo la strada sterrata fino a Chipata dove facciamo una bella spesa. Essendo partiti presto l’autista ci suggerisce di non fermarci a Petauke per la notte e di tirare avanti fino a Luangwa Bridge evitando poi di pernottare a Lusaka e proseguire diretti fino al Kafue guadagnando un giorno. Impazienti di conoscere Mr. McBride, l’uomo dei leoni, aderiamo all’unanimità alla proposta benché consci delle due lunghe tirate che questa scelta comporta. Arriviamo al campeggio di Luangwa Bridge stanchi morti giusto in tempo per vedere il tramonto sul fiume Luangwa dal bellissimo patio adiacente al bar-reception. Ci sono dei lodge liberi, chi non ha voglia di montare la tenda può concederseli pagando la differenza. Caterina ha 38 di febbre ma anche se non l’avesse preferirebbe dormire in chalet. Io ed Ugo dividiamo una quadrupla con lei e Cristina, loro alloggiano in mansarda e noi di sotto. Pino ha creato “il comfort” vicino all’area dinner facendo un bel fuoco che affumica tutti. Ridiamo tutta la serata con questo tormentone del “comfort”. Per cena gnocchetti sardi al pomodoro.

Venerdì 12 agosto, Lusaka – Kafue National Park

Partenza alle sette. Oggi davanti in cabina con l’autista ci sono io. A Lusaka ci fermiamo al Manda Hill Shopping Centre, un centro commerciale immenso che all’interno ha un ufficio di cambio e lo Shoprite. Uscendo da Lusaka è difficile trovare un luogo dove sostare per mangiare e la fame incalza. Avvistando il posto giusto, all’ombra di un albero e lontano dai villaggi, i compagni di viaggio ci fanno una segnalazione sventolando un cartello artigianale con scritto YRGNUH (Hungry alla rovescia). L’autista non riesce ovviamente a leggerlo dallo specchietto retrovisore ma riescono ad attirare la sua attenzione e a farlo fermare. Dopo esserci rifocillati proseguiamo verso il KAFUE NP. A Mumbwa parte la deviazione sullo sterrato fino alla sbarra dello ZAWA dove alle 17.30 registrano il nostro ingresso. Per raggiungere il camping seguiamo le indicazioni ma andando avanti, oltre a farsi sempre più buio, la foresta si infittisce. L’autista procede impavido fino a quando non c’è più verso di andare oltre. Qui il cellulare non prende assolutamente, non sappiamo a quale distanza siamo dal campeggio, non possiamo scendere né accamparci perché in questa area ci sono i leoni. Dopo un attimo di smarrimento facciamo retromarcia per raggiungere l’Hippo Lodge che secondo il GPS è più vicino e dove, stando alle mie informazioni, dovrebbe anche esserci un campeggio. Arriviamo all’Hippo Lodge che sono le otto, fa freddo ed è buio pesto. Un uomo giovane e biondo ci guarda come se fossimo alieni. Gli chiediamo di poterci accampare ma il campeggio non è assolutamente disponibile (notiamo che il Lodge è pieno di ricconi). Propone di scortarci fino al campsite di McBride’s passando dalla strada che costeggia il fiume assicurandoci che la distanza è poca. Scopriamo così che l’unica strada facilmente percorribile per raggiungere McBride’s è quella via Hippo Lodge, certamente non seguendo le loro indicazioni che servono solo ad imboscarsi. Salgo sulla jeep del biondo che ha a bordo anche un ranger che fa luce a destra e manca con un potente faro. Senza volere mi fa fare un breve night drive durante il quale mi convinco di aver visto un leopardo su un albero (gli occhi si illuminano di rosso). Giunti al campeggio ringraziamo sentitamente e ci guardiamo intorno.

