Giappone

foto x diario GiapponeGIAPPONE

Periodo : fine ottobre – inizio novembre 2019

Durata : due settimane

Tipologia di viaggio : FAI DA TE

ITINERARIO : Tokyo (Urawa) – Kanazawa – Komatsu – Takayama – Kyoto – Nara – Tokyo

INFO UTILI : in fondo al diario su Japan Rail (JR) Pass, Pocket Wifi, Carta Suica e molto altro ancora per preparare il viaggio

DIARIO

1° giorno, Roma-Tokyo (volo diretto Alitalia)

Il volo senza scalo e con partenza nel primo pomeriggio in modo da arrivare a Tokyo alle 10,30 del giorno dopo, è la nostra prima scelta azzeccata. I superati dispositivi dell’aeromobile, visibilmente attempato, ci fanno fare un tuffo negli anni 80: niente touchscreen, pigia questo, tira quello… ok dai, facciamo già un primo viaggio: nel tempo!

Ed eccoci in Giappone.. Konnichiwa..

L’aeroporto Narita è in ristrutturazione, forse sono già iniziati i lavori in vista delle Olimpiadi del 2020. Innanzitutto ritiriamo il Pocket Wifi per poter essere sempre collegate e i nostri JR Pass per 14 giorni e sfruttiamo subito il JR Pass salendo sul Narita Express che va diretto a Shinjuku, il quartiere di Tokyo più consigliato dove pernottare.

La Stazione di Shinjuku è immensa ma è tutto ben segnalato, non c’è verso di non capire dove andare, basta aguzzare la vista e leggere. Pranziamo velocemente in stazione e ci dirigiamo a piedi verso l’albergo. Il Tokyu Stay Shinjuku è incastonato tra edifici di vario tipo, alti palazzoni moderni e basse costruzioni vecchiotte, per lo più ristorantini. La nostra stanza è bella e spaziosa per gli standard giapponesi e non è stata una scelta a caso. Dopo un volo intercontinentale è fondamentale riposare bene e comunque in questo viaggio ci siamo regalate una dose di comfort in più rispetto al solito. I letti sono ad una piazza e mezzo, abbiamo un salottino e un’anticamera. Il gabinetto ha la seduta riscaldata e, per tirare lo sciacquone ed usufruire dei vari getti d’acqua, i comandi sono comodamente posizionati sulla parete di fronte al wc in modo da non dover fare contorsionismi. E a proposito di comfort impazziamo subito per tutto quello che la camera offre oltre alle solite cose convenzionali: le Yukata (pigiami o come in questo caso una specie di vestaglia da notte), gli spazzolini da denti, le spazzole e gli elastici per i capelli, il bollitore con tre diversi tipi di tè, la lavatrice e l’asse da stiro. Il profumatore spray a cosa servirà?

Facciamo due passi nel quartiere impressionate dalle luci sfavillanti di Shinjuku che si stanno accendendo. I semafori giapponesi hanno un sonoro particolare, cinguettano o cantano, e di sera i poliziotti municipali indossano un gilet con le lucine a led che si accendono come quelle di Natale.

Infiliamo dentro a vari negozi, primo fra tutti quello di Hello Kitty, in un grande negozio di libri e fumetti, poi cerchiamo un posto dove cenare per andare a letto presto. Entriamo in un localino fumoso in cui sfrigolano interiora di maiale e di vitello su una piastra. Hanno anche qualcos’altro? Mah.. intanto ordiniamo due birre. Letto il menù restiamo prendendo un brodino con strani pezzi di carne gommosa ed un piatto di ottimi Yakisoba (noodles di grano saraceno saltati in padella) con verdure e zenzero rosso fosforescente, cosparsi di Katsuobushi, i fiocchi di tonno essiccato che si muovono. Avete letto bene, si muovono! Iniziamo bene..

Da Starbucks prendiamo un mini flan al tè macha. Sulle prime sembra di mangiare un tortino di spinaci, poi, gradualmente, se ne apprezza il gusto amaro e caratteristico fino ad incontrarne il cuore caldo in un’esplosione di sapore. Tornate in Hotel ci è subito chiara la presenza dello spray profumatore: l’odore del cibo si è appiccicato ai vestiti.

2° giorno, Urawa

Oggi ci attende un programma molto speciale: Seiko, l’amica di un’amica di Susy con cui abbiamo preso contatto dall’Italia, ci ha invitate a raggiungerla al suo paese, Urawa, chiedendoci di cucinare italiano per lei e per i suoi amici. E chi si tira indietro davanti a un simile invito e siamo partite dall’Italia con un trolley in più, colmo di viveri. Seiko si è offerta anche di portarci a visitare i principali quartieri di Tokyo negli altri nostri giorni di permanenza previsti. Immaginate tutto quello che c’è da vedere in una metropoli grande come Tokyo, dove ogni quartiere è una città nella città. Come siamo fortunate ad avere una “guida” locale!

Ora riavvolgete il nastro e preparatevi ad un’esperienza completamente diversa. Eh sì, perché Tokyo non l’abbiamo praticamente vista.

Urawa dista solo mezz’ora di treno da Shinjuku. Essendo arrivate in anticipo ci deliziamo ad un chiosco assaggiando dei dolci gentilmente offerti. Uno è il solito “sformatino di spinaci” col tè macha, l’altro è un Montblanc sensazionale. Scopriremo durante il viaggio che in Giappone il Montblanc è molto in voga e per noi diventerà una droga! Fa anche rima…

Seiko arriva tutta trafelata. E’ una donna minuta, sorridente e molto accogliente. Ci porta a casa sua per depositare il trolley con le cibarie e ci ricopre subito di regali: degli origami fatti da lei, delle zuppe liofilizzate (?), frutta secca, dei cachi, un paio di stole di cotone di una festa Matsuri con i fiori Fujii, un paio di shopper di plastica. Poi ci fa provare un paio di kimono suoi per regalarci anche quelli. Siamo felicissime e la ringraziamo moltissimo.

Secondo le linee guida per lo scambio dei regali, questi innanzitutto dovrebbero essere sempre confezionati, sicché Susy ha passato i giorni precedenti la partenza a fare pacchetti. Se sei invitato in una casa privata non si presenta il regalo quando si arriva, bensì prima di andare via e scusandosi per la pochezza del presente. Infatti, per evitare eventuale imbarazzo, il padrone di casa aprirà il regalo dopo che gli ospiti si sono allontanati.

Sopraffatte da tante attenzioni e dalla spontaneità di Seiko, iniziamo a contraccambiare – contravvenendo alle regole – tirando fuori una serie di pacchetti con i nostri regali. D’altronde ha cominciato lei! Seiko li apre immediatamente. Faccio la carrellata: un bel biglietto con i nostri ringraziamenti, un portabiglietti da visita in pelle fatto a mano, il calendario del 2020 con le opere di Puccini (Seiko è una cantante lirica), un kg di caffè di torrefazione, un kg di Parmigiano-Reggiano sottovuoto (preso in caseificio a Parma). E come facciamo a scusarci per la pochezza dei regali!! La nostra nuova amica infatti ringrazia sentitamente.

Dato che c’è un bel sole lasciamo le giacche in casa e con un treno raggiungiamo Saitama.

Seiko vuole farci vedere l’Omiya Bonsai Village, molto speciale come dice lei. Già! dimenticavo.. Seiko parla italiano. La guardia del museo ci fa un origami a forma di maglietta con i nostri biglietti d’ingresso, che simpatico! Nel piccolo museo sono esposti diversi bonsai, alcuni davvero vecchi e tutti bellissimi. Pranziamo al sacco sulla terrazza dell’edificio con delle cosine portate da Seiko poi ci conduce nei vari giardini satelliti del Museo, dove ci sono decine e decine di bonsai e dove un maestro insegna a prendersene cura e a fare la delicata e minuziosa potatura che serve a plasmare la crescita della pianta in modo che abbia lo slancio verso l’alto. Alcuni bonsai hanno più di mille anni, ma ce ne sono anche di recenti e di piccoli, più comodi da trasportare se si vogliono comprare.

I giardini sono tutti più o meno uguali, visto uno visti tutti, ma Seiko con piantina alla mano non ce ne fa perdere uno. Almeno nell’ultimo che visitiamo è consentito fare fotografie. Non sono in grado di dirvi qual è – per stato di ubriachezza – credo il Kyuka-en o il Fuyo-en.

Uscite dal tour dei bonsai ci porta in una vecchia casa giapponese vuota per farci vedere come erano le abitazioni di un tempo poi andiamo in un negozio tipo robivecchi, dove ci consiglia di acquistare i souvenir perché qui sono a buon prezzo. Infine ci porta al Tempio Shintoista Hirawa-Jinja Shrine. Appena varcata la porta d’ingresso si devono sciacquare le mani e la bocca prendendo l’acqua dalla vasca con il ramaiolo di legno. Poi si entra e davanti al tempio si dice una preghiera tra un inchino e l’altro. La nostra attenzione viene catturata dai bambini vestiti tradizionalmente col kimono. Stanno facendo le prove per la Festa dei 3-5-7- anni. Essendo il nostro primo tempio ci piace molto.

Dalla stazione di Omiya riprendiamo il treno e mentre torniamo a casa Seiko ci insegna alcune parole giapponesi utili per presentarci ai suoi amici questa sera in occasione della cena. A casa ci offre una tazza di tè con due dolcetti gommosi insapori, i famosi mochi (riso glutinoso lavorato). Ok, è giunta l’ora di andare a cucinare!

Il suo amico Keiichi viene a prenderci con la macchina e carica il trolley con le vettovaglie. E’ un ragazzo giovane e molto gentile che parla portoghese. Quando arriviamo troviamo, compostamente seduti e in trepidante attesa, gli amici e le amiche di Seiko. La struttura sembra una scuola ma è un centro sociale. In una vasta stanza ci sono sei postazioni di cucina professionali. Tutt’attorno alle pareti, nei mobili e nelle credenze, sono stipati molteplici utensili, pentole di varie dimensioni, vassoi, taglieri, scodelle, piatti, bicchieri, posate. Nella stanza accanto ci sono quattro microonde e dei carrelli portavivande. Con gli appunti alla mano mi cimento nei saluti e nella presentazione che scrivo come pronuncio:

Konbànwa – buonasera (e faccio un inchino)

Hajimè Mashtè– piacere

Watà Shiwà Carlotta Coffrini Desù – sono Carlotta Coffrini

Firenze Nì Sùndemàs – abito a Firenze

Yoroshkù Honegài Shimàs (saluto di chiusura con altro inchino)

Applausi ed inchini reciproci a sfare. Poi è il turno di Susy e giù altri applausi ed inchini. Adesso tocca a loro. Dopo la carrellata di nomi e una serie infinita di inchini possiamo cominciare. Seiko porge ad ogni invitato un grembiule da cucina. A giudicare dai disegni i grembiuli sono stati presi o portati dall’Italia. Sia lei che tutti i suoi amici sono stati in Italia e parecchi hanno studiato l’italiano infatti si sforzano di comunicare intavolando brevi conversazioni.

A quanto pare non dobbiamo semplicemente cucinare per loro, vogliono imparare! Perciò diamo il via allo show cooking iniziando a scrivere i nomi dei piatti e gli ingredienti sull’estesa lavagna che campeggia lungo tutta una parete. Dopo aver appurato cosa è permesso portare in Giappone, cosa non gli piace e cosa riuscivamo a stivare nel bagaglio d’appoggio, abbiamo stilato il seguente menù: crostini con patè di olive nere; fusilli da condire con pomodorini secchi, olive taggiasche, pinoli, pecorino, aglio, olio evo; polenta gialla da condire con pomodorini datterini e/o formaggio e/o crema ai funghi porcini; Pecorino di Sarteano (un’intera forma!) e Parmigiano Reggiano (un altro kg) da degustare con miele e composte della Val D’Orcia; insalata e cavolo cappuccio acquistati freschi al mercato di Omiya; cioccolatini del Venchi e caramelle di frutta gelée di Sicilia per dessert. E scusate se, per la qualità degli ingredienti, mi permetto di aggiungere molto speciale

Mentre io taglio il cavolo cappuccio aiutata da Shigeko, le altre curiose amiche di Seiko si accalcano intorno a Susy per osservare le sue mosse e prendere appunti. Quando taglio la forma di Pecorino in tocchetti e preparo le scaglie di Parmigiano, Koichi, rimasto ad osservare in disparte, viene ad assaggiarli. L’espressione sul suo volto è quella di un bambino goloso che non ha potuto resistere all’impulso di allungare la mano. Annuisco in segno di apprezzamento.

Ogni tanto sopraggiunge qualcun altro. Ma, alla fine, quanti saremo?

Prendo un grande piatto dai disegni blu: costeggiando il bordo, con alcuni pezzi di formaggio compongo la scritta ITALIA JAPAN e con i pomodorini secchi creo un fiore centrale. Il piatto ha un grande successo e genera un scarica di applausi e di inchini. Poi in una manciata di secondi il contenuto sparisce nelle bocche degli amici giapponesi.

Apparecchiamo? Ok, ma dove? non c’è neppure un tavolo…

Dopo un attimo di smarrimento allestiamo la tavolata sopra uno dei banchi da cucina. Le sedie ci sono. Nell’attesa facciamo un giro di presentazioni più approfondite: lavoro, stato civile e a grande richiesta anche l’età. Devo dire che loro non dimostrano affatto gli anni che hanno.

Susy annuncia che la cena è pronta. Keiichi si offre per servire la pasta ma esagera con le porzioni, al che Susy interviene prontamente ridistribuendola da un piatto all’altro, riuscendo anche a metterne da parte per eventuali ulteriori ritardatari. Notiamo che, ancor prima di iniziare, i commensali ripongono del cibo nei contenitori di plastica che si sono portati da casa, sarà per farlo assaggiare ai familiari? Poi si avventano su quanto preparato dimostrando di apprezzarlo molto.

Ma Seiko non aveva detto che avremmo pasteggiato con il tè verde? Il tè non c’è, l’acqua neppure, però ha portato del vino rosso (una bottiglia in sedici e pure datato). Pazienza, muriamo a secco..

Keiichi ha portato la chitarra e si mette a cantare in portoghese dei pezzi di Bossa Nova con stonata passione, creando un connubio singolare per una cena italiana in Giappone. L’ultimo arrivato si scofana la pasta residua, direttamente dalla padella, mentre con una mano agguanta cioccolatini e caramelle temendo forse di rimanere senza. Seiko, con una mossa da prestigiatrice, fa sparire in un attimo quanto avanzato: mezza forma di Pecorino, un pezzo di Parmigiano e i pomodori datterini in scatola. Per concludere la serata abbiamo portato un pensierino per tutti i convitati – tutti quelli che sapevamo esserci! – meno male che abbiamo delle piccole confezioni di cioccolatini da usare come jolly per gli imbucati. Sono tutti visibilmente eccitati dai pacchettini e Seiko si piazza addirittura in pole position per ricevere il suo, a conferma di quanto i giapponesi adorino sorprese e regalini.

Quando arriva la telefonata di qualcuno che evidentemente chiede che venga liberato il locale, scattano simultaneamente tutti in piedi per una catena lava – asciuga – le stoviglie – rimetti – le cose – al loro posto e, in un battibaleno, torna tutto come l’abbiamo trovato.

E’ stata una serata fantastica, davvero molto speciale! Noi s’è mangiato poco, bevuto nulla, ma la loro felicità è la nostra. Keiichi si offre di riportarci a Shinjuku con la macchina e noi accettiamo ringraziandolo di cuore. Proviamo così anche l’ebbrezza dell’autostrada.

3° giorno, Urawa

Oggi piove e il programma è cambiato. Per quanto riguarda la pioggia in Giappone hanno gli ombrelli tutti uguali, o neri o trasparenti; in albergo sono a disposizione dei clienti e negli uffici informazioni puoi prenderli e riportarli. La vera genialata è che quando entri da qualche parte e lasci l’ombrello non ti preoccupi di ritrovare il tuo, entri, fai quello che devi fare, esci e ne prendi uno a caso, tanto son tutti uguali! In merito alla variazione di programma non sarà Seiko a raggiungerci per mostrarci Tokyo ma noi a tornare ad Urawa. Abbiamo l’opportunità di assistere ad una vera cerimonia del tè, molto speciale e imperdibile.

Dalla stazione di Shinjuku prendiamo il treno e alle 11.00 siamo di nuovo a Urawa.

Seiko ci porta a fare una passeggiatina al Bessho-Numa Park che ha un lago costeggiato da alberi di ciliegio che non sono ovviamente in fiore essendo autunno. Abbiamo l’impressione che stia tergiversando. Forse per arrivare all’ora di pranzo? Ma allora non potevamo ritrovarci nel pomeriggio così riuscivamo a vedere qualcosina di Tokyo? Fiducia, bisogna avere fiducia.

Verso mezzogiorno ci porta all’Ichigen, un ristorantino situato sotto a un ponte, credo della ferrovia. Seiko ha prenotato una specie di sgabuzzino con le pareti mobili, un separé! Non capisco perché ci portino due caffè prima di mangiare, poco importa visto che svaniscono istantaneamente nel thermos di Seiko. Occhei… allora, cosa ordiniamo? Seiko ci spiega che l’importante è prendere solo due piatti e un contorno – leggi tre/quattro foglioline di verdura dentro una ciotolina minuscola – in modo da spendere e-sat-ta-men-te 2.200 yen. In questo modo, le verrà accreditata la somma di 2.000 yen in quanto membro I-Pak (non chiedetemi cos’è, non so neanche se ho capito bene il nome). Nel nostro immaginario, il popolo giapponese – così all’avanguardia per la tecnologia – è benestante. Invece iniziamo a supporre che non sia così. Nel dubbio fingiamo di essere già sazie lasciandole terminare i nostri piatti e quando ci dice che è contenta perché oggi ha molta energia, grazie alla cena di ieri sera e alla polenta che ha mangiato per colazione, ne abbiamo la riprova. Il pensiero torna anche ai suoi amici, quando hanno messo da parte pasta e polenta nei contenitori. A questo punto sorge spontanea una supposizione: avrà insistito perché trascorressimo con lei anche la mattinata per mangiare in questo posto molto speciale dove viene spesso, per poter portare a casa qualcosa e avere il rimborso? Può essere. Nel caso siamo contente di aver contribuito e lei, molto corretta, non ci lascia pagare il conto.

Finalmente arriviamo al momento topico delritorno ad Urawa”. Andando di vicolo in vicolo, Seiko ci porta in una Chiesa dove si terrà la cerimonia del tè organizzata per noi. Avanzando negli stretti corridoi, affacciati su un piccolo giardino zen, accediamo alla stanza dedicata alla cerimonia. Per fortuna ci è concesso stare sedute sulle sedie, perché se ci toccava stare in ginocchio a quest’ora eravamo ancora là incriccate.

Ci presentiamo alle accoglienti signore con le poche parole che abbiamo imparato con il compiacimento della nostra “insegnante”. In silenzio osserviamo i lenti movimenti del rituale ossequiosamente eseguiti dalla maestra di cerimonia. Un tempo l’acqua veniva scaldata sul carbone ma, siccome costa caro, ora si usa un fornello elettrico. Mentre l’acqua bolle, una signora legge una poesia che Seiko traduce simultaneamente. La polvere di tè viene amalgamata all’acqua con un apposito “frullino” di bambù. Il tè, servito in una ciotola di ceramica, è molto denso, ha un colore verde intenso, è molto amaro e a me piace tantissimo. A Susy un po’ meno. Per la mia gioia ce ne viene offerta un’altra tazza dopo aver replicato la cerimonia di preparazione. Tra un tè e l’altro assaggiamo dei graziosi dolcetti, ogni volta diversi e spesso insapori, che dobbiamo prendere con una bacchettina di legno. Una donna inizia a suonare un ingombrante strumento a corde appoggiato sul pavimento e una ragazza suona il flauto. Ci vestono con dei vecchi kimono che tirano fuori dai cassetti di un mobile antico. Al termine della vestizione ci facciamo una foto di gruppo per ricordo. Seiko è molto felice e noi di più. Al momento di congedarci chiediamo se possiamo lasciare un’offerta alla Chiesa. Dopo un rimpallo di pareri tra la maestra di cerimonia e le “consorelle” l’offerta viene quantificata in 1.500 yen, una cifra assolutamente onesta, anche troppo. Credo che una cerimonia del tè turistica costi molto di più. Siamo assolutamente grate a Seiko per questa esperienza davvero molto speciale. Dopo una serie infinita di ringraziamenti, saluti ed inchini lasciamo le sorridenti signore per fare un altro giretto per Urawa, entrando in un vecchio negozio di tè e visitando una casa molto antica con le pareti originali di fango e paglia.

Alla stazione ringraziamo ancora Seiko con sincera gratitudine e salutandola riprendiamo il treno per tornare a Shinjuku. Anche se di Tokyo non abbiamo visto nulla siamo francamente troppo cotte per visitare qualcosa di sera, dunque saliamo al settimo piano del comodo Lumine Est passando in rassegna i ristoranti. La scelta dei piatti è facilitata dalla riproduzione dei piatti esposti in vetrina, una cosa molto tipica giapponese. Sono realizzate in plastica, sembrano piatti veri e quelli serviti non si discostano di una virgola dalla loro rappresentazione. Ogni bicchierino, cartoncino, vassoino è in totale armonia con il contenuto; i dolcetti poi sono dei veri e propri capolavori. Nei locali più distinti si viene accolti con una profusione di inchini. Quando rientriamo in albergo ridiamo fino alle lacrime immaginando la scena al rientro a casa: “Icché c’è stasera da mangiare??” e noi giù inchini… ahhha hha hhaaa!

4° giorno, da Tokyo a Kanazawa (Shinkansen Kagayaki)

Da Shinjuku, con la linea rapida JR Chuo Line che taglia Tokyo a metà, si raggiunge la Stazione “Tokyo” velocemente. Sulla metro devi essere veloce a sederti, senza remore e tentennamenti di cortesia. I giapponesi non se lo sognano proprio di lasciarti il posto o di aiutarti con i bagagli. A proposito, abbiamo spedito il nostro trolley in più – ora svuotato delle cibarie ma riempito con i kimono e le zuppe regalati da Seiko – con il comodissimo servizio che offre la maggior parte degli Hotel. Praticamente consegni alla reception il bagaglio, paghi una cifra assolutamente abbordabile che dipende dal corriere, dalla distanza, dal peso e dalla misura del bagaglio ed entro uno o due giorni viene recapitato nel tuo prossimo Hotel. Per darvi un’idea, il costo di questa tratta è stato pari a 1.350 yen.

Per andare a Kanazawa prendiamo il nostro primo treno Shinkansen. Sul marciapiede del binario sono disegnate le linee per fare la fila, con le impronte dei piedi dove sostare, in corrispondenza di ogni porta del treno. Eh sì, perché le porte si aprono esattamente dove stabilito. Quando il treno arriva ad una destinazione finale, a bordo scatta l’operazione pulizia, cambio poggiatesta, orientamento sedili. Vi state domandando cos’è quest’ultimo? Ve lo dico subito. I sedili hanno un pedale laterale; premendolo ruotano su se stessi in modo che siano sempre rivolti nel senso di marcia. Una cosa fantastica, mia mamma li adorerebbe!

La stazione di Kanazawa è un vasto quadrilatero con l’accesso ai binari, numerosi negozi di souvenir, un buona panetteria per uno spuntino (DONQ Kanazawa Station) e l’Ufficio Informazioni Turistiche. All’uscita est c’è l’imponente Torii Tsuzumi-mon, una scultura di legno moderna di grande impatto, molto utile per ricordare il lato della stazione degli autobus.

Il nostro APA Hotel Kanazawa Ekimae è vicinissimo alla stazione ferroviaria, dunque come previsto molto tattico. Però di tutti gli alberghi prenotati è il più bruttino, con un deciso bisogno di rinnovamento e con il personale meno affabile riscontrato nella vacanza. Di una cosa gli va comunque dato merito: gli asciugamani di colore diverso, un’accortezza molto funzionale per distinguere i propri.

Per girare Kanazawa si usano principalmente gli autobus. Ci sono varie linee e quelle turistiche fanno più o meno lo stesso itinerario. I biglietti possono essere acquistati presso l’Ufficio Informazioni della stazione ma se avete il JR Pass non dovete fare altro che procurarvi una mappa nel suddetto ufficio, salire su un bus JR e partire. I bus JR fanno due percorsi, quello rosso e quello blu, toccando tutti i punti di interesse.

Ci rechiamo ai famosi Giardini Kenrouen che vediamo a pelo perché chiudono presto. Passeggiare al loro interno è magico. Sono curatissimi, non c’è un filo d’erba fuori posto, ogni albero è stato modellato da solerti giardinieri. All’imbrunire andiamo in un localino poco distante. Con un bel tramonto rosa ammiriamo il Castello gustando un dolcetto alla castagna. Rientrate alla base andiamo a cena al Forus, dove c’è una sfilza di ristoranti al 6° piano. Indoviniamo quello giusto per noi, Kanazawa Meat specializzato in hamburger di manzo Wagyu – dove ordiniamo un vassoio con un brodino caldo, una ciotola di riso, alghe, zenzero, patate, avocado, cavolo cappuccio, peperoni e un hamburgerone eccezionale – link www.kanazawameat.com. Comunque per riconoscerlo cercate l’immagine di un manzo marrone.

5° giorno, Kanazawa

Iniziamo la giornata recandoci in autobus all’Omicho Market all’interno del quale ci perdiamo spensieratamente catturate dall’esposizione di pesci di ogni tipo, granchi esagerati, aragoste, gamberi, funghi, castagne smisurate, verdure e negozi vari. Notiamo incredule che è tutto pulitissimo, per terra non c’è una carta, una verdura, uno scarto, una goccia d’acqua, niente di niente! Un pavimento così pulito non l’ho mai visto in nessun mercato del mondo. Assaggiamo dei totani grigliati e forse dei molluschi che sembrano gomma da masticare sotto lo sguardo divertito di un gruppetto di giovani studenti per le nostre boccacce. Ci idratiamo con un succo di frutta particolare e delle fette già tagliate di diospero. Io compro un paio di calzini bianchi “infradito” da Geisha. Costano, ma sono stupendi.. Prima di ripartire facciamo una sosta ai bagni. I bagni sono sempre presenti dappertutto, sono puliti, c’è la carta igienica e la musica per non molestare altri fruitori con i vostri rumori.

Riprendiamo l’autobus per andare a visitare la casa tradizionale Shinise Memorial Hall della famiglia Nakaya che, ad un certo punto, iniziò a lavorare con la medicina cinese dando vita alla The Old Nakaya Pharmacy – link https://www.kanazawa-museum.jp/shinise/english/index.html. Addentrarsi nelle stanze della dimora è intrigante. Tra le esposizioni ci sono dei pregiati kimono e le sfere Kaga Temari rivestite di tessuto dalla trama preziosa e ricamata, simbolo di buona fortuna. Infatti siamo fortunate perché la casa non è affollata e il sole ci permette di apprezzare il suo meraviglioso e rasserenante giardino zen.

Ora dobbiamo spicciarci se vogliamo andare nel quartiere Higashi Chaya per vedere almeno una delle Okiya, le case dove le maiko studiavano per diventare Geisha! Abbiamo la mappa ma se chiedessimo a qualcuno per fare prima? Ci rivolgiamo all’Info Point che è proprio davanti a noi. Il vigilante ci scorta personalmente, sorridente e fiero di se stesso, fino alla casa da tè Kaikaro Chaya, dove arriviamo giusto in tempo per visitarla. Arigato gozaimasu… Gli interni della casa sono incantevoli, in particolare la stanza con il kimono rosso aperto su un appropriato espositore di legno e quella per la cerimonia del tè. Al termine della visita degustiamo una buona tazza di tè macha con panna montata guarnita da tre fagioli azuki, accompagnata da tre mochi. Nella casa successiva, lOchaya Shima, i dettagli sono preziosi, come ad esempio gli occhielli dei pannelli scorrevoli. In una stanza sono esposte bottigliette e tazze per il sakè. In un paio di grandi teche sono conservati gli accessori per l’acconciatura ed il trucco delle Geishe, specchi, pettini, fermagli e portacipria. Grosse lenti di ingrandimento permettono di apprezzarne le graziose decorazioni.

Alle 17.00 chiude tutto, le strade si svuotano e non resta neppure un lampione acceso.

Alla pensilina degli autobus ci sono sempre le panchine e gli orari. Alcune compagnie dispongono di un pannello digitale con l’immagine dell’autobussino che si muove. Che bellino..

In Giappone anche gli autobus spaccano il minuto, persino in caso di traffico.

Di sera, la stazione di Kanazawa è illuminata ad effetto. C’è una fontana particolare che con i suoi getti d’acqua disegna a ripetizione le parole Welcome Kanazawa e la data del giorno. Sotto al grande Torii Tsuzumi-mon due ragazzine si stanno esibendo cantando, ci fermiamo ad ascoltarle.

Per la cena torniamo da Forus scegliendo il Mokumori, un ristorante dove possiamo assaggiare l’Okonomiyaki, una sorta di pizza giapponese, non male ma.. preferiamo la nostra pizza italiana. La birra però è proprio buona. Il conto ci viene presentato su una tavoletta appoggiata sul tavolo a testa in giù, in modo che non sia visibile il costo se non rigirandola. Sarà una questione di eleganza nel caso qualcuno voglia offrire o di garbo per non fare andare di traverso il pasto? In ogni caso sappiate che, a meno che non andiate in locali veramente di lusso, per mangiare si spende il giusto.

6° giorno, da Kanazawa a Komatsu (treno JR Hokuriku Line)

Poiché abbiamo il treno dopo pranzo, approfittiamo della mattinata per visitare il quartiere Nagamachi. Con l’autobus scendiamo alla fermata Korimbo e camminiamo nel quartiere dei Samurai, con le stradine lastricate e piccoli canali, affacciandoci nei cortili di antiche dimore, alcune tramutate in negozi. Nel rinomato Kaburaki Kutani Porcelain Shop & Museum non resisto e mi faccio un regalino acquistando un piccolo e colorato porta incenso di porcellana Kutani dal motivo floreale – link https://kaburaki.jp/en/index.html. L’antica residenza della famiglia Nomura merita senz’altro la visita. The Ancient site of a Samurai House, The Family of Nomura è stupefacente. Oltre all’affascinante struttura dagli eleganti pannelli scorrevoli dipinti e all’immancabile giardino zen, possiamo vedere una collezione di armature, katane, cimeli e ceramiche pregiate.

Per tornare in albergo dove sarà la fermata dell’autobus più vicina? Su un cartello leggiamo “se stai cercando la fermata dell’autobus devi andare avanti altri 80 metri”. Capito? Quando pensi una cosa, alza lo sguardo e vedrai che l’hanno scritta da qualche parte. Adoro la perspicacia giapponese!

Il bagaglio jolly è arrivato in albergo. Per il prossimo trasferimento lo porteremo con noi perché a Komatsu soggiorneremo una sola notte, ma sarà una notte da favola!

L’Hoshi Ryokan è uno degli alberghi-onsen più antichi del mondo – link https://www.ho-shi.co.jp/. Su richiesta, la struttura offre il servizio navetta gratuito da e per due stazioni ferroviarie vicine, in orari differenti. Continuando a sfruttare il nostro JR Pass prendiamo un treno per andare alla stazione di Awazu (Ishikawa). Da Kanazawa sono 11 fermate.

Alla stazione ci attendono due uomini vestiti in modo tradizionale. L’autista e l’accompagnatore si prodigano in inchini di benvenuto con tanto di gagliardetto. Konnichiwa.. Si comincia bene!

Il tragitto fino al Ryokan dura poco più di dieci minuti. Scese dalla navetta veniamo invitate, a gesti e con un’altra serie di inchini, a toglierci le scarpe da depositare in una scarpiera dove i posti sono già assegnati con i nostri nomi! L’ospitalità si preannuncia all’altezza delle nostre aspettative.

Indossiamo le “ciabatte d’ordinanza” e andiamo alla Reception ma, prima di farci fare check-in, ci propongono di andare a bere una tazza di tè nel salone con le larghe scale di legno digradanti verso un grande giardino zen da contemplare attraverso le vetrate. Mentre osserviamo le carpe vermiglie che nuotano nel laghetto, sorbiamo il tè macha dal colore verde brillante rigorosamente complementare al rosso del piccolo vassoio con a latere un dolcetto alla castagna, il mio preferito.

Estasiate commentiamo che dovremmo introdurre questa abitudine nella nostra quotidianità: al rientro dal lavoro bisognerebbe sedersi e bere una tazza di tè concedendosi un momento di relax…

Quando ci sentiamo spiritualmente pronte facciamo check-in.

Una gentile signora in kimono carica i nostri bagagli su un carrello e, attraversando un lungo corridoio con la moquette, ci conduce alla nostra camera. Più che una camera è un miniappartamento. Lasciate le ciabatte nell’ingresso, la signora ci mostra dov’è il bagno, il frigorifero, il thermos con l’acqua fresca, poi si congeda. Allora, intanto i bagni sono due: la stanza con il wc – dove devi entrare con altre ciabatte con la scritta Toilette sulla fascia! – e la sala da bagno che ha un vano con il lavandino e la stanza per le abluzioni. Nell’ingresso ci sono due paia di pannelli scorrevoli perpendicolari. Il primo paio nasconde lo spazio dove sono riposti i futon (materassi) per dormire; aprendo il secondo paio di pannelli si accede alla camera, una grande stanza meravigliosamente armonica, con pochi mobili essenziali, sobri quadri alle pareti, l’immancabile vaso di fiori in un angolo, un basso tavolino con altro tè già servito, un dolcetto con l’interno di pasta dolce ricavata dai fagioli rossi azuki, piccoli asciugamani di stoffa caldi per lavarsi le mani, due cuscini con lo schienale, il poggia braccio di legno. Siamo senza fiato.

In tutto l’ambiente c’è la tradizionale pavimentazione giapponese con i tatami (stuoie di paglia intrecciata) perfettamente incastrati. Alt! Ci sono altri pannelli scorrevoli sul lato opposto a quello da dove siamo entrare, che ci sarà ancora? Apriamo e scopriamo di avere anche il salottino privato che si affaccia sull’incantevole giardino zen che già abbiamo avuto modo di apprezzare!! Siamo sveglie o stiamo sognando?

Riavute dallo shock innanzitutto indossiamo le Yukata con cui potremo gironzolare per la struttura alle terme, a cena, a dormire e a fare colazione. I love Yukata dress code!

Poi ci rechiamo subito al Ladies Bath. Il rituale giapponese del bagno termale vuole che anzitutto ci si lavi abbondantemente e a lungo nelle postazioni avanti di accedere alle vasche. Hoshi Ryokan ha anche una piacevole vasca all’aperto. L’acqua è molto calda, ragion per cui non ci tratteniamo a lungo, più che altro non ci si può resistere. L’intero procedimento va espletato in rigoroso silenzio e totale nudità. Si lasciano gli indumenti all’ingresso, ci sono le lozioni struccanti, gli elastici per raccogliere i capelli, bagnoschiuma e shampoo, il phon e la crema per il corpo.

Pulite e rilassate torniamo in camera e per la seconda volta è un’apparizione mozzafiato. Durante la nostra assenza è stata allestita per la notte, il tavolo è stato spostato, per terra sono stati adagiati i materassi con i piumoni e nel giardino zen, illuminato dalle lampade per l’oscurità, aleggia il silenzio e la magia di una fiaba. Andiamo a cena felici come due principesse e per l’occasione indosso i calzini infradito bianchi con i fiorellini ricamati che ho comprato a Kanazawa.

Fanno un figurone!

La cucina è del tipo Kaiseki, tradizionale e di altissimo livello, fatta di assaggini “prelibati” e definita una vera esperienza olistica: un mini pescetto secco qua, una pallina molliccia là.. dai, assaggiamo.. magari ci sorprende! Una zelante aiutante ci spiega come usare i nostri mini fornellini, la mini piastrina e il mini pentolino per cuocere, grigliare e bollire le mini verdurine, i mini pesciolini, le mini fettine di carne shabu, le alghette, le radici, il gamberetto, il funghetto, il..? ..mmhh.. che sarà? non si sa!

Se c’erano le nostre nipotine sai come si divertivano con questi balocchi!

Notiamo la stessa nostra perplessità sui volti degli altri ospiti ma cerchiamo di farci coraggio applicandoci. Se non altro questo cibo non ci dovrebbe appesantire. Quando il pesce mi si attacca alla piastra l’aiutante si precipita inorridita esortandomi a toglierlo subito. Ho cannato la cottura! Sumimasen.. Facciamo una fatica bestiale a trattenerci dal ridere.

Speriamo che la colazione sia diversa altrimenti prenderò in considerazione una vacanza prolungata in questo posto per mettermi a dieta.

7° giorno, da Komatsu a Takayama (da Kaga Onsen treno espresso con cambio a Gifu)

Ah.. che bella dormita..

Ancora in “pigiama” andiamo a fare colazione. Mmmhh.. dall’apparecchiatura è evidente che è nello stesso stile della cena, va bene, prepariamoci psicologicamente…

E infatti ci servono: una ciotolina di riso, due rondelle di carota, cinque o sei alghette, tre cose non identificate dentro a ciotole piccolissime di ceramica dalle forme diverse, un uovo che galleggia in un brodino, una sogliolina dalle dimensioni di un magnete per il frigorifero da arrostire sul mini braciere sperando di azzeccare la cottura, dei germogli di soia, un pezzettino di tofu con l’erba cipollina e dei funghettini. C’è una pasticceria nei paraggi?? Però il sashimi è mondiale! Peccato che la porzioncina sia ina ina ina.

Comunque, a parte i pasti stile “7 chili in 7 giorni”, il soggiorno è stato memorabile, imperdibile e molto giapponese. E noi siamo super soddisfatte anche di questa esperienza.

Usufruendo della navetta, ripartiamo dalla stazione di Kaga Onsen prendendo il treno che ci porterà a Takayama. La ferrovia costeggia un fiume verde smeraldo attraversando splendide vallate. Dal finestrino del treno osserviamo le foreste di bambù e di pini e i paesini dove fa le fermate. A Gero ci sono degli stabilimenti termali. Durante il tragitto mangiamo i ravioli al vapore nei Bento acquistati alla stazione. Abbiamo preso anche un Cheese Cake e un Montblanc, da manuale! soprattutto compensatori… Nella confezione da asporto dei dolci è stato inserito un mini-ghiacciolo per mantenerli a temperatura adeguata. Sono troppo attenti e organizzati questi giapponesi! Vado in bagno e.. altra meraviglia, non è necessario toccare la seggetta del wc, si alza e si abbassa da sola avvicinando la mano al sensore. Al ritorno sentiremo di sicuro la mancanza dell’efficienza nipponica.

Lo Spa Hotel Alpina Hida di Takayama si trova a ragionevole distanza dalla stazione, ci arriviamo a piedi in pochi minuti. Fatto check-in agguantiamo la cartina in italiano della città. Lo scrivo perché negli alberghi giapponesi non immaginavo certo di trovare le mappe anche nella nostra lingua. Senza andare tanto lontano, negli altri paesi europei te la puoi sognare!

Oltre ai principali punti di interesse, sulle loro cartine sono indicate le passeggiate con la tipologia degli alberi per sapere dov’è la loro maggiore concentrazione. Pertanto se è il periodo dei ciliegi in fiore (Hanami) o degli aceri colorati (Momijigari) sai dove andare senza girare a vuoto. E a proposito di Momijigari, negli alberghi c’è una grande mappa che viene aggiornata ogni giorno con la previsione della gradazione di colore degli aceri, dal giallo, all’arancione, al rosso fuoco. Una cosa eccezionale, niente è lasciato al caso.

Facciamo un giretto per Takayama, piccola e carina ma quasi deserta, sarà l’orario. E allora andiamo a cena! Sulla via principale saliamo un paio di rampe di scale attratte da un cartello rosso che segnala un Japanese Pub: 2F Izakaya Hidanosuke. Ottima scelta! Mangiamo bene in un ambiente piacevolissimo, servite e coccolate da un simpatico ragazzo.

8° giorno, Takayama

Anche oggi il tempo è bello, c’è il sole, e al Mercato di Miyagawa, che si snoda lungo il fiume, non ci perdiamo un banco. Siamo soprattutto incuriosite da quelli alimentari per le tante cose strane esposte e per niente allettanti. Acquistiamo però una sacchettata di mele, una vera specialità di Takayama, perché la frutta ci manca molto e queste mele sono buonissime, dolci e succose.

A Takayama ci sono immensi negozi che vendono solo bacchette per mangiare (hashi) che puoi fare personalizzare. Devo dire che, pur non essendo una patita dello shopping, è impossibile non avere voglia di comprare qualcosa. Siamo alla ricerca di una bella tazza, quella giapponese non può mancare nella nostra collezione. Con impegno e pazienza ne troviamo una che ci piace molto e dal prezzo abbordabile. Come sempre la scegliamo uguale, con il disegno di delicate foglie d’acero. A proposito di aceri qui a Takayama iniziano a colorarsi e sono meravigliosi! Ne vediamo diverse piante nei dintorni del Tempio Shintoista Sakurayama Hachimangu Shrine, dove peraltro notiamo alcuni cartelli di stare attenti agli orsi. Gli orsi??

Poiché ci è venuta una certa fame proviamo ad andare all’Ebisu Handmade Buckwheat Noodle Shop, citato nella Lonely Planet. In vetrina c’è un uomo intento a impastare e tagliare noodles, peccato che il ristorante sia in chiusura e non ci fanno entrare. Proviamo ad andare in un altro posto dall’altro lato della strada dove, essendoci la coda, si presume che si mangi bene ma, via via che la gente entra, un cameriere esce e cancella i piatti dal tabellone del menù. E se praticamente non è rimasto più niente che restiamo in coda a fare! E se ripiegassimo sperimentando il locale situato sotto al pub di ieri sera? E’ un posto cui non abbiamo dato una lira, né da fuori né da dentro, invece.. ha una sua identità e il denso curry accompagnato a riso e carne è proprio buono.

Andiamo ancora un po’ a zonzo prima che chiudano tutto? Nella zona alta di Takayama c’è un bel percorso nel quartiere Teramachi, l’area dei Templi, dove troviamo altri aceri colorati. Tornando nel quartiere San-Machi Suji ci perdiamo nelle sue stradine con le case tradizionali in legno. Qui ci sono diverse botteghe artigiane, piccoli musei, distillerie di sakè che puoi degustare e negozi di vario genere con le vetrine allestite in armonia con i colori stagionali. Ad un barroccino di strada proviamo gli ottimi cracker di riso salati shio-senbei, quelli col sesamo sono top.

Susy, già che l’ha vista e ha il timore di non ritrovarla, acquista una bambola Kokeshi per una delle sue figlie che le colleziona. Propone anche di aguzzare la vista per trovare una valigia aggiuntiva dato che la sua straborda e il trolley d’appoggio non basta per due. Esauste dal tanto girovagare torniamo in albergo per sfruttarne la Spa e toglierci la stanchezza. Torniamo a cena al pub e il ragazzo del locale va in brodo di giuggiole. Nel bigliettino del conto troviamo scritto “Thank you for coming again : ) we are very happy. Enjoy in Takayama” ma che carino… Arigato gozaimasu

9° giorno, da Takayama a Kyoto (treno espresso per Nagoya + Shinkansen Hikari)

Sempre più spettinate, scendiamo a fare colazione in ciabatte e con indosso le Yukata, troppo ganza questa usanza! Dopo Kanazawa, Komatsu e Takayama oggi ci aspetta una nuova grande metropoli. Si va a Kyoto!

Acquistiamo i praticissimi Bento per pranzare sul treno. Siamo proprio soddisfatte dei nostri JR Rail Pass, li stiamo sfruttando tantissimo. Alla Stazione di Kyoto restiamo impressionate dalla moderna struttura principale. Andiamo al North Main Gate, dove ci ha dato appuntamento Richy, un amico di Seiko che ci farà da guida in questo nostro primo giorno a Kyoto. Nell’attesa di incontrarlo prendiamo una cosa fondamentale nell’Ufficio Informazioni Turistiche: la cartina Subway/Bus Navi con i percorsi e gli scambi di tutti i bus, metro e treni della città.

Richy arriva sorridente mostrandoci la nostra foto sul suo tablet. Parlando in inglese, propone di andare prima all’Hotel a depositare i bagagli, e poi di accompagnarci da qualche parte, precisando che per lui non è un problema perché ha l’abbonamento per i mezzi pubblici. Ci mancherebbe altro!

Ci aspettavamo che almeno Richy, non propriamente estraneo, ci desse una mano con i bagagli.. Benché piccoli, abbiamo comunque due trolley a testa. Ma l’idea di trascinarne anche uno solo – e da non portare sulla schiena in salita come uno sherpa sull’Himalaya – non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. Non solo, nei meandri della stazione va pure come un razzo. Dopo pochi metri infatti siamo già con la lingua per terra, ci vorrebbe il camel-bag!

L’Hotel Grand Bach Kyoto Select è stupendo ma ora non possiamo apprezzarlo, dobbiamo lasciare velocemente i bagagli e correre scattanti dietro a Richy alla scoperta di Kyoto. Prendiamo un treno della JR Kyoto Line. Per arrivare al Tempio Kyomizu Dera attraversiamo Gion, il quartiere delle Geishe, con le case di legno che ancora oggi emanano un fascino antico. Gion è brulicante di turisti stranieri ma anche locali. Tra le giovani ragazze va molto di moda affittare kimono e zoccoli per farsi i selfie. Con Richy pratico dei luoghi siamo agevolate nello spostamento ma non ci possiamo soffermare a guardare tutto ciò che attira la nostra attenzione: simil-geishe a passeggio, lanterne colorate, interi negozi di gatti Maneki neko, dolci dalle forme più svariate, ventagli, ombrelli di carta, stoffe, tè macha, ceramiche. Ok dai, ci si torna da sole.

Al Tempio buddista Kyomizu Dera c’è tantissima gente e ne comprendiamo subito la ragione quando ci appare. La sua esaltante bellezza è potenziata dalla posizione elevata sulla città. Richy ci fa andare a occhi chiusi verso una coppia di pietre per trovare l’amore al Santuario Jishu-jinja poi saliamo a vedere altri templi satelliti e fino a tornare in un piccolo piazzale per fare la coda alla fontana Otowa-no-taki per attingere l’acqua purissima e miracolosa. I giapponesi vanno matti per i riti propiziatori. Nel frattempo si è fatto buio e quando riattraversiamo Gion la sua atmosfera è ancora più intensa. Sostiamo presso un banco di Street food per assaggiare delle ciambelline di riso in salsa di soia. Richy ci ringrazia dicendo di non averle mai assaggiate poi riparte come un missile.

Prendiamo la Keihan Railway e scendiamo vicino al fiume. Siamo a Pontocho, dove ci sono tanti localini sfiziosi, ma Richy tira dritto. Memorizziamo anche questo posto per tornarci con calma? Pant pant.. ma dove ci sta portando? Al Nishiki Market, praticamente di fronte al nostro albergo, probabilmente conosce un posto valido. Al mercato c’è di tutto compreso il Kyoto Mamesiba Cafe, un locale dove si paga per stare in compagnia dei cuccioli di questa razza canina particolare. Come di consueto, nelle vetrine dei ristoranti sono esposte le riproduzioni dei vari piatti, in particolare è molto in voga la pregiata carne di Kobe, il manzo tenerissimo con le venature di grasso. Anche gli enormi granchi arancioni vanno per la maggiore. Lui dove ci porta? In una bettola che più scalcinata non si può dove non sappiamo davvero cosa mangiare. Vi dovessi dire cosa abbiamo preso proprio non ci riesco, ho un’amnesia, però ricordo benissimo cosa ha ordinato lui: una ciotola colma di varie radici grigiastre lessate. Mentre si compiace per la scelta salutare, ci chiede se siamo curiose di sapere qualcosa su di lui. Che gli diciamo di no? Quando è il nostro turno, ci fa molte domande, certune al limite del troppo personale, ma in Giappone usa così. Riconsiderando la sua scelta ci sorge il dubbio che non possa spendere. Che ci abbia portate qui calcolando di doverci offrire la cena? Invece non esita a farsela offrire. Nel rispetto delle regole, al momento di congedarci gli porgiamo il regalo che abbiamo portato per ringraziarlo della sua disponibilità. Anche lui lo apre immediatamente incuriosito: è una guida di Firenze in giapponese e la apprezza moltissimo. Torniamo in Hotel, lesse come le sue radici.

10° giorno, Kyoto – Inari (treno locale per Inari)

Al Grand Bach non si può scendere per la colazione indossando le Yukata, peccato, c’eravamo abituate… La colazione è misurata e bilanciata da uno Chef. Su un’alzata a più ripiani sono riposti: un bicchierino di yogurt con granola; un mini flan di soia; una fetta di arancia, una di kiwi, una di pompelmo; una ciotolina con un uovo accompagnato da un quarto di fetta di pane; tre bicchierini con un mescolume di pezzettini di salmone affumicato, avocado, mango, funghi, carne in salsa balsamica; una tazzina di brodo e un bicchierino mignon di succo di mango. A buffet però possiamo prendere frutta, pane, mini brioche, tè, caffè e cappuccino.

Dove andiamo oggi? Al Santuario Shintoista Fushimi Inari Taisha, uno dei luoghi più rappresentativi del Giappone! Dalla stazione principale di Kyoto prendiamo il treno locale per Inari. All’ingresso viene fornita una mappa per girare nell’area del tempio. Il percorso dei famosi Torii arancioni risale la collina per alcuni km. Sui Torii ci sono delle scritte e, come tutti, anche noi vorremmo farci la foto perfetta ma, vuoi per il riflesso del sole e per la gente sempre nel mezzo, non riusciamo a farcene una decente. Dopo una serie di tentativi lasciamo perdere e ci godiamo la sua bellezza ringraziando il cielo per la giornata soleggiata che si presta proprio alla suggestiva passeggiata. E scusate se ci faccio caso ma è la quarta o quinta rima in questo diario, va così!

Il sentiero porta a decine di templi minori con le volpi di pietra Kitsune, con il bavaglio rosso, che rappresentano i sacri messaggeri di Inari, Dio dell’agricoltura, in particolare del riso. La sala da tè presente lungo il percorso è chiusa, peccato perché affacciata sul panorama sottostante sarebbe stata una sosta piacevole. Tornate giù troviamo una serie di bancarelle dove vendono i Dango, spiedini di palline di riso bianche e verdi (al tè macha sicuramente) ma lasciamo perdere.

Pranziamo in paese in un piccolo bar con un buon piatto di riso e per dessert assaggiamo dei mochi ricoperti di sesamo dal cuore caldo, non male. Per digerire beviamo una tazza di tè in un posticino dove tre signore attempate stanno cucinando. Non spiccicano mezza parola d’inglese ma ci mostrano cosa stanno facendo e ci invitano a restare tutto il tempo che vogliamo. C’è da dire che a gesti i giapponesi comunicano bene quanto noi.

Seppur per un tragitto breve, per recarci al Tempio Buddista Zen Tofuku-Ji sperimentiamo il taxi. La particolarità del taxi giapponese è che ha le portiere che si aprono e richiudono da sole – anzi, guai a manovrarle – e, come su qualsiasi mezzo di trasporto, il conducente indossa la divisa e i guanti bianchi. Al Tofuku-Ji non si possono fare foto e tutto sommato va bene così perché perderemmo il piacere di guardare soltanto con gli occhi, in assoluto le migliori fotocamere per cogliere la magnificenza di questo luogo. Dopo aver tolto le scarpe – da mettere in un sacchetto fornito dall’organizzazione come sempre perfetta – si sale una scala e si accede alla grande sala del Tempio situata al secondo piano. Nell’ampia sala, buia e misteriosa, aleggia una forte aura di spiritualità. Gli interni sono interamente di legno, il soffitto decorato è sorretto da due colossali colonne dalla cui sommità partono cinque travi a raggiera. Sedici statue di monaci buddisti, seduti ai lati della statua del grande Buddha, inducono al raccoglimento. La riproduzione degli occhi di uno dei monaci è particolarmente impressionante, sembra guardarti nella mente e nell’anima. Dopo aver abituato gli occhi all’oscurità, trascorso un certo lasso di tempo in contemplazione, torniamo giù. Il Tofuku-Ji è uno dei Templi più belli che abbiamo visto finora e resteremo dello stesso parere anche al termine del viaggio.

Per concludere la giornata in bellezza andiamo al Tempio del Padiglione d’Oro Kinkaku-Ji, Patrimonio dell’Umanità. Al calar del sole, immerso nel piccolo lago, ci abbaglia in tutta la sua aurea seduzione e perfezione. I giardini circostanti sembrano disegnati, non c’è una foglia fuori posto e per la nostra gioia qualche albero si è tinto di rosso.

E’ l’ora della nostra dose quotidiana di shopping. In un negozio di scampoli vengo intervistata in inglese dagli operatori di una tv locale che vuole sapere chi sono, da dove vengo, come mai sto comprando della stoffa giapponese e che uso ne farò a casa. Che strana intervista.. Compro anche un paio di Adidas perché le due paia di scarpe che ho portato sono pesanti e ho bisogno di qualcosa di leggero. D’altronde, fino al giorno della partenza, le previsioni del tempo erano di freddo e pioggia. Invece – alla faccia di chi gufa – tranne mezza giornata a Tokyo, c’è sempre stato un bel sole. Info tax free: oltre una certa cifra la tax free è applicata automaticamente quando paghi il conto, meglio di così! Rientrate alla base andiamo a farci un bagno alla Spa dell’albergo poi andiamo a cena.

11° giorno, Kyoto

Scendendo a fare colazione controlliamo il tabellone del Momijigari constatando che purtroppo è invariato, il culmine arriverà fra diversi giorni. Ce ne faremo una ragione ma possiamo comunque ritenerci favorite dalla sorte, il sole splende anche oggi. Prima di uscire spediamo i due trolley supplementari all’albergo di Tokyo, così cosa fatta capo ha.

Ci sarebbe da starci a lungo a Kyoto ma i giorni sono quelli che sono e dobbiamo fare delle scelte per non correre come pazze in stile bomba libera tutti. Il mio motto è sempre stato “preferisco vedere meno ma meglio” e Susy lo sposa in pieno. Perciò oggi la nostra scelta ricade sul Nijo Castle, ovvero il Palazzo Ninomaru, Patrimonio dell’Umanità.

Prendiamo l’autobus. Una corsa Flat Fare adulto costa 230 yen e noi la paghiamo utilizzando la Carta Suica. Ad una fermata assistiamo al cambio dell’autista. L’autista uscente fa un inchino verso il posto di guida, poi verso i passeggeri, ritira il proprio cartellino, scende, scambia un inchino con l’autista che prende il suo posto, costui sale sul bus, inserisce il proprio cartellino, fa un inchino ai passeggeri, un altro al sedile del mezzo in quanto posto di lavoro e parte. Siamo senza parole.

Sul largo marciapiede che circonda il Castello riviviamo la scena del film Quo Vado? quando Checco Zalone frena bruscamente con la macchina perché qualcuno ha gettato una carta per strada e lascia basiti i genitori. Come se avessi gli ABS ai piedi, mi arresto all’improvviso. Susy mi guarda interrogativamente. Charlie, che è successo? Raccolgo un biglietto d’ingresso, gettato o caduto inavvertitamente per terra, e mostrandoglielo rammento la scena e la battuta del film sull’inciviltà di certa gente. Scoppiamo a ridere, in soli dieci giorni siamo diventate così civili!! C’è da dire che per strada non ci sono come da noi i cestini per i rifiuti, devi conservarli e smaltirli a casa, o in albergo, oppure nei contenitori presenti nei Konbini Store (supermercatini molto diffusi aperti H 24).

Nel cortile del Castello vengo accerchiata da una scolaresca che timidamente mi chiede di essere intervistata. Ma certo, ciao! konnichiwa, ormai ci sto prendendo gusto. Nel loro inglese scolastico, più che buono, mi chiedono il paese di provenienza, perché sono in Giappone, se mi piace… Noooo.. qui è tutto uno schifo, il vostro è un paese dove non voglio più rimettere piede, è tutto così brutto, lasciato andare e sporco! Ve lo immaginate a dare una risposta del genere! Ahhhahha! Naturalmente e senza sforzo manifesto tutto il mio apprezzamento. Arigato gozaimasu

Al bellissimo Nijo-Jo Castle si accede varcando il portale d’ingresso Kara-mon Gate che è un’apoteosi di intarsi e raffinatezza. Come al solito si entra scalzi. Le scarpe devono essere depositate in una stanza dedicata. Attendiamo che parta una visita guidata ed entriamo all’interno del Palazzo passando da un ambiente all’altro camminando sui rinomati pavimenti dell’usignolo che scricchiolano al nostro passaggio. Le pareti delle ampie camere, che possiamo ammirare senza entrarvi, sono rivestite da grandiosi pannelli scorrevoli dipinti che rappresentano animali esotici, scene di caccia, foreste di bambù, giardini fioriti. L’insieme è stupendo, regale e carico di storia. Recuperate le scarpe facciamo una sosta al bar prendendo una coppa gelato esagerata al gusto tè macha, con castagne, fagioli azuki, mochi e altre cose insapori ma esteticamente belle e perfette. Concludiamo la visita nel Ninomaru Garden, i giardini del Castello, godendoci la pace, il silenzio e l’incanto dei laghetti e delle piante. Una cosa che non ho detto fin’ora è che nei Templi, nei Castelli e nei Musei c’è sempre un tampone inchiostrato con uno o più timbri per un ricordo da inserire nel proprio quaderno o su un pezzo di carta; ci è capitato di trovarlo anche nel primo albergo a Tokyo. Ovviamente io ho timbrato tutto il quaderno degli appunti, come una bambina piccina, adoro queste cosine giapponesi!

Con l’autobus ci trasferiamo a Pontocho dove percorriamo tutta la via Pontocho-dori con le sue basse case di legno, le botteghe e i ristorantini. Molti di questi sono chiusi perché sono quasi le tre, ma troviamo aperto un posticino per pranzare con un buon Ramen da Kyoto Ramen Muraji. Ripassiamo da Gion per immergerci nella sua particolare atmosfera curiosando infine andiamo all’apertura serale del Tempio Toji e della sua pagoda a cinque piani Goju-no-to che illuminata è davvero spettacolare. E anche questa è stata una giornata davvero eccezionale, non ci resta che concluderla con un bagno termale in albergo. Ah… il nostro albergo… così bello e profumato…

12° giorno, Kyoto – Nara (treno rapido JR Nara Line per Nara)

Sul treno JRquello Rapid, non il Local che fa tutte le fermate – notiamo che, oltre a girare i sedili nel senso di marcia, l’addetto cambia le pubblicità da quelle del luogo di arrivo a quelle di destinazione. L’accuratezza è davvero maniacale.

Da Kyoto si arriva a Nara in poco meno di un’ora. I cervi, venerati perché considerati messaggeri delle divinità, non temono il contatto con l’uomo e sono ovunque: nel parco, per strada, all’ingresso dei templi e intorno ai baracchini che vendono i loro biscotti. Ne sono molto ghiotti, tant’è che fanno dei veri e propri appostamenti oppure ficcanasano col muso negli zaini, anche alle spalle. Non a caso ci sono i cartelli che allertano i visitatori perché i cervi possono strattonare, spintonare, rincorrere e incornare le persone. Però mostrandogli la mano con i biscotti fanno ripetutamente l’inchino col capo ringraziando. Troppo simpatici!

Il Todai-Ji Temple ci entusiasma subito. Già l’architettura del cortile è notevole ma quella del tempio è davvero stupenda. Al suo interno c’è un Buddha dalle dimensioni stratosferiche, talmente sovrastante che non puoi non percepire il suo messaggio di pace e amore. Il Tempio è veramente smisurato, lo esploriamo in lungo e in largo poi ci soffermiamo a guardare i souvenir, in particolare gli omamori, sacchettini di stoffa che contengono le preghiere da appendere come Charm alla borsa o in macchina per amore, salute, studio, lavoro, successo, prolungamento della vita, sicurezza nel traffico e chi più ne ha più ne metta. Sono generalmente in vendita in tutti i Templi e per un pensierino da portare a casa sono perfetti. Attenzione: non devono essere aperti, altrimenti il desiderio non si avvererà.

Ma non vi è sorta una domanda spontanea? Come mai non vi ho ancora parlato di sushi? Perché a Susy non piace, di conseguenza abbiamo sempre mangiato altre cose. Anche perché i ristoranti non hanno di tutto, generalmente servono una tipologia di cibo. Oggi abbiamo trovato un compromesso: io prenderò il sushi e Susy una tempura di gamberi. Da Izasa-Nakatani-hompo Yumekaze-hiroba – link https://www.izasa.co.jp/shop/todaiji-new.html – c’è da aspettare ma ne vale la pena. Già le scatoline di legno disposte a incastro dentro una scatola più grande sono carine da morire ma il contenuto è veramente eccezionale. Non manca il corredo di ciotoline con il brodino, le verdurine, le fettine di zenzero e un quadratino bianco molliccio con sopra una punta di rafano.

Nei ristoranti di Kyoto e dintorni abbiamo notato un’idea geniale: sotto al tavolo sono collocate delle ceste in cui è possibile riporre la propria borsa senza doverla appoggiare per terra.

Soddisfatte, ci rechiamo a visitare i Giardini Isuien, una vera poesia. Passeggiando al loro interno – ammirando la consueta perfezione Zen, i fiori di ciliegio tardivi (non sapevo che esistesse anche una varietà autunnale), gli alberi multicolore, i ponticelli, i sassi in sequenza per il camminamento e i laghetti con le carpe rosse koi, simbolo di perseveranza, coraggio e fortuna – siamo felici come Heidi fra i monti.. le “carpette” ti fanno ciao! Ahh hhha hha!

E’ bello viaggiare con questi ritmi lenti, ma non troppo!

Vogliamo vedere anche il Kasuga Taisha, il grande Santuario Shintoista, situato all’interno di una foresta con centinaia di alte lanterne di cemento che ne costeggiano i sentieri. Un luogo di pace che dev’essere un vero spettacolo quando le accendono.

Sul treno di ritorno facciamo un pisolino, perfettamente adeguate al costume locale. Andando a cena facciamo due passi nelle strade moderne di Kyoto illuminate dai neon. Come sempre siamo leggermente fuori orario ma anche stasera troviamo un locale che ci ispira e che merita di essere segnalato per la carne di Kobe. Sopra ogni tavolo del Yakiniku & Wine c’è un braciere e una cappa aspirante. L’ordinazione si fa elettronicamente scorrendo una specie di tablet incastonato nella parete. Scegliamo due differenti qualità di carne, Black Wagyu Beef e Calbi Beef, saporita e che si scioglie in bocca. Arrostirla da soli sulla propria griglia è inoltre divertente.

13° giorno, Kyoto – Tokyo (Shinkansen Hikari)

Siamo quasi giunte alla fine del viaggio e la malinconia già ci assale.

Alla stazione di Kyoto compriamo dei sandwich per il viaggio con la Carta Suica per finire il credito. Osservando le vetrine ci meravigliamo, come il primo giorno, per l’inventiva e la minuziosità dei dolci: ci sono i cioccolatini a forma di tempio, i biscotti leopardati, le caramelle a forma di foglia e di fiore, ovviamente autunnali, c’è il pesce che nuota dentro un cubetto trasparente. Sono dei capolavori, mai approssimativi. Lo Shinkansen arriva spaccando il minuto, i passeggeri salgono ordinatamente solo dopo che sono scesi quelli in arrivo, l’impeccabile Capotreno in uniforme e con i guanti bianchi è pronto a fischiare. Ciao Kyoto….

Giunte alla stazione “Tokyo” di Tokyo prendiamo la Yamanote Line per scendere a Kandi, la prima fermata verso nord, in un quartiere molto diverso da quello precedente. Molliamo i bagagli all’Hotel Unizo Inn Kandaeky-West per tornare svelte alla stazione. Obiettivo: andare alla stazione Shimbashi per prendere la Yurikamome Line, il treno automatizzato, senza conducente, diretto all’isola artificiale di Odaiba nella baia di Tokyo.

Eh sì, con solo mezzo pomeriggio disponibile è impossibile vedere Tokyo quindi optiamo per qualcosa di completamente diverso. Vogliamo vedere l’Epson TeamLab Borderless Digital Art Museum per un’esperienza multisensoriale. E’ particolarissimo, immenso e con un percorso al buio che ti catapulta in un’altra dimensione, anzi più di una. Puoi stare sotto una cascata d’acqua scrosciante o in mezzo ad una fioritura che esplode, sorseggiare un tè in cui sbocciano fiori che fluttuano e si volatilizzano, oppure osservare le evoluzioni delle balene nel mare, immergerti in un acquario disegnato dai bambini, attraversare una stanza dalle pareti a specchio con centinaia di lanterne che cambiano colore. Bellissimo!!! Link https://borderless.teamlab.art/ – La fila da fare è piuttosto lunga ma scorrevole e dentro c’è spazio per tutti. Ve lo stra-consiglio!

Per tornare alla realtà facciamo un giretto dentro al vicino centro commerciale in stile Las Vegas poi rientriamo a Kandy, che abbiamo scelto per il costo e la vicinanza alla stazione da cui parte il Narita Express dovendo domani avviarci presto per l’aeroporto. Oggi è venerdì e il quartiere è invaso da uomini d’affari, ancora vestiti con l’abito da lavoro, che hanno evidentemente terminato la propria settimana lavorativa. Sono tutti super allegri e prendono d’assalto le birrerie. Giovani ragazze in costume da cameriera schiamazzano davanti ai Maid Cafe attirando i clienti. Questa atmosfera non l’avevamo ancora vissuta. Cerchiamo un posto dove mangiare passandone in rassegna diversi, ma non ce ne ispira uno; addirittura scappiamo via da un paio di locali dopo aver visionato il menù. Siamo frastornate, ci sembra anche di continuare a girare in tondo, forse siamo stremate dall’intensa giornata, forse ci sentiamo giunte al capolinea. E se fuggissimo da questa bolgia delirante per cenare comodamente nel ristorante sotto l’albergo? E’ italiano ma chi se ne importa! Pasta Fresca si rivela un’ottima scelta, sia per la qualità del cibo che per l’ambiente rilassante, almeno poi si va a dormire e buonanotte!

14° giorno, Tokyo – aeroporto (Narita Express)

Colazione – Kanda Station – Tokyo Station – NARITA EXPRESS – aeroporto.

Si torna a casa…

Arrivederci meraviglioso Giappone,

Arigato gozaimasu

Info utili per un viaggio in Giappone e curiosità

Per la preparazione vera e propria del viaggio abbiamo valutato dove andare e cosa vedere per sfruttare al meglio i giorni a disposizione. Ci siamo lette l’impossibile: guide turistiche e diversi racconti di viaggio, ma un sito davvero utile che vi consiglio di consultare è www.marcotogni.it perché contiene una miniera di informazioni. Beh, ora ci sarà anche il mio diario.

Cosa abbiamo prenotato:

VOLO: abbiamo optato per un volo diretto per evitare il viaggio della speranza prenotandolo presso l’agenzia Argonauta Viaggi Il Magnifico di Firenze.

JAPAN RAIL PASS: voucher di diversa durata (7/14/21 giorni consecutivi) acquistato presso la suddetta agenzia che lo ha ricevuto e ce l’ha consegnato.

NB Il voucher JR Pass si può comprare solo fuori dal Giappone.

POCKET WI-FI: altro voucher, prenotato per comodità sempre in agenzia.

ALLOGGI: abbiamo prenotato tutto tramite Booking; non dimenticate di controllare i mq della stanza, avere un po’ di spazio può contribuire alla piacevolezza del soggiorno.

Comunque in Giappone funziona tutto talmente bene che probabilmente si può anche improvvisare ma l’organizzazione aiuta a non sprecare tempo ed energie. Pertanto abbiamo pianificato con attenzione anche i trasferimenti.

JAPAN RAIL PASS

Il JR Pass può essere ritirato in vari uffici JR; noi l’abbiamo ritirato all’aeroporto Narita per utilizzarlo subito andando in città col Narita Express. In questo caso, fate la vostra prima fila al Travel Service Centre JR con compostezza aiutati da una gentile assistente che vi darà un modulo da compilare. Quando è il vostro turno presentate il voucher, il passaporto e comunicate la data di attivazione. Per pochi yen vi suggerisco di acquistare anche il pratico porta pass col laccetto.

Il pass non può essere riemesso in Giappone, per nessun motivo, quindi occhio a non perderlo!

Il pass va mostrato al personale nei gabbiotti in prossimità dei tornelli prima di oltrepassare.

Il JR Pass può essere utilizzato sul Narita Express, sui treni Shinkansen e Limited Express, sulle Linee convenzionali per tutte le compagnie JR, sui traghetti JR, sul traghetto Miyajima Ferry. A Tokyo vale anche per prendere la Yamanote Line (quella circolare), la JR Chuo Line (che taglia la città a metà), la Tokyo Monorail (monorotaia per Odaiba).

Vale inoltre sul JR Nara Express per andare a Fushimi Inari da Kyoto, sulla JR Kyoto Line (treni per andare da un capo all’altro della città), sulla JR Sagano Line per Arashiyama da Kyoto. Vale anche su tutti i bus locali della JR (ad esempio a Kyoto) tranne i bus express.

Con il JR Pass NON si possono prendere: i treni super express Nozomi e Mizuho per le linee dello Shinkansen Tokaido e Sanyo, la Linea della metropolitana, le Linee private non JR. La metro Tokyo Subway Trains NON è compresa (ma si può pagare con la carta SUICA o PASMO).

La prenotazione del posto è gratuita (compresa nel pass) e si può modificare una sola volta fino al momento della partenza sempre gratuitamente. Per questo motivo conviene fare le prenotazioni Basta andare in una qualsiasi stazione e richiederle alla biglietteria JR. Non è richiesta la prenotazione per le carrozze con posti non riservati (solo alcune carrozze sono non-reserved) e sui treni locali (Local e Rapid) e le linee JR cittadine. Abbiamo sempre riservato posti sulle carrozze di 2° classe. Per un viaggio come il nostro le prenotazioni fondamentali sono TOKYO-KANAZAWA, TAKAYAMA – KYOTO, KYOTO – TOKYO, ma abbiamo prenotato tutto il prenotabile. Se si perde il treno prenotato si può comunque salire su un altro treno.

In Italia ci siamo preparate controllando percorsi ed orari sul fondamentale sito Hyperdia.com http:/ grace.hyperdia.com/cgi-english/hyperWeb.cgi del quale potete scaricare la app. Ho letto da qualche parte però che oltre un certo numero di accessi diventa a pagamento. Tanto vale accedere al sito senza app e consultarlo con il vostro Pocket Wifi mentre siete in viaggio. Su Hyperdia.com è scritto tutto: orari, binari di partenza ed arrivo, durata del viaggio, se ci vuole la prenotazione. Controllate bene il tempo di percorrenza, per lo stesso tragitto a volte cambia notevolmente.

Come usare il sito Hyperdia.com: inserire la STAZIONE di partenza e quella di arrivo (NB la stazione, le grandi città ne hanno più di una, compare un menù a tendina), impostare data e orario, selezionare MORE OPTIONS e de-selezionare NOZOMI/MIZUHO/PRIVATE RAILWAY, impostare il prezzo BASIC FARE (ORDINARY CLASS) + RESERVED SEAT.

Dall’aeroporto Narita per Tokyo abbiamo preso il NARITA EXPRESS (compreso nel JR Pass). Dal T2 il treno con destinazione IKEBURO fa le seguenti fermate >TOKYO (attenzione è il nome di una stazione) >SHINAGAWA >SHIBUYA >SHINJUKU mentre quello con destinazione SHINJUKU ferma a TOKYO >SHIBUIA >SHINJUKU.

Nelle stazioni è tutto segnalato, anche dove fare la coda. Pensate a qualsiasi cosa, poi guardatevi attorno e scoprirete che è scritto da qualche parte. Sui tabelloni è sempre indicato a quale fermata siete, il nome della fermata precedente e quella successiva. E’ davvero facile capire.