Il McBride’s Campsite è veramente molto spartano: uno spiazzo spelacchiato, due nuclei bagno col cannicciato per separare lavandino/cesso/doccia (una doccia è addirittura senza pareti). Almeno l’acqua è calda ma solo se metti la legna nella rustica caldaia (un bidone) e lo devi fare da solo perché l’addetto non ci pensa proprio, come pure a rimettere la carta igienica (è bene avere la propria). Andiamo a cercare i proprietari. Chris McBride probabilmente è già andato a dormire, ci riceve la moglie che prontamente ci porta via dalla vista degli ospiti vip invitandoci ad andare a “riposare che è tardi…”, domani si occuperà del nostro soggiorno. L’impressione è la stessa provata all’Hippo Lodge. Bando alle percezioni, è veramente tardi e siamo provati dal viaggio avventuroso, montiamo svelti le tende e chiediamo agli unici campeggiatori presenti (una coppia, probabilmente tedeschi, con una jeep di quelle con la tenda che si monta sopra) di poter utilizzare il fuoco da loro acceso, ancora vivo, per cucinare qualcosa di caldo. Lui ci guarda come se stessimo chiedendo la cosa più stupida ed improbabile del mondo, guardandoci dall’alto in basso. Risponde flemmatico che non è assolutamente il caso perché non gradiscono la confusione e loro stanno andando a dormire. Per farvi capire la nostra reazione, evidenzio che lui è subito venuto a curiosare appena siamo arrivati, ha ovviamente visto a che ora e in che condizioni (stanchi, infreddoliti e affamati), ma con estrema naturalezza ha proferito il suo messaggio, tutto ciò non lo sfiora minimamente. Noi siamo stati garbati, abbiamo domandato per pura cortesia di vicinato, perché il fuoco non è certo una proprietà, se ci avesse detto “non c’è problema, vi chiedo solo la gentilezza di non fare rumore perché stiamo andando a dormire” noi avremmo fatto l’IMPOSSIBILE! per non recare disturbo. Non possiamo accettare il suo atteggiamento egoista e prevenuto, siamo sconcertati per la sua mancanza di tatto e soprattutto incazzati per l’insolenza nel dare per scontato un nostro comportamento molesto. La serata è oltretutto particolarmente gelida. Ecco perché noi, che non utilizzeremo il fuoco e mangeremo un triste panino freddo al freddo, faremo tanto di quel casino da rendere impossibile prendere sonno anche a un morto di sonno! Qualcuno vorrebbe addirittura pisciargli sul radiatore a spregio! All’idea ridiamo a crepapelle stemperando la tensione accumulata nell’ultima parte del viaggio, complice un’indispensabile consolatoria bottiglia di Amarula.

Sabato 13 agosto, Kafue National Park

Ci svegliamo senza orario. Una parte del gruppo è sparita, pare sia andata a fare un giro alla reception. Noi che siamo rimasti tiriamo tutto giù dal camion: gli scatoloni dei viveri, fornello, bombola del gas, tavolo, tende, bagagli, sgabelli, box frigo, legna, carbone, taniche d’acqua e finito di scaricare laviamo le stoviglie perché la polvere le ricopre in quantità industriale. Gli altri rientrano al campo dopo un’ora e mezza informandoci che non immaginavano che la cosa sarebbe andata per le lunghe e che Mrs Charlotte, sicuramente e solo per levarseli di torno, gli ha chiesto moooolto cortesemente se gli andava di vedere una pozza lì vicino col ranger, ma si è tradotto in una camminata di oltre un’ora. Dispiaciuti di non essere stati presenti nel momento del bisogno, si rendono subito disponibili per eventuali altre cose da fare. Andiamo tutti assieme a cercare il famoso Chris dei leoni, un uomo molto semplice, canuto e barbuto, magro e un po’ incurvato, dal simpatico tic di toccarsi il viso dall’alto in basso alla stessa maniera in cui i leoni si grattano il muso con una zampa. Ci accoglie con calore, ha un garbato senso dell’humor, ci mostra i suoi pannelli solari, ci illustra le attività che è possibile fare (night game, morning game, walking safari, boat game). Gli confermiamo subito che vogliamo fare il night drive stasera e il morning drive domani mattina sperando di vedere i felini. Ok no problem! e si “spazzola” il viso.