Ovunque andiate e specialmente nelle stazioni ci sono i Coin Lockers, gli armadietti per lasciare le cose in modo da muoversi senza impicci. Sono tantissimi, intere stanze. Noi non li abbiamo mai utilizzati per il timore di non riuscire a ritrovare l’ubicazione dell’armadietto!

Il POCKET WIFI è un piccolo router molto utile. Vi siete persi? Volete conoscere la storia di ciò che state vistando? Siete in un posto e a vista non c’è un ristorante? Difficile.. in Giappone si mangia dappertutto.. magari vi serve tradurre il menù. Gli utilizzi sono infiniti.. L’importante è richiedere un pocket wifi con un certo numero di GB. Allo sportello ve lo accendono e vi mostrano come funziona. Noi lo abbiamo ritirato e riconsegnato in aeroporto.

Sempre in aeroporto abbiamo acquistato anche la CARTA SUICA. E’ valida 28 giorni a partire dalla data di acquisto, se si perde non può essere riemessa e se resta del credito non viene rimborsato. La carta è comoda per prelevare acqua e altre strane bevande dai distributori automatici, per bere un caffè o altri acquisti nei bar convenzionati e per pagare il biglietto sui mezzi pubblici che l’accettano. La carta SUICA può essere utilizzata sui bus e sulla metro di Tokyo e Kyoto. E’ richiesto un deposito di 500 yen + la ricarica (5000 yen sono bastati). Per ricaricarla ci sono le biglietterie automatiche, inserendo la carta si visualizzano il saldo e gli importi che si possono ricaricare, premere sull’importo desiderato e inserire i soldi (max 20mila yen). Si può restituire per riavere il deposito ma per quello che costa e il tempo della trafila conviene tenerla come souvenir.

Non ho ancora finito… è impossibile scrivere un diario giapponese minimalista!

Denaro: la cosa più pratica da fare è portarsi un congruo quantitativo di yen in contanti, noi abbiamo acquistato in Banca l’equivalente di 500,00 euro e per due settimane sono stati sufficienti. Per prelevare utilizzate gli ATM dei Konbini. In molti posti si può pagare con la carta di credito. La mancia non va mai data, è addirittura offensiva.

Controllate gli eventuali giorni di chiusura e gli orari dei siti che intendete visitare per non avere sorprese.

Ricordatevi di indossare calzini senza buchi perché spesso si devono togliere le scarpe.

Portate le vostre medicine e un adattatore per la corrente.

Sul tavolo dei ristoranti non manca mai l’acqua col ghiaccio e la salvietta umidificata per lavarsi le mani (Oshibori) da conservare perché i tovaglioli non esistono.

I Bento sono dei fantastici contenitori di cibo già pronti, tipo lunch box. Nelle stazioni sono sempre presenti.

Starnutire e soffiarsi il naso sono il massimo della maleducazione. Sui mezzi pubblici è poco educato anche parlare ad alta voce o addirittura ridere ed è buona norma indossare una mascherina sul viso, specialmente se hai il raffreddore.

Nel caso abbiate dei tatuaggi ricordatevi di verificare se potete entrare negli onsen (centri termali). In fase di prenotazione dell’albergo controllate le note. Naturalmente poi dipende dall’estensione del tatuaggio, se è piccolino copritelo con un cerotto.

Se siete fumatori dovete cercare gli appositi spazi dove è consentito fumare, per strada è vietato.

Gli ascensori degli hotel giapponesi prevedono quasi sempre di dover appoggiare la tessera magnetica al sensore, operazione che ti porta automaticamente al piano desiderato, altrimenti funzionano appoggiando la tessera premendo il numero del piano contemporaneamente. A volte in ascensore i giapponesi non salutano ma quando scendi al piano una vocina registrata ringrazia sempre con un delicato Arigato gozaimasu

La differenza tra un Santuario Shintoista e un Tempio Buddista? Davanti al Santuario Shintoista c’è sempre un Torii (porta di legno, solitamente colorato) che demarca l’ingresso sul suolo sacro e subito dopo l’ingresso si trova una vasca per lavare le mani e la bocca per purificarsi prima di pregare. I Templi Buddisti hanno un portale monumentale d’ingresso e sono spesso circondati da una struttura più complessa.

La straordinarietà di questo paese ce l’ho impressa negli occhi e quando mi sento dire “mah.. non mi ispira..” rispondo che anch’io non l’avevo considerato, ma leggendo Memorie di una Geisha mi è scattato qualcosa, l’ho inserito nella lista dei paesi da vedere, l’ho trovato diverso da tutti quelli che ho visto e l’ho amato alla follia. Non vedo l’ora di tornarci!!!

A proposito di letture ecco le mie:

Memorie di una Geisha, Arthur Golden

Kafka sulla spiaggia, Murakami

Gai-Jin Lo straniero, James Clavell

Musashi, Yoshikawa

I love Tokyo, La Pina

Autostop con Budhha, Will Ferguson

Giorni giapponesi, Angela Terzani Staude

Giappone, Paul Norbury

Giappomania, Marco Reggiani

Ora che ci sono stata li rileggerò senza dubbio con altri occhi.

Per finire: cosa mi manca di più del Giappone?

L’efficienza dei trasporti, il tè macha e… la seggetta riscaldata del wc!

I love Japan

Charlie

Budapest

 

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BUDAPEST – Gennaio 2020

 

 

Ci ero stata 27 anni fa. Nei miei vaghi ricordi mi erano rimasti impressi il Parlamento, il Ponte delle Catene e il Bastione dei Pescatori, nonché un’atmosfera grigia, quasi velata. Oggi Budapest è una città viva, giovane e dinamica, capace di coniugare perfettamente le bellezze del passato con le modernità. I suoi locali sono arredati con gusto, attenzione, interpretazione.

Quattro giorni sono più che sufficienti per vedere i must: il Parlamento, in assoluto il numero uno, d’una bellezza ipnotica; la collina del Castello, in lungo e in largo con i suoi musei, il Bastione dei Pescatori, La Chiesa di Mattia; il coinvolgente quartiere Ebraico con la Grande Sinagoga; la Basilica di Santo Stefano; i ponti sul Danubio, uno più bello dell’altro, soprattutto quello Liberty e quello delle Catene.

 

Con un volo Ryanair da Pisa, Susy ed io siamo arrivate poco oltre le nove di sera e abbiamo preso un taxi per arrivare in hotel più comodamente. Per il nostro soggiorno abbiamo scelto l’OnRiver Hotels – MS Cézanne, una nave dal fascino retró ormeggiata sul Danubio, lato Buda, poco prima dell’Isola Margherita. Giudizio: sistemazione piacevole e confortevole, ottima colazione, personale gentile e disponibilissimo alla reception nonché al bar; abbiamo apprezzato un po’ meno il cameriere dell’unica cena che abbiamo scelto di fare a bordo, comunque buone le pietanze; in area assolutamente silenziosa, logisticamente è abbastanza funzionale.

Essendo il primo giorno dell’anno i ristoranti nei paraggi sono chiusi. A dire il vero non abbiamo neanche voglia di cenare, è piuttosto tardi, sicché chiediamo al bar due bicchieroni di latte caldo che ci beviamo in camera con i biscotti.

 

Recuperiamo con l’ottima e abbondante colazione a buffet servita nell’ampio salone affacciato sul Danubio che regala la visione del meraviglioso Parlamento. Con la luce del mattino, appare quasi rosato. Fuori fa veramente freddo, ci sono quattro gradi sotto zero, è necessario coprirsi bene con tanto di guanti e berretto. Per farci un’idea della città, prendendole le misure al calduccio, abbiamo deciso di fare un tour con un bus turistico che ferma nei i siti principali con possibilità di salire e scendere a piacimento. Scelta azzeccatissima anche per ascoltare la storia e le curiosità della città grazie alle cuffie con disco registrato multilingue. A Budapest ci sono tre compagnie che fanno lo stesso giro allo stesso prezzo. Saliamo perciò sul primo che arriva. Andando avanti il bus si riempie velocemente, a quanto pare non siamo le uniche ad aver avuto questa idea…

Dal Ponte Margherita passiamo davanti alla Nyugati Station, accanto alla Basilica di Santo Stefano, arriviamo a Piazza degli Eroi, risaliamo il viale Andrassy dove c’è l’Opera (in restauro). Scendiamo davanti al New York Cafe dove c’è una lunga coda per entrare. Non ci va di farla perciò ci addentriamo nel vicino quartiere Ebraico. Una stradina tira l’altra fino a ritrovarci al Szimpla Kert, il più famoso ruin pub di Budapest, un locale fantastico, eclettico, giovane. Girovaghiamo al suo interno enstusiasmandoci per ogni dettaglio. L’ambiente più originale è senz’altro quella con le vasche da bagno con i cuscini in cui sdraiarsi per sorseggiare una birra.

Ci rimettiamo in strada, passando davanti al Museo dell’Elettrotecnica e ad edifici caratterizzati da vasti murales, approdando al 41 di Kazinczy utca per pranzare in un locale segnalato dalla pocket guide Lonely Planet uscita a novembre 2019, il Koleves,  che ci accoglie con il calore dei suoi interni ed il particolare e studiato arredamento. La zuppa di zucca, aromatizzata allo zenzero e all’arancio, è divina. Buonissimo anche il piatto di formaggi caprini caldi con verdure.

Consumato il delizioso pranzetto riprendiamo l’esplorazione del quartiere. Ad un certo punto mi sento chiamare.. è Cristina, una ragazza che ho conosciuto nel 2011 in Zambia! Un incredibile e vero piacere incontrarla dopo anni.. e in maniera così inusuale!

Passiamo attraverso la Gozsdu Court in Kiraly utca, un passaggio commerciale che troviamo poco interessante, fino a trovare la Grande Sinagoga, la più grande del mondo dopo quella di New York. E’ davvero immensa. Facciamo i biglietti ed entriamo. Un ragazzo che vigila all’interno ci indirizza verso il fondo a destra dove c’è la guida in italiano. All’interno della Sinagoga notiamo infatti diversi raggruppamenti, ognuno per una lingua diversa; che organizzazione!

La spiegazione gratuita, sulla storia del quartiere, della Sinagoga, dei film girati in loco, continua anche all’esterno e quando finisce puoi ricominciare daccapo o vagare per conto tuo in tutta l‘area prima di uscire dai grandi tornelli in fondo al giardino.

Fuori si è fatto buio. Infiliamo la via dello shopping ancora illuminata a festa dalle luminarie natalizie fino alla Piazza Vorosmarty Ter per metterci in coda davanti a Gerbeaud, la pasticceria più famosa di Budapest. Una cioccolata calda non ce  la leva nessuno!

Terminiamo la giornata con un giro serale in battello, compreso nel biglietto del CitySightseeing Bus, per ammirare la città da un altro punto di vista. Il battello è gremito, i vetri appannati, per godere della bellezza del Parlamento, che di notte sembra dorato, dobbiamo uscire un attimo fuori nonostante il freddo. Consiglio la crociera? Ma sì… Magari merita con la cena inclusa e avrei voluto farla su quel battello che ha la struttura liberty, credo che si chiami Legenda.

Rientriamo in albergo passando dalla Martyrs Square dove c’è la scultura bronzea Imre Nagy Memorial che avvolta da una leggera nebbia è alquanto suggestiva. Attraversiamo a piedi il Ponte Margherita e ci siamo. La cena? Anche stasera a nanna con tisana e biscottini.

 

Ci rifacciamo nuovamente con la colazione, talmente ricca che ce la godiamo con tutta calma, tanto chi ci corre dietro? Avendo fatto un biglietto valido due giorni, costa 9500 Ft contro gli 8000 Ft per un giorno solo, ripartiamo col bus turistico per scendere innanzitutto alla vecchia Stazione Ferroviaria Nyugati. Risaliamo sul bus, mentre fuori nevischia, per scendere alla Basilica di Santo Stefano che svetta in mezzo al quartiere del centro. Gli interni sono un’apoteosi di decorazioni. La mano, preziosa reliquia del Santo, è custodita dentro una teca di vetro.

Poco lontano c’è un mercato all’aperto dove curiosiamo un po’ tra i banchi. Ripreso il bus restiamo bloccate nel traffico congestionato di Pest all’altezza dei Ponti Elisabetta e della Libertà. Passiamo sul lato di Buda, ci vediamo la Cittadella poi scendiamo in Piazza Batthyany per pranzare all’interno del vecchio mercato coperto allo Steamhouse Cafe con un ottimo piatto di lenticchie. Concludiamo la giornata alle Terme Gellert, prenotate dall’Italia (ingresso con cabina). E meno male! per fare il biglietto d’ingresso c’è una coda infinita. Consiglio queste terme? Ni… sono le più famose, una vera istituzione… ma dovessi dire che mi sono strappata i capelli proprio no, né per la struttura né per le acque. Info utile: dopo aver fatto il biglietto, quando passate il tornello, vi viene dato un braccialetto elettronico; per sapere in quale cabina andare a cambiarvi dovete memorizzare il numero che appare sul piccolo monitor del vero ingresso termale.  Per l’apertura e la chiusura della cabina ci sono gli inservienti che spiegano l’uso del braccialetto.

Ceniamo rilassate in hotel immaginando che la qualità sia commisurabile alla colazione. Non restiamo deluse, il paté d’oca brulé è stupendo, buona l’hortobagy palacsinta (la crèpe ungherese) e la carne, ma il servizio lascia abbastanza a desiderare… ma che importa se il cameriere è insofferente e si è dimenticato di portarci il pane. Rispetto a latte e biscotti è una signora cena e siamo già “a casa” al calduccio…

 

Oggi ci muoveremo con i mezzi locali utilizzando la Budapest Card da 24h, un agevole pass giornaliero che consente di viaggiare su tutti i mezzi disponibili: metro, treno suburbano HÉV, tram, autobus. Si può comprare la Card nelle stazioni della metro ma anche negli alberghi ed è disponibile da 24h, 48h, 72h. C’è anche una Card  da 72h Junior e una da 72h Plus che include l’airport shuttle, una gita in battello sul Danubio, la Funicolare, l’ingresso nella Chiesa di Mattia e varie attrazioni. Fondamentale è farsi dare la mappa dei trasporti pubblici.

Il cielo è coperto. E vabbè non si può avere tutto. La nostra meta è la Collina del Castello con tutte le sue ricchezze e con tutta la giornata a disposizione. Ci si può andare con gli autobus 16, 16A e 116 oppure con la Funicolare Budavári Sikló o con i minibus del Castello.  Arrivate col tram in Clark Ádam tér, ai piedi della collina, saliamo sull’Official Castle Bus che con la Budapest Card è free. Il piccolo mezzo si inerpica facendo poi varie fermate. Noi scendiamo alla prima perché vogliamo girare a piedi. Accompagnate da  qualche timido raggio di sole ci inebriamo del panorama della città dall’alto del bianco Bastione dei Pescatori. Lo ricordavo più grigio e praticamente deserto. Ora risplende abbagliante ed è affollato di gente. E’ bellissima anche la Chiesa di Mattia che vediamo però solo dall’esterno. Buonissimo il punch caldo venduto al chioschetto nella piazza. Risaliamo fino al Museo di Storia Militare, percorriamo le stradine entrando nei negozi, più per riscaldarci che per guardare e acquistare, eccezion fatta per il Vöros Sün dove, oltre ai consueti tessuti ricamati e altro, troviamo un’insolita bambola che corrisponde a una favola. Ad esempio quella di Cappuccetto Rosso ha da una parte Cappuccetto e dall’altra, capovolgendola, diventa il lupo travestito da nonna, con tanto di occhiali. Una gonna cucita centralmente ricopre il personaggio opposto. Pranziamo al Fekeke Holló Vendéglő, un ristorantino in cui incappiamo per caso, dove ci viene fatta pure una sviolinata dal musicista del locale. Il goulash è molto buono.

Rinfrancate dalla sosta prandiale ci portiamo sull’altro lato della collina per andare a visitare il Palazzo Reale e il Museo di Storia (con la Card entrambi gli ingressi sono free).

In uno dei cortili del Palazzo c’è una mostra fotografica temporanea; su un tavolo sono appoggiati degli specchi e altri oggetti con i quali è possibile fare delle foto creando un gioco di immagini distorte o caleidoscopiche. Impossibile esimersi dal baloccarsi… Il Museo di Storia ha varie sale con quadri e reperti di tutti i tipi. Ma la parte più interessante del Palazzo è tra le sotterranee mura medioevali, negli ambienti con le volte gotiche dove sono esposte delle antichità ma soprattutto dove si trova una piccola Cappella Gotica di rara bellezza. Da non perdere.

Usciamo con un bicchierone di vin brulé in mano per affrontare la temperatura che è scesa di qualche grado. Dai giardini del Castello, affacciate accanto alla funicolare Siclo che fa su e giù vertiginosamente, la città ci riappare in tutta la sua folgorante bellezza notturna grazie all’attenta illuminazione. Spiccano su tutto il Ponte delle Catene, il Parlamento e la Basilica.

Nei paraggi del Parlamento, che non possiamo fare a meno di vedere da vicino di notte, illuminato e splendente, ci rifugiamo all’Osteria Da Mario, situata in Vécsey utca, già stanche dei pesanti piatti ungheresi. La pizza è proprio buona, così pure i tortellini fatti a mano, in brodo, vero brodo. Il gestore dell’Osteria ci invita a passare a vedere l’altro locale dello stesso proprietario, situato vicino alla Basilica. Ok, con piacere, magari domani.

 

Ultimo giorno di questa breve vacanza perfetta “per cambiare aria”.. infatti è fredda e pungente.

Oggi ci basteranno pochi biglietti singoli per muoverci con i mezzi pubblici. Memo: obliterare i biglietti! Ci sono stati controllati due volte! Prima tappa al Parlamento, per vederlo da vicino anche di giorno. Eh non c’è niente da fare.. è una droga! Per una visita guidata in italiano non c’è disponibilità, ci sarebbe posto dopo pranzo ma in inglese; siccome Susy non potrebbe apprezzarlo lasciamo perdere. Se siete particolarmente interessati al tour prenotatelo in anticipo. Proseguiamo passeggiando lungo il marciapiede che costeggia il Danubio per vedere le scarpe di bronzo in memoria delle vittime dell’Olocausto. Qui si è consumata una triste pagina di storia che ha visto esseri umani gettati da altri esseri, non umani, nelle gelide acque del fiume per trovarvi la mortfinale: il miglior cambio Euro-Huf l’abbiamo trovato in aeroporto!e.

Torniamo nel quartiere ebraico, che ci è piaciuto tanto, per gironzolarvi ancora un po’, complice la bella giornata di sole. Avremmo voluto pranzare dentro al Grande Mercato Nagycsarnok ma la domenica è chiuso, tenetelo a mente. Noi a dire il vero abbiamo proprio perso la cognizione del tempo, del giorno e della data. Sappiamo solo che oggi dobbiamo levare le tende. Che facciamo? Torniamo in centro e già che ci siamo facciamo un salto a vedere il ristorante Akademia Italia Budapest suggeritoci ieri sera? Ma sì.. magari ci beviamo un cappuccino. Il Ristorante è a sinistra della Basilica, in Szent István ter, impossibile non notarlo. L’ambiente è stupendo, tutto bianco, su due piani, con “isole” dedicate a pizza, dolci, primi e secondi piatti. Alle pareti sono esposte gigantografie di alcune ricette base della cucina italiana. L’arredamento è accurato fin nei minimi particolari. Le grandi vetrate permettono ai commensali di godere della luce esterna e della vista della Basilica. Al piano di sotto c’è un piccolo orto con le principali erbe utilizzate in cucina: prezzemolo, rosmarino, origano e salvia, di cui, su grandi lavagne, ne sono descritte le proprietà. Quattro grandi latte dispensano olio d’oliva proveniente da differenti regioni italiane; una quinta latta contiene aceto balsamico di Modena; c’è la cantina dei vini e la vendita di prodotti tipici italiani di alta qualità; c’è infine l’area dedicata alla scuola di cucina. Il gestore del ristorante ci presenta la moglie del proprietario e ci invita ad assistere alla lezione di cucina in cui stanno per cimentarsi dei bambini. A causa dei vari profumi che aleggiano nell’aria a noi è ormai venuto un certo languorino. Come si suol dire tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino! perciò decidiamo di restare a pranzo, altro che cappuccino! Un ultimo giretto a piedi ci porta a curiosare dentro a grandi store di abbigliamento vintage, poi torniamo a prendere i bagagli in albergo. Contrariamente all’andata, utilizziamo gli efficientissimi mezzi pubblici prendendo la metro fino alla stazione Deak Ferenc da dove parte il bus 100E che con soli 900 Ft (neanche 3,00 euro) va diretto all’aeroporto Listz Ferenc in 40 minuti. Biglietti acquistati alla stazione Deak Ferenc. Info utile

Uzbekistan

L1120482 TPeriodo: aprile 2019

Durata : 13 giorni

Tipologia di viaggio : con Avventure nel Mondo “Uzbekistan Soft”

Itinerario: TASHKENT – SAMARCANDA – BUKHARA – KHIVA – AYAZ QALA – NUKUS – MOYNAQ

 

 

DIARIO

1° giorno : Roma – TASHKENT

Dal 1° febbraio 2019 per entrare in Uzbekistan non occorre più richiedere il visto perciò all’aeroporto di Tashkent le formalità di ingresso e del controllo passaporti sono rapidissime.

L’area circostante appare subito molto ordinata e pulita. I profili degli edifici sono illuminati da luci vistose e colorate. Appena svoltato nella stradina che porta all’albergo però cambia tutto, i neon spariscono e le case sono nascoste al di là dei muri. Alloggiamo all’hotel Rovshan dall’aspetto sovietico, le camere sono essenziali ma pulite. Essendo tardi nessuno ha voglia di cenare.

Vado a fare due passi con Sara, Silvia, Alberto e Maurizio per dare un’occhiata in giro. La strada principale conferma che lo sfavillio dei neon è una caratteristica “di facciata”. Dopo aver attraversato l’ampio e trafficato viale a costo della vita – giacché privo di semaforo e strisce pedonali – infiliamo dentro un grande locale. E’ difficile capirsi con il cameriere. Con una serie di tentativi in  inglese cerchiamo di comunicargli che desideriamo spilluzzicare qualcosa e bere una birra, ma non grande, magari media e rappresentiamo con i gesti ciò che secondo noi da grande si riduce a medio. Evidentemente come mimi non siamo un gran che perché ci porta un vassoio con cinque bicchierini per un assaggio. Ok, grazie, va bene. Il cameriere torna soddisfatto con cinque giganteschi boccali di birra e con una piramide di pan carré nero, molto abbrustolito e fortemente agliato. Avete presente il gioco piramidale con i legnetti? Immaginate un Jenga di pane. Di certo non è l’ideale contro il colesterolo ma si accompagna benissimo alla birra. Bravo! In sala qualcuno balla al ritmo della musica suonata da un complessino. Noi siamo al piano di sopra con affaccio dalla balconata ma non sfuggiamo all’attenzione della cantante che, con tanto di musicante al seguito, viene a sedersi accanto a noi dedicandoci la canzone dei Ricchi e Poveri “Cosa sei” un po’ in italiano e un po’ in uzbeko. Onorati dall’omaggio canoro ed entusiasti per l’atmosfera della nostra prima serata paghiamo volentieri i 20 dollari richiesti, uno stonfo per i canoni locali considerato che mediamente con 3 dollari a testa si cena con le bevande incluse, ma va bene così.

 

2° giorno : TASHKENT – SAMARCANDA

L’autista che ci scarrozzerà in pulmino per tutto il viaggio è un ragazzo giovane e magrissimo che parla solo uzbeko. Il suo nome è incomprensibile, forse Aybek. Le guide cambieranno in ogni località. Quella che ci accompagna in giro oggi è una bella ragazza, alta e bionda, forse di origine russa a giudicare dall’accento. Parlando un italiano più che discreto ci fornisce dei riferimenti storici della città, ricostruita dopo il terremoto del 1966 anche grazie all’amicizia tra i popoli. Siamo stupiti dalla perfezione di Tashkent, dalla rigorosa decorazione delle aiuole e delle piante che hanno i tronchi uniformemente dipinti di bianco per circa un metro a partire dal basso. In giro non c’è un cestino né un cassonetto per la spazzatura, dove la butteranno? Eppure la città è linda, per terra non c’è una carta, un mozzicone di sigaretta, un chewing-gum masticato. Visitiamo Tashkent sotto una pioggia torrenziale. Il rammarico è più che altro per i colori delle cupole che senza sole risultano spente. Meno male che dovrebbe essere la stagione migliore!

Il tira e molla dovuto alla pioggia davanti agli ingressi di Mausolei e Madrasse non è molto agevole: apri l’ombrello – vai – stop – chiudi l’ombrello – leva le scarpe – entra – esci – rimetti le scarpe – riapri l’ombrello – riparti. Ma vale la pena di fare questo sforzo perché i siti sono stupefacenti. Poiché all’interno delle Madrasse sono presenti dei negozietti ci lanciamo subito nel primo acquisto di favolosi foulards di seta e di sciarpe di lana di cammello. Girovagando nei vicoli ci viene fatto notare il muro delle case, tipicamente fatto di argilla e paglia, resistente ai terremoti ed isolante, d’estate infatti garantisce una fresca temperatura interna e d’inverno conserva il calore.

Notevole la Biblioteca Moye Mubarek, divenuta un Museo, dove sono conservati numerosi volumi antichi del Corano. Andiamo a vedere il colonnato del Parlamento, il Monumento al Coraggio e quello ai Caduti, la Statua della Donna Dolente dove c’è la fiamma perpetua.

Da quest’anno a Tashkent c’è una novità: si possono fare le foto nella sua famosa metropolitana e noi ne approfittiamo subito. Facciamo il biglietto e scendiamo a vedere le fermate considerate più interessanti. Tra quelle che ci piacciono di più c’è la stazione Kosmonavtlar dedicata agli astronauti sovietici e Alisher Navoiy che richiama l’architettura e i decori di una Moschea. Una fermata però è off-limits perché pare che in città ci sia il Presidente della Corea del Sud. Sarà per questo che in giro c’è tanta milizia e tanto ordine? Vorremmo vedere anche alcuni particolari edifici dall’interessante architettura brutalista sovietica (Sirk, Bazar Chorsu, Palazzo delle Arti) ma la circolazione è limitata a causa della presenza del Presidente. Riusciamo giusto a passare davanti al Museo Statale di Storia dell’Uzbekistan, al National Bureau of Interpol e all’Hotel Uzbekistan.

Pranziamo in un ristorantone strapieno di gente locale, si chiama Rayhon e significa prezzemolo. All’ingresso, dentro ad un bugigattolo a vetri, alcune donne sono addette alla lavorazione della pasta per farne dei tagliolini e allo sbriciolamento della carne. E’ il nostro primo pranzo uzbeko perciò assaggiamo piatti differenti. La base è comunque sempre la carne. Trovo quella di montone abbastanza disgustosa, i ravioli in brodo però sono buoni. Pasteggiamo a birra e tè verde spendendo in nove 210.000 Som, l’equivalente di 2,30 euro a testa.

Partiamo per Samarcanda dove arriviamo col buio e, dato l’orario, andiamo direttamente a cena all’Istiqlol, il ristorante fissato dal corrispondente con un menù prestabilito.

Se abbiamo ordinato le birre perché ci portano due bottiglie di vino rosso? No! No, Beer! Beer! Esclamiamo gesticolando con le mani… I giovani camerieri si guardano perplessi non capendo la reazione ma sorridono proseguendo nel proprio lavoro. Il sopraggiunto fotografo del locale, che parla un po’ di inglese, chiarisce che si tratta di un omaggio. Ahhhh.. allora sì, grazie! Però, visto che è arrivata la birra, lo portiamo via!

Su ogni tavola uzbeka è sempre presente il pane, tondo, con il centro appiattito ed il cornicione rialzato. I diversi disegni che lo decorano vengono fatti con uno stampino di legno che ha dei chiodi posizionati a forma di fiore o altro disegno geometrico con cui viene fatta una sorta di punzonatura dell’impasto. L’utensile per decorare il pane può essere un simpatico souvenir da portare a casa, noi lo abbiamo trovato a Khiva. La cottura del pane uzbeko avviene dentro ai forni tandir, attaccando abilmente l’impasto alle pareti di argilla. Ogni pasto inizia con un antipasto assortito di verdure crude e cotte: insalata, barbabietole rosse, carote, peperoni, pomodori, ceci, cipolle, zucchine, cetrioli. Qualcuno non si attenta a mangiarle temendo ripercussioni gastroenteriche. Maria Grazia ed io invece ce ne abbuffiamo. In compenso, benché abbia un bell’aspetto, lascio agli altri la carne visto che a stento ho digerito il montone del pranzo.

Accipicchia, l’albergo di Samarcanda è da sogno!  Peccato che non sia il nostro… ahhahhahha! e ce ne rendiamo conto solo dopo aver già scaricato i bagagli. Il nostro autista, confuso, chiama qualcuno per individuare l’indirizzo giusto: siamo alloggiati al Diamond Plaza Hotel, un po’ meno fantastico e fuori mano, ma la posizione si rivelerà utile e ne scoprirete la ragione proseguendo.

La camera assegnata a me e Sara è bella e spaziosa, con tanto di caminetto, ma come si suol dire non è tutto oro quello che luccica: lo sciacquone del wc si riempie dopo due ore e per farsi la doccia l’acqua calda arriva “dopo i fòchi” facendoci sentire pure in colpa per lo spreco dell’acqua. Le finestre non si chiudono e la lampada sul comodino si è stroncata subito, solo a toccarla. Però tutto è lindo, i letti sono comodi, la colazione buona ed il personale è gentilissimo e questo è ciò che conta.

 

3° giorno : SAMARCANDA – URGUT – SHAH-I-ZINDA

A quanto pare la presenza del Presidente Sud Coreano corrisponde a verità ed oggi è proprio a Samarcanda. Questo significa che non solo ha la priorità su tutti i siti visitabili, certi ingressi sono proprio interdetti. Samarcanda è praticamente blindata. La guida che ci accompagna nella visita di Samarcanda parla un italiano perfetto e si chiama Ulugbek. Assieme al nostro autista confabula con i preposti ai posti di blocco senza cavare un ragno dal buco. Riusciamo giusto ad avvicinarci al piazzale dell’Osservatorio dove c’è la statua del famoso astronomo uzbeko Ulug Beg. Già il fatto che ci permettano di pesticciare la pavimentazione è una grossa concessione. Numerosi uomini e donne sono infatti intenti a pulire, togliere a mano le erbacce dalle aiuole e dai prati circostanti.

Che facciamo? Invertiamo il programma previsto per domani andando ad Urgut visto che il mercato c’è anche oggi che è sabato. Ad Urgut viene coltivato il tabacco per la produzione delle sigarette. Lungo la strada noto infatti una grossa fabbrica, la British American Tobacco of Uzbekistan. In giro però non ho visto molti fumatori. Il mercato di Urgut è immenso. Ulugbek ci spiega che è un mercato tradizionale dove non c’è niente di cinese. Le famiglie vengono qui da Samarcanda e dintorni per le spese importanti, specialmente in caso di feste e matrimoni.

Dandoci due ore di tempo e appuntamento davanti ad una delle torri d’ingresso entriamo tutti assieme disperdendoci dopo pochi minuti per poter gironzolare seguendo ognuno la propria bussola. Percorro in lungo e in largo le stradine del mercato entrando in diverse botteghe e curiosando sui banchi. In giro non vedo altri turisti. I commercianti non stressano. Con la gente chiacchiero a modo mio, più che altro a gesti. Qualcuno conosce poche frasi di inglese. La domanda iniziale è sempre “da quale paese vieni?”, la seconda è piutto insolita “quanti anni hai?” Un bimbo di 10 anni sfodera il proprio inglese scolastico con sommo orgoglio del padre. Il settore della ristorazione è pervaso dal fumo e dal profumo della carne arrostita sulla brace. Mentre valuto un paio di leggins, che compro visto che a) fa freddo b) sono carini c) costano una sciocchezza, la ragazza del banco mi offre un pezzo di pane. Lo accetto con piacere e gratitudine, ho già fame! Compro ancora diverse cose ad ottimi prezzi poi quando inizia a piovere cerco l’uscita per ricongiungermi agli altri. Alberto ha acquistato 5 tipici cappelli uzbeki da uomo. Si chiamano DÕPPI e sono di tessuto nero. L’interno è rivestito di stoffa dal colore sempre diverso. Se l’esterno è ricamato di bianco il cappello è tradizionale, se i ricami sono colorati sono cappelli per turisti. I disegni sono tre: il più diffuso è il feto, simbolo della vita, con tanti puntini quanti sono i figli della persona che lo indossa, uno o due trattini stanno invece a significare se sono ancora vivi i genitori, una sorta di stato di famiglia pubblico praticamente! poi c’è il disegno della foglia del peperoncino e quello della mandorla, entrambi contro il malocchio.

Per uscire dal mercato e percorrere 50 metri col pulmino impieghiamo una buona mezz’ora perché si è creato un ingorgo paradossale: tutti vogliono entrare e tutti vogliono uscire, così stiamo tutti inchiodati dove siamo senza poterci muovere. Tornati a Samarcanda realizziamo che in città non si entra. Due grossi pullman stazionano piazzati in mezzo alla strada per impedire il transito, una misura di sicurezza dovuta appunto alla presenza del Presidente Sud Coreano. Essendo solo l’una va trovata una soluzione alternativa anche al programma del pomeriggio. La guida suggerisce di anticipare anche la visita a Shah-i-Zinda. Il complesso funerario è stupefacente, uno dei siti più belli dei dintorni. E’ composto da undici Mausolei dall’architettura medievale con splendide maioliche esterne ed interne che lasciano a bocca aperta. Al termine delle spiegazioni la guida ci da un’ora di tempo per gironzolare da soli. Potendo ci sarei rimasta un’intera giornata da quanto è bello! Oltretutto siccome piove ed il cielo è plumbeo non possiamo apprezzare pienamente i colori delle maioliche.

Percorrendo un brevissimo tratto di strada in contromano l’autista riesce a portarci all’ingresso della grandiosa Moschea Bibi Khanym dedicata alla moglie più amata da Amir Timur (Tamerlano). Nel 1400 fu la più grande Moschea dell’Asia Centrale. Al centro del cortile si trova un grande leggio di marmo sul quale veniva posato l’antichissimo Corano di Osman che abbiamo visto a Tashkent nel Museo della Biblioteca Moye Mubarek.

Concludiamo il tour nel Siab Bazar, un grande mercato dove è possibile acquistare frutta secca, frutta fresca, pane, spezie, sementi e tanto altro. Ne approfittiamo per comprare “generi di conforto” ovvero pistacchi, croccanti di sesamo e noccioline da abbinare al vino regalatoci ieri sera. Senza farsi tanto attendere sul pulmino scatta l’aperitivo, l’unica cosa da fare per fronteggiare il disagio del persistente blocco stradale causato dal Presidente.

Ed ecco che essere alloggiati lungo la cintura esterna della città si rivela una fortuna, perché se avessimo avuto l’albergo in centro saremmo stati pure impossibilitati ad accedervi! Cose da pazzi.

Ceniamo al ristorante New Arbat, prenotato dal corrispondente come del resto tutte le cene del viaggio in quanto soft. Il menù è sempre più o meno il solito. Pane, antipasti di verdure, un piatto di portata a base di carne, dessert. Il locale è bello e frequentato sia dai turisti che dai locali. La cena viene servita velocemente ma altrettanto rapidamente veniamo invitati a liberare il tavolo mentre panciute signore si scatenano nelle danze avvolte nei loro tipici vestiti di velluto paillettati e strassettati. A quanto pare era prenotata anche una festa privata.

 

4° giorno : SAMARCANDA

Buongiorno, sono le nove meno un quarto ma siamo ancora confinati in albergo. Indovinate perché?