Rientrati al nostro squallido campo lo rendiamo più allegro scatenandoci nelle operazioni di lavanderia stendendo panni colorati ovunque. I nostri cari vicini si sono spostati più là, quindi il campeggio è tutto nostro. Più che spostati sono stati alloggiati in un Lodge perché secondo noi si sono lamentati. Pranziamo con la grigliata di carne che non abbiamo potuto cucinare ieri sera poi ci rilassiamo al sole fino all’ora dell’appuntamento per il night game drive. Non vedendo il ranger andiamo a cercarlo; guai però ad affacciarsi nell’esclusivo salotto riservato ai loro veri ospiti. Infatti veniamo subito allontanati. Non abbiamo mica le pulci! Alle cinque partiamo con la jeep verde e Patson al volante. Fa ancora caldo ma appena il sole va giù è la solita storia, il freddo diventa subito pungente. A bordo della jeep ci sono delle coperte di lana, ma essendo fatte a mano, in stile centrino, servono a poco perché il freddo passa dai buchi. Patson avvista quasi subito un magnifico leopardo. L’animale ci guarda poi si alza, gira le spalle e sale su una montagnola da dove ha una visuale migliore. Ci guarda di nuovo e poi ci minaccia digrignando i denti. Io, che sono seduta in basso accanto all’autista e lo sto guardando dritto negli occhi col binocolo, faccio un balzo dalla paura. Patson ride divertito e ogni volta che mimo la scena delle ali che mi sono ritrovata ai piedi sghignazza ripetutamente. Restiamo fermi in osservazione a lungo. Il leopardo punta un babbuino in lontananza ma allo stesso tempo controlla anche noi, la nostra intrusione lo disturba. Quando si infrasca più in alto rinunciamo all’appostamento. Proseguendo vediamo i soliti animali e sugli alberi molti occhi di bushbaby (una specie di scimmia). Ceniamo intorno al fuoco con tortellini in brodo e frittatona.

Domenica 14/8, Kafue National Park – Lusaka

Sveglia di buon ora perché abbiamo “fissato” la boat cruise. Scrivo fissato tra virgolette perché in realtà con Chris avevamo fissato il morning drive per andare a vedere i leoni ma sua moglie Charlotte ieri pomeriggio ha irremovibilmente asserito che doveva esserci stato un errore perché il drive era già stato prenotato per altri. Ancora una volta abbiamo l’impressione di essere di seconda categoria, per noi non ci sono né birra né Coca-Cola (anche se le abbiamo viste) né game drive se vengono richiesti dagli altri ospiti, che hanno evidentemente altri privilegi e la priorità. Sulla barca a due piani con le poltrone di vimini e il caffè la crociera sul fiume è molto rilassante, ma ci siamo fatti una levataccia e stiamo patendo freddo perché era previsto di fare qualcos’altro, quindi ci girano e parecchio! Dalla barca vediamo qualche ippopotamo e diversi uccelli, ma di certo non i leoni. Li ha invece visti la famiglia che si è fatta il NOSTRO game drive. Non avendo gradito il trattamento riservatoci e dato che il campeggio è caro per quello che vale, decidiamo indispettiti di “levare le tende”. Partiamo intorno a mezzogiorno dopo aver caricato tutta l’attrezzatura da campo.

Quella dei leoni ci è andata proprio di traverso ma la pressione scende quando ingaggiamo una lotta senza riserve contro le mosche tsé tsé che ci attaccano senza tregua per un paio d’ore filate. Chi ce l’ha a portata di mano cerca di sterminarle armato di paletta schiaccia-mosche, Franca combatte con le mutande di Enzo. La situazione degenera in grandi risate e molte vittime. Come per incanto le malefiche mosche scompaiono quando, dopo 4 ore di strada sterrata, arriviamo alla sbarra dello ZAWA. A Mumbwa valutiamo se è il caso di fermarci perché sta facendo buio. Ci sarebbe un Motel ma l’autista spinge per arrivare fino a Lusaka perché nell’intricato bush del Kafue il camion ha riportato dei danni che intende aggiustare. Poiché se la sente di guidare col buio decidiamo di proseguire. Ora la lotta è contro il freddo. Imbacuccati fino ai denti ci stringiamo gli uni agli altri resistendo e sopportando. Alle sette e mezza arriviamo stanchi a Lusaka; nel campeggio incappiamo in un branco di giraffe che tranquille gravitano nell’area verde che ha attorno. Dopo aver verificato la disponibilità degli chalets, decidiamo di NON montare le tende. Anche di cucinare non abbiamo voglia. Ceniamo al bar del campeggio con dei pessimi hamburger. Ugo ed Andrea giocano a biliardo, Caterina e Marta si lanciano nel ballo. La musica è altissima e bella, tanto vale approfittarne per fare due salti, magari va giù l’hamburger.

Lunedì 15 agosto, Lusaka – Siansowa (Lake Kariba)

Il programma di oggi prevede il trasferimento al Lake Kariba con un pulmino noleggiato dall’autista perché il truck deve essere riparato. Fatta colazione iniziano le operazioni di scarico di bagagli, viveri, utensili da cucina, gas e fornelli, tende e materassini. Stiviamo tutto nelle ultime tre file del pulmino arrivato alle nove puntuale. Tra una storia e l’altra e fare benzina partiamo alle undici. A Mazabuka facciamo la spesa e con la sosta pranzo di una mezz’oretta si riparte alle due.

A BATOKA imbocchiamo il bivio per SINAZONGWE, da qui al campeggio mancano 110 km.

Il pulmino corre veloce anche sullo sterrato e senza farci sobbalzare troppo. A Sinazongwe ci fermiamo per strada a comprare banane e pomodori: veniamo letteralmente presi d’assalto. Da ogni finestrino aperto entrano mazzi di carote, agli e cipolle, caschi di banane, cavoli, patate, ciotole con i pomodori e una caciara pazzesca. Arriviamo a SIANSOWA col buio. Il complesso dove c’è il campeggio è recintato perché al suo interno c’è anche un enorme allevamento di coccodrilli. Facciamo una catena passandoci i bagagli dai finestrini del bus. Ci siamo portati una tenda aggiuntiva dove stivare i viveri. Il campeggio affacciato sul rilassante LAKE KARIBA è bellissimo. L’area dove montare le tende è verde grazie alla puntuale irrigazione del prato. Essendo i soli campeggiatori abbiamo tutto lo spazio che vogliamo e possiamo così piazzarci in lungo e in largo e ad adeguata distanza dai nostri russatori. I bagni sono molto carini, puliti e curati. La carta igienica non manca mai. L’angolo bar è ben fornito, c’è la piscina e il campo da pallavolo. Notiamo una cacca di zebra e qua e là ci sono gli impala. Oltre ai vari Lodge c’è la Baobab House che può ospitare sei persone. E’ situata vicino ad un baobab enorme, la sua architettura è spettacolare ed è ben arredata. Tornando al campeggio, con nostro estremo piacere scopriamo che il pezzo forte è la cucina: completamente attrezzata, fuochi elettrici, bollitore, tostapane, prese per ricaricare le batterie, lavandino, piani di lavoro, armadi con le stoviglie, l’illuminazione e un bel tavolo con le sedie. Le nostre cuciniere si scatenano. Il menù di stasera è risotto, carote e pomodori. Ad un certo punto, mentre mangiamo, compaiono di fronte a noi tre zebre! Domani valuteremo cosa si può fare oltre alla visita alla Croco Farm che probabilmente qui va per la maggiore.

Martedì 16 agosto, Lake Kariba

Una parte del gruppo va, con una barca, a fare il walking tour sull’isola privata del campeggio sperando di vedere qualcosa di interessante. A noi altri la visita alla Croco Farm non interessa: si vedono coccodrilli di varie età e come gli viene dato da mangiare, ma non la lavorazione delle pelli. Preferiamo andare a fare due passi nel villaggio. Ci portiamo appresso qualche maglietta e i palloncini modellabili. Veniamo subito circondati da decine di bambini che impazziscono quando vedono i balloon e le forme che Ugo riesce a creare, per semplicità soprattutto giraffe, spade e cani. Per cercare di darne uno a tutti li facciamo mettere in fila, anche alcuni babbi si mettono in coda per poter dare un palloncino al figlio. Dopo un po’ Ugo non ce la fa più (a gonfiarli si spolmona e a noi non ci riesce!) al punto che Caterina imbosca il sacchetto dei palloncini, tanto anche volendo sarebbe impossibile accontentarli tutti, e dice che sono finiti. Andiamo oltre passando dalla scuola, inattiva e mezza sgangherata. Il maestro abita lì vicino, ci viene incontro, si presenta e ci ringrazia per la visita. Gli consegniamo i sacchetti con le magliette. I bambini continuano a chiedere i balloon. Solo quando sono certi che non ne saltano fuori altri, i più prepotenti cercano di prenderli ai più piccoli e deboli. Un bimbo, che ha un palloncino bucato ma è comunque contento di averlo, viene derubato del suo prezioso balloon e piange disperato. Dobbiamo intervenire ed esigere con fermezza che gli venga restituito. Riavuto il palloncino, con il viso ancora segnato dai lacrimoni, mi prende per mano e non mi lascia più per tutta la strada di ritorno fino all’ingresso del campeggio. La visita di un villaggio è ogni volta un’esperienza che regala emozioni e ricordi.