Il Presidente transiterà su una strada – e per ragioni di sicurezza non si sa quale – perciò, a prescindere, è vietato circolare. Ieri sera, rientrando in albergo, mi era sembrato alquanto strano infatti che le donne fossero ancora accovacciate al buio a strappare l’erba. Stamattina, con la luce, noto che nottetempo hanno rifatto anche lo spartitraffico abbellendolo ad ogni metro con vasi di fiori. Oltre a tutto questo delirio per la perfezione ambientale e ai disagi creati agli abitanti e ai gitanti, ieri sera il Presidente ha pure avuto una fortuna sfacciata perché si è goduto la visita notturna di Piazza Registan senza pioggia e con la luna! Ovviamente in esclusiva giacché preclusa al resto dei comuni mortali tra i quali noi altri. Meno male che abbiamo ancora un giorno di permanenza, ci mancherebbe solo di non poter vedere la piazza più bella di Samarcanda! Speriamo piuttosto di non incrociare il Presidente anche a Bukhara…

Mentre attendiamo pazientemente di essere liberati, aggiorno il diario segnandomi una cosa curiosa a proposito del dress code, anzi, del shoes code delle donne uzbeke: sono tutte in ciabatte! Le tipologie sono molto varie: pantofole di lana, pantofole di pelle, calzature aperte e chiuse, ciabatte semplici, ciabatte firmate, ciabatte sfiziose, ciabatte ortopediche.. in ogni caso, pantofole e ciabatte. E sono pure molto funzionali dato che per entrare nelle Moschee e nei Mausolei vanno tolte.

La dritta per le turiste donne è: venite in Uzbekistan in ciabatte, state comode e siete alla moda!

Cessato l’allarme possiamo finalmente andare a visitare altre meraviglie di Samarcanda a cominciare dall’Osservatorio Astronomico di Ulug Beg e l’annesso Museo, strabiliante il primo, interessantissimo il secondo. A quei tempi non esistevano i telescopi per l’osservazione degli astri ma Ulug Beg riuscì a mappare più di mille stelle con l’aiuto dell’enorme sestante da lui costruito. Davvero stupefacente!

Piove, tanto per cambiare, ma ce ne stiamo facendo una ragione. Normalmente in questo periodo inizia a fare caldo.. Normalmente! Una miriade di bambini si avvicina timidamente chiedendoci un selfie assieme a loro. Notando la nostra disponibilità veniamo richiesti a ripetizione anche da altri. E’ bello regalare felicità con così poco!

Riprendiamo il nostro giro andando a visitare il Mausoleo Gur-Emir dove sono sepolti Amir Timur ed alcuni suoi figli e nipoti. Le tomba di Tamerlano è ben riconoscibile (in giada scura). Le volte del Mausoleo sono un capolavoro di architettura. I disegni dorati su sfondo blu dell’enorme cupola sono a dir poco ipnotici. Mentre ascolto le spiegazioni della guida osservo le persone che pregano tenendo le mani a coppa davanti al viso. Resto qualche minuto commossa in contemplazione, estasiata dalla solenne grandiosità di questo luogo e pervasa da una strana energia, potente e prorompente.

Piazza Registan, con le sue tre Madrasse tanto spettacolari quando imponenti, fa parte del Patrimonio dell’Unesco e pertanto è stata restaurata in modo da conservarne i resti e mostrarci la sua maestosa bellezza. E’ assolutamente impressionante, perfetta, sfarzosa, colorata. Con noi c’è sempre Ulugbek, la guida, che spiega con passione la storia di questa magica piazza, un vero must per i viaggiatori di tutto il mondo. Non è facile però mantenere l’attenzione perché le distrazioni sono costantemente in agguato: una foto imperdibile da scattare, molte richieste della gente per i selfie, la tentazione dello shopping.. e se mettono i negozietti proprio dentro ai luoghi da visitare!

Facciamo una pausa pranzo al Bibikhanoum Teahouse, un localino all’aperto molto carino, dove assaggiamo il nostro primo plov, l’ottimo piatto nazionale a base di riso.

Trascorriamo poi l’intero pomeriggio dentro ed intorno alla piazza stregati dalla bellezza del complesso. Visitiamo anche un laboratorio di ceramiche dove Ulugbek ci spiega la differenza tra una ceramica e l’altra riconoscibile dal disegno rappresentato e dal suono che produce e non manchiamo ovviamente di fare shopping (bellissimi gli spolverini con i disegni Ikat).

Per la cena è stato prenotato un buon ristorante dal nome bizzarro, Tumor.

Torniamo in Piazza Registan per vedere l’illuminazione serale (orario 21,00-22,00). La nostra composta rassegnazione per l’interferenza del Presidente viene finalmente ripagata perché, grazie alla sua presenza, è stato allestito uno speciale spettacolo di luci e suoni che per alcuni giorni viene riproposto. Evviva, ce lo siamo meritato!

L’indiscusso fascino di Piazza Registan, d’una bellezza esponenziale con le luci serali, diventa addirittura sensazionale con la musica, la narrazione della storia del paese celebrata attraverso i secoli e le colorate danznati immagini proiettate sulle Madrasse. Per una volta è il caso di dire Grazie Presidente!

 

5° giorno : SHAHRISABZ – BUKHARA

Lasciamo Samarcanda alla volta di Bukhara con una nuova guida, una ragazza molto carina e paziente. Facciamo una prima piacevole sosta presso una piccola azienda familiare che produce tappeti e altri oggetti in tessuto. E’ un’abitazione rurale dove, la famiglia, molto accogliente, ci lascia liberi di guardare e fotografare il laboratorio con i telai per la lavorazione dei tappeti, la stanza con l’esposizione dei prodotti finiti, il cortile e la yurta allestita in giardino con le antichità. Ci vengono offerti tè verde, pane e dolcetti. Naturalmente non ci lasciamo sfuggire l’occasione di acquistare alcuni manufatti. Una curiosità notata a casa loro: cosa tiene uno in garage oltre all’auto e ai soliti attrezzi? Un lupo imbalsamato!

Seconda tappa al Mausoleo di Kok-Gumbaz, dalle belle pareti interne piastrellate di maioliche turchesi ed uno splendido colonnato bianco esterno. E anche qui shopping compulsivo come se non ci fosse un domani: pochettes, borse, cuscini e foulards sono bellissimi.

A Shahrisabz, “la città verde” dove nacque Tamerlano, visitiamo il Palazzo estivo di Timur, detto Palazzo Bianco. Fu progettato per essere mastodontico, il più grandioso tra tutti quelli da lui costruiti, tant’è che sopra l’entrata una scritta a caratteri cubitali recita “Se metti in dubbio la nostra potenza, guarda i nostri edifici”. Pur essendo Patrimonio dell’Unesco non è stato restaurato. L’interezza dell’edificio e la ricchezza architettonica del complesso sono solo intuibili. Considerate che l’altezza del palazzo presente è di 40 metri, mentre la parte crollata era di ulteriori 30 metri.

Graziati dal tempo pranziamo all’aperto nei paraggi in un banale ristorantino. Immancabile lo shopping: con l’approvazione di Nicla, la guru glamour del gruppo, acquisto una bellissima borsa ricamata di cui vado molto fiera.

In viaggio verso Bukhara osservo il paesaggio. Attraversiamo una vasta zona che prima era di coltivazione intensiva per la produzione del cotone; dal 2016 è di alberi da frutto, mele di qualità iraniana, ciliegie e uva per l’esportazione in Kazakistan, Russia e Turchia. Le arnie per la produzione del miele sono curiosamente stipate sulle sale dei camion. Le auto in circolazione sono quasi tutte Chevrolet, prima le macchine ed i bus erano della coreana Daewoo. In giro ci sono comunque ancora molte Lada. Nessuno compra le macchine all’estero a causa dei dazi doganali. Le case beige a schiera sono governative, vengono date con un mutuo agevolato che dura 15-20 anni. Sono sempre tante, anche 20-30 case di fila, e tutte attaccate l’una all’altra e a più file. Lungo la strada noto anche dei cartelli alquanto singolari:

  • la sagoma della macchina della polizia;
  • la sagoma della macchina della polizia affiancata dalla sagoma del poliziotto;
  • la sagoma della macchina della polizia con un vero lampeggiante funzionante sul tetto;
  • la sagoma del vigile con la paletta e quella dei bambini che attraversano la strada.

Gli uzbeki hanno uno strano codice della strada: siccome spesso lo spartitraffico è per lunghi tratti ininterrotto, capita che qualcuno provenga in senso contrario, perché magari deve girare.

Arrivati a Bukhara dopo cinque ore di strada con le buche Sara esclama: è una gioia incredibile!

A proposito delle lucine tanto amate dagli uzbeki, a Bukhara alcuni semafori hanno addirittura una struttura che va da un lato all’altro della strada, tipo porta, con le luci sincronizzate con il semaforo che si illuminano di verde e di rosso. Della serie: impossibile non vedere se proseguire o fermarsi!

Molliamo velocemente i bagagli al New Moon Hotel, molto carino e vicino alla centrale Piazza Lyabi Houz, per precipitarci a cena al ristorante Dolon, bellino il locale, qualità media. Fatto un primo giretto esplorativo di Bukhara rientriamo in albergo. La mia camera è deliziosa, con tante nicchie colorate. Il materasso del letto è anche meno duro del solito. Ma le prese della corrente dove sono? Talmente in alto che per asciugarmi i capelli devo salire su uno sgabello perché il filo del phon non arriva, stranezze uzbeke…

 

6° giorno : BUKHARA

La colazione del New Moon Hotel viene servita in un bell’ambiente dalle pareti bianche di stucco intarsiato che lascia intravedere un fondo a specchio. Lo yogurt qui servito è sensanzionale.

Iniziamo la visita della città con una nuova guida che parla inglese. Bukhara si scrive Buxora perché X si legge KH. Prima del periodo sovietico a Bukhara c’erano più di cento Madrasse e circa duecento Moschee. C’erano anche 116 piscine in cui si depositava l’acqua piovana, lasciando in superficie acqua potabile. Le vasche garantivano la sopravvivenza di rane e cicogne. Con le bonifiche e la copertura delle piscine le due specie animali sono scomparse. Delle poche vasche rimaste la più fotografata è nel piazzale vicino al Mausoleo Ismail Samanid, La Perla dell’Est, uno dei monumenti più antichi della città, dalla particolare forma cubica, costruito con i mattoni incastrati, non decorati dalle consuete ceramiche laccate, e con una bella cupola. Gli uzbeki amano assimilare l’effetto del Mausoleo Ismail Samanid che si rispecchia nell’acqua della piscina a quello del Taj Mahal di Agra.

Il Mausoleo Chasma Ayub sorge dove, secondo la leggenda, Giobbe trovò l’acqua colpendo il terreno con un bastone. La sorgente è ancora attiva e siccome l’acqua è considerata santa e miracolosa Maria Grazia, Sara ed io non possiamo resistere dal berla: fresca e dolce, buonissima!

Visitiamo poi l’Abdullah Khan Madrasa (Abdulloxon) dalla splendida facciata maiolicata in tutte le tonalità del blu, un’altra Madrassa al cui interno sono parcheggiate delle moto d’epoca e una grande Moschea di cui non ricordo il nome.

A Bukhara sono ancora presenti alcune dimore dalle belle porte lignee intarsiate che hanno due battagli, uno posto in alto per gli uomini e l’altro più in basso per le donne. La differenza permetteva ad una donna eventualmente sola in casa di capire se era il caso di aprire.

Nel girovagare tra i vicoli capita spesso di avvertire nell’aria delle zaffate di gas dato che le tubature per uso domestico sono esterne. Ad un certo punto la nostra attenzione viene catturata da un uomo appollaiato su un traliccio che sta riparando la linea telefonica di un’abitazione in mezzo ad un groviglio di cavi. Chissà cosa pensa nel ritrovarsi fotografato da un intero gruppo di persone.

Con l’ascensore saliamo sulla Bukhara Tower, un’alta struttura di ferro nata come torre dell’acqua in epoca sovietica, che regala una vista molto panoramica sull’Ark, la Cittadella di Bukhara.

La Moschea Bolo-Hauz ha un loggiato esterno sbalorditivo. Le alte esili colonne di legno ed i capitelli finemente decorati sono di pregevole fattezza. Il soffitto è a cassettoni, anch’esso decorato.

Pranziamo proprio di fronte alla Moschea, al Bolohauz Choy Xonasi, fregandocene dei lavori in corso nel futuro giardino del ristorante. I tagliolini al ragù con l’uovo affrittellato sono ottimi.

Le mura della Cittadella fortificata di Bukhara hanno undici entrate. La guida racconta che le due maniglie tonde delle undici porte, ricoperte di rame per sfuggire ai saccheggi, in realtà erano d’oro massiccio. Ciascuna pesava 5 chilogrammi.

All’interno dell’Ark visitiamo il Museo Etnografico ed il Museo delle Arti Decorative dove sono esposti costumi, suzani, arazzi, fucili, ceramiche e molto altro. Sopraffatta dalla stanchezza schiaccio un breve pisolino appioppata su un divanetto del museo.

Prima di partire mi hanno chiesto “che tempo fa laggiù?” “Clima ideale, cieli tersi…”

Allora perché piove!!?? Erano forse degli “spilloni”?

Il tour prosegue per visitare il KALYAN Complex composto dalla Moschea, dalla Madrassa Miri Arab e dal Grande Minareto, ottimo punto di riferimento visivo di Bukhara ed unica struttura risparmiata da Gengis Khan per la sua bellezza.

Nel centro, decisamente turistico e pieno di negozi, sono presenti tre crocevia dal soffitto a cupola che di sera vengono illuminati in modo scenografico. I coltelli e le forbici a forma di cicogna sono un’esclusività di Bukhara. Sayfullo Ikramov in Klakikat str. è un omone baffuto tanto affascinante quanto sono affilati i suoi coltelli. I disegni sulla lama sono i cammelli (Uzbekistan), i leoni (Samarcanda), la fenice (Bukhara). Sulla lama è possibile far incidere il proprio nome. Altro articolo gettonatissimo è l’incantevole paio di forbicine da ricamo a forma di cicogna (maschio con la cresta e femmina senza).

Dopo l’ennesimo shopping compulsivo Silvia dichiara: abbiamo una missione, alzare il Pil uzbeko di un punto! E Mariagrazia risponde: eh ma noi ci si fa! Ci stiamo seriamente impegnando!

Vado a prenotare l’hammam Bozory Kord con Mariagrazia e Patty per domani sera. Alle donne è concesso l’accesso dalle sei in poi. Il costo è  di 150.000 Som.

Lì vicino c’è un altro coltellaio. Il giovane ragazzo del negozio ha piazzato sopra l’ingresso uno schermo che mostra in loop un filmato in bianco e nero girato parecchi anni addietro. Nella pellicola si vede suo nonno che lavora nel negozio. La ripresa, fatta da un turista francese, è un regalo ricevuto inaspettatamente di recente e con la proiezione condivide la sua emozione.

Vado con Sara ed un paio un paio di suoi amici, incredibilmente incontrati per caso, a bere un birrino poi cena di gruppo al Ristorante Old Bukhara.

 

7° giorno : BUKHARA

Altro giorno e nuove visite nei dintorni di Bukhara.

Iniziamo dal Bahouddin Naqsh Bandiya Memorial Complex, il Mausoleo, un dedalo di tombe ed un albero sacro intorno al quale i fedeli camminano mentre pregando cercano di portar via un pezzetto della corteccia da conservare quale talismano.

Proseguiamo andando al Palace of Moon & Stars Sitorai Mokhi Hossa, che a me è piaciuto tantissimo. I portici dalle colonne azzurre sono incantevoli come pure i ricchi interni del palazzo con influenze Art Deco, finemente decorati, addobbati e ammobiliati. Pregevole l’esposizione del vasellame. Bello anche il giardino con la piscina dell’harem.

Tornando a Bukhara sostiamo al Char Minar, una Madrassa a forma di fortino con quattro torrette dalle cupole turchesi. Sopra una di esse c’è un finto nido con due finte cicogne. All’interno del Char Minar c’è un bazar e di fronte c’è il mercato sovietico (divise militari, spillette e oggettistica varia). Non ci si salva!

Pranziamo al Mavrigri Restaurant-Chica Bar, scoperto per caso attraversando un cortile. Il ristorante si trova dentro ad un vecchio Caravanserraglio e vi si mangia molto bene.

Alle 18.00 ci rechiamo puntuali all’hammam Bozori Kord che si trova sotto ai portici di legno del centro. Da fuori, segnalato da un’insegna colorata a led con la scritta OPEN, non gli daresti una lira.

Entrando ci si trova in uno stanzone, c’è lo spogliatoio e ci sono degli armadietti con la chiave. Loro forniscono ciabatte di plastica (da uomo, per me enormi) e un telo di stoffa ruvida in cui avvolgersi. Veniamo accompagnate nel calidarium attraverso un ambiente antico, buio e vaporoso. I bassi cunicoli si diramano sfociando in piccole stanze umide con il soffitto di mattoni grigio scuro a cupola. Sembra di fare un salto in un epoca molto lontana con la macchina del tempo. In effetti è uno dei più antichi hammam dell’Asia Centrale, risalente al XIV secolo. Bellissimo.

La quiete, che rende ancora più magica l’atmosfera, è interrotta solo dal rumore delle calde gocce d’acqua generate dal vapore che cadono dalle pareti, dal suono prodotto dallo scroscio delle secchiate d’acqua e dal sommesso parlare in uzbeko dei massaggiatori. Attendiamo il nostro turno mentre i vapori dilatano i pori della pelle. Veniamo condotte in una grande stanza circolare che ha delle nicchie tutt’intorno. Io vengo fatta adagiare sul grande lastrone marmoreo nero centrale, il ragazzo a me dedicato mi lava i capelli sciacquandoli con una secchiata d’acqua tiepida, un rituale che mi ricorda vagamente la scena del film “La mia Africa”.

Poi mi fa stendere sul lastrone di marmo e con un guanto ruvido mi massaggia vigorosamente braccia e gambe, poi mi scrocchia i piedi e le mani intrecciandole alle sue. Ha le mani grandi, raggrinzite da ore ed ore di contatto con l’acqua. Tenendomi fermo un braccio accavalla la gamba opposta premendo sul ginocchio. Mentre mi fa ruotare la schiena mi guarda come per chiedermi se va tutto bene. In quel momento mi perdo nei suoi occhi neri e profondi, perché per l’appunto, a differenza di altri, è un ragazzo bellissimo. Ha il naso diritto, le labbra carnose ben disegnate ed un sorriso che spacca. Ogni tanto socchiudo le palpebre per guardarlo lavorare, i suoi muscoli luccicano bagnati dal vapore. Il trattamento termina con lo scrub fatto con una poltiglia di ginger e altre spezie, lasciato in posa alcuni minuti e risciacquato da secchiate d’acqua prima tiepide e poi decisamente fresche. Esperienza danon perdere.

Leste raggiungiamo il gruppo con cui abbiamo appuntamento alle 19.30 per andare a cena in una casa privata, la Lazisi House. Lesperienza all’hammam e i commenti sui ragazzi addetti al massaggio sono l’argomento della serata. Complice la Vodka ridiamo a crepapelle al pensiero di me che aggiorno il diario scrivendo sul tema tipo plotter!

Dopo essere stati riaccompagnati alla strada principale da un membro della famiglia perché siamo un pò brilli, ci dividiamo tra chi rientra in albergo e chi, come me, vuole vedere il Grande Minareto Kalyan illuminato. Di notte è davvero suggestivo. Tornando verso l’albergo noto che il negozio del coltellaio Sayfullo è l’unico rimasto aperto. Che fortuna! Siccome dovevo scegliere se andare all’hammam o fare shopping non avevo fatto a tempo a comprare coltello e forbici.

 

8° giorno : KHIVA

Lasciamo Bukhara per trasferirci a Khiva percorrendo un’ulteriore strada dissestata. Osservo e annoto tutto ciò che vedo lungo il percorso: distributori di gas, metano e propano, numerosi forni tandir posti su pancali con le ruote, molte case governative, molte case con gli orti, canali di irrigazione, donne che zappano nei campi. Costeggiamo spesso la Ferrovia. Sarebbe ganzo attraversare questo stato in treno, il pulmino però è troppo più comodo e ti consente di vedere più cose. A metà percorso, quando il territorio inizia a farsi sabbioso, facciamo una sosta nel nulla per un pranzo veloce con quello che abbiamo. Quando nel pomeriggio arriviamo a Khiva piove. Sara commenta “se piove dell’altro tornano le cicogne, perché ritornano le rane!” Il nostro Hotel Hayat Inn è situato appena fuori dalle mura di Itchan Kala, la città-fortezza, ed è un bell’albergo.

Facciamo un primo giro di Khiva, semi deserta e a nostra disposizione per l’assenza della consueta invasione turistica. Forse grazie al maltempo. Veniamo immediatamente ammaliati dai colori delle maioliche turchesi di cui è ricoperto il tozzo Minareto Kalta-Minar e dalla forma slanciata del Minareto Islam Khoja. Fotografiamo le cupole verdi e turchesi che brillano nei rari momenti di uno sprazzo di sole, in contrasto col cielo grigio ed i mattoncini color sabbia degli edifici. Perlustriamo l’intrico delle tante viuzze affacciandoci estasiati nelle piazze antistanti le favolose e numerose Madrasse.

La tentazione di fare shopping è subito in agguato, sarà dura non impegnarci come al nostro solito vedendo il vasto assortimento di qualità dell’artigianato, inoltre a Khiva i prezzi sono migliori.

Al Ristorante Yassavul abbiamo invitato a cena Aybek, il nostro autista. Non mangia quasi nulla però, per forza è tanto magro! Il posto è molto turistico con balli e canti nel salone principale. A noi è stata riservata una sala privata defilata dove non arriva il frastuono. Il cibo è molto buono, la crêpe con dentro la salsiccia ed il dolcetto con le mele sono speciali.

Il tipo della reception dell’albergo è assolutamente geniale: non parlando che l’uzbeko, per capire quale chiave della camera darti, chiede scrivere il numero della stanza sulla calcolatrice!

 

9° giorno : KHIVA

Khiva è un gioiellino. Abbracciata dalle sue mura sembra un castello di sabbia. E’ un museo a cielo aperto, un concentrato di Madrasse, Mausolei, Moschee e Minareti giustamente Patrimonio Unesco. Alla “Kacca” (cassa) posta fuori dalle mura facciamo i biglietti validi due giorni per la visite all’interno della fortezza. Occhio a non perderlo perché all’ingresso ci sono i tornelli. Acquistiamo anche il biglietto per fare un giro sui bastioni delle le mura e quello per salire sul Minareto Islam Khoja (dalle 8 am alle 8 pm). Col senno di poi questo ce lo saremmo potuto risparmiare (si può salire su quello della Moschea Djuma). Fuori dalle mura c’è un grande pannello con la mappa dell’Uzbekistan e della Via della Seta. Con una nuova guida visitiamo tante meraviglie constatando che sono sempre diverse ed interessanti. Lui parla ma facciamo fatica a seguire le spiegazioni, sarà che in inglese non si esprime benissimo.. No via, diciamo la verità, la nostra attenzione è attirata da tutto quel che c’è da vedere indipendentemente dalla sua storia, dallo svafillìo dei colori, dalla particolarità delle architetture, dalle botteghe artigiane. I banchini di souvenir tradizionali presenti all’interno dei siti museali poi sono una vera istigazione alla disattenzione! E’ impossibile venire in Uzbekistan e non avere voglia di comprare tutto! Tovaglie dai ricami suzani, cappelli e colli di pelliccia, babbucce di lana, magnetini (carinissimi quelli dipinti a mano), stampini per il pane, porta-libro di legno, cornici, bastoni, taglieri, stoffe, foulards in seta, vestiti con i disegni Ikat, ceramiche.

Ci facciamo una foto di gruppo indossando ciascuno un “cappellone capellone”, una specie di colbacco fatto di lana che si avvicina molto all’insolito cespo di capelli ricci di Sara, caratteristica per la quale gli uzbeki le chiedono i selfie ogni tre per due.

La Madrassa Muhammad Aminxon è enorme, bellissima ed è pure un hotel, chissà quanto costa soggiornare qui. Ci aggiriamo su per le scale e nei cunicoli, godendoci la vista dagli affacci sul grande cortile e facendoci foto a non finire. Museum of Ancient Khorezem, Madrasi Muhammad Rahimhom, Pahlavon Maxmud Maq Barasi, Xunarmand Chilik Muzeyi sono solo alcuni dei nomi degli edifici che visitiamo. Ogni portone svela un interno segreto, ogni cortile un giardino, ogni scoperta regala una vibrazione, uno stupore. Nell’ampio giardino del vecchio castello c’è uno spettacolo di musica e danza tradizionale a ripetizione che piace molto anche ai turisti locali. La Moschea Djuma è senz’altro tra i siti più straordinari per la bellezza dell’ambiente e per la sensazione di pace che regala. All’interno della sua grande sala sono disposte geometricamente oltre 200 colonne lignee intagliate, diverse l’una dall’altra e poggiate su basamenti di pietra anch’essi differenti.

Khiva è bella, ricca, esotica, una vera miniera di spunti fotografici.

Pranziamo al Mirza Boshi, un grande ristorante dalla struttura di legno con i fianchi riparati da teloni di plastica trasparente. Qui assaggiamo le due specialità di Khiva: gli spaghetti verdi all’aneto (Shivit Oshi, il piatto più buono di tutta la vacanza) ed i raviolini all’uovo serviti con una salsa allo yogurt (Tuxum Barak). All’esterno del ristorante una giovane donna sforna senza sosta il fragrante pane uzbeko dal forno tandir. La procedura catalizza l’attenzione di tutti i passanti, tant’è che le vengono scattate foto senza sosta.

Ci disperdiamo per fare acquisti ma ricomincia a piovere. Con alcuni compagni di viaggio trovo riparo all’interno di un cortile dove è in atto una recita in costume.

Durante tutto il viaggio non ho mai avuto la sensazione di pericolo tanto meno la percezione di alcuna disonestà. A Khiva però avviene un episodio antipatico che ritengo doveroso riferire.

Premetto che in questo paese è possibile pagare in Euro, Dollari e Som ma è fondamentale avere banconote assolutamente perfette, non stropicciate, non piegate, non tagliate, non scarabocchiate. Gli Euro non perfetti vengono comunque cambiati in moneta locale ma con una commissione aggiuntiva. Veniamo al fatto. Per acquistare un paio di foulards in seta porgo una banconota da 50 euro al commerciante e in attesa del resto mi vedo restituire la banconota perché ha lo scotch. Alt, non è la mia, la mia era perfetta. Alquanto contrariata dalla sua arrogante faccia tosta, vado a chiamare una guardia turistica a cui  spiego che se un turista gli ha dato una banconota imperfetta non è corretto rifilarla ad un altro. Faccio presente che questo comportamento non contribuisce ad una buona pubblicità tra i turisti e che l’unico danno concreto è che non potrò spendere la banconota difettata nel loro paese. Dopo aver interrogato il venditore, che nega spergiuro, il poliziotto mi chiede se voglio provare a cambiarla con lui alla banca. Accetto per dimostrargli che non è la commissione di 2,50 euro ad attapirarmi, è una questione di principio. Mi assicura che la scena è stata notata e che spera che non si ripeterà. Morale: quando pagate mostrate bene le vostre banconote fronte retro precisando che sono perfette.

Concludiamo la giornata salendo sul Minareto della Moschea Djuma (un suggerimento, portate una torcia) ed infine con una piacevole passeggiata sulla cinta muraria di Khiva al tramonto.

Ceniamo in una succursale del Café Zarafshon, in una lussuosa stanza degna di uno zar dalle pareti stuccate, con lampadari di cristallo, il servizio di ceramica bianco blu e oro e la tovaglia trasparente plastificata a protezione di quella bella!

 

10° giorno : KHIVA – AYAZ QALA

Incredibile, oggi c’è il sole! e alle 10.00 inizia a farsi sentire. Saliamo sul Minareto Islam Khoja che domina l’omonima Medersa poi ci concediamo un ultimo giro di acquisti, un s’avesse a perdere il vizio… Io compro una paio di stupende marionette di cartapesta per la mia nipotina.

Partiamo intorno a mezzogiorno per il deserto del Karalpakstan facendo un pic-nic lungo la strada. Per dormire in yurta una sola notte Mariagrazia ha suggerito di preparare un piccolo zaino con le cose essenziali lasciando tutto il resto sul pulmino. Non vi scervellate, la lista ve la faccio io: pigiama, mutanda di ricambio, spazzolino e dentifricio, torcia frontale, tappi per le orecchie, ciabatte, una bottiglietta d’acqua. Nei bagni la carta igienica c’è. Si dorme su materassi disposti per terra completi di lenzuola e piumotto. Viene fornito anche un asciugamano. Il costo del pernottamento include cena e colazione. Non c’è wifi ma tutt’intorno ci sono cammelli e dromedari ed un panorama sconfinato che regala una sensazione di libertà indescrivibile. Le vicine roccaforti di Ayaz Qala sono affascinanti. Facciamo subito una bella passeggiata esplorativa che, dopo la scalata mattutina del minareto, impegna ulteriormente le nostre gambe. Rientriamo al campo in tempo per goderci il tramonto con tanto di birra e noccioline. Dondolarsi sull’altalena mentre il tuo sguardo si perde sul panorama desertico è uno di quei momenti impagabili di un viaggio, di quelli che ricordi con piacere quando hai bisogno di fermare il tempo per ristrutturare la mente.

Cena nella grande yurta del campo con antipasto di verdurine, plov, uva passa e le noccioline rivestite di zucchero rosa che sono una vera droga perché una tira l’altra. Pasteggiamo con la vodka evitando l’acqua per eludere il viottolo notturno ai bagni. Mariagrazia tira a sorte i nomi per la notte. Io dormirò nella yurta da cinque posti con lei, Maurizio, Sara e Silvia. In quella da quattro gli altri: Alberto, Elvira, Nicla e Patty. Il materasso appoggiato a terra è comodissimo, come pure il guanciale, i migliori della vacanza!

 

11° giorno : AYAZ QALA – NUKUS

Che dormita memorabile nel silenzio totale con risveglio al suono del bramito dei cammelli! Peccato dover lasciare questo magico angolo di mondo. Visitiamo ciò che rimane della fortezza d’argilla di Toprak Qala poi ci dirottiamo verso Nukus. Strada facendo vediamo un torre del silenzio zoroastriana.

Arrivati a Nukus andiamo subito al Museo Igor Savitsky che contiene una mirabile collezione di opere dell’avanguardia russa da lui reperite e recuperate. Avevo grandi aspettative nel visitare questo museo, così sperduto, ignorato e dalla storia incredibile. Non le ha minimamente disattese. Le molte opere raccolte nel Museo sono uno straordinario caleidoscopio di colori e un invito alla riflessione. La storia della loro raccolta è affascinante. Da non perdere.

Siccome oggi è il compleanno di Alberto andiamo in missione speciale alla ricerca di un dolce e dell’ormai immancabile vodka per la serata. Grazie alla solerzia e alla pazienza di Aybek, riusciamo a trovarlo in un bar. Il dolce, succulento e caramelloso, viene imballato in un cartone non senza difficoltà per l’insistente tentativo di due bambini di leccarlo con le dita! Ceniamo nel salone del nostro albergo, il bell’Hotel Karalpakstan Palace, con ottimo cibo, il dolce di compleanno e tanti brindisi.

 

12° giorno : NUKUS – MOYNAQ

Dopo l’ottima colazione in albergo facciamo una piccola spesa per un pranzo al sacco: pane, formaggio affumicato (il mio preferito), pomodori e acqua. La strada per Moynak è più che dissestata, sono 210 km di gincana tra le buche attraverso il niente. Scorrono davanti agli occhi distese di campi, talvolta coltivati, talvolta bianchi per il sale che affiora dal terreno, grandi tubi del gas di infinita lunghezza, qualche blocco di case governative, solitarie fermate d’autobus.

Ma vale la pena farsi tre ore e mezza di sobbalzi? Sì, ogni minuto vale questo viaggio, per conoscere una realtà sconvolgente e poterne solo immaginare il passato. Fino al 1960 Moynaq prosperava grazie alla pesca nel Lago Aral. A causa delle deviazioni dei fiumi che affluivano al lago, per intensificare la coltivazione e la produzione del pregiato cotone uzbeko, è stata generata una delle più grandi e gravi catastrofi ambientali a livello mondiale, ai più sconosciuta, con inevitabili irreversibili conseguenze per le fiorenti attività e per la popolazione di Moynaq.

Alcune barche arrugginite sono state trascinate in secca nel terreno desertificato vicino al Faro, dove è stato allestito un’inquietante spazio museale all’aperto. L’Ecological Museum of Muynak, dedicato alla storia della città e al suo ridente passato dal triste epilogo, è commovente. La visita inizia con la proiezione di un filmato che mostra la città, il suo lago, il pesce abbondante, il fervore dei suoi pescatori. Le foto ed i quadri esposti raccontano una quotidianità scomparsa. Sono presenti reperti di vario genere, animali impagliati a testimonianza di una biodiversità estinta, costumi ed utensili tradizionali, le scatolette della Moynaq Fish Factory che non vengono più prodotte a causa della chiusura dello stabilimento per la conservazione del pesce. Le foto aeree della vasta area del lago denunciano inequivocabilmente il progressivo ritiro delle acque. Sono immagini potenti, impattanti. Esco dal museo in lacrime, turbata, affranta e impotente. Per dare un contributo al museo, affinché continui ad esistere quale monito per le generazioni future, acquistiamo l’ennesimo souvenir e scrivo, per ricordare, che ho preso qui la mia pochette porta soldi ricamata.

Ma la Moynaq descritta nelle guide in stato di abbandono, immobile, malinconica e alla deriva, sta lasciando il passo alla nuova Moynaq desiderosa di riscattarsi, di risorgere. Ovunque sono presenti cantieri aperti, è tutto in ricostruzione, c’è un anfiteatro ed un campo da calcio con gli spalti. Nuovi edifici dallo stile moderno si integrano con quelli vecchi. I giardini sono ampi ed ariosi.

Forza Moynaq!

Pic nic in un giardino, due ulteriori foto prima di uscire dal paese e ritorno a Nukus.

Giunti all’albergo dobbiamo salutare Aybek, il nostro bravissimo autista allampanato, perché domani partiamo. Mi sento terribilmente italiana raccomandandogli di mangiare!

A proposito… la cena quando viene servita? Solo dopo un pezzo comprendiamo che non è nel salone dell’albergo anche stasera. Per scusarsi del disguido, i padroni dell’hotel ci portano con le loro auto in un super ristorante elegantissimo di cui ahimé non ho segnato il nome.

Tutta colpa della vodka!

 

13° giorno : Nukus – Tashkent – Roma

L’Hotel Karalpakstan Palace è veramente ad un tiro di schioppo dall’aeroporto. Sul volo da Nukus a Tashkent trovo incredibile e sconcertante che sul monitor la mappa dell’area sorvolata raffiguri il Lago Aral nella sua interezza, com’era nel 1960.

 

Quante cose mi hanno colpita in questo viaggio, quanti ricordi mi porto a casa. Sono talmente tanti che è difficile fare una classifica in ordine di importanza per ogni emozione regalata. L’energia potentissima provata accanto agli uzbeki in preghiera davanti alla tomba di Tamerlano dove ho sentito la forza di un uomo che ha fatto cose straordinarie per il suo paese, la malinconia per l’infelice storia di Moynaq, la libertà provata al campo tendato di Ayaz Qala dinanzi alla vastità del deserto con quella birra e la magia del tramonto con i cammelli intorno, il riposo meravigliosamente rigenerante nella yurta, lo sguardo del bellissimo ragazzo senza nome dell’Hammam e quel bacio fugace, ops, non l’avevo scritto?, l’imponenza sempre sorprendente dell’architettura, la bellezza dei decori e degli intarsi, i mattoni maiolicati, le cupole turchesi, i minareti, le mura, la straordinarietà dell’osservatorio astronomico di Ulug Beg e dei suoi studi, il sapore ed il profumo del pane e del cibo che si sposa tanto bene con la vodka, lo shopping irresistibile per la tanta roba bella, tradizionale ed autentica, la pulizia e l’ordine nelle città, il popolo uzbeko, curioso, affettuoso e generoso, estremamente comunicativo nonostante la barriera linguistica e con il sorriso dai denti d’oro. Elementi per un risultato entusiasmante.