Quando gli altri rientrano al campeggio ci dicono che l’isola esplorata è impervia, con grossi sassi e vegetazione fitta, hanno visto pochi animali, quindi come escursione non vale la pena. Ci prepariamo i panini con tonno, pomodoro e cipolle grigliate. Trascorriamo poi il resto del pomeriggio nel campeggio in pieno relax. Una buffa capretta ci fa compagnia e ogni tanto tenta di prenderci a cornate. C’è anche un simpatico Bambi che saltella attorno. Cena con tris di pasta, al pomodoro, aglio olio e peperoncino, pesto e patate. Per le nostre brave cuoche hip hip hurrà!

Mercoledì 17 agosto, Lake Kariba – Livingstone

La notte è fredda ma non delle peggiori. Al risveglio constatiamo che è arrivato il nostro camion. Smontiamo il campo e lasciamo il Lake Kariba alle otto e mezza. Rispetto all’andata si sente la differenza! con il pulmino non ci eravamo resi conto di quante buche ci sono e di quanta polvere ci siamo risparmiati, ma al nostro truck ci siamo ormai affezionati. Ci fermiamo di nuovo dalle donne delle carote per comprarne un paio di mazzi. Oggi sulla strada c’è anche il macellaio con alcuni pezzi di capra appesi ad un palo, c’è pure la testa ancora da scuoiare. A mezzogiorno arriviamo a Batoka dove c’è il bivio. A CHOMA l’autista fa benzina. Per la cronaca i prezzi sono UNLEADED 8647, DIESEL 7858 (cambio 4900 Kwacha = 1 USD). Sostiamo al Choma Museum per pranzare con i soliti panini all’interno del suo piacevole giardino recintato. Chi vuole può visitare il piccolo Museo (un paio di stanze con foto d’epoca delle tribù locali, qualche suppellettile, pannelli con storia e spiegazioni). All’interno del museo c’è il bagno (a pagamento), un negozio di artigianato dove qualcuno acquista la sua prima giraffa di legno e un bar dove caffè e cappuccino sono buoni, anche i muffin e la torta al ginger. Ripartiamo con calma rilassati al pensiero che a Livingstone avremo due intere giornate per godercela. Per telefono prenotiamo le tende anche per stanotte. Al campeggio ceniamo con minestra di orzo, pasta e fagioli, frittata con cipolle.

Giovedì 18 agosto, Livingstone (Cascate Vittoria)