Grazie Uzbekistan, hai superato di gran lunga le mie aspettative.

 

Appunti e raccomandazioni finali: si saluta con la mano destra sul cuore, non abbiamo visto un solo senzatetto né qualcuno chiedere l’elemosina, occhio a dove mettete i piedi perché spesso e volentieri i canali di scolo in prossimità dei marciapiedi non sono protetti, nelle camere manca sempre la cuffia per la doccia, il laundry service negli alberghi costa una sciocchezza, portate un rotolo di carta igienica (spesso è come la carta vetrata), prima di partire non vale la pena prenotare i dollari, portate solo euro (banconote in condizioni perfette e spiccioli da 1-2-5-10), portate poca roba per avere posto in valigia per gli acquisti, per spendere i Som residui non demandate l’acquisto dei souvenir all’aeroporto perché c’è poco e quel poco che c’è è di scarsa qualità ed è pure caro, e anche se non c’è bisogno di dirlo fate come noi: alzate il Pil uzbeko!

 

 

Un saluto ai miei compagni di viaggio: grazie per essere stati speciali, Rahmat!

USA Parchi Occidentali – Las Vegas – San Francisco

20190126_205012USA: PARCHI OCCIDENTALI – LAS VEGAS – SAN FRANCISCO

Periodo : agosto 2018

 Durata : 21 giorni

 Tipologia : FAI DA TE con auto a noleggio

 

 

ITINERARIO

SALT LAKE CITY – ARCHES NP, GREEN RIVER – DEAD HORSE, PETRIFIED FOREST, CHINLE – MONUMENT VALLEY, PAGE – GRAND CANYON NORTH RIM – ZION NP, BRYCE CANYON, PANGUITCH – SCENIC BYWAY 12, CIRCLEVILLE – LAS VEGAS – DEATH VALLEY, OLANCHA – LONE PINE, JUNE LAKE – YOSEMITE NP, MARIPOSA – SAN FRANCISCO

 

Partecipanti : Susanna, l’amica che ha lanciato l’idea di fare questo viaggio, mia sorella Chiara, mio cognato Enrico, la mia nipotina Giulia di sei anni e mezzo, ed io.

 

La prima domanda che vi sorgerà spontanea è “Charlie, è un viaggio adatto ad un bambino?

Perché no! I bambini si adattano a molte cose, prima e meglio dei grandi.. ma non a tutte! Questo perché hanno abitudini consolidate. In viaggio, e per di più in America, devono stravolgerne diverse: cibo, orari, condizioni climatiche. Se potete viaggiate insieme ad un’altra famiglia con almeno un bambino, così avrà un compagno di giochi; cercate di inserire nel viaggio delle cose che possano interessarlo e divertirlo; con la macchina evitate di fare tappe troppo lunghe.

 

Preziose informazioni utili per organizzare il viaggio.

 

VISTO ESTA: per entrare negli Stati Uniti è necessario richiedere online l’Autorizzazione al Viaggio ESTA (Electronic System for Travel Authorization). Requisito obbligatorio per ottenere l’ESTA è il possesso del passaporto elettronico (quello con il microchip in copertina). Fate attenzione a richiederlo sul sito ufficiale https://esta.cbp.dhs.gov/ per non pagare inutilmente uno sproposito! Poiché l’ESTA vale due anni se l’avete ancora valida ricordatevi di aggiornarla (UPDATE APPLICATION) richiamando sul sito il NUMERO DI RIFERIMENTO UNIVOCO DELLA DOMANDA per variare nome e indirizzo del primo albergo dove alloggerete.

 

ASSICURAZIONE SANITARIA: è indispensabile stipularne una, giacché, “just in case”, in America ti pelano se non ce l’hai! Noi l’abbiamo fatta con EuropAssistance.

 

VOLO: qualsiasi volo prenotiate sono tante le ore necessarie per raggiungere l’America. Non so come sono i vostri bambini ma mia nipote, già quando sale in macchina, dopo pochi minuti chiede se siamo arrivati! Il monitor posizionato davanti al proprio posto è di grande aiuto per guardare cartoni animati a piacere e giocare ma è bene avere delle cuffie perché gli auricolari in dotazione non sono a misura di bambino, meglio non rischiare. Se il volo non è diretto e fate uno scalo, sulla tratta più breve l’aeromobile potrebbe non essere dotato di monitor personali, portate quindi qualcosa per tenere impegnati i bambini. Se fate uno scalo intermedio negli States controllate anche le procedure di sbarco ed imbarco sul sito dell’aeroporto di scalo nonché la posizione dei terminal di arrivo e ri-partenza. Noi abbiamo volato American Airlines con scalo a Chicago.

 

L’ITINERARIO: abbiamo scelto di NON fare un anello, optando per un itinerario a mezza luna DA SALT LAKE CITY A SAN FRANCISCO, in modo da distribuire al meglio le visite nei giorni di permanenza. Ovviamente questo ha comportato un costo più elevato sia del volo che del noleggio auto per la riconsegna in un’altra città, ma ci ha risparmiato diverse miglia in macchina.

 

NOLEGGIO AUTO: abbiamo prenotato l’auto dall’Italia, con Alamo, per essere sicuri di avere il mezzo pronto per partire, con chilometraggio illimitato, copertura contro danni da collisione (CDW) e furto (TP), copertura responsabilità civile e tutte le tasse, assistenza meccanica, 3 conducenti aggiuntivi gratis, un serbatoio di carburante gratis, GPS gratuito.

Il navigatore è fondamentale. Abbiamo notato che le tappe, studiate prima di partire con Google Maps, si sono rivelate un po’ più lunghe del previsto sia in termini di miglia che di tempo. Quindi il navigatore, oltre ad avere sicuramente le mappe aggiornate è più attendibile per stimare quando arriverete a destinazione. Potete tranquillamente impostarlo in italiano.

Per Giulia abbiamo obbligatoriamente noleggiato il seggiolino, una sofferenza sia per lei (abituata ad un tipo diverso) che per gli altri due passeggeri che a turno stavano dietro, ma queste sono le regole, uguali alle nostre del resto. Il noleggio del seggiolino è stato pagato al momento del ritiro.

Abituatevi a ragionare in miglia anziché in km. E’ in miglia la velocità consentita espressa sui cartelli stradali, sul contatore del cruscotto, del limitatore di velocità.

Per fare rifornimento di benzina (gasoline) entrate nel minimarket sempre presente presso i distributori, dichiarate quanti dollari di carburante volete mettere ed il numero della pompa dove avete posizionato la macchina, pagate, attendete l’ok e fate rifornimento. Noi abbiamo sempre messo la Regular e pagato in contanti. Con la carta di credito potreste ritrovarvi a dover inserire il codice postale, e siccome quello italiano non viene riconosciuto è meglio usare i contanti.

Il codice della strada è simile al nostro ma ai semafori si può svoltare a destra anche col rosso. Infine, prestate costantemente attenzione al limite di velocità segnalato dai cartelli (e dal navigatore) perché cambia alquanto spesso. Non ci pensate nemmeno a superarlo, a meno che non desideriate vincere un giro gratis sulla macchina della Polizia!

 

PATENTE INTERNAZIONALE: per attraversare Utah, Arizona, Nevada e California non l’abbiamo fatta. Comunque gli Stati americani sono tanti e ognuno ha le sue leggi, che peraltro possono cambiare, pertanto prima di partire controllate bene.

 

Per quanto riguarda l’ALIMENTAZIONE lasciate perdere le diete e godetevi gli Hamburger, il Fish & Chips ed il cibo messicano. Troverete tuttavia anche le insalatone.

La sera i ristoranti chiudono presto, veramente presto, mediamente alle nove. Cercate di andare a cena intorno alle sette, o comunque non oltre le otto, altrimenti rischiate il digiuno.

Portatevi una felpa perché all’interno di certi ristoranti l’aria condizionata è da congestione!

Osservate i piatti degli altri prima di ordinare, spesso le porzioni sono molto abbondanti e farete fatica ad arrivare in fondo al vostro piatto. Se ordinate un piatto da dividere in due (to share) non si straniscono affatto e dimezzate anche i costi. Se non riuscite a finire il piatto potete farvi fare una box per portar via gli avanzi.

Per i bambini chiedete sempre il Kid’s Menù. Ce l’hanno quasi tutti i ristoranti, la scelta è facilitata, le porzioni sono ridotte come pure i costi ma soprattutto ai bimbi piace perché ricevono una tovaglietta speciale con dei giochi ed i pastelli per colorare. E’ l’ideale per distrarli nell’attesa che il cibo venga servito.

Sul menù i prezzi sono indicati senza tasse. Il conto sarà del costo dei piatti più le sole tasse e vi verrà gentilmente proposto di lasciare la mancia, che in America è un must. La mancia minima è solitamente del 15 % che per gli americani corrisponde ad un servizio ritenuto sufficiente. Se pagate in contanti potete scriverla sullo scontrino su cui poi va scritto anche il totale, se invece pagate con carta di credito il sistema per aggiungere la mancia è elettronico.

Per i pranzi ci siamo spesso organizzati facendo la spesa al supermercato. Lungo la strada ci sono spazi dedicati per fare i pic-nic indicati dai cartelli Rest Area.

Come senz’altro tutti vi diranno, e ve lo confermo anch’io, fate una scorta di acqua e di viveri da tenere in macchina perché capita di fare miglia e miglia senza trovare niente dove potersi rifocillare. Soprattutto per i bambini ricordatevi che quando hanno fame non sentono ragioni! Bisogna pertanto essere attrezzati. Oltretutto fa piacere anche a noi adulti fermarsi, sgranchirsi le gambe e fare un break con succo di frutta e patatine. Nei supermercati vendono dei pratici contenitori termici in polistirolo. All’interno dei parchi, presso il Visitor Center, c’è quasi sempre la possibilità di riempire le borracce con acqua potabile.

 

LA SCELTA DEL PRIMO HOTEL: ricordatevi che dopo un volo a lungo raggio arriverete stravolti, perciò assicuratevi di garantirvi un buon riposo prenotando un valido albergo rapidamente raggiungibile dall’aeroporto e di verificare se ha il servizio navetta gratuito.

 

FUSO ORARIO : oltre alla differenza provenendo dall’Italia, anche passando da uno Stato all’altro può cambiare il fuso orario perciò vi ritroverete un’ora avanti o viceversa. Attenzione quindi all’orario perché si guadagna o si perde un’ora, che può fare la differenza per l’ingresso in un Parco o per andare a cena visto che i locali chiudono presto.

 

NATIONAL PARKS PASS: se intendete visitare più di un parco nazionale, conviene indubbiamente acquistare la tessera dei parchi ANNUALE.

Con esclusione dei parchi gestiti dagli indiani, il Pass è valido per i parchi statali, per una macchina con tutti i suoi passeggeri e potete entrare tutte le volte che volete nello stesso parco.

I Parchi sono tutti belli, ma che dico belli, bellissimi! Noi abbiamo fatto delle scelte, a priori e sul momento. Non scandalizzatevi se non siamo stati sullo Skywalk o all’Antelope Canyon.

DOVE COMPRARE IL PASS: online possono acquistarla solo i residenti perciò dovrete prenderla all’entrata di un qualsiasi parco nazionale, a meno che non ve l’abbia ceduta qualcuno ancora valida… eh sì, perché sul retro del Pass c’è lo spazio per due firme perciò, una volta tornati a casa, potete passarla ad altri, recuperando magari la metà del costo. La cessione del Pass conviene anche a loro! In pratica la firma nel primo spazio sarà la vostra (di una persona del gruppo), la seconda firma verrà messa da coloro a cui l’avrete ceduta.

All’ingresso dei parchi vi daranno una brochure con molte informazioni: storia, flora e fauna, punti ristoro e toilettes, percorsi (Trail), eventuali attività e visite guidate. Alcuni parchi sono visitabili solo con le navette. L’auto va lasciata nei parcheggi autorizzati, talvolta a pagamento.

In ogni parco è presente un Visitor Center dove potete chiedere quali sono i sentieri più adatti per i bambini. Il Visitor Center chiude generalmente alle cinque pomeridiane.

 

SERVIZI IGIENICI NEI PARCHI: sono sempre presenti, ben segnalati e raramente senza carta igienica. Talvolta sono basic (senza scarico).

 

ACCESSORI INDISPENSABILI: un adattatore e una spina multipla per ricaricare le batterie.

 

Ma quanto costa fare questo viaggio?? Si spende, c’è poco da fare. Godetevelo e basta, si vive una volta sola!

 

DIARIO

 

Domenica 5/8. All’aeroporto di SALT LAKE CITY, proprio prima dell’uscita, c’è un desk con l’addetto a chiamare gli alberghi affinché mandino la navetta. Restiamo subito colpiti dall’efficienza del servizio e dalla calda accoglienza al TRU BY HILTON che vi stra-consiglio. Eletto il miglior albergo della vacanza, ha una struttura moderna arredata in modo molto funzionale, le prese elettriche hanno anche la usb, la colazione è buona e variegata, il personale è giovane e gentilissimo ed i materassi sono superlativi. Dopo un lungo viaggio è un vero piacere dormirvi. Per chi riparte con un auto a noleggio questo hotel è doppiamente strategico perché, sempre con la navetta gratuita, si può tornare in aeroporto per ritirare l’auto presso i Car Rentals.

Avendo già cenato sull’aereo andiamo dritti a letto.

 

Lunedì 6/8. Ristorati da una bella dormita e consumata una lauta colazione, riprendiamo la navetta e andiamo a ritirare l’auto da Alamo. Per coinvolgere subito Giulia giocando, al nostro sesto compagno di viaggio, ovvero al navigatore, diamo il nome di Chihuahua.

Il nostro primo parco è l’ARCHES NP che raggiungiamo nel tardo pomeriggio. Il tramonto esalta i colori delle rocce che variano dal giallo dorato al rosso. Le loro incredibili forme sono una più particolare dell’altra. Qui infatti c’è la maggiore concentrazione al mondo di archi di arenaria. Percorriamo un breve sentiero fino ad affacciarci su un punto panoramico. In alcuni tratti camminiamo nella sabbia scalzi, un piacere possibile solo al calar del sole per non scottarsi i piedi.

Il MOTEL 6 di GREEN RIVER non ci piace un granché, soprattutto considerando il rapporto qualità-prezzo, ma per una notte ce ne facciamo una ragione. La deludente sistemazione è compensata dall’ottima cena al vicino Ristorante TAMARISK.

 

Martedì 7/8. Dallo Utah ci dirigiamo verso l’Arizona, con una tappa al DEAD HORSE NATIONAL PARK dove è stato girato il film Thelma & Louise. Dopo una bella camminata facciamo un pic-nic in compagnia degli scoiattoli.

Nel tardo pomeriggio arriviamo a CHINLE entrando nella RISERVA NAVAJO. Il THUNDERBIRD LODGE, dove pernotteremo due notti, è un po’ vecchiotto ma tutto sommato ben tenuto. Il vicino Ristorante è piuttosto triste nonché caro. Le camere sono dotate di frigo e bollitore con complimentary tea and coffe. Per fare colazione basta organizzarsi con dei biscotti.

Ceniamo in paese da DENNY’S, l’unico che alle nove non ci chiude la porta in faccia.

 

Mercoledì 8/8. Pur essendo vicinissimi al Canyon de Chelly e relativamente prossimi alle riserve indiane decidiamo di non correre a destra e a manca per goderci l’escursione nel Parco Nazionale della FORESTA PIETRIFICATA, esageratamente bello, particolare, quasi lunare. Il sito ha molti punti panoramici con vedute sul Painted Desert ed è attraversato dalla storica Route 66. Il Painted Desert Inn è un simpatico Trading Post tramutato in museo. Sulla Newspaper Rock sono visibili le incisioni rupestri risalenti a migliaia di anni fa. Ma è facendo i Trail nella BLUE MESA e nella CRYSTAL FOREST che si percepisce tutta la magia di questo posto. Che caldo però!

Tornati a Chinle ceniamo da JUNCTION presso il Best Western.

 

Giovedì 9/8. Dopo aver programmato Chihuahua fino a Page, partiamo pieni di entusiasmo per la Monument Valley! Qui si paga l’ingresso (non è compresso nel Pass).

Vicino al Visitor Center ci sono alcuni esempi di HOGAN, le tipiche abitazioni degli indiani Navajo. Avevamo verificato la possibilità di dormire negli Hogan, con tanto di escursioni nelle aree protette e racconti serali degli indiani davanti al fuoco, ma costa una sassata! Se potete permettervelo sarebbe un’esperienza da fare.

L’affaccio dal belvedere sulla vastità della MONUMENT VALLEY, senza fine e quasi senza tempo, è mozzafiato. Non riesco a trattenere le lacrime dall’emozione. Pur avendola vista in moltissimi film solo andandoci è possibile essere travolti dalla sua sconfinata bellezza.

La Monument Valley si visita in macchina percorrendo la strada segnalata. Ci sono diversi belvedere e un mercatino di artigianato Navajo. Immortaliamo Giulia a cavallo, proprio nel punto dove John Wayne ha girato Ombre Rosse. La possibilità di salire sul cavallo per farsi una foto è un business molto indovinato, ci puoi stare pochi minuti e costa 5$.

A poche miglia dalla Monument Valley non mancate di visitare il GOULDING’S TRADING POST LODGE dove John Wayne ha soggiornato quando ha girato i film nella valle. Il MUSEO è piccolo ma interessante e l’ingresso è ad offerta.

Il MOTEL 6 di PAGE è molto grande e c’è la possibilità di fare il bucato con le lavatrici e le asciugatrici a monete. A Page è tutto molto caro. Ne abbiamo la riprova anche a cena al CANYON KING, una “pizzeria di qualità all’interno di una vera nave a ruote sulla terraferma” come viene descritta dalla guida Le Routard. In effetti è un posto particolare e la pizza è buona.

 

Venerdi 10/8. Fare la spesa nei supermercati americani è un’esperienza. C’è talmente tanta roba da perdere la testa e la tentazione di comprare JUNK FOOD fa parte del divertimento! Giulia avvista le Pringles e ne propone l’acquisto dicendo: “Chi è con me?”

Impostiamo Chihuahua fino al KAIBAB LODGE, dove alloggeremo, che si trova poco prima dell’ingresso del Grand Canyon lato nord. Lungo il percorso facciamo una sosta per ammirare il verde smeraldino del fiume Colorado dal bel NAVAJO BRIDGE. I trasferimenti fanno parte del viaggio ed è bellissimo osservare il paesaggio che cambia. Per i bambini però bisogna inventarsi dei giochi, organizzare spuntini, fare delle soste e magari sperare in qualche pisolino. L’avvistamento degli animali è elettrizzante per tutti e verso sera le probabilità di vederli aumentano. Quando ci imbattiamo in un branco di bisonti l’emozione è grande.

Il KAIBAB LODGE si trova su un grande prato, dispone di baite di varie dimensioni ed ha un nucleo centrale con reception, ristorante, negozio e sala ricreativa. La nostra baita, oltre a salotto, cucina e bagno, ha due stanze da letto al piano terra più una nella mansarda.

Per la presenza di una squadra di volontari per lo spegnimento degli incendi boschivi, al ristorante del Lodge la cena tarda ad essere servita. Ad un certo punto chiediamo pietà almeno per Giulia che si sta addormentando sul tavolo! Il personale si dimostra gentile e comprensivo, anche con noi.

 

Sabato 11/8. La macchina per il caffè all’americana presente nella nostra cucina non funziona ma alla reception ci consentono gentilmente di servirci dai thermos senza pagare.

La visita del GRAND CANYON NORTH RIM ci vede impegnati tutta la giornata in un paio di facili e piacevoli Trail affacciati su panorami grandiosi (Transept Trail, Bright Angel Point Trail). Nel pomeriggio presenziamo ad un’attività organizzata presso il Grand Canyon Lodge. Assistiamo allo spettacolo di una famiglia di INDIANI della tribù HOPI che si esibisce danzando. Sono bravissimi e noi siamo felici che Giulia possa coronare il sogno di vedere gli indiani!

Sulla strada di ritorno notiamo un gruppo di fotografi appostati, sdraiati a terra vicino ad una pozza in attesa degli animali. Non si sono accorti che i cervi sono sul prato dall’altro lato della strada?! Ceniamo di nuovo al Lodge perché Chihuahua non segnala la presenza di ristoranti nelle vicinanze.

 

Domenica 12/8. Rientriamo nel parco del Grand Canyon North Rim per fare una altro Trail fino all’IMPERIAL POINT dal quale si gode una magnifica vista sul panorama. Ok Chihuahua, ora portaci a Bryce! Rientrando nello Utah, passando dallo ZION PARK vorremmo fotografare ogni singola roccia. Strada facendo catturiamo le immagini di piante, montagne, tende indiane, animali, vecchie macchine, carri in stile telefilm “La casa nella prateria”. Anche Giulia ha una macchina fotografica e si impegna molto.

Attraversando la cittadina di FREEDONIA notiamo dei piccoli graziosissimi Hotel in legno con veranda e anche KANAB ci colpisce per lo stile delle abitazioni e l’atmosfera western. Entrambe potrebbero essere da tenere in considerazione per un pernottamento.

Le BRYCE GATEWAYS CABINS, sulla strada al bivio per il Bryce Canyon, sono molto carine ed i letti sono comodi. Come di consueto negli alloggi troviamo bollitore, caffè e tè. La vicina cittadina di PANGUITCH è deserta perché è domenica. Fortunatamente in fondo al paese il FLYING M RESTAURANT è aperto e fa un Fish&Chips notevole.

 

Lunedì 13/8. Il BRYCE CANYON è uno dei parchi più belli degli Stati Uniti Occidentali. Per accedervi si deve prendere la navetta e lasciare l’auto al parcheggio. È il primo parco che troviamo “affollato”, anche se mi immaginavo di peggio. Facciamo tutto il NAVAJO TRAIL LOOP ammirando la bellezza delle formazioni rocciose. Quello che viene chiamato ANFITEATRO è assolutamente spettacolare. Giulia è sempre la prima ad avvistare qualcosa, ad esempio alberi dalla forma strana, cervi e scoiattoli. Meno male che ci sono! Il Trail, abbastanza lungo e faticoso a causa della temperatura elevata, per lei tutto sommato non ha una grande attrattiva. Dopo aver pranzato con soddisfazione presso il ristorante del Lodge del parco, per premiare Giulia, che è stata bravissima camminando tutta la mattina, facciamo una sosta al BRYCE WILDLIFE ADVENTURE NATURAL HISTORY MUSEUM, un posto adatto alle famiglie dove è consentito dare da mangiare ai cerbiatti nel recinto, un’esperienza che a Giulia piace moltissimo.

Ceniamo a PANGUITCH alla COWBOY’S SMOKE HOUSE, un ristorante rinomato per la bistecca che noi indubbiamente ci meritiamo. È necessario prenotare.

 

Martedì 14/8. La giornata è dedicata alla SCENIC BYWAY 12 considerata una delle strade più panoramiche dell’intero West. A CANNONVILLE ci fermiamo al Visitor Center. Nel giardino c’è una mostra sui primi insediamenti nell’area. Restiamo incantati dai tanti Colibrì (Humming Bird) che svolazzano freneticamente e Giulia scorge anche un cervo volante verde. Non le sfugge nulla!

Da Cannonville una deviazione conduce al KODACHROME BASIN STATE PARK, un posto il cui solo nome evoca la spettacolarità del luogo per chi ama la fotografia. Qui facciamo un bel Trail lungo un percorso roccioso attraversando un paesaggio magnifico punteggiato da bassa vegetazione. Alcune piante inaridite sembrano sculture.

Proseguiamo la nostra Scenic Trip passando da ESCALANTE dove, notando delle Roulottes di metallo, ci si ripresentano davanti agli occhi tanti film americani.

Giulia non perde l’occasione per reclamare una sosta fotografica “Chi è con me?”

A tarda ora (le sette di sera! ahhahhaha) arriviamo a CIRCLEVILLE dove pernottiamo presso il semplice e funzionale BUNK HOUSE MOTEL, di Michael & Virgin. Troviamo un foglio sulla porta con le istruzioni per entrare e le informazioni per andare a cena. Peccato che, come sappiamo, i ristoranti chiudano presto! Facciamo un tentativo incrociando le dita perché a Circleville non c’è praticamente niente. Il CIRCLEVILLE CAFE’ infatti è già chiuso, però ha le luci accese… e dentro c’è gente perché la fortuna vuole che ci sia una festa di compleanno. Bussiamo alla porta ma ci fanno segno che sono chiusi. Allora chiediamo a Giulia di “fare il gattino”. La provetta attrice da premio Oscar, mostrando il visino sconsolato davanti alla porta, muove a compassione le ragazze del locale che riaprono e ci fanno entrare a patto che ci si accontenti dei sandwich. Giulia sorride soddisfatta della propria prestazione ed esclama “Chi è con me?”

Per la cortesia di averci sfamato lasciamo con piacere una mancia generosa alle giovani ristoratrici.

 

Mercoledì 15/8. L’impostazione della destinazione del giorno su Chihuahua è un rituale mattutino. Dove siamo diretti oggi che è Ferragosto? A LAS VEGAS! E toccando un nuovo stato: il Nevada.

Dopo avere letto diverse recensioni abbiamo scelto di alloggiare al TREASURE ISLAND. Lasciamo la macchina nel parcheggio libero dell’albergo (VALET FREE) ed entriamo all’interno del complesso alberghiero che vanta un bel casinò, il teatro, un paio di ristoranti, un bar, uno Starbucks e alcuni negozi. Per non fare la coda alla reception è possibile fare l’express check-in (e l’express check-out) in modo automatizzato in un’apposita stanza, una cosa che non avevamo mai sperimentato prima. L’importante è avere una carta di credito.

L’attenzione di Giulia viene subito catturata dall’immensa area piena di slot machines che si illuminano e suonano. Vorrebbe curiosare, ma ai bambini è permesso unicamente transitare ai margini del camminamento e solo se accompagnati. Di questa regola è piuttosto contrariata.

Agli ascensori c’è un addetto al controllo della chiave della camera, se non ce l’hai non sali. Preso possesso delle stanze scendiamo per andare a cena da SENOR FROG’S che propone specialità messicane. Dopo cena, lasciata Giulia con Enrico, vado con Chiara e Susanna sulla Strip restando abbagliata dallo sfavillio delle sue luci.

 

Giovedì 16/8. Fatta colazione da Starbucks, ci separiamo per visitare Las Vegas con un ritmo personalizzato. Io e Susanna vogliamo vedere gli Hotel più particolari e famosi. Passiamo attraverso i Casinò di tutti gli alberghi per non soccombere al gran caldo. Non avrei mai immaginato di adorare così tanto l’aria condizionata! L’Hotel più bello è senza dubbio il VENETIAN, dove c’è addirittura il Canal Grande con tanto di vere gondole su cui è possibile fare un giro.

Entriamo in un albergo dietro l’altro e in alcuni centri commerciali, ma è l’HARD ROCK CAFE’ che cattura la mia attenzione con i suoi cimeli, tra cui la giacca di camoscio con le frange che indossava Roger Daltrey degli Who a Woodstock! “See Me, Feel Me”…(sospiro).. Se all’epoca non avessi avuto solo quattro anni avrei proprio voluto esserci a quel mitico festival!

Dopo aver trascorso i giorni precedenti nei parchi e in mezzo alla natura, Las Vegas è proprio tutto un altro mondo. Chi non la ama la sminuisce dicendo che è tutta finta, ma a noi piace perché è come stare dentro ad un immenso parco giochi. Interrompiamo la nostra maratona solo per pranzare da BUBBA GAMPS con una ricca insalatona, ovviamente con i gamberi!

Alle cinque ci ritroviamo con Chiara, Enrico e Giulia presso il teatro del TREASURE ISLAND prontissimi per lo spettacolo MYSTÈRE del CIRQUE DU SOLEIL che, molto prima di partire, abbiamo prenotato online con uno sconto. In breve tempo il teatro si riempie tutto, c’è aroma di pop corn e tanta aspettativa. Quando lo spettacolo inizia non sappiamo dove guardare! Sbucano acrobati da tutte le parti! Gli sketch comici sono mimati e comprensibilissimi anche da chi non sa l’inglese, i numeri circensi sono di altissimo livello, la musica è suonata dal vivo, le cantanti sembrano fate. Sembra di stare dentro ad un incantesimo. Giulia è affascinata.

Al termine dello spettacolo Enrico commenta “non ricordo quanto ci è costato ma ne è valsa veramente la pena!” ed io ringrazio le mie colleghe, Cinzia e Lara, per le dritte sul viaggio e per essersi raccomandate di non perdere l’occasione di assistere ad uno spettacolo del Cirque du Soleil perché a Las Vegas è completamente un’altra cosa!

Prima di cena vado a bere una birra con Susanna al GILLEY’S dove sono in corso lezioni di ballo e sfide sul toro meccanico. Per comodità torniamo tutti a cena da SENOR FROG’S poi mi riaffaccio con Chiara al GILLEY’S dove un complesso country suona accompagnando i balli di sala. C’è una bella atmosfera.

 

Venerdì 17/8. Lasciamo la città che non dorme mai per andare verso ovest. Arrivati nella DEATH VALLEY capiamo perché si chiama Valle della Morte: fa un caldo infernale! Il termometro segna 119 gradi Fahrenheit, quasi 50° C! La fatica a cui sottoponiamo i nostri fisici però è ampiamente ricompensata dallo scenario unico. Le soste sono brevi per ragioni di sopravvivenza. Per darvi un’idea della calura, al FURNACE CREEK Visitor Center l’acqua dei fontanelli per il refill delle bottiglie esce calda. Io e Chiara acquistiamo una NECKBANDOO, bandana che trattiene l’acqua, ma ci pare che non funzioni molto.

Ripartiamo diretti verso la California. Per la notte abbiamo prenotato un TIPI indiano con cinque letti ad OLANCHA. Poiché per arrivarci si sta facendo tardi propongo di fermarci a PANAMINT per una cena veloce. Chi è con me? Il simpatico tormentone creato da Giulia ha conquistato tutti!

Di sicuro avremmo saltato la cena se non ci si fosse fermati, quindi abbiamo fatto bene, ma ora dobbiamo raggiungere la nostra destinazione entro l’orario del check-in, ovvero le 10 pm.

Col buio fatichiamo a trovare l’OLANCHA RV MOTEL ma riusciamo ad arrivare in tempo. Purtroppo, a causa di un disguido, non risulta la prenotazione e non sanno come fare. Figuriamoci noi! Giulia si è già addormentata e noi, stanchi, non vediamo l’ora di riposarci. Mostrando la prenotazione confermata evidenzio fermamente che sono tenuti a garantirci un alloggio. Ne convengono e, chiedendoci di pazientare, cercano una soluzione. Dopo le verifiche del caso ci offrono due TIPI più piccoli, di cui uno arrangiato con due brande, e naturalmente uno sconto. E che dobbiamo fare? Accettare e andare a dormire! Chi è con me?

 

Sabato 18/8. Impostiamo Chihuahua fino a June Lake, una graziosa località turistica. Per gli amanti del genere western segnalo la sosta a LONE PINE dove c’è un museo dedicato ai tanti film che sono stati girati in questa zona. Pensate che Barbara Stanwich ha voluto che le sue ceneri venissero sparse proprio qui. Pranziamo a BISHOP da JACK’S. Siccome oltre ad essere Ristorante è anche Bakery, già che ci siamo compriamo una torta di mirtilli (Blueberry Pie) per la colazione di domani.

Le camere del JUNE LAKE VILLAGER sono belle e confortevoli. In paese c’è la fabbrica di birra JUNE LAKE BREWERY dove è possibile fermarsi a bere. Facciamo una passeggiata fino al GULL LAKE MARINA dove ci rilassiamo contemplando il lago. Ceniamo al TIGER BAR apprezzando un salmone squisito accompagnato dalla birra locale.

 

Domenica 19/8. La nostra prossima meta è il Parco Nazionale di YOSEMITE che è immenso. Noi iniziamo a visitarlo entrando dal lato est. All’ingresso del TIOGA PASS ci danno le brochure con le mappe e i percorsi. Siamo impressionati dalla maestosità delle montagne e dalla vegetazione, così bella che sembra disegnata. Dopo aver chiesto le consuete informazioni al Visitor Center decidiamo di fare un paio di Trail nelle TUOLUMNE MEADOWS. Camminiamo fino al Parsons Memorial Lodge attraversando un ponte sul fiume Tuolumne River, poi torniamo indietro e con la macchina ci avviciniamo al POTHOLE DOME, un sassone bianco esageratamente bello che scaliamo a piedi (fino ad un certo punto) respirando a pieni polmoni l’aria buona  e riempiendoci gli occhi del magnifico panorama. Dopo il pic nic in compagnia di corvi e scoiattoli ci cimentiamo nel Trail TUOLUMNE GROVE OF GIANT SEQUOIAS che ci porta fino ad una dozzina di gigantesche sequoie. Sono davvero impressionanti. Arriviamo fino alla FALLEN MONARCH, una sequoia caduta e quindi sdraiata a terra, poi torniamo indietro passando sotto il CALIFORNIA TUNNEL TREE, un traforo naturale nel tronco di una sequoia enorme.

Uscendo dall’altro lato del parco notiamo le tracce degli incendi scoppiati proprio un paio di mesi prima del nostro arrivo. Fortunatamente alcune strade sono state riaperte giusto in tempo ma in certi punti sono ancora presenti le fiamme. A MARIPOSA, strategicamente vicina all’ingresso OVEST di YOSEMITE e a poche ore di distanza dalla costa, abbiamo prenotato per un paio di notti la BLUE OAK HAVEN, una casa da sogno. Già entrando nel giardino restiamo estasiati. L’eccitazione sale esplorando la casa, la sua struttura, i comfort e le attenzioni dei padroni di casa. Tanto per dirne una, hanno addirittura pensato di mettere a disposizione degli ospiti gli occhiali da vista con varie gradazioni per consentire la lettura dei libri e delle riviste dell’angolo biblioteca! La casa è dotata di una stanza per la lavanderia, in giardino c’è un’area attrezzata per il barbecue e la cucina sembra il set di una puntata di Master Chef. Abbiamo prenotato la casa tramite Booking.com, comunque questo è il contatto di VICKIE HAYER info@blueoakhaven.com e questo il sito Blueoakhaven.com. Nonostante la super cucina della casa, essendo piuttosto stanchi andiamo a cena in paese al modaiolo RISTORANTE 1850.

 

Lunedì 20/8. Trascorriamo la mattinata ancora a YOSEMITY, nel versante occidentale del parco, ammirandone la foresta e le alte ed abbaglianti montagne dell’HALF DOME e del CAPITAN. Compriamo qualche souvenir al Village Store del parco e poi torniamo a casa trascorrendo il pomeriggio in totale relax ma approfittando della lavatrice per fare il bucato. Mentre mi crogiolo al sole sulla veranda, noto improvvisamente qualcosa che, velocemente, quasi furtivamente, attraversa il giardino. Cosa sarà? Mi sembra di aver intravisto un animale con una coda lunga…

Chiamo Chiara. Silenziosamente, quatte quatte, avanziamo nella direzione in cui si è diretto l’animale che riappare e scappa allontanandosi rapidamente: è un COYOTE! Gli corriamo dietro, ma lui è molto più veloce. Siamo sicure di avere avuto una reazione normale? Scoppiamo a ridere.

Ceniamo a casa preparando una salutare insalatona ed una mega-frittata di 15 uova. In casa c’è tutto, anche l’olio d’oliva, ma ci sembra un po’ irrancidito… Ta-daaaa.. dal mio bagaglio spunta magicamente un boccettino col contagocce in cui, prima di partire, ho messo dell’olio EVO di prima qualità. Lo sapevo che sarebbe tornato utile!