Colazione, preparazione dei panini per il pranzo e via alle CASCATE VITTORIA! Arrivati alle cascate (ingresso 20$) ci diamo appuntamento con l’autista nel parcheggio dove ci sono i negozietti di artigianato per le cinque. Il primo affaccio sulle cascate ci lascia senza parole. Due enormi arcobaleni, di cui uno particolarmente intenso, colorano le cascate e il loro famoso “fumo che tuona”. Il gruppo si disperde, ognuno va in perlustrazione per conto proprio. A monte della cascata vengo improvvisamente attaccata da un babbuino che strattona con forza la borsa di cotone dove ho dentro i panini; resisto nella lotta, poi interviene Ugo allontanandolo con un calcio. Dopo il ponte verde di ferro c’è una parete dove le bollicine salgono tonde e scintillanti creando un effetto magico con la rifrazione della luce come se dalla gola del canyon scoppiassero i fuochi d’artificio. Resto a lungo incantata davanti a questo insolito spettacolo in compagnia di Caterina. Più avanti c’è un punto panoramico straordinario, dove il canyon si divide in due e spicca uno sperone roccioso intinto nei colori dell’arcobaleno, un quadro perfetto. Nessuna foto riesce a rendere tanta meraviglia della natura! Per chi ha bisogno di fare una sosta c’è un baracchino che vende bibite e souvenir, vicino ci sono i bagni. Mangiamo i panini e a mezzogiorno andiamo a vedere le cascate dal lato dello ZIMBABWE. Volendo ci sono i taxi, noi ci facciamo quei due o tre km a piedi fino al ponte attraversato anche dai binari della ferrovia e dal quale è possibile lanciarsi col bunji-jumping. Dall’altra parte del ponte c’è un altro km fino al border dove va fatta dogana per uscire dallo Zambia ed entrare nello Zimbabwe. Nell’ufficio della dogana viene apposto un timbro di uscita sul passaporto. Per entrare nello Zimbabwe, dove gli impiegati sono indolenti e meno gentili e sorridenti rispetto a quelli dello Zambia, ognuno deve riempire un modulo con i propri dati, dichiarare quanto denaro ha appresso, quanti giorni resta ecc. Ci vuole una mezz’ora, perché un impiegato scrive, un altro registra, l’altro stampa e attacca il visto (di quelli adesivi a tutta pagina del passaporto). Il visto costa 30$. L’ingresso alle cascate è qualche centinaio di metri dopo sulla destra, si presenta più curato ed “internazionale” rispetto all’altro che è solo un baracchino. Il biglietto costa 30$. Qui c’è la ruota metallica per entrare, il gabbiotto con la cassa, un patio circolare con pannelli esplicativi della storia, flora, fauna, morfologia, geologia ecc delle cascate e un negozio di souvenir carissimo. Sul lato opposto della strada, di fronte all’ingresso alle cascate, c’è un mercatino di artigianato dove contrattando si spuntano ottimi prezzi. Meglio andare lì. Ora si apre la famosa sfida: le cascate sono più belle dal lato dello Zimbabwe o dal lato dello Zambia? Nello Zimbabwe la portata delle cascate è maggiore, il rombo è più fragoroso, c’è molta più acqua che scende e che sale vaporizzata. In certi punti è talmente turbolenta che ti bagna completamente, potrebbe essere utile avere un ombrello bello grande. Andando a sinistra c’è il belvedere sulle cascate. Di fronte, nel punto più ampio del fiume, si vedono le Devil’s Pool. Sul lato destro c’è il Danger Point che, senza riparo alcuno, si affaccia sullo sperone che abbiamo ammirato dal lato opposto. Gli arcobaleni abbondano. Sono contenta di averle vista da entrambe gli Stati, personalmente ho preferito il lato zambiano.

Per uscire dallo Zimbabwe bisogna farsi timbrare il passaporto. Nel tratto che porta al border dello Zambia alcuni ragazzi ci seguono per venderci ippopotami ed altri oggetti di legno per pochi dollari.

Rientrare in Zambia è semplice se hai già il doppio visto come noi. L’autista arriva puntuale al parcheggio, osserva divertito il nostro shopping al mercatino. Spesa finale allo Shoprite dove, oltre a birre e patatine per l’aperitivo, acquistiamo la carne e le salsicce per la nostra ultima grigliata. Compriamo anche il “comfort” per fare la brace. Al campeggio facciamo l’aperitivo sul balcone affacciato sullo Zambesi commentando la magnifica giornata e ricapitolando il programma di domani. Sotto un cielo stellato gustiamo la grigliata e le patate al cartoccio brindando con tanto vino rosso. E’ un piacere trascorrere le vacanze con un gruppo godereccio.

Venerdì 19 agosto, Livingstone (Mosi-Oa-Tunya National Park – Makumbi Sunset Cruise)