 

Martedì 21/8. Siamo totalmente innamorati di questo posto, tanto che vorremmo trattenerci qui ma SAN FRANCISCO ci aspetta! L’ultima tappa in macchina è quasi liberatoria al pensiero che non dovremo più macinare miglia. Accediamo alla città attraversando il Ponte Nuovo pagando un pedaggio di 6$. Riconsegnata l’auto in O’Farrel St andiamo a piedi fino al WHITCOMB HOTEL, situato su Market St, con una prima impressione sconfortante della zona data la presenza di numerosi senzatetto. Il Whitcomb ci è stato consigliato. E’ un Hotel storico e ne conserva senz’altro le caratteristiche nell’aspetto esteriore, negli ascensori e negli arredi ma anche negli impianti elettrici decisamente non più a norma, negli scarichi dei wc rumorosi e mal funzionanti ed in una certa dose di polvere nelle camere, soprattutto negli angoli. A proposito di pulizia un giorno ci hanno messo un asciugamano “pulito” assolutamente sporco ed il personale della reception non brilla certo per gentilezza. In poche parole io NON ve lo consiglio.

Per visitare San Francisco bisogna avere innanzitutto delle buone scarpe, una mappa della città e un abbonamento ai trasporti. Consiglio l’acquisto del CITY PASS, valido 9 giorni consecutivi, che consente l’utilizzo illimitato per 3 giorni consecutivi di tutti i trasporti della MUNI (Cable Car, tram e autobus), da diritto ad una crociera di un’ora nella baia, all’ingresso all’Accademia delle Scienze, all’Acquario e in alternativa all’Exploratorium o al SFMOMA (San Francisco Museum of Modern Art). Inoltre garantisce uno sconto sul noleggio delle bici con Blazing Saddles e Parkwide e per gli acquisti da Bloomingdale’s e Macy’s. Il CITY PASS costa 89$ per gli adulti e 69$ per i bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. Trovate tutte le informazioni sul sito su citypass.com/sf. Noi l’abbiamo comprato da Macy’s.

Nei nostri tre giorni di permanenza a San Francisco abbiamo visto diverse cose iniziando la nostra esplorazione subito a bordo di uno STORICO CABLE CAR e precisamente di quello che parte dal TURNAROUND di Powell St. Per evitare la ressa abbiamo guardato le famose manovre a mano per invertire il senso di marcia e poi siamo andati a prenderlo alla fermata successiva.

Al FISHERMAN’S WHARF si respira l’aria di mare e l’atmosfera festosa del molo. Il più famoso è il PIER 39 dove i SEA LIONS (leoni marini) si godono il sole e si fanno fotografare quasi mettendosi in posa. Sul molo ci sono negozi per fare shopping e localini per mangiare. Ne segnalo un paio dove siamo stati noi: CHOWDERS e HAMBURGHER SURF. Il must da provare è il Clam Chowder, la zuppa di pesce dentro la scodella di pane.

Il giro in Battello è molto piacevole, si passa sotto al GOLDEN GATE e si gira intorno ad ALCATRAZ. A proposito di Alcatraz, inizialmente avevamo pensato di visitarla ma poi abbiamo desistito per non impressionare Giulia.

E’ divertente andare su e giù per le strade di San Francisco, soprattutto con i mezzi perché a piedi le pendenze sono piuttosto impegnative. Lombard Street è più bella in foto che vista dal vivo, forse approcciandola dal basso è meglio. Nel quartiere di Russian Hill come in quello di Marina le case sono una più bella dell’altra. Chinatown è una città nella città, anche Japantown è da vedere. Usufruiamo del Pass per visitare l’ACQUARIUM OF THE BAY, la CALIFORNIA ACADEMY OF SCIENCES nell’edificio progettato da Renzo Piano e l’EXPLORATORIUM, un Museo interattivo dedicato a tutti gli aspetti della fisica e della scienza. Giulia, incuriosita da tutto, addirittura non vuole mangiare per poter sperimentare il più possibile. L’Acquario piace molto ai bambini, l’Accademia delle Scienze è bella per grandi e piccini ma l’Exploratorium è davvero un esperienza per tutti da non perdere.

Per comodità abbiamo sempre fatto colazione da DINER’S e consumato le nostre cene da SAM’S DINER 1229 Market St, entrambi proprio di fronte all’albergo.

Per andare all’aeroporto si può prendere la BART (trasporto rapido su rotaie) oppure, come abbiamo fatto noi, chiedere in albergo di prenotare un comodo Shuttle privato.

 

Dedicato a Giulia, grazie alla quale ho fatto un viaggio nel viaggio.

E forse anche voi. Chi è con me?

Love, Charlie

Vienna e Praga “Over 75”

VIENNAPRAGAVIENNA E PRAGA “OVER 75”

Periodo del viaggio: giugno 2018

Tipologia: fai da te

 

 

 

E perché questa volta nel titolo specifico OVER 75?

Perché con tre diversamente giovani, quasi ottantenni, bisogna viaggiare con flessibilità.

Innanzitutto ecco qualche informazione pratica.

Per entrambe le destinazioni occorre avere la carta d’identità valida per l’espatrio.

Dall’Italia è senz’altro più agevole l’aereo per gli OVER 75. Noi da Bologna abbiamo volato a Vienna con Austrian Airlines e da Praga siamo tornati con un volo Czech Airlines.

Da Vienna abbiamo raggiunto Praga con un treno. Ho trovato informazioni molto dettagliate e utili (in inglese) sul sito www.seat61.com che consulto ogni volta che devo prendere un treno all’estero. Sul sito ci sono anche i link per prenotare.

Tra quelli indicati ho utilizzato GOEURO (l’ho trovato più semplice). Come da noi ci sono Trenitalia e Italo, in Austria ci sono RAILJET e REGIOJET. Il tempo di percorrenza è praticamente lo stesso ma la nostra scelta è ricaduta sul secondo semplicemente per prezzo e orario.

I nostri alberghi: a Vienna abbiamo dormito all’IBIS WIEN MARIAHILF mentre a Praga abbiamo alloggiato al MOTEL ONE PRAGUE e di entrambi vi elencherò le funzionalità nel diario.

A Vienna si usano gli Euro mentre a Praga ci sono le Corone e a proposito del cambio avevamo letto che la cosa migliore è prelevare dagli ATM. In realtà il cambio del bancomat si è rivelato meno favorevole di quello dei cambiavalute ufficiali (ufficiali mi raccomando!).

Precisamente prelevando all’ATM 1 € = 22,90 CZK, cambiando all’Exchange 1€ = 24,80 CZK.

A Praga, per un’intera giornata, ci siamo avvalsi anche dei servizi di un italiano che vi risiede e fa la guida. Una scelta assolutamente azzeccata! Nel diario trovate i riferimenti.

Una nota sul cibo: a Vienna Gulash, Wiener Schnitzel (la tipica cotoletta), Sacher Torte e Apfelstrudel (strudel di mele) hanno incontrato il favore di babbo, mamma e zia mentre a Praga l’anatra ancora ancora, ma la carne servita con la marmellata e gli gnocchi di pane sono stati apprezzati con qualche riserva.

La birra è indiscutibilmente buonissima.

Una settimana è sufficiente per vedere le due città?

Dipende da quante cose volete vedere, io sarei rimasta un mese intero!

Però, per i desiderata dei miei tre OVER 75, una settimana è bastata.

A VIENNA abbiamo visitato il Duomo STEPHANSDOM, l’HOFBURG con il SISI MUSEUM ed il SILBERKAMMER (museo degli Argenti e Porcellane di corte), lo SCHLOSS SCHÖNBRUNN, il MUSEO DI STORIA NATURALE, il BELVEDERE SUPERIORE (Klimt).

A PRAGA abbiamo visitato il CASTELLO, la CATTEDRALE DI SAN VITO, la PIAZZA VECCHIA con l’OROLOGIO ASTRONOMICO, il PONTE CARLO, PIAZZA SAN VENCESLAO, il MUSEO EBRAICO con il CIMITERO, il MONASTERO di STRAHOV.

In che condizioni sono tornati i tre OVER 75?

Ce l’hanno fatta egregiamente con qualche accorgimento: sfruttando i trasporti pubblici (efficientissimi in entrambe le città) nonché trenini e bus turistici e, a fine giornata,  accontentandoci di andare a cena poco lontano dagli alberghi.

VIENNA

Sabato. All’aeroporto di Vienna abbiamo fatto i biglietti per la zona extraurbana e per la metro alle macchinette ÖBB.  Per andare in centro città si prende la S7 e si scende a Wien MITTE/Landstrasse dove si cambia. Per l’IBIS WIEN MARIAHILF da Wien Mitte si prende la metro U3 ARANCIONE in direzione OTTAKRING e si scende alla fermata WESTBAHNHOF. A pochi minuti a piedi di distanza, sul viale, c’è l’albergo.

Abbiamo scelto l’IBIS WIEN MARIAHILF perché ha l’ascensore, perché la linea della metro più vicina (U3) è molto funzionale per raggiungere i punti di interesse della città e perché la colazione (lo confermo) è superlativa.

Vienna ha una fantastica rete di trasporti urbani: metro, tram e autobus.

Gli ingressi della metro sono contrassegnati da una grossa U. Per capire la direzione i cartelli sono di facile lettura e comunque, se serve aiuto, la gente del posto è molto gentile.

Acquistando la Vienna CARD cittadina (per 24/48/72 ore a seconda della necessità) potete prendere tutti i mezzi quante volte volete ed avete diritto anche agli sconti sui biglietti d’ingresso di diversi musei. Ricordatevi di obliterarla al primo utilizzo e conservatela con cura.

Essendo arrivati nel primissimo pomeriggio, per praticità e per fame, abbiamo mangiato un boccone in hotel (menù senza infamia e senza lode) e poi, presa la metro U3 in direzione SIMMERING siamo andati in centro fino a STEPHANSPLATZ per ammirare il Duomo di Santo Stefano i cui interni barocchi sono un tripudio di magnificenza.

Fatto un giretto a piedi nei dintorni siamo tornati verso “casa” con un tram.

Cena alla BRASSERIE DE LA MARIE in Amerlingstrβe 15 (fermata metro più vicina Neubaugasse), un localino carino dove abbiamo mangiato bene e ha pagato la zia.

Domenica. Dopo la lauta colazione a buffet dell’albergo, al ticket office della stazione metro Westbahnhof  abbiamo acquistato la VIENNA CITY CARD e siamo partiti con la nostra U3 in direzione SIMMERING per andare a visitare l’HOFBURG.

Il BIGLIETTO SISI TICKET (memo richiedere lo sconto possessori Vienna Card) consente di visitare gli appartamenti imperiali KAISERAPPARTMENTS, il SISI MUSEUM, il SILBERKAMMER (argenti e porcellane), il Museo del Mobile (che noi però abbiamo tralasciato per stanchezza) e le 40 stanze dello SCHLOSS SCHÖNBRUNN.

ATTENZIONE: alla biglietteria specificate bene quale biglietto volete acquistare altrimenti vi danno solo il biglietto per l’HOFBURG e per vedere SCHÖNBRUNN dovete comprare un altro biglietto.

Che dire dell’HOFBURG: la potenza degli Asburgo, traspare da ogni singolo calice, piatto e tovagliolo. E’ un’apoteosi di ricercatezza in quantità sbalorditiva in un ambiente immenso e imponente.

Avevo individuato un posto molto particolare per il brunch domenicale in zona BURGGARTEN, ovvero alla PALMENHAUS all’interno di una serra, ma dopo aver camminato per ore e lentamente tra le suppellettili di corte abbiamo optato per il piacevole e comodo ristorante dentro l’HOFBURG annesso ai Kaiserappartments dove la zia ha pagato soddisfatta.

Nei giardini di fronte all’Hofburg si trovano due edifici gemelli, quello a sinistra è il NATURHISTORISCHES MUSEUM, ovvero il MUSEO STORIA NATURALE (memo: chiuso il martedi). Nel magnifico contesto del palazzo che lo ospita dentro a questo museo c’è tutto, ma proprio TUTTO ciò che fa parte della natura: dai dinosauri ai frammenti di astri celesti. La sezione dedicata agli animali è stupefacente e talmente completa che ancora una volta ti domandi: ma quante possibilità economiche avevano gli Asburgo per avere una collezione così!

Nel Museums Quartier, situato poco più giù, non siamo stati perché eravamo tutti bolliti.

Con la nostra affidabile metro U3 siamo tornati all’albergo e abbiamo cenato nel vicino ZUM HAGENTHALER, un locale frequentato dalla gente del posto.

Lunedì. La residenza estiva degli Asburgo conta ben 1441 stanze.. meno male che non sono tutte visitabili! Con il CLASSIC PASS allo SCHLOSS SCHÖNBRUNN si può comunque vedere, oltre alle 40 stanze aperte al pubblico (tutti i giorni anche i festivi) anche la Gloriette per una vista panoramica sulla città, l’Orangerie ed i Giardini imperiali.

E’ un’emozione entrare nelle stanze, così ricche di storia e arredate con gusto raffinato. Ascoltando l’audioguida inclusa nel biglietto si fa un salto indietro nel tempo.

Il parco è immenso e curatissimo. Pagando 8 euro si può usufruire del trenino che fa il giro del perimetro dell’intera tenuta. Per gli OVER 75 non è neanche pensabile fare tutto il percorso a piedi, sono soldi spesi bene.

Abbiamo pranzato vicino l’ingresso dello zoo, dove il trenino fa una fermata, alla GASTHAUS TIROLERGARTEN, uno chalet in stile rustico con tavoli sia all’interno che all’esterno, dove abbiamo mangiato bene.

Per cena siamo tornati da ZUM HAGENTHALER restando però meno soddisfatti del giorno precedente.

 

Martedì. Non essendo i miei OVER 75 abituati a girovagare dalla mattina alla sera, giunti al terzo giorno ho percepito un calo di energia. Non per le mandibole a colazione però!

Per recuperare abbiamo pensato di fare il giro turistico della città sul Big Bus, uno di quei bus a due piani che ormai si vedono in tutte le città del mondo. A Vienna fa un giro piuttosto completo. Con un biglietto giornaliero (anche questo scontato grazie alla Vienna Card) siamo comodamente stati trasportati da un capo all’altro della città vedendo cose che probabilmente avremmo perso come la Ruota del Prater, le stazioni della metro gemelle disegnate da Otto Wagner, il Palazzo della Secessione, il Danubio.

Per l’appunto, a Vienna il Big Bus fa una fermata proprio davanti all’ingresso dell’IBIS WIEN MARIAHILF perciò alloggiarvi può essere un buon motivo se si pensa di dover utilizzare questo servizio. Dal Big Bus puoi scendere quando vuoi e risalire sul mezzo successivo.

Così per pranzo siamo scesi nei pressi del NASCHMARKT dove abbiamo pranzato, all’aperto, in uno dei tanti ristorantini all’interno del mercato.

Affacciati sul mercato ci sono degli splendidi edifici decorati.

Ripartiti col Big Bus siamo andati fino al Palazzo Belvedere dove abbiamo visitato la mostra permanente del BELVEDERE SUPERIORE che annovera, fra altre opere, il Bacio e la Giuditta di Klimt. Una pura visione estatica.

A questo proposito vi consiglio di leggere il bellissimo libro di Laurie Lico Albanese “LA BELLEZZA RUBATA” che racconta la storia di Adele Bloch-Bauer, musa ispiratrice dei quadri di Klimt, nel momento storico dei fermenti artistici della Secessione e della seconda guerra mondiale.

Tornati all’albergo comunque stanchi, siamo andati a cena sempre più vicino, alla pizzeria OPERA DI VINO che è proprio sull’altro lato del marciapiede.

PRAGA

Mercoledì. Fatta la solita abbondante colazione, abbiamo lasciato l’albergo con un taxi e siamo andati alla stazione HAUTBAHNHOF. Qui abbiamo preso il treno REGIOJET per Praga. Sulla carrozza Relax del Regiojet Express offrono acqua, caffè e altri generi di conforto. A prezzi modici sono acquistabili anche i panini.

La stazione principale PRAGUE HLAVNI ha una splendida cupola restaurata.

Per trasferirci all’albergo si possono utilizzare i mezzi pubblici ma, con i bagagli, abbiamo preferito utilizzare un taxi. Chiedete a qualcuno dove stazionano i taxi ufficiali o rischiate di salire su quelli abusivi e pagare di più.

Il MOTEL ONE PRAGUE è un albergo molto funzionale situato vicino alla fermata della metro FLORENC (dove si incrociano la linea B GIALLA e LA C ROSSA).

Nella strada passano anche tram e bus. I biglietti per i mezzi pubblici si fanno alle macchinette o si comprano nelle edicole. Ci sono biglietti per 30 minuti, per 90 minuti, per 24 ore o per tre giorni.

Con un bel sole abbiamo fatto una prima passeggiata fino al PONTE CARLO passando dalla CASA MUNICIPALE, sotto la PORTA DELLE POLVERI, dalla PIAZZA STAROMETZKA dove c’è l’OROLOGIO ASTRONOMICO e tra i vicoli della KARLOVA.

Praga è ancora oggi quel gioiellino che vagamente ricordavo essendoci stata parecchi anni fa.

ATTENZIONE: il selciato è acciottolato, portatevi calzature comode e ammortizzanti.

Per la cena siamo andati nella piazzetta dove ora c’è il Museo del Comunismo, alla birreria KOLKOVNA CELNICE. A me è piaciuto molto il menù tipicamente ceco, agli altri insomma…

La zia ha pagato ciononostante.

Giovedì. Le colazioni a buffet in hotel sono state un appuntamento molto amato del viaggio e anche presso il MOTEL ONE di Praga è stata di nostro gradimento.

Quella dell’IBIS però è stata giudicata superiore, per la varietà, la qualità e la quantità.

Per la visita della città il babbo ha pensato di prenotare una guida italiana che vive a Praga contattandolo tramite il suo sito BIGHELLONANDO A PRAGA www.vivipraga.eu.

MARCO CIABATTI svolge questo lavoro con passione e visitare una città con una persona del posto, e con cui ti puoi capire, è decisamente tutta un’altra cosa. Lo consiglio spassionatamente, non solo per gli OVER 75.

Con Marco abbiamo visto il PONTE CARLO, l’ISOLA di KAMPA, il CASTELLO, la CATTEDRALE DI SAN VITO, il VICOLO D’ORO, il JOHN LENNON WALL, la PIAZZA SAN VENCESLAO, il KLEMENTINUM.

Per i miei genitori e mia zia ha avuto attenzioni e sensibilità. E’ venuto a prenderci in albergo, ci ha guidato per la città narrandoci eventi storici, mostrandoci curiosità, spiegandoci per filo e per segno il funzionamento del complicato Orologio Astronomico, al momento della nostra visita in restauro ma, grazie ad uno schermo digitale, comunque visibile funzionante.

Un suggerimento di Marco che a mia volta vi do è di andare nel negozio BOTANICUS, nella corte TYN proprio dietro la Chiesa di Santa Maria di Tyn dove vendono prodotti cosmetici eccezionali (saponi, oli essenziali ecc). Nella corte ci sono anche dei bei localini.

Praticamente distrutti siamo andati a cena in un locale non troppo lontano dall’albergo, LA REPUBLICA. A me è piaciuto, ai miei OVER 75 un po’ meno per il frastuono della musica dal vivo. La zia comunque ha pagato senza replicare.

Venerdì. C’è il Bug Bus anche a Praga? Sì c’è, ma non non ne abbiamo visto nemmeno uno.

Con calma e coraggio abbiamo trascorso la mattinata nel cuore dell’interessante quartiere ebraico JOSEFOV, visitando le sinagoghe e i musei con l’aiuto dell’audioguida ritirabile al punto 2 del percorso. I biglietti si fanno vicino alla Old/New Sinagogue e sono di due tipi: per tutte le sinagoghe o per tutte meno la Vecchia/Nuova.

In ogni caso lasciatevi la Sinagoga Spagnola per ultima perché è la più ricca ed abbagliante.

Il pranzo presso il ristorantino ebraico CHABAD’S SHELANU KOSHER è piaciuto a tutti.

Per riposare i piedi abbiamo preso un bus. Ad un certo punto ci siamo ritrovati allo stadio ai margini della città. Senza sgomentarci, con l’aiuto dei passanti (anche a Praga molto gentili), abbiamo preso un altro autobus arrivando fino al MONASTERO STRAHOV dal quale si gode di una fantastica vista panoramica sulla città e sulla collina di PETRIN, dove spicca una copia della Torre Eiffel, più piccola dell’originale francese ma altrettanto notevole.

Nel Monastero potete vedere la Biblioteca all’interno di due grandi sale con pareti e soffitti spettacolari. Peccato non potervi accedere, si possono ammirare solo dalla porta.

Seduti sulle panchine del piccolo giardinetto situato sotto al Monastero ci siamo riempiti gli occhi della magnifica Praga. Con una passeggiata in discesa (un po’ azzardata per gli OVER 75enni) siamo arrivati al bivio che porta al Castello e proseguendo fino alla piazza del Parlamento dove abbiamo preso il tram per tornare in albergo.

Ormai consapevoli di essere “alla frutta” abbiamo cenato sempre più vicino, nel piacevole ristorante LA CORTE.

Sabato. Girando per il centro di Praga, così vitale (per gli OVER 75 pieno di confusione), abbiamo valutato di aver scelto bene alloggiando al tranquillo e moderno MOTEL ONE, oltretutto situato in posizione strategica per andare all’aeroporto: con il biglietto da 90 minuti si prende la METRO B GIALLA da FLORENC (per scendere c’è l’ascensore) fino al capolinea ZLICIN e poi si prende il BUS 100 che arriva dritto all’aeroporto.

Per tutto il resto… paga la zia!

Un ringraziamento speciale a:

mio babbo,

dal quale ho ereditato il desiderio di viaggiare, per avermi chiesto di andare in queste due città

mia mamma,

che ha partecipato, abbandonando la sua proverbiale stanzialità, per fare felice il babbo

Etiopia

20171231_174418ETIOPIA – Regioni Amara e Tigré

Periodo : dicembre 2017 – gennaio 2018

Durata : 11 giorni

Tipologia di viaggio: di gruppo con Avventure nel Mondo (ETIOPIA BREVE)

 

 

Itinerario: ADDIS ABEBA – BAHIR DAR – GONDAR – DEBARK – SIMIEN PARK – ADIGRAT – AXUM – MAKALLE’ – LALIBELA

Per il visto on-line: https://evisa.gov.et/#/home. Serve la scansione del passaporto e di una foto tessera e il nome del primo albergo dove alloggerete. Riempite il formulario con i dati richiesti, pagate con la carta, attendete la mail con il visto da stampare.

 

DIARIO

 

L’anno etiope ha un mese in più perciò, benché per noi il viaggio inizi nel 2017, secondo il loro calendario veniamo catapultati nel 2010. Evviva! Abbiamo trovato la macchina del tempo!!

 

Atterrati ad Addis Abeba il grosso del gruppo va al controllo passaporti. Vado con Enrico e Matteo a cambiare gli Euro per la cassa al money change situato subito prima dei controlli. Purtroppo facciamo subito “i conti” con la scorrettezza dell’impiegato e vi racconto la dinamica del furto affinché non ne siate vittime anche voi. Avendo già contato i contanti da cambiare, consegniamo gli Euro dichiarando l’ammontare all’impiegato mentre costui incalza Give me the money, give me the money! Sgarbatamente veniamo invitati a compilare anche un modulo con l’importo versato e i dati di un passaporto. Nel mentre lui infila gli Euro nella macchina contabanconote.

Chiediamo il tasso di cambio. Parecchio scocciato lo scrive sul modulo e scrive anche l’importo totale che ci verrà corrisposto in Birr. Un momento, il calcolo non torna… ci dev’essere un errore… Mancano 50 euro! Nessun errore! decreta bruscamente con una magistrale faccia di bronzo. I vostri soldi sono qua, e ce li mostra spazientito.

Dopo un paio di tentativi di replica dobbiamo arrenderci di fronte all’evidenza che se li è abilmente imboscati approfittando della nostra distrazione nel riempire il modulo. Tutto calcolato.

Sconcertati e frustrati ci sentiamo con le mani legate. A questo punto, malfidata, voglio contare i Birr. Che ci vorresti fregare una seconda volta!? Carta canta caro, sul modulo l’hai scritto tu il cambio e quanto ci devi dare. Oh ricontiamoli questi Birr…

Il fraudolento furbacchione si innervosisce e tenta la solita tattica di metterci fretta. Stai calmo, non c’è fila dietro a noi giusto? E noi non abbiamo fretta… anzi, così la coda al controllo passaporti si snellisce! Dunque, abbiamo 16 mazzette da 100 banconote da 100 Birr.. e fanno 10.000. Ok… poi dovrebbero esserci 7.715 Birr, in pezzi da 100.

Vieni bellino, 100, 200, 300… ad arrivare a 7.700 te la faccio passare io la voglia di fare lo stronzo!

Infatti.. voleva fregarci altri 1.000 Birr l’infame! L’equivalente di 31,00 euro circa, che in Etiopia sono soldi e un insulto alla povertà della gente del suo paese!

 

Consiglio: fregatevene della fretta che vi mette l’impiegato, è una precisa tattica. Contate le banconote, una per una, davanti a lui, sia quelle che consegnate che quelle che ricevete. Procedete così anche nel caso dobbiate riconvertire Birr in Euro prima di imbarcarvi.

 

Dopo aver contato sotto al suo naso sia le mazzette che le banconote da 100 per ben due volte, il furfante ci consegna i 1000 Birr mancanti.

Gonfi, di rabbia e denari, passiamo la dogana e ritiriamo i bagagli.

Al parcheggio ci attendono i pulmini “per l’albergo”. Mi sembrano parecchio sgarrupati… se l’albergo è dello stesso livello di questi catorci cominciamo bene… Non solo, dato che domani ripartiamo presto con un volo interno per Bahir Dar, Enrico si è dato da fare per trovare un albergo vicino all’aeroporto. Meno male che è vicino! Gira che ti rigira arriviamo all’Hotel Lobelia dopo un buon quarto d’ora. Mentre scendiamo e scarichiamo i bagagli per correre in camera sento il ragazzotto del nostro pulmino richiedere un compenso di 100 dollari. ?!! Avevo capito che il servizio navetta era compreso! Ok, siamo incappati in altre persone scorrette. In reception Enrico appura infatti che siamo stati caricati da altri pulmini, non dalla navetta dell’albergo. Peggio per loro, non gli diamo niente, così imparano a cercare di fregare i turisti!

 

Al mattino, con la navetta ufficiale, arriviamo all’aeroporto in tre balletti. L’hotel era effettivamente molto vicino! Realizziamo anche che i bricconi ieri sera hanno fatto apposta un vero giro pesca. Per chiedere più soldi! Beh, gli è andata male.

Il volo – su un Bombardier dell’Ethiopian Airlines – dura un’oretta circa e si sorvolano magnifiche catene montuose. Importante: conservate la carta d’imbarco e la contromarca adesiva per il ritiro dei bagagli perché all’uscita dall’aeroporto controllano che il bagaglio sia effettivamente il vostro!

BAHIR DAR si trova a 1880 mt di altitudine.

Il prenotato Hotel Delano è stato occupato dal Governo etiope per una riunione dei Ministri perciò il proprietario dell’albergo ci ha riprotetti presso l’Hotel Rahnile di pari livello, anzi dice superiore, e ci offrirà la cena al Delano per scusarsi. Ma sì va bene, l’importante è dormire.

Acquistiamo il nostro primo casco di banane e andiamo subito a fare un bel giro in barca sul LAGO TANA dove incrociamo alcune piroghe costruite con papiri intrecciati. La navigazione è abbastanza a rilento perché siamo controvento e fa anche freddo!

Sbarcati sulla PENISOLA DI ZEGE veniamo sollecitati da giovani venditori di artigianato locale a fare acquisti. Sulle bancarelle sono esposti dipinti raffiguranti Santi e Madonne, monili, campane di metallo, piccole piroghe intrecciate, oggetti in corno, sciarpe tessute a mano, incenso e caffè in chicchi. Il costo di ogni cosa è indifferentemente di 100 Birr ma si può contrattare.

Visitiamo tre bellissime Chiese: Ura Kidane Meret, Bete Maryam e Azuwa Maryam.

Ndr: nelle Chiese si entra senza scarpe e si paga sempre l’ingresso.

La prima Chiesa ci lascia a bocca aperta. La struttura ha una forma rotonda. La cintura esterna è realizzata con una palizzata di legno perfettamente allineata. Il tetto conico di paglia è di straordinaria fattura. Si accede ad un primo ambiente protetto da un muro circolare fatto di fango e paglia in cui sono incassate finestre di legno dipinte con scene bibliche. Due porte, su lati opposti, introducono al nucleo centrale di forma quadrata che si rivela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. Le pareti sono vividamente affrescate con iconici Santi, talvolta protetti da tendaggi, tra cui ricorrono San Giorgio (protettore dell’Etiopia), San Michele, San Gabriele. Come nelle nostre Chiese, le raffigurazioni religiose raccontano le Sacre Scritture a chi non sa leggere.

La seconda Chiesa ci regala un momento di raccoglimento impagabile. Arriviamo proprio durante una funzione. Seduti nel giardino attendiamo che termini per poter visitare la Chiesa. Al rintocco di una campana, una melodiosa litania da sussurrata diventa progressivamente corale e noi, permeati da una strana magia, assorbiamo la sacralità del rito entrando in contatto con la cultura di quell’Etiopia che sognavamo di incontrare e conoscere.

Le Chiese sono piuttosto simili. Nei pressi della terza però c’è anche un piccolo interessante museo. Nel giardino della Chiesa veniamo invitati ad assaggiare il TEJ, una specialità locale (birra fermentata). Poco prima di riprendere la navigazione beviamo il nostro primo caffè etiope.

Complice la placida andatura della barca e riscaldati dal sole, crolliamo uno dopo l’altro in un torpore ristoratore. Il programma prevedeva anche un’escursione fino alle Sorgenti del Nilo ma, considerata la stanchezza e l’ora fattasi, nessuno è per la quale.

Andiamo a cena all’Hotel Delano dove apprendiamo che per motivi di sicurezza, dovuti al summit governativo, wifi è fuori uso in tutta la città. Mah, sarà.. Per mandare notizie a casa ritenteremo domani. Per il mio palato il primo incontro con la cucina locale non è soddisfacente. Innanzitutto siamo stati piazzati fuori su un terrazzo, dove fa piuttosto freddo, perché la sala ristorante è occupata appunto dai Ministri. Il buffet offre: una strana zuppa bianca, carne nera non identificata e dura da masticare, carne d’agnello (buona la salsa speziata ma la carne è gommosa), carne insapore fritta, insalata di pomodori e cetrioli. E speriamo in meglio!

 

A colazione assaggio il piatto base dell’alimentazione etiope, l’injera, una sorta di crèpe spugnosa grigiastra fatta col Teff (cereale). Abbinata alla marmellata non incontra il mio favore perché la percepisco troppo acida, con il pomodoro e le spezie invece non è male. Comunque preferisco le uova strapazzate. Anche il miele (Làl) è molto buono.

A bordo di un confortevole pulmino inizia davvero il nostro viaggio.

Alla guida abbiamo Wondew, autista che nei giorni futuri constateremo essere molto prudente, disponibile ed affidabile. Una breve sosta per acquistare dei pomodori in uno dei tanti villaggi sulla strada vede Luigi protagonista del borseggio di un obiettivo della sua macchina fotografica.

Da una prima indagine del nostro costernato autista, il colpevole del misfatto resta ignoto. Solo offrendo una taglia di 200 Birr a chi ritroverà il maltolto salta fuori in un attimo il ladruncolo, un ragazzo di forse 15 anni che, godendo dell’attenzione generale, restituisce il corpo del reato ridendo sfacciatamente quasi fosse un eroe!

Una breve deviazione lungo una strada sterrata ci porta al villaggio della AWRA AMBA COMMUNITY che ha una bella filosofia di vita, comportamento e socialità. Ideologicamente niente di nuovo sotto al sole ma, a quanto pare, in questa comunità riescono a rispettare e condividere i sani principi di uguaglianza, giustizia, importanza dell’istruzione e del lavoro proposti dal fondatore Zumra Nuru che vediamo e salutiamo. La visita, guidata da due donne, inizia dalla stanza dove registrano la nostra presenza e prosegue nel piccolo museo con le foto del fondatore, della comunità, delle attività e di alcune ricorrenze. Visitiamo l’asilo dove i bimbi, intenti ad imparare l’inglese, si alzano al nostro ingresso, la biblioteca, i semplici locali dove vivono gli anziani che, non essendo più abili al lavoro, vengono accuditi dalla comunità. Mi commuovo salutando una donna che, con occhi lontani e lucidi, parlandomi in amarico mi bacia le mani: io bacio le sue ringraziando l’universo per questo incontro imprevisto e sincero.

In un capannone ci sono telai ed arcolai, strumenti tradizionali ed arcaici per la tessitura di sciarpe, coperte e vestiti. Nel vicino negozietto ci scateniamo negli acquisti, non tanto per i manufatti quanto per dare un ulteriore contributo. Io prendo una sciarpa bianca dalla trama sottile, bordata con i colori della bandiera etiope. Visitiamo anche la semplice Guesthouse della Comunità dove è sicuramente bello soggiornare, fatelo se potete! Mi piace questo posto, mi ispira serenità, accoglienza. Un buon caffè e siamo pronti per ripartire pensando ad un motto della comunità : Ama gli altri come vorresti essere amato. Grazie Enrico per aver proposto questa deviazione!

Dal finestrino il paesaggio si dipana come una matassa scorrendo davanti ai nostri occhi in un susseguirsi di colline punteggiate dalle grandi cupole dorate dei covoni circolari e perfetti, gente che cammina, gente che pascola capre e vacche, acacie ad ombrello in fiore, capannelli di persone che, con contenitori di plastica gialli, attendono il proprio turno per attingere l’acqua dalle pompe.

Iniziano le curve. Camion stracarichi arrancano sulla strada in salita. Il passo rallenta.

Con gli occhi scatto istantanee dal finestrino: formelle di sterco esposte al sole ad essiccare, alberi enormi dalla chioma folta, palme, fichi d’india, piantagioni di mais. I campi sembrano dipinti, il colore dei cereali si alterna al verde intenso della verdura, all’ocra della terra. Le capanne sono costruite con grossi pali verticali e hanno le finestre ed il tetto di lamiera ondulata. Gli uomini accompagnano a piedi gli asini che trasportano sacchi e fascine di legna. I bambini corrono felici appresso al pulmino urlando. Osservo donne flessuose con i canestri di paglia sulla testa e donne abbassate a raccogliere i cereali con le schiene piatte come tavole, altro che pilates!

Giungiamo a GONDAR (altezza 2.300 mt). Nella via principale notiamo gli edifici dall’evidente architettura in stile fascista, spicca fra tutti il cinema. Ci sono palazzi in costruzione, numerosi College per gli studenti, attività commerciali, tanti BAJAJ (tuc-tuc etiope).

Il nostro albergo Fasil’s Lodge è proprio di fronte al Castello. Assoldato come guida un ragazzo che parla un discreto italiano entriamo nella Cittadella Imperiale racchiusa dalle mura. Il sito è stato restaurato con i fondi dell’Unesco ed è Patrimonio dell’Umanità. A parte un edificio intonacato dagli italiani, tutto il resto è originale ma in buona parte è stato bombardato dagli inglesi. Il Castello però è rimasto intatto; bello sia esternamente che internamente, si sviluppa su due piani con torri di guardia ai lati; notevoli i pavimenti ed i soffitti, ma sulle pareti gli affreschi sono poco visibili. La Biblioteca, il Bagno Turco e altri imponenti edifici sono parzialmente diroccati ma comunque interessanti.

La guida si prodiga in spiegazioni elencando i nomi dei Palazzi, i nomi dei vari sovrani succedutisi e le date dei vari avvenimenti ma non riesco proprio a memorizzarli. L’area vanta anche un esteso giardino con alberi enormi Ficus (Banyan Tree), alte stelle di Natale, profumati alberi di Pepe.

Ci trasferiamo alla Chiesa di Debre Berhan Selassié che la leggenda vuole salvata da uno sciame di api nel 1880 dall’attacco dei sudanesi. Notevoli il soffitto ligneo con i volti di centinaia di cherubini alati e le pareti interamente affrescate. Ultima, ma non ultima per bellezza, visitiamo la Residenza estiva dell’Imperatore, dove si trovano i Bagni di Fasiladas che ogni gennaio vengono riempiti d’acqua e invasi da centinaia di fedeli per la celebrazione del Timkat, la rievocazione del battesimo di Cristo nel Giordano. Tutt’intorno alla grande vasca i muri si fondono con le radici dei grandi Ficus.