Il MOT (Mosy-Oa-Tunya NP) apre alle sei, ma lo scout arriva più tardi, quindi partiamo per un primo giro da soli. Nicola sta, in cabina con l’autista, affacciato dalla torretta in piedi col binocolo pronto a raccogliere le nostre indicazioni e a comunicargliele. Ci sono moltissimi impala, faraone, gnu e kudu. In questo parco non ci sono felini di alcun tipo, ma ci sono sei rinoceronti, gli elefanti, giraffe e zebre. Lo scenario dove scorre il fiume è stupendo, l’interno della savana è secco. Alle 7.30 torniamo all’ingresso a prendere lo scout ma un quarto d’ora dopo non è ancora arrivato. D’altronde sono tempi africani, con tutta probabilità viene al lavoro a piedi. Il guardiano del parco, sentendosi in difetto, decide di venire con noi sostituendosi allo scout. Vediamo più animali noi di lui, ma lui sa esattamente dove sono quelli più importanti. Ci chiede qual è l’animale più importante per noi da vedere: il RINOCERONTE rispondiamo all’unisono! Ok, risponde, allora andiamo a cercarlo.. I rinoceronti del MOT sono bianchi, un paio stanziali e gli altri bighelloni. Sono comunque tutti rintracciabili grazie al trasmettitore impiantato nel corno. I rinoceronti bianchi si differenziano dai neri dalla mole e dal peso, sono infatti molto più grossi, hanno due corni sul naso anziché uno solo, il muso più allungato, il carattere socievole anziché aggressivo. Usciamo dalla savana per immetterci per un brevissimo tratto sulla statale che va verso nord in direzione Botswana e Namibia e alcune giraffe attraversano la strada. Ci addentriamo nuovamente nel bush dall’altro lato. Dopo pochi km c’è una postazione dei guardaparco e due di loro salgono sul camion con i fucili. Scendiamo un paio di km più in là. La vegetazione non consente di andare oltre col camion perciò “in via del tutto eccezionale” ci fanno avvicinare al Rhyno a piedi. Appena lo avvistano impongono il silenzio e ci raccomandano di stare compatti in fila indiana. Il Rhyno è stupendo, intento a brucare l’erba ci guarda distrattamente a soli 10 metri di distanza. Con questa visione ravvicinata abbiamo fatto l’en plein! e siamo davvero soddisfatti. Ci lasciano osservare l’animale per cinque minuti circa, poi dobbiamo ripiegare. Accanto al nostro truck c’è una jeep parcheggiata con sopra due stranieri, ho la sensazione che anche a loro sarà “eccezionalmente” concesso di avvicinare il Rhyno a piedi… Ripassiamo dalla statale dove evidentemente stanno di casa le giraffe. Sono molto più alte e grosse delle Thornicroft e il colore del manto in confronto sembra sbiadito. Foto di gruppo sulle rive dello Zambesi. Rientrati al campeggio chi vuole resta a rilassarsi o a preparare il bagaglio per domani e chi ha piacere di tornare al mercato delle cascate riparte col camion. Alle quattro iniziano le operazioni di imbarco per la crociera sullo Zambesi. La Sunset Cruise dura due ore e a bordo sono servite bibite, alcolici, vari snack e a testa un hamburger. Per concludere in bellezza è l’escursione ideale. Enzo ci filma rilassati e ridanciani e Grazia si esibisce in una personalissima versione della Vecchia Fattoria riveduta e corretta con i nostri profili e i vari tormentoni del viaggio. E’ troppo divertente e le chiediamo il bis. Ricevo una busta con una cartolina firmata da tutti e un pensierino: il patch dello Zambia da attaccare sullo zaino! Anch’io ho dei regali per alcuni di loro. Il primo è per Andrea, il nostro paziente e precisissimo cassiere che si aggiudica la mia maglietta di Avventure nel Mondo col sudore originale! A Franca e Grazia consegno una ciotola di legno decorata, si strameritano un riconoscimento speciale per la dedizione, l’organizzazione e la competenza profusa in cucina. Infine al nostro Ranger Nik va un portachiavi di legno raffigurante un coccodrillo per averci mostrato e descritto il comportamento di vari animali, soprattutto degli uccelli, che senza il suo occhio esperto non avremmo notato e apprezzato.

L’assalto agli hamburger e la contemplazione del tramonto sul fiume placido concludono la crociera. Scendiamo barcollando, un po’ brilli..

Sabato 20 agosto, Livingstone (Johannesburg – Cairo – Roma)

Lungo la strada per l’aeroporto vedo una famiglia malconcia sotto un albero: Chiedo all’autista del minibus di fermarsi. Abbiamo ancora qualcosa da lasciare: uno zainetto con scarpe e magliette. La felicità dipinta sui loro volti ci ricompensa senza limiti. THANKS MAMI dice la signora; il ragazzo al suo fianco ancora non si capacita che sia già Natale e che tanta fortuna sia capitata proprio a loro. “Gli avete cambiato la vita” dichiara compiaciuto l’autista. C’è da riflettere.