Rientrati al Fasil’s Lodge ci tratteniamo nel cortile per una birra di gruppo.

Assaggiamo la Amber Beer, ambrata e corposa. Mi piace, forse più della St. George.

Al Ristorante Four Sisters la nostra tavolata è fuori sul balcone. Ma allora è un vizio! Se non altro qui sono organizzati perché ogni sedia ha in dotazione un poncho colorato e caldo. La ricca cena è a buffet. Io e Beatrice concordiamo sullo stop alla carne e all’injera: decisamente non ci piacciono. Le lenticchie invece sono davvero ottime. Il locale, palesemente per turisti, propone un ballo finale delle quattro sorelle con coinvolgimento dei presenti.

 

Oggi è sabato, giorno di mercato e a Gondar c’è un gran movimento: gente vestita di bianco converge in città con decine di ciuchi carichi di legna e sacchi di cereali. Poco lontano da Gondar diamo un’occhiata ad un villaggio ebreo che è proprio sulla strada ma veniamo presi d’assalto dai bambini che, oltre a chiedere insistentemente penne e denaro, sono istruiti a vendere piccoli oggetti di terracotta e di paglia. Uno di loro tenta anche di infilare le mani nella mia sacca.

Di fronte c’è una piccola fabbrica di artigianato, una vera oasi di pace in cui le gentili ragazze che vi lavorano ci mostrano gli ambienti in cui producono vasellame e tessuti.

Proseguiamo verso Debark percorrendo “la strada degli italiani” attraversando un paesaggio mozzafiato rapiti dalla bellezza della silhouette delle montagne.

Dobbiamo effettuare diverse soste perché un paio di persone hanno la gastroenterite.

 

DEBARK si trova a 2.860 mt di altitudine e fa freddo.

All’Hotel Simien Park sono disponibili solo sei camere. Siccome siamo in quindici tre persone prendono alloggio nel vicino Hotel Unique Landscape, unico di nome e di fatto, definito da Mauro uno dei peggiori alberghi della sua vita da viaggiatore.

A Debark c’è un grande mercato, anche degli animali, non si contano infatti i ciuchi e le vacche. Sarebbe bello immergersi nella bolgia del mercato ma il SIMIEN PARK ci aspetta.

Pagato l’ingresso, la guida e tre ranger muniti di Kalašnikov, iniziamo una facile e piacevole passeggiata. A 3.200 mt d’altezza però ho il fiato corto!

La vista di un numeroso branco di scimmie Gelada ci ripaga dello sforzo. Sembra di stare dentro a un documentario sulla natura: le scimmie, occupate a procurarsi il cibo, non si curano di noi e procedono per la loro strada emettendo strani versi. Noi siamo controllati a vista dai Ranger, forse più per non recare danno agli animali e alla natura circostante che per essere protetti.

Pranziamo al sacco di fronte ad un vasto e stupendo panorama.

Quando stiamo per ripartire succede il finimondo. Una ragazza, facente parte di un gruppetto di coetanee che ci ha seguito durante la camminata per venderci dei sottopentola di paglia, pronunciando la parola Change mi lancia un sottopentola dentro al pulmino. Ok change! Prendo il sottopentola e le do una maglietta. Guarda esitante la maglietta, forse non è quello si aspettava in cambio del sottopentola. Quando capisce che stiamo per partire comincia a piangere disperata ripetendo qualcosa in amarico e indicando i sedili. Chiedo al nostro autista di chiederle cosa c’è che non va. Lei glielo spiega ma Wondew fa fatica a capire. Se non capisce lui, figurati io! Continuando a fare cenno ai sedili la ragazza piange sempre più forte. Guardiamo tutti per terra smarriti. Intanto i Ranger, con i loro Kalašnikov in braccio, danno quel tocco di grottesco alla situazione. Ma che cavolo sta succedendo? Finalmente lo vedo: un altro sottopentola, scaraventato all’interno dal finestrino, si è infilato tra i sedili. Lo restituisco immediatamente alla ragazza, anzi le rendo anche l’altro e tenga pure la maglietta. Chissà, forse va incontro ad una punizione se torna a casa senza merce o denaro.

Tornati in albergo, lasciamo tutto in camera e andiamo a fare un giro al mercato. Ormai però sono le cinque passate ed è stato smontato. Sono rimaste solo montagne di ciabatte di plastica, quelle da scoglio che usavamo da bambini, che qui sono la calzatura standard. Nel settore delle spezie c’è ancora qualcosa. Cumuli di grossi peperoncini, sementi a noi sconosciute, zenzero, lenticchie. Irritati dalle montagne di peperoncino cominciamo a tossire convulsamente, meglio passare oltre.

Ci piacerebbe comprare il BERBERE’, una miscela di peperoncino, zenzero, ajowan, leggermente piccante e dal colore brillante che assomiglia alla paprika. Andando avanti scorgiamo una bottega in cui una ragazza lo vende insacchettato. Si ma un chilo è troppo, dove lo mettiamo! Senza capirci un granché arriviamo comunque alla soluzione. La ragazza tira fuori una palettata di Berberè sfuso che depone in un paio di sacchetti di plastica più piccoli pesandoli su una bilancia a due piatti (di quelle con i pesi di calibrazione). La quantità è ignota ma il valore è di 30 Birr (un euro scarso).

La termosaldatura è la parte migliore: viene abilmente effettuata con una candela!

Susanna ed io rientriamo soddisfatte dell’acquisto.

Stasera ceniamo nel bel ristorante attiguo all’albergo e al chiuso. Ellèra l’ora!

Peccato che siamo solo in dieci perché la gastroenterite ha colpito ben cinque persone. Comincia a delinearsi una lista degli “abbattuti”. Ma cosa sarà stato?

La cena a buffet è molto buona; evito carne ed injera come già dichiarato ma dopo una calda zuppa di verdure faccio una bella scorpacciata di lenticchie, pizza, verdure saltate, spinaci, polpette di riso, rondelle di patate fritte. Alla faccia del bicarbonato!

 

Alle sei siamo già tutti pronti per fare colazione ma stanotte sono state male altre due persone, una vera débacle! Che peccato.. Marinella ha portato la crema di nocciole dell’Arrigoni!!

La strada, tutta tornanti, che da Debark porta al di là del fiume TEKEZE per raggiungere Axum attraversa un paesaggio spettacolare. Oltre alla bellezza inaspettata della regione, alle soste obbligate per necessità, al regalo di arance, penne e magliette, il viaggio sul pulmino scorre piacevolmente anche grazie al contributo di Matteo, che ci intrattiene con le parole crociate, i quiz e il “Vero o falso” della Settimana Enigmistica. Ma soprattutto con Indovina la differenza!! Ahhahhhahaa!

Arrivati al Mana Hotel ad AXUM, dopo le solite operazioni di scarico dei bagagli e l’assegnazione delle camere, veniamo invitati a prenotare i piatti per la cena. Cerco di capire cosa siano le pietanze presenti nel menù con l’intenzione di sperimentare magari qualcosa di nuovo. Ok prendo questo. Questo non c’è. Ok, allora questo. Non c’è. Va bè, allora cosa c’è? Prenoto una zuppa vegetariana e un “Tegamino”. Nota bene che stiamo parlando del cenone di Capodanno! Usciamo per andare a visitare il Parco delle steli.

Ad Axum si subisce l’assedio di giovani venditori di ametiste, arche dell’alleanza e croci varie. Per sedare la loro insistenza basta dire “no grazie, non compro” in amarico: Al Fèlleghèm, Al Ghèsàm. Funziona!

Per entrare nell’area delle steli, Patrimonio dell’Umanità, si paga un ingresso e si deve assoldare una guida. Télahùn, questo il suo nome, spiega in un improbabile inglese la storia delle steli di granito. Quella più grande, alta 33 metri e dal peso di 520 tonnellate è crollata e giace a terra a pezzi. Quella portata via dagli italiani e restituita nel 2008 si distingue dal colore perché restaurata. Quella accanto ha dei tiranti perché ha avuto un cedimento. La guida parla, parla, racconta del Palazzo del Re con 54 stanze, di una tomba con una falsa porta e nove finestre, di un tunnel con sbocco nel golfo di Aden… Francamente non riesco a stargli dietro e non mi sento appagata da questa visita. Anche quel che resta del Palazzo della Regina di Saba mi intriga il giusto, come pure la piscina dove faceva il bagno (in realtà un bacino idrico).

Forse al tramonto sarebbe tutto più suggestivo, forse avevo troppe aspettative.

Ed eccoci al Cenone. La zuppa, che più o meno abbiamo preso tutti anche per contrastare il freddo, è buona. Il mio Tegamino è un piatto tipico a base di shirò, ovvero una salsa di farina di ceci, impreziosita dal berberè che lo rende colorato e piccante. Birra come se piovesse e niente più.

Ma qualcuno ha adocchiato una bottiglia di spumante Brut su uno scaffale del bar dell’albergo e ha chiesto che venga messa in fresco….

Con l’intento di tirar tardi fino alla mezzanotte decidiamo di fare un gioco a squadre, quel gioco che facevamo da bambini con carta e penna estraendo una lettera a caso per scrivere parole che iniziano con quella lettera e che ognuno chiamava a modo suo, io Mari Monti e Città.

Ecco le categorie stabilite da Matteo, divenuto l’animatore ufficiale del gruppo: Citta’ Extraeuropee, Cose che si trovano in Ufficio, Scrittori e Poeti, Attori e Attrici (cognome), Piatti Etnici, Malattie Imbarazzanti, Buoni Motivi per Viaggiare, Cose Gialle. Ma come gli vengono??!!

Come faccio a descrivervi il delirio e l’accanimento nel giocare? Ci ammazziamo dal ridere fino a farci venire mal di pancia (per restare in tema con l’andazzo generale..)

Nel frattempo…

I due ragazzetti del bar si fanno avanti presentando la bottiglia di spumante ma la rimandiamo indietro perché non è ancora abbastanza fredda. Questo avanti e indietro continua per un po’ fino a quando notiamo il progressivo sgomento dei due poveretti che probabilmente sperano di chiudere il bar ed essere liberi. E chi se ne importa se non è ancora mezzanotte e se la bottiglia non è ghiacciata. Forza, stappiamola! Le bollicine ci sono ma il colore giallo intenso lascia subito capire che, in perfetta sintonia con la località, anche la bottiglia è un reperto archeologico. Il sapore ce lo conferma, indescrivibile! e l’onda delle risate è irrefrenabile al pensiero che ci costa pure 30 euro!

 

Il nuovo anno inizia con la visita della moderna Chiesa Maryam Sion.

Accanto c’è la cappella non visitabile dove pare sia custodita l’Arca dell’Alleanza.

Facciamo poi due passi “in centro” per un po’ di shopping. Nei negozi troviamo piatti e canestri di paglia intrecciati con la lana colorata, oggetti in legno e metallo, icone, tessuti.

Ripreso il viaggio transitiamo da ADUA, tristemente nota per gli avvenimenti storici che, purtroppo, vedono noi italiani protagonisti. Breve sosta davanti al monumento ai caduti soffocato dagli edifici in costruzione. Proprio davanti gli è stato pure piazzato un irriverente cartello con le foto dei piatti di un ristorante. La semplice croce reca la scritta “ADUA 1896 NON DOBBIAMO DIMENTICARE”. Oltre ai caduti italiani, e a quelli etiopi, in realtà cosa non dovremmo dimenticare? Due signori etiopi fotografano noi che la fotografiamo.

A YEHA, la Chiesa di Abuna Aftsa ha un tranquillo cimitero. Le tombe hanno lapidi singolari, una è fatta con gli ingranaggi di una bicicletta. Il Sacerdote ci mostra dei libri, sono antichi manoscritti. Fra i vari cimeli noto una pietra con inciso il giglio fiorentino e la scritta DIVISIONE GAVINANA.

Al famoso Monastero DEBRE DAMO posso salire solo gli uomini. Sì esatto, salire scalando una ripida roccia alta 15 metri con l’aiuto di una corda. Scalzo e  “imbracato” con una fune legata intorno alla vita, Matteo si cimenta per primo nell’impresa tenendoci col fiato sospeso.

In cima c’è un uomo addetto a tirare la fune di sicurezza. Ai piedi della parete invece c’è un ragazzo che si occupa di dare indicazioni, probabilmente sperando di raggranellare qualcosa. Lui parla in inglese io traduco vociando le istruzioni. Stai più sulla destra! Non inarcare la schiena! Sentirà dal basso? Ad un certo punto abbiamo tutti l’impressione che sia in difficoltà, resta bloccato a metà tanto che ci viene il dubbio che non ce la faccia a proseguire, oppure a tornare indietro..

Il ragazzo mi chiede se deve salire in suo soccorso ma ovviamente l’aiuto ha un costo. Che cosa?? Ma non ti vergogni? Gli faccio una partaccia che capisce benissimo anche in italiano. Ok free, mi ripete scusandosi più volte. Intanto Matteo, con un ultimo eroico sforzo fisico e mentale, guadagna la vetta e scatta l’applauso generale. Lo segue solo Enrico e con più agilità, anche se non paragonabile a quella del Sacerdote che con leggerezza pare abbia preso l’ascensore!

Ecco la descrizione di ciò che i nostri eroi hanno trovato lassù. “Arrivati in cima, a piedi scalzi su un sentiero di paglia e cacca di capra, siamo entrati subito nell’atrio della Chiesa per pulirci i piedi sul tappeto. La Chiesa però era chiusa. Abbiamo bussato alla porta rendendoci conto che per l’appunto era l’icona della Madonna. Nell’attesa che il prete ci raggiungesse con la ricevuta e le chiavi per aprila, siamo stati accompagnati a visitare il Campanile / Torre di guardia / Stalla delle pecore. Usciti appagati dalla bella visita ma nuovamente con i piedi sporchi di merda, siamo andati nel cortile e ci siamo intrattenuti con l’uomo armato facendoci i selfie col suo Kalašnikov. Arrivato il Prete, prima ancora di chiederci come state e da dove venite, ha richiesto 200 Birr a testa per la visita della Chiesa. Chiesa bella, bello anche il manoscritto su pergamena di capra del 1400 che nessuno può toccare, neanche il Prete che invece l’ha toccato eccome, addirittura maltrattandolo come se fosse Topolino cercando le figure.”

Ad ADIGRAT prendiamo alloggio all’Hotel Eve.

Proprio di fronte c’è un bel ristorante, molto grande. Buona la zuppa di verdure, il riso, le patate fritte, ma soprattutto il Tihlo una sorta di gnocchi fatti con farina di orzo tostato e verdura (tipo i nostri gnudi) da intingere nel sugo di carne che assaggio dal piatto di Annalisa e Roberta invidiando la loro scelta. Birra a sfare e finale col Panettone che ieri sera era rimasto chiuso dentro al pulmino.

 

Dopo il rituale caricamento dei bagagli sul tetto del pulmino che l’efficientissimo Wondew copre con un telone per evitare la polvere, partiamo per Makallè.

E’ tanto bello osservare il paesaggio dal finestrino. Non ho mai visto tanti ciuchi come qui in Etiopia. In questa zona ci sono tantissimi alberi di Euphorbia Candelabrum dalle sommità fiorite.

Mentre saluto i bambini mi domando cos’è che li rende tanto felici nell’incontrare un turista straniero. Il minimo che posso fare è ricambiarli.

Facciamo una sosta in un bellissimo resort creato da un italiano, il Gheralta Lodge, integrato nell’ambiente in maniera incantevole. Notiamo la presenza di un bell’orto e la geniale idea di coprire i serbatoi dell’acqua posti sui tetti dei bungalow con un covone di paglia. Ci facciamo preparare dei lunch box con panini, banana e acqua. Per chi la vuole c’è anche la mortadella!

A GHERALTA il panorama è spettacolare, non a caso lo chiamano il Gran Canyon di Etiopia.

La sommità delle montagne nasconde delle Chiese incastonate nella roccia. Per raggiungerle si fa un trek pagando una tassa d’ingresso, una guida e gli sherpa, camminando per 6 km tra andare e tornare. La distanza non è tanta ma certi tratti sono esposti e ripidi. Tempo impiegato dal gruppo per salire 1h45 e 1h a scendere. Difficoltà stimata da Stefano che viene dal Trentino: 7 su 10.

Col senno di poi ho fatto bene a non andare, dopo un intero anno di terapie al mio famigerato piede son già contenta di non accusare problemi! Susanna, che era incerta, coglie la palla al balzo per restare con me. Andiamo a fare un giro nei paraggi ma non nella direzione della scalata perché, anche se non la fai, o paghi il biglietto o non passi. Con una sacchettata di vestiti in mano, arriviamo fino ad un piccolo Monastero che troviamo però chiuso. Qui veniamo timidamente avvicinate da un ragazzo che, con un debole inglese, ci pone qualche domanda su chi siamo, cosa facciamo e dove andiamo. Noto che ha adocchiato la busta con i vestiti. Ammiccando alla busta, gli chiedo dove abita e se possiamo andare a casa sua. Annuisce e ci fa strada.

Il ragazzo si chiama Salamauì. La madre accetta con garbo il nostro vestiario e ci invita ad entrare.

Nelle campagne del Tigrai le case sono costruite in pietra e hanno un muro di cinta che racchiude anche un cortile interno. Qui contiamo tre stanze. Una circolare che è chiusa, una piccola che funge da cucina ed una più grande dove veniamo introdotte. Il pavimento è in terra battuta. Le pareti sono intonacate, colorate di azzurro partendo dal basso fino a metà e poi di bianco fino al soffitto. Al muro sono appesi alcuni piatti di paglia intrecciati con la lana colorata. Su due lati ci sono i giacigli: solo delle coperte poste su una base compatta di terra. Diverse valigie probabilmente fungono da armadio. L’insieme comunque risulta molto gradevole e ordinato.

Ci sediamo sul basso muretto che percorre un lato della stanza. Mentre la madre inizia il rituale per la preparazione del caffè, Salamauì ci ringrazia a suo nome per i vestiti. La sorella ci offre del Taetà, una specie di Injera croccante e un po’ scricchiolante sotto ai denti.

Da un bidone di plastica giallo, del tipo che abbiamo visto ovunque utilizzato per attingere l’acqua pompata dai pozzi, la signora versa dell’acqua sulle tazzine per sciacquarle. I verdi chicchi di caffè vengono tostati sulle braci di un piccolo fornello, poi pestati dentro un mortaio di legno e versati con acqua e zucchero nella tipica caffettiera etiope di terracotta (Jebenà) che viene posta sulle braci ravvivate con un ventaglio di paglia.

Nell’attesa che sia pronto il caffè parliamo. Salamauì fa da traduttore. Io cerco di imparare qualche parole in amarico e in trigrino. A Salamauì piace la veste di insegnante e, con la nuova penna regalatagli da Susanna, mi scrive le parole sul taccuino.

La sorella torna con una nuova specialità fatta espressamente per noi: si chiama Kicha, assomiglia alla piadina romagnola, è fatta col mais ed è molto leggera. Tsébuk! Buonissima!

Ricambiamo offrendo il nostro mix di uva sultanina, nocciole mandorle e noci. Very good food, dice il ragazzo. Lo apprezza anche la madre. Il caffè (Bunnà) è molto buono. Tsébuk!

Sorseggiandolo ringraziamo la signora in tigrino: Yékeneléy!

Sopraggiunge il capofamiglia. Resta sorpreso nel trovare due ospiti straniere nella sua casa.

Con un gesto circolare e sguardo eloquente indica la stanza scusandosi per la sua umile dimora.

E’ soddisfatto nel riscontrare invece il nostro apprezzamento. Dopo aver offerto anche a lui le nostre cibarie e aver scambiato qualche parola, annunciamo che ci siamo trattenute abbastanza. E’ giunta l’ora di togliere il disturbo. Ma come? E il caffè? Ma l’abbiamo già preso..

Ci informano che secondo la tradizione dobbiamo berne tre. Oh mamma mia!

Spieghiamo che vorremmo onorare l’usanza e la loro ospitalità ma non siamo abituate, non possiamo proprio accettare. Con un’espressione dolce e accogliente il capofamiglia sorride e annuisce. Prima di accomiatarci chiediamo di poterci fare una foto assieme. Felice della richiesta si rifà il turbante, si mette il mantello e traffica dentro ad una busta di plastica appoggiata sull’unica piccola finestra della stanza cercando qualcosa… la sua croce di legno.

Si mette in posa e con lui il figlio. La moglie non si muove, resta seduta riservata.

Fatte le foto ci salutiamo con un’infinità di ringraziamenti reciproci. Yékeneléy! Yékeneléy!

Felici per questa esperienza, torniamo al pulmino e ci rilassiamo aspettando il ritorno del resto del gruppo. Io ne approfitto per aggiornare il diario. Quando arrivano, gli altri ci raccontano entusiasti dell’escursione e del panorama pazzesco visto da lassù confermando che in certi punti è stata effettivamente tosta.

Per tornare indietro ripercorriamo, intossicandoci con la polvere, un tratto di strada sabbioso piuttosto impegnativo. Applaudiamo il nostro Wondew per la destrezza.

Visitiamo la Chiesa di ABRAHA WE ATSBEHA, una delle più belle tra quelle viste fin’ora.

Arriviamo a MAKALLÈ col buio. Dormiamo all’Atsey Johannes Hotel. L’albergo è bellissimo. Devo dire che il livello degli alberghi di questo viaggio è piuttosto elevato, non mi aspettavo tanto.

 

La nuova giornata prevede una lunga traversata di 430 km fino a Lalibela.

Incrociamo dromedari, uccelli in volo, case di fango e paglia, terrazzamenti, curve, vacche che si inerpicano come capre alla ricerca di cibo, piante fiorite, gente che cammina, ma quanto camminano gli etiopi!, tornanti, camion rovesciati, babbuini, donne pettinate diversamente, fiumi in secca, vacche dalle grandi corna all’insù, tanto bestiame in movimento.

Mi addormento risvegliandomi come in una favola presso un hotel nella cui sala ristorante c’è un’intera squadra di calcio. Sono estasiata. Sono bellissimi! Mentre consumiamo i nostri panini Marinella chiede dove siamo di preciso. Qualcuno risponde “Siamo al LAL Hotel” e io aggiungo “dove è avvenuta la visione mistica..” e lei.. “Ah sì?”

Un attimo dopo capisce che alludo ai calciatori, non a un fatto storico! Ci sbellichiamo dalle risate.

Il viaggio riprende e con esso lo scorrere del paesaggio. Eucalipti, banani, capanne, le finestre delle case ora sono di legno, covoni di paglia perfetti, pellegrini, acacie. Lungo la strada, al nostro passaggio, dei simpatici bambini fanno la danza con le spalle. E’ una carrellata di immagini di cui non ti sazi mai.

In previsione del nostro arrivo a Lalibela, vogliamo lasciare vestiti, cibo e qualche balocco ancora in nostro possesso, alla gente che abita in questa zona o che sta raggiungendo a piedi Lalibela in pellegrinaggio. Per non rallentare la traversata con le soste, se non quelle strettamente necessarie, abbiamo affinato una tecnica di lancio del vestiario dal finestrino.

Coloro che siedono più avanti, ovvero gli avvistatori, segnalano chi stiamo per incrociare. Uomo solo! Donne giovani! Bambini! Una donna, un uomo e due bambini! A seconda del target i vestiti e gli oggetti più idonei passano di mano in mano e arrivano ai lanciatori che prontamente li gettano fuori dal finestrino. E’ divertente e funzionale. La gente resta per una frazione di secondo perplessa poi capisce e corre a raccogliere le cose.

Arriviamo a LALIBELA dove già bivacca una folta folla di persone in attesa del Natale copto. Noi dormiremo all’Hotel Lalibela, molto carino, tipo resort con le stanze affacciate sul giardino che a sua volta guarda la vallata. L’acqua stasera scarseggia e per la prima volta va via anche la luce. Ma proprio quando mi devo asciugare i capelli io!?

Così il raffreddore che mi sono buscata non mi passerà mai! Con un asciugamano in testa e sopra un foulard di lana per non ghiacciarmi del tutto vado nel ristorante dell’hotel che ha un bellissimo soffitto di paglia e lana colorata. Stasera Wondew cena finalmente con noi perché il suo incarico è terminato. Io mi faccio la solita scofanata di verdure: barbabietole, carote, patate, verza, spinaci a volontà! Raffaella ci offre i Morselletti, una specialità dell’Irpinia, per festeggiare il suo compleanno. Che bontà!

 

Tutt’intorno all’ingresso del sito di LALIBELA c’è un’immensa tendopoli dove la gente è accampata in attesa del Natale Copto che si celebra tra il 6 e il 7 gennaio. C’è chi dorme, chi prega, chi mangia, chi mendica, chi osserva.

Gli etiopi non pagano per entrare nel sito, giustamente. Per noi l’ingresso costa l’equivalente di 43,00 Euro a testa. All’interno delle Chiese si sente un odore pungente di umanità. Come di consueto bisogna entrare senza scarpe. Molti di loro sono già scalzi. Ci sono persone che di mestiere fanno i guarda-scarpe per 400 Birr. Mauro si offre di fare il nostro guarda-scarpe, gratis..

Persone di tutte le età, ma soprattutto adulti e anziani, si muovono appoggiandosi al bastone. I fedeli pregano negli anfratti delle rocce, appoggiati ai muri, mentre fanno la coda. I fedeli baciano tutto, il terreno che calpestano, le pareti delle Chiese, le mani dei Sacerdoti, le croci di legno dei Sacerdoti.

Una turista si aggira indossando jeans bucati sulle ginocchia, che indelicatezza… qui la gente veste lacera per davvero non perché va di moda!

Le 11 Chiese rupestri monolitiche, Patrimonio dell’Unesco dal 1978, sono suddivise in gruppo nord e gruppo sud. Quella scoperta più di recente è stata trovata solo 20 anni fa. La più bella e famosa, la Chiesa di San Giorgio, è l’unica esposta alle intemperie. Le altre sono riparate da sovrastrutture rette da altissimi pali di metallo. Le Chiese sono collegate da stretti passaggi e cunicoli scavati nella roccia, roccia che trasuda storia. Nei punti di snodo si creano ingorghi. La calca aumenta esponenzialmente all’interno delle Chiese e con essa la potenza degli odori. La bolgia umana va in ogni direzione ondeggiando. Gente che sale, che scende, che gira a destra, a sinistra. Noi stranieri paganti facciamo talvolta una fila prioritaria. All’esterno della Chiesa più grande un gruppo di fedeli canta in coro rendendo magica l’atmosfera.

 

Con un volo interno torniamo ad ADDIS ABEBA lasciando la meravigliosa Lalibela.

Percependo la fine del viaggio siamo malinconici. Qui non c’è l’incanto della campagna, il panorama della Rift Valley, le mandrie di ciuchi, la gente sorridente che saluta. Qui c’è il caos, ci sono le macchine, gli autobus, le gioiellerie, il Palazzo del Primo Ministro.

Visitiamo il Museo Nazionale dove è esposta Lucy (o meglio la sua copia) che è la donna più anziana del mondo, l’esemplare più datato di Homo Erectus ritrovato fin’ora! Il Museo si sviluppa su due piani, con una pregevole descrizione dell’evoluzione umana nonché foto, oggetti, armi.

Infine visitiamo l’ennesima Chiesa, la Cattedrale di St. George, che per quanto importante, poco ci entusiasma. Sarà che ne abbiamo viste tante.. Molto più interessante è il piccolo museo adiacente.

 

Curiosità e finale

 

In Etiopia non fuma praticamente nessuno.

Lobelia è il nome di una pianta e anche di un hotel realmente vicino all’aeroporto di Addis Abeba!

In tutti gli alberghi troverete sempre un paio di ciabatte di gomma, solitamente infradito.

I materassi e i cuscini dei letti degli alberghi sono comodi.

Sui cessi dei bar stendo un velo pietoso, diciamo che… sono molto usati!

A proposito.. gli unici tornati a casa esenti da gastroenterite sono stati Paola ed Enrico.

Anch’io mi sono salvata durante il viaggio, però l’ultimo giorno ho mangiato troppe lenticchie…

Cosa potete portare di particolare da regalare: biancheria intima, accessori per capelli come mollette ed elastici. Molto richieste anche le saponette degli alberghi e gli spazzolini da denti.

In amarico GRAZIE si dice AMASAGHENALLÒ!

Irlanda

Irlanda- foto x diario (1)

IRLANDA D’INVERNO

Periodo : Capodanno 2017

Durata : 10 giorni

Tipologia : fai da te con trasporti pubblici

 

Innanzitutto le informazioni pratiche

TRASPORTI

Per girare l’Irlanda con gli autobus ci sono diverse compagnie. Noi le abbiamo scelte in base al tempo di percorrenza (solitamente dovuto al numero di fermate), all’eventuale cambio, al costo, alla vicinanza del punto di partenza e/o arrivo (talvolta è in autostazione altrimenti lungo una strada).

Ci si può muovere anche in treno ma è più costoso.

Negli Uffici del Turismo e nelle autostazioni sono disponibili i timetables.

Getthere.ie è una app molto utile per sapere in tempo reale, in ordine di orario, tutti i mezzi in partenza (bus, treno, passaggio auto), per ogni destinazione irlandese.

Per girare Dublino con i bus i biglietti si comprano a bordo ma servono i soldi precisi.

Conviene acquistare una LEAP VISITOR CARD, ovvero una smart card valida sui Dublin Bus, Airlink, Luas (tram), Dart (treno locale) e alcuni bus extraurbani. La Leap Card costa 5 euro (già valido come credito) a cui va aggiunta la prima ricarica. Si acquista nei negozi Spar o Centra, alle macchinette Luas, Dart, Irish rail (oppure on line).

Noi abbiamo acquistato la Leap Card con una ricarica valida per 3 giorni (19,50 €) usufruendo così dell’AIRLINK 747 dall’aeroporto in città + l’andata e ritorno a DALKEY, aggiungendo una ricarica giornaliera alla fine.

Costo dei nostri trasferimenti in bus: 125 € cad + i taxi (30 € circa in due)

LEAP VISITOR CARD per DUBLINO 19,50 € valida 3gg + una ricarica giornaliera 10 €

AIRLINK747 (andata e ritorno aeroporto) incluso nella LEAP CARD  (altrimenti costa 6 € a tratta)

DUBLINO – DALKEY con DART inclusa nella LEAP CARD valida 3gg (altrimenti costa 5 €)

DUBLINO – GALWAY bus Bus Eireann 15,50 €

Gita alle CLIFFS OF MOHER & BURREN con Galway Tour Company 20 €

GALWAY – CORK bus City Link 21 €

CORK – KINSALE – CHARLES FORT Bus Eireann 14 € (andata e ritorno ) + TAXI

CORK – KILKENNY bus Dublin Coach 15 €

KILKENNY – DUBLINO bus Dublin Coach 10 €

I NOSTRI HOTEL

DUBLINO * BERESFORD HOTEL – voto 8

GALWAY * THE WESTERN HOTEL – voto 7

CORK * GARNISH HOUSE – voto 7

KILKENNY * KILKENNY RIVER COURT HOTEL – voto 10

DUBLINO * DUBLIN CENTRAL INN – voto 4

Per sapere DOVE MANGIARE leggete il diario

 

DIARIO

“Per motivi di spazio” ci hanno costrette ad imbarcare i bagagli a mano e come volevasi dimostrare non sono arrivati… ma che ce ne importa – ci siamo dette io e Susy – siamo in vacanza!

SIAMO IN IRLANDA!

A DUBLINO, fatta la trafila di routine per i bagagli, per prima cosa abbiamo acquistato la LEAP VISITOR CARD valida 3gg che include anche il bus AIRLINK 747 EXPRESS per la città. In aeroporto trovate la Card dentro al Terminal 2 al negozio SPAR.

Scese a Talbot Street, dove abbiamo comprato giusto un paio di spazzolini da denti, siamo andate dritte al BERESFORD HOTEL (situato dietro la Custom House). Chiesto alla reception dove cenare (l’hotel ha il ristorante ma volevamo qualcosa di diverso), ci hanno consigliato THE CELT, un Traditional Pub all’81-82 di Talbot Street, dove siamo state subito accolte da un gruppo di allegri ragazzi. Parlando però gaelico non abbiamo capito niente. Per lo stesso motivo non abbiamo azzeccato la bevuta perché abbiamo chiesto quello che stavano bevendo le ragazze del tavolo accanto e credendo di ordinare una birra ci siamo ritrovate a sorseggiare il BULMERS… un sidro!

Comunque, buona la zuppa come pure il piatto di Crispy Crubeens (polpette e purea di mele) in una simpatica atmosfera.

 

DUBLINO

Senza valigie e di conseguenza senza il dilemma del “cosa mi metto oggi” siamo state pronte in un balletto per scendere al ristorante a fare colazione. Negli hotel irlandesi normalmente la colazione non è inclusa, si paga a parte, e ha un costo differente a seconda dell’orario di prenotazione, cioè se glielo dici la sera prima costa mediamente 8-9 €, se invece decidi lì per lì presentandoti per farla e via costa di più, anche 12 €. La colazione dell’Hotel Beresford è buona e a buffet.

Per prima cosa siamo andate alla stazione degli autobus, che è situata proprio di fronte all’albergo, per fare i biglietti per andare a Galway. Attenzione a scegliere: ci sono bus diretti e bus che fanno tutte le fermate.

Per girare Dublino abbiamo preso come riferimento per orientarci THE SPIRE in O’ Connel Street ovvero il pennone d’acciaio alto 121,20 metri che dicono sia la scultura più alta del mondo (per ora). Attraversato HA’PENNY BRIDGE, il ponte pedonale più bello di Dublino, costruito nel 1816, ci siamo immerse nell’atmosfera di TEMPLE BAR.

Ci sono diverse cose da visitare a Dublino: il Dublin Castle, St. Patrick’s Cathedral, la Christ Church Cathedral, la Marsh’s Library, la Chester Beatty Library e top in assoluto la Old Library del Trinity College che ci siamo lasciate per la fine del viaggio.

Attenzione: ricordatevi che il 31 dicembre trovate quasi tutto chiuso.

Per il pranzo vi segnalo il Mercato FALLON & BYRNE, in Exchequer Street, al piano inferiore www.fallonandbyrne.com. Nel pomeriggio abbiamo fatto un delizioso break al QUEEN OF TARTS al 4 di Cows Lane www.queenoftarts.ie. C’è la coda per entrare, mangiare e scaldarsi. All’ingresso bisogna dare il nome, dire il numero delle persone e attendere il proprio turno. Quando si viene chiamati, solo guardando i dolci in esposizione, ci si rende conto che ne è valsa la pena. Accompagnati da una tazza di tè abbiamo degustato un Baileys cheescake e un Blueberry Apple Crumble a dir poco meravigliosi.

A cena siamo state al THE CHURCH, alla Junction of Mary St e Jervis St, all’interno di una enorme chiesa sconsacrata. Canne d’organo e lapidi tombali si coniugano perfettamente con i tavoli e le poltrone. Al centro c’è un grande bancone bar. Abbiamo assaggiato le nostre prime birre, la Maggie’s e l’IPA (Irish Pale Ale) e si mangia bene.

Per la cronaca in serata sono arrivate le nostre valigie.

Il giorno seguente con la DART siamo andate a DALKEY. Ci si arriva in 25 minuti. Il paese è carino ma non tutta sta bellezza descritta nelle guide e in altri racconti. Fatta una passeggiata e qualche acquisto abbiamo pranzato al MUGS CAFE.

Tornate a Dublino con il bus 7A (sempre incluso nella Leap Card) abbiamo ripreso i nostri giri.

Camminando in lungo e in largo siamo finite nell’affollata GRAFTON STREET dove i negozi sono quelli che trovi in tutto il mondo per effetto della globalizzazione. Attenzione: dentro ai locali e nei negozi fa un caldo disumano. Sono rimasta sbalordita dal numero di Shopping Center presenti, i prezzi sono oltretutto molto invitanti perché a fine dicembre è già periodo di saldi.

Aperitivo al modaiolo e meraviglioso EN SEINE www.cafeenseine.ie e cena al QUAY’S, con musica live al pian terreno, un Pub nello stesso quartiere del famoso Pub TEMPLE BAR che purtroppo chiude alle 20.00! Ci toccherà ritornare…

 

Capodanno a DUBLINO

Dopo una giornata trascorsa all’insegna di esplorazioni varie, verso le cinque del pomeriggio ci siamo appostate al di là del fiume per vedere gratuitamente una parte dello spettacolo LUMINOSITY. Pare che ci sia ogni anno e per vederlo da vicino, nell’area transennata, bisogna acquistarlo su www.nyfdublin.com, credo intorno ai 50 Euro. Le luci colorate proiettate sulla Custom House, con cantanti e musicisti sui tetti, fanno da sfondo alle acrobazie dei funamboli che salgono lungo le colonne e si esibiscono in evoluzioni circensi.

Fidandoci del consiglio di un altro ragazzo della reception dell’albergo abbiamo prenotato al THE ARLINGTON HOTEL, affacciato sul fiume Liffey, una cena con spettacolo di musiche e danze celtiche. Ci sono diversi turni (e questo già doveva metterci in allarme…), noi abbiamo fissato quello delle 20.30 (l’ultimo). Nell’immenso salone, la gente, con tanto di cappellino e trombette seduta al tavolo assegnato, sembrava proprio divertirsi… Ma di che! Di due musicisti desolanti? Dei balli tradizionali eseguiti dai ragazzi di una qualche scuola? E per ben 45,00 € di un menù “a scelta”? Giusto sul menù dell’aereo si legge a scelta o questo o quello. Per dovere di cronaca e perché se leggete abitualmente i miei diari comprenderete quanto, questo genere di locale e situazione, siano fuori dai miei schemi, anzi non schemi, il “cenone” era composto da un flute di prosecco, un antipasto, un secondo a scelta e da tre o quattro dolcetti mignon. Ma il vero tocco di classe sono state le bevande… a parte a pagamento!

Alle 23,30, non potendone veramente più, siamo scappate. Per dimenticare e migliorare la serata, a mezzanotte abbiamo brindato in una whiskeria di Temple Bar con un ottimo JAMESON.

 

DA DUBLINO A GALWAY

Siamo andate a GALWAY con Bus Eireann.

Abbiamo alloggiato al THE WESTERN Hotel, non centrale ma vicino alla stazione dei bus quindi logisticamente comodo. La double ha in realtà un letto alla francese, la colazione è così e così.

Da quanto me l’avevano decantata mi aspettavo che Galway fosse chissà che.. forse in alta stagione, con tutti i locali pieni di vita. Comunque è carina.

Serata piacevole al Pub TIG COILI www.tigcoiligalway.com, con vera musica tradizionale e tanta birra.

 

CLIFFS OF MOHER

Alle scogliere più famose d’Irlanda siamo andate con la GALWAY TOUR COMPANY www.galwaytourcompany.com optando per il CLIFFS OF MOHER & BURREN TOUR.

Ci sono diverse compagnie che effettuano questi tour, il costo è uguale quindi uno vale l’altro.

Siamo partite alle 10.00 dalla Galway Coach Station (vicina appunto al nostro hotel) con ritorno previsto per le 17.30. Nonostante le gufate di chi ci vedeva travolte dalla tempesta, per essere in inverno abbiamo avuto una fortuna sfacciata trovando un tempo favoloso.

Le Cliffs of Moher sono un’assoluta meraviglia della natura e con il sole splendente e l’assenza di vento ce le siamo godute appieno facendo una bella passeggiata.

Il tour con GALWAY TOUR COMPANY prevede il pranzo nell’antico GUS O’CONNORS PUB di Doolin, buono e servito velocemente.

 

DA GALWAY A CORK

Arrivate a CORK con il bus della City Link, abbiamo raggiunto la GARNISH HOUSE con un taxi. La GARNISH HOUSE si trova un po’ fuori dal centro, sulla Western Road, ma c’è la fermata dei bus proprio davanti (nr 205, 208, 220). I letti della twin sono piccoli e alti, ma le lenzuola sono di un cotone setoso e la colazione è spettacolare come pure l’accoglienza calorosa con tè, pasticcini e squisite torte fatte in casa.

Iniziando dall’ENGLISH MARKET abbiamo girato per Cork percorrendo le sue strade pedonali, notando la presenza di ristoranti e di moltissimi centri commerciali. Anche da Cork però mi aspettavo di più. Cena memorabile al QUINLANS SEAFOOD BAR con le ultime parole famose… “stasera stiamo leggere” perché, ordinata una sogliola a testa, nel piatto ci siamo ritrovate due bestie enormi! In Irlanda ci sono le sogliole dell’atlantico! Attenzione: in generale, le porzioni sono abbondanti, una basta per due. Tenetelo presente, così oltretutto risparmiate.

 

DINTORNI DI CORK

Per andare a KINSALE si prende il Bus Eireann, tariffa return. Il tragitto dura solo 50 minuti. La cittadina, molto graziosa e colorata, ha un minuscolo vecchio Pub e tante botteghe.

Per andare al suggestivo CHARLES FORT, si può chiamare un taxi in servizio 24 h della KINSALE CABS al numero 021 4700100. Al supermercato CENTRA hanno un telefono gratuito apposta per chiamare il taxi (lo riconoscete dal colore, è rosso).

Per tornare a Kinsale ve lo fate chiamare dal personale del Forte.

Noi siamo entrate con un Complimentary Ticket, forse perché straniere fuori stagione? e ci siamo rilassate passeggiando ed esplorando ogni angolo dell’area affacciata sul mare. La fortezza in diversi punti è crollata ma la struttura del complesso è ben riconoscibile ed è possibile immaginarla nel pieno dell’attività grazie ad una piccola mostra fotografica.

A Kinsale abbiamo pranzato molto bene al Ristorante LEMON LEAF www.lemonleafcafe.ie.

 

DA CORK – KILKENNY

Trasferimento da CORK a KILKENNY con il bus diretto della Dublin Coach (con Bus Eireann invece bisogna cambiare a Clonmel). Ecco cosa fare e vedere a Kilkenny.

Senz’altro visitare il KILKENNY CASTLE, bello fuori e bello dentro! Siamo state incerte sull’entrare o meno a visitarlo a causa dell’opinione di una ragazza incontrata in un bar di non buttare via i soldi. Altrettanto spassionatamente io vi esorto a non perderlo! E’ veramente spettacolare e diverso da tutti i castelli che ho visto in Italia e a giro per il mondo. Se a fuorviarvi può essere la descrizione che molti ambienti sono stati ricostruiti e ri-arredati, sappiate che è invece proprio interessante poter constatare con i propri occhi come, abili architetti, hanno saputo ricrearli con gusto, senza alterarne lo stile. Lo stato in cui il castello era ridotto è stato documentato fotograficamente, così pure le successive fasi del restauro. La galleria col camino è stupefacente, seconda per bellezza solo a quella del Trinity College. Il castello è visitabile solo con un tour guidato. A noi è toccato un signore altezzoso che, con intolleranza ed insolita scortesia, mi ha più volte azzittita mentre sommessamente traducevo dall’inglese all’italiano per la mia amica. Se fosse stato un professore e avesse avuto un registro mi avrebbe certamente messo una nota in condotta! Ciononostante abbiamo apprezzato la visita. Nelle cucine del Castello è ora ospitato un bar.

Entrate anche nel cortile delle scuderie del Castello, site proprio di fronte, dove ci sono le botteghe degli artigiani che lavorano l’argento.

Percorrete il MEDIOEVAL MILE. Vale la pena cercare THE HOLE IN THE WALL, la casa più antica della città, situata in fondo ad un vicolo della High St. Domandate e addirittura vi ci condurranno. L’autenticità di questo posto, dove al suo interno ora c’è un minuscolo bar, vi riporterà indietro nel tempo. Abbiamo apprezzato la ROTHE HOUSE & GARDEN per l’architettura e l’incredibile giardino pensile creato dai monaci circestensi. L’INFORMATION CENTRE, in Rose Inn St, è all’interno di un’altra casa antica, la SHEE ALMS HOUSE.

Nella CATTEDRALE di ST. CANICE, sull’anta di un confessionale ad un certo punto è apparso un monaco digitale… Accipicchia come sono all’avanguardia qui, addirittura hanno il video-confessionale? Avvicinandoci abbiamo constatato che è un video-racconto della storia della Chiesa che si avvia sollevando una cornetta.

Il posto migliore dove abbiamo mangiato a Kilkenny è in fondo a Parliament St. al CLEERE’S BAR & THEATRE, un Pub dove fanno ottima musica e le pietanze, ad un costo onesto, sono fantasiose con abbinamenti indovinati www.cleeres.com. Molto più turistico è invece il KYTELER’S INN, dagli interni molto medioevali e dove i piatti non ci sono piaciuti, anzi ci si sono piantati sullo stomaco. La cosa più simpatica del locale è il quadro che ritrae Mr. Smithwicks che ad un certo punto prende vita e ovviamente ti domandi se hai bevuto troppa birra! Che burloni questi irlandesi! A proposito, la SMITHWICKS è la birra prodotta a Kilkenny, leggera ma gustosa. Io ho sempre bevuto la rossa ma Susy garantisce che è buona anche la bionda. Lo stabilimento, in Parliament Street, è visitabile con degustazione www.smithwicksexperince.com.

Abbiamo alloggiato al bellissimo KILKENNY RIVER COURT HOTEL, affacciato sul fiume e con un’eccezionale vista sul Castello www.rivercouthotel.com. Peccato averci “dormito” una sola notte, perché ha un ottimo rapporto qualità prezzo e la colazione è inclusa.

Sfortunatamente fino alle tre non c’è stato verso di dormire, perché proprio la notte del nostro soggiorno c’è stato un wedding party che si è rumorosamente protratto fino alle due di notte. Gli invitati poi hanno seguitato a chiacchierare e a sghignazzare nel corridoio.

Sicché la mattina sono scesa in reception con due occhi grandi come meloni per fare le mie cortesi rimostranze e suggerire di collocare i clienti “comuni”, non invitati al matrimonio, nell’altra ala della struttura, dato che l’albergo è enorme, non proprio sopra alla sala da pranzo e da ballo!

Il Direttore dell’albergo, prontamente chiamato, ha cortesemente chiesto se sul momento abbiamo telefonato per lamentarci, perché ci avrebbero cambiato subito la stanza. Ma figuriamoci se, per perdere completamente il sonno, nel cuore della notte ci mettevamo a fare un trasloco!

“Ma.. cosa possiamo fare ormai?” ha osservato il gentile Direttore.

“Potreste lasciarci la camera fino alle 17.00” – ho risposto – “così nel corso della giornata magari possiamo fare un riposino prima di ripartire”. Il Direttore ha controllato le prenotazioni e concesso quanto richiesto aggiungendo cortesemente un servizio in camera di caffè e/o qualsiasi altra necessità di cui non abbiamo approfittato avendo già apprezzato il late check-out rivelatosi molto funzionale. Morale: nell’albergo c’è un matrimonio? Verificate subito l’ubicazione della vostra camera ed eventualmente fatevela cambiare, altrimenti fatevi invitare!

 

KILKENNY – DUBLINO

Siamo tornate a DUBLINO in bus con Dublin Coach. Per la nostra ultima notte abbiamo pensato di cambiare andando al DUBLIN CENTRAL INN che più o meno è nella stessa zona dell’altro, vicino a O’Connell Street dove passa l’AIRLINK 747 per andare all’aeroporto. Pessima scelta…

Il DUBLIN CENTRAL INN è veramente da rifare, da cima in fondo! In più ho passato un’altra nottata insonne a causa del motore di qualcosa che si accendeva ogni tre per due.

Memore dell’osservazione fatta nell’albergo precedente sono scesa alla reception in piena notte per lamentarmi. Il tipo ha vagamente farfugliato che non ne sapeva niente. Così il giorno dopo ho fatto la solita sceneggiata. Alla reception, la ragazza (diversa da quella che era di turno la notte) ha chiesto “Perché non ha chiamato per farsi cambiare stanza?”  Al che ho risposto “Sono addirittura scesa di persona!” Perplessa ha replicato “e non le ha cambiato la stanza?” Vedendomi scuotere la testa ha detto “Ok, allora per la colazione siete nostre ospiti e se volete vi lasciamo la camera fino all’ora della vostra partenza”. Sono diventata un’insonne professionista!

Per l’ultimo giorno a Dublino abbiamo comprato una ricarica di 10 euro per la nostra LEAP CARD, ovvero un giornaliero valido per la città ed il trasferimento all’aeroporto.

Siamo andate ad ammirare il manoscritto evangelico medievale BOOK OF KELLS e la maestosa vecchia biblioteca del TRINITY COLLEGE, costruita nel 1712, che lascia veramente senza respiro. Troppo simpatico l’impiegato all’ingresso che nel farci i biglietti, alla richiesta di un adult ed un senior, commenta in italiano “Nooo.. non è bello…” Hai ragione! – ho risposto – “Due senior!!” Ahhhahhha! Essendosi divertito, ci ha fatto entrare entrambe a tariffa scontata, nel mio caso addirittura come student!

Ultimo pranzo da QUEEN OF TARTS in Dame Street con acquisto della bellissima mug per una nostalgica colazione.

 

In conclusione: chi l’ha detto che la stagione giusta per visitare l’Irlanda sia solo l’estate?

 

Nepal

L1090317Nepal

Periodo : agosto 2017

Durata : 11 giorni

Tipologia : con Avventure nel Mondo “KATHMANDU-POKHARA SOFT”

 

 

ITINERARIO

Bhaktapur – Changu Narayan, Thimi – Dakshinkali, Pharphing Monastery, Kirtipur – Dhulikhel, Namobuddha, Panauti – Pashupatinath, Boudhanath – Boudhanilkanta, Patan, Swayambhunath, Kathmandu – Bandipur – Pokhara – Sarangkot e ritorno a Kathmandu

DIARIO

 

KATHMANDU – BHAKTAPUR

L’aria è densa di umidità a Kathmandu, agosto è precisamente il periodo del monsone.

Con un pulmino ci trasferiamo a BHAKTAPUR, terza città medioevale della valle. Il nostro albergo, HOTEL BHINTUNA, si trova ai piedi della scalinata che conduce alla Durbar Square. Per accedere alla DURBAR SQUARE bisogna fare un permesso da esibire ogni qualvolta vi si accede. Il permesso riporta il numero di passaporto e può essere giornaliero o valido più giorni. Varcata la ricostruita porta d’ingresso sono abbagliata dalla straordinarietà della piazza. Nonostante il terremoto, di cui sono ben visibili i segni, ogni angolo riserva qualcosa di sorprendente. Forse non ho mai visto una tale concentrazione di templi e pagode dalle forme differenti, con stupendi elementi decorativi ed intarsi raffinati. Sono le 19.30 e Bhaktapur pullula di gente: venditori di verdura uova vestiti ciabatte souvenir, un gruppo di uomini prega cantando sulla piazza, i ragazzini sfrecciano avanti e indietro in motorino con una spiccata tendenza a voler passare esattamente dove stai camminando tu, anche se a fianco c’è lo spazio! Nell’intricata zona centrale ci sono antiche case e palazzi, ristorantini, negozi di souvenir. Ovunque, su ogni marciapiede, i cani stanno accasciati per terra sfiniti dalla calura.

Ceniamo alla SHIVA GUESTHOUSE dove assaggiamo la nostra prima birra locale: una Kathmandu. La cucina è espressa, una peculiarità di tutti i locali nepalesi, quindi bisogna avere la pazienza di attendere le pietanze ordinate. Alle otto e mezza notiamo chiari segni di impazienza dei giovani camerieri, vengono chiusi gli scuri delle finestre e gentilmente ci chiedono più volte se abbiamo finito. Noi siamo abituati a trascorrere del tempo intorno al tavolo, a dilungarci nel conversare, fra l’altro dobbiamo ancora conoscerci. Ma qui bisogna innanzitutto cenare presto e poi, casomai, chiacchierare altrove. In pratica alle nove in giro non c’è più nessuno, a parte i cani che, ripresisi dal caldo, deambulano razzolando nei rifiuti e rivendicando i propri territori abbaiando a turno gli uni agli altri facendo una vera e propria cagnara. Concludiamo la serata sul terrazzo del nostro Hotel per godere del fresco della sera.

 

CHANGU NARAYAN – THIMI – BHAKTAPUR

Alle cinque del mattino iniziano i rituali di abluzione e preghiera al tempio di fianco all’albergo. Ogni fedele suona ripetutamente la campana per svegliare la divinità, e anche noi.

Essendo i nuovi arrivati, alcuni mendicanti e venditrici di collane ci fanno la posta all’ingresso del dell’Hotel. La nostra guida si chiama Dinesh, è di Patan e parla perfettamente italiano perché ha studiato alla scuola Dante Alighieri di Kathmandu. La sua statura di circa 1,60 mt è nella media nepalese, media confermata dall’altezza di porte e soffitti dei vecchi edifici. Dinesh è molto gentile, sorridente, motivato a farci conoscere ogni palazzo, tempio e tempietto. L’autista del nostro pulmino si chiama Prakash e parla poco, figuriamoci italiano o inglese, ma si rivelerà puntuale, attento e prudente e per la sua funzione è ciò che più conta. Iniziamo la giornata visitando CHANGU NARAYAN, il tempio più antico del Nepal, riccamente decorato e dai notevoli bassorilievi. Proseguiamo visitando il villaggio newari di THIMI dove viene lavorata l’argilla per la produzione del vasellame. Per strada ci sono delle specie di piccole betoniere, azionate girando una manovella, da cui fuoriesce un impasto omogeneo di argilla e sabbia sapientemente dosate a occhio. I vasai lavorano in casa e i prodotti finiti vengono messi a seccare all’aria nei cortili, poi vengono cotti nei forni. L’atmosfera del villaggio è molto pacifica e la gente si lascia fotografare senza problemi. Rientriamo a BHAKTAPUR.

Dinesh ci accompagna fino alla DURBAR SQUARE dove ci descrive ogni tempio e a chi è dedicato. Osserviamo l’andirivieni dei fedeli che suonano la campana posta all’esterno dei templi per svegliare la divinità affinché ascolti la loro preghiera. Il bellissimo Palazzo del Re, con 55 mirabili finestre lignee,  domina la piazza. Si può entrare solo nel cortile e dove c’è la piscina per le abluzioni. Durbar Square vista di giorno sembra diversa, più grande e i danni del terremoto appaiono più evidenti. Ogni negoziante cerca di attirarti nella sua bottega ma senza l’insistenza esasperante degli indiani. I prodotti dell’artigianato locale sono: stoffe, maschere e altri oggetti di legno e cartapesta, campane tibetane, gioielli, vasellame, manufatti di carta.

Pranziamo in un localino alla buona dove una famiglia produce a ritmo continuo dei buonissimi momo di carne di bufalo. I momo sono una specie di raviolo fatto a mano. Vengono cotti al vapore sopra un pentolone e serviti con una salsina speziata leggermente piccante. Un piatto di momo –  nella quantità standard di 10 pezzi – qui costa 60 Rupie (neanche 60 centesimi di euro).

Come trovare questo posto: entrando nella Durbar Square arrivate fino a piazza Taumadhi Tole e proseguite di poco cercando la Yeti Guesthouse, nell’edificio di fronte c’è il ristorantino dei momo.

Dinesh ci porta poi poco più avanti in un posto dove vendono lo Yogurt del Re, una delizia che tenteremo di ritrovare per tutto il viaggio ma dal sapore ineguagliabile. Come riconoscere il posto? A lato dell’ingresso di un bugigattolo c’è un cartello bianco e verde con delle scritte in Nepali raffigurante tre coccettini di yogurt e una ciotola più grande. Lo Yogurt, venduto nei bicchierini di plastica trasparente, è conservato in un frigorifero a pozzo come quello dei gelati, è di bufalo, vellutato ed ha un aroma di vaniglia. MAI PIU’ SENZA!

Giriamo tutto il giorno, talvolta ascoltando distrattamente Dinesh che gentilmente si prodiga nel descriverci ogni tempio, ogni dio a cui è dedicato, a quale cavalcatura è associato. Bhaktapur ci piace molto. Siamo fortunati, perché nonostante sia il periodo del monsone per ora non ha ancora piovuto, anzi il sole è cocente! Ho fatto bene a portare l’ombrello per utilizzarlo anche come parasole, come fanno loro. MAI PIU’ SENZA!

In piazza TAUMADHI TOLE c’è una processione religiosa. Tantissime donne vi stanno convergendo tenendo in mano delle offerte. Seduti per terra ci sono alcuni Bramini che appiccicano una poltiglia rossa sulla loro fronte, la TIKKA, segno che il fedele ha pregato.

Visito il Museo dell’Ottone e del Bronzo, non tanto per i suoi reperti quanto per vedere la bella struttura della casa. Di fronte, perpendicolarmente, c’è una stradina dove c’è la famosa Finestra del Pavone, un intarsio ligneo di pregevole fattezza. Di fronte alla Finestra del Pavone c’è una fabbrica di carta di riso visitabile dove è possibile acquistare i manufatti. Più giù sulla destra c’è un intagliatore di strumenti musicali, ci fa ascoltare alcune note suonando un SARANGI.

Il Nepal mi sta sembrando un mix di India e Indonesia, però senza lo stress di chi ti vuole vendere assolutamente qualcosa o fregare in qualche modo (leggi i racconti in questo sito). Ceniamo sul rooftop della SIDDHI HOME, in Taumadhi Square. In accompagnamento a riso e noodles stasera assaggiamo la birra Everest, senz’altro di livello superiore alla Kathmandu. Ovviamente, ad uscire dal ristorante, siamo gli ultimi. Dobbiamo imparare ad anticipare l’orario.

 

DAKSHINKALI – PHARPHING MONASTERY – KIRTIPUR

Nottata semi-insonne per una serie di motivi:

  1. ieri ho bevuto troppa Coca-Cola, d’altronde è stata fondamentale per sopportare il caldo e la fatica
  2. il divertente dopocena in terrazza fino a mezzanotte non mi ha certo indotto il sonno
  3. dopo il dopocena i cani hanno abbaiato a lungo a più non posso
  4. ad un certo punto ha cominciato a piovere di brutto
  5. un rubinetto perdeva
  6. i fedeli hanno iniziato a suonare la campana del tempio prima del solito, saranno state le tre!
  7. nella scuola, anch’essa proprio accanto all’albergo, la maestra ha iniziato la lezione di arti marziali alle cinque!
  8. la sveglia era puntata per le 6,20.

Ma che importa, sono in vacanza! Recupererò sul pulmino.

La prima tappa di oggi ci vede a DAKSHINKALI, un frequentato tempio dedicato alla Dea Kali dove, nei giorni di martedì e sabato, le vengono sacrificati gli animali. E’ un tempio molto importante, meta di pellegrinaggi – spiega Disham – ma di sacrifici vediamo ben poco, perché li fanno dietro l’altare. Poi gli animali vengono macellati e cucinati in un piazzale coperto più in basso. Più che da galli e capretti da sacrificare, l’intera area è infestata dai piccioni, piuttosto diffusi ovunque a dire il vero. Ecco perché l’ombrello è fondamentale, serve anche per ripararsi dalle loro bombardate!

La parte migliore della visita a Dakshinkali risulta tutto sommato la strada per arrivarci, due ore e mezza di vero Camel Trophy. Ci fermiamo a dare un’occhiata dall’esterno al tempio buddista di PHARPING poi pranziamo in una bettola con i soliti momo di carne, meno piccanti di quelli di ieri però con carne più grossolana, talvolta callosa, e dalla pasta più spessa e meno croccante. Per me vincono i momo di Bhaktapur.

Dopo una breve passeggiata sul ponte tibetano sospeso sulle GOLE DI CHOBAR e la visita del santuario JAL BINAYAK dedicato a Ganesh proseguiamo per KIRTIPUR, cittadina newari che ha risentito parecchio del terremoto ed è in ricostruzione. C’è da dire che i nepalesi non stanno mai con le mani in mano. Sono sempre intenti a fare qualcosa: produrre, trasportare, edificare, piantare, raccogliere, lavarsi, lavare o comunque sciaguattare, pregare, vendere, impastare, cucinare e guidare! A Kirtipur sono rimaste in piedi alcune belle abitazioni, tra cui il Palazzo del Re, dalle magnifiche finestre lignee. Il tempio di UMA MAHESHOWE, dedicato a Shiva e Parvati e Bag Bhairab (dalla faccia di tigre), è molto bello.

Alle sei siamo completamente bloccati nel traffico di Kathmandu, una cosa allucinante. La strada principale è in rifacimento perché vorrebbero allargarla. Essendo piovuto è piena di melma. Il tipico guidatore nepalese, che sia al volante di una macchina, di un camion, di un motorino o di qualsiasi altro mezzo, deve passare per primo, non importa se rischia di fare un frontale o di essere schiacciato tra due mezzi mentre tentano di passare incrociandosi a malapena, ci si infila in mezzo, è più forte di lui! Sono tentata di tirare fuori l’ombrello e tirarlo in capo a qualcuno! Sarebbe un altro possibile uso.

In Nepal i piatti principali sono praticamente sempre i soliti: riso, noodles, momo, differenziabili dal tipo di cottura, di ripieno o di condimento. Resta quindi da fare solo la classifica dei migliori mangiati dove. A Bhaktapur ceniamo al CLOUD’9, un locale incantevole, situato in una stradina interna scendendo sulla destra dalla Durbar Square, nel cui bel giardino scorrazzano dei topi. MAI PIU’ SENZA! quello che è già diventato un tormentone del viaggio inizia a virare dall’autentico must have alla burla, rendendolo esilarante.

 

SCENIC FLIGHT – DHULIKHEL – NAMOBUDDHA – PANAUTI

L’appuntamento per andare all’aeroporto è fissato per le 5.45. Fuori piove, si va lo stesso? Sì, si va, magari il tempo cambia repentinamente. All’aeroporto di Kathmandu scorriamo il tabellone dei voli domestici ed i fantastici nomi delle compagnie: Yeti Airlines, Himalaya Airlines, Buddha Air.

Il nostro volo, programmato con Buddha Air per le 6.30, è in attesa di verifica delle condizioni meteo. Dopo circa un’ora viene cancellato, non si sarebbe visto nulla per la nebbia. Non so se essere delusa o contenta. Avevo ormai vinto la paura alimentata da tutte le battute scaramantiche sparate a raffica dal gruppo per dominarla…

Riattraversiamo Kathmandu nel pieno vigore del suo traffico delirante e rientriamo in albergo per fare colazione, poi si riparte. La prima sosta è a DHULIKHEL dove c’è uno dei tanti templi dedicati a Shiva. La cittadina è graziosa, con alcune belle case purtroppo malmesse e apparentemente prossime al crollo. Col pulmino percorriamo un buon tratto della strada che porta in Tibet. E’ ben tenuta ma ci sono molti tornanti. Scendiamo in un piccolo agglomerato di case e da qui ci incamminiamo verso il Monastero NAMOBUDDHA. La passeggiata, sullo sterrato in mezzo ad alberi ad alto fusto, con vista sulla vallata disseminata di risaie terrazzate, è molto piacevole. A causa della pioggia in certi tratti la strada si trasforma in un ammasso di fango argilloso.

Qui, come altrove, vediamo le donne impegnate a trasportare sulla schiena voluminosi fasci di erba e pesanti gerle piene di mattoni. Pranziamo nel ristorantino tibetano situato nel piazzale ai piedi della scalinata che porta al Monastero. Il coloratissimo e grande Monastero è stato costruito su un’altura, in splendida posizione. Dalla sommità esterna, dove sono appese a raggiera le bandiere di preghiera colorate, si domina l’intera vallata a 360 gradi. Una visione stupenda, che regala un senso di armonia e benessere, tanto che da qui non verremmo più via.

Scendiamo a valle accompagnati per un lungo tratto da un cane meticcio che chiamiamo Nero (indovinate il colore). Passiamo per un villaggio dalle case dalla forma inconsueta, oserei dire rurale, essendo col tetto a capanna dove evidentemente viene stivato qualcosa. Nel villaggio le case sono abitate sia dalle persone che dagli animali: galline, capre, vitelli. Nero azzanna una gallina e un uomo lo caccia via a bastonate. Inizia a piovere e in un battibaleno la strada diventa fangosa. Un uomo sta lastricando la strada, che a noi si presenta in salita, semplicemente ponendo delle pietre aguzze una accanto all’altra. La passeggiata, lontana dalla polvere e dalla confusione della città, la vista dall’alto della valle, anche la pioggia, hanno contribuito a rendere meravigliosa questa giornata.

E’ questo il Nepal che sognavo.

Concludiamo il giro a PANAUTI, un grazioso villaggio newari.  Arrivando al calar del sole le mura del suo bel tempio affacciato sul fiume ci appaiono color porpora. Purtroppo non possiamo trattenerci molto perché dobbiamo rientrare. Ceniamo al NEW WATSHALA GARDEN RESTAURANT dove, già alle otto, restiamo gli unici clienti!

Inizia a piovere proprio mentre rientriamo in albergo. Come sarà il tempo domani mattina? E’ il caso di fare un’altra levataccia per tentare di vedere le montagne con il volo panoramico? Ho dei forti dubbi e metto in ordine i miei pensieri: con Buddha Air ho già sfidato la sorte; tutto sommato preferirei vedermi le montagne davanti diversamente, non da un finestrino; il volo potrebbe essere deludente a causa della poca visibilità; posso fare lo zaino domani mattina anziché stasera che sono già cotta; soprattutto ho la sensazione che il volo non partirà. Decido di rinunciare.

Domani si vedrà se ci ho indovinato.

 

PASHUPATINATH – BOUDHANATH

Alle 5.00 suona la sveglia. Silvana si prepara e mi avverte quando esce affinché io possa chiudere la porta della camera. Dopo poco inizia lo scampanellio al tempio. Nonostante le varie interruzioni dormo fino alle 7.20, quando suona la mia sveglia. Stanotte ha piovuto molto ed è pure saltata la corrente. Silvana mi informa con un messaggio che stanno rientrando perché il volo è stato cancellato. Veggente sono!

Preparo lo zaino e scendo a fare colazione con i compagni di viaggio rientrati insonnoliti e abbacchiati. Subito dopo partiamo per andare a vedere le cremazioni a PASHUPATINATH.

Pashupatinath è un sito dall’atmosfera molto spirituale e, rispetto a Varanasi, più serena. C’è modo di assistere alle cremazioni stando sul lato opposto del fiume, di fronte alle gradinate con le piattaforme. Volendo si può stare anche più vicino ma, tra che non è uno spettacolo circense e che il caldo del fuoco ed il fumo sono devastanti, è preferibile mantenere la distanza. I corpi dei defunti, appoggiati su scivoli di pietra che diradano nell’acqua sacra del fiume BAGMATI, vengono prima lavati, poi onorati con una cerimonia di preghiera, incensati e coperti di fiori. Vengono successivamente coperti completamente da teli bianchi e arancioni, caricati su una barella e portati alla piattaforma prenotata. Alla salma vengono fatti fare quattro giri attorno alla catasta di legna, già pronta, poi viene depositata sulla pira. Dopo un ulteriore rito con l’incenso viene dato fuoco e il corpo viene ricoperto da altra legna. Per bruciare completamente occorrono dalle cinque alle sei ore. A Pashupatinath c’è anche un forno che consente una cremazione più veloce ma è più costosa e meno purificatrice. Dopo aver osservato l’intero procedimento andiamo a vedere i templi sovrastanti. Al tempio dedicato a Shiva con un enorme toro Nandi dorato nel cortile l’ingresso è consentito solo ai fedeli. Sulla collina ci sono tanti tempietti in cui stazionano i Sadu (mendicanti religiosi), per lo più finti visto che chiedono denaro per essere fotografati. Risaliamo la scalinata tenuti d’occhio dalle scimmie e usciamo.

La nostra gita prosegue verso BOUDHANATH, dove c’è lo Stupa più grande dell’Asia.

Dinesh spiega la storia dello Stupa poi consegna il biglietto d’ingresso ad ognuno di noi. Finora non ho evidenziato che il simpatico e solerte Dinesh pronuncia marcatamente e con fervore le lettere P D T generando un certo sputacchìo. E qui si inserisce la quarta fondamentale importanza di avere l’ombrello, nella sua aggiuntiva preziosa versatilità di “parasputi”. Tornando ai biglietti, faccio notare a Luisa – simpaticamente definitasi “Tolleranza Zero”, con l’Amuchina e le salviettine umidificate sempre pronte, ancora riluttante ad assaggiare la cucina nepalese e pertanto finora sopravvissuta a sandwich – quanto è fortunata ad aver ricevuto il primo biglietto del mazzo con lo sputo originale di Dinesh! Ahhhahhha! MAI PIU’ SENZA! Vedo Luisa tentennare, poi guardarsi attorno e cercare di smerciare il biglietto sputacchiato a qualcun altro. Una scena spassosissima!

Lo Stupa è veramente immenso, bianco e splendente. E’ situato nel mezzo di una piazza circolare perimetrata da edifici con negozi di souvenir al piano terra. In questa circonferenza c’è anche un altro tempio, dove c’è la grande ruota tibetana della preghiera che gira, che ha un paio di balconi che si affacciano sulla piazza e sullo Stupa. Panorama top.

Pranziamo al vicino G Caffè, un self service senz’anima ma funzionale e di qualità, proprio mentre viene giù lo scroscio quotidiano di pioggia monsonica. Quando usciamo la strada è tutta un pantano.

Nel vicino villaggio di BUNGAMATI c’è una casa di accoglienza per bambini disabili. Veniamo accolti nella stanza della musica dove viene improvvisata una piccola esibizione sonora e canora dai bambini ciechi. Al pensiero della vagonata di penne e quaderni che abbiamo portato mi domando che se ne faranno se per caso son tutti ciechi.

Il Direttore ci racconta la storia del centro, di chi la sostiene e le disabilità presenti (non solo cecità). E’ un uomo molto sereno ed è proprio di serenità che è permeato l’intero ambiente. I bambini sono accuditi e stimolati con dedizione e amore. Si vede che stanno volentieri con i loro educatori, non c’è ombra di disagio. Attonita seguo con lo sguardo un bimbo di forse quattro anni senza braccia e senza gambe che, dopo essere stato amorevolmente imboccato da una donna, si lancia ridendo sui moncherini in una lunga corsa. Penso a quante volte e con quale facilità sono incline a contrariarmi per delle sciocchezze.

Una piccola bimba sordomuta dall’aria sveglia ammicca con occhi luccicanti alla borsa dove ha già intuito esserci un tesoro prezioso. Bravo è stato Riccardo, che ha pensato a portare balocchi tipo bolle di sapone, astucci di Frozen, binocoli, cerchietti colorati per i capelli e altri aggeggi che vanno subito per la maggiore. La bimba sordomuta si è accaparrata le bolle di sapone ma quando un altro bambino manifesta interesse ad averle gliele dona lieta della condivisione. Una ragazza, rimasta in disparte per tutto il tempo della nostra visita, mi si avvicina e mi abbraccia. La accolgo, la coccolo, lei ricambia le carezze restandomi attaccata fintanto che non ripartiamo.

L’associazione si chiama DISABLED SERVICE ASSOCIATION www.disabledservice.org.np.

Se volete contribuire anche voi, come noi, con una donazione, anche piccola ma importante, potete farlo contattando Mr. DAYA RAM MAHARJAN ai seguenti indirizzi: dayabunga@wlink.com.np e dsa_drm@yahoo.com e su facebook.com/friendsOFDSA.

Dopo questa particolare esperienza ripartiamo per Kathmandu dove da stasera ci trasferiamo.

Il traffico è sempre delirante, soprattutto la solita irrinunciabile gara a chi passa per primo incastrandosi anche nei vicoli talmente stretti da sembrare a senso unico. Alloggiamo all’HOTEL HOLY HIMALAYA, in pieno centro, nel quartiere Thamel. In cinque andiamo in cerca di un centro massaggi fidandoci delle indicazioni di? non ho capito e non lo voglio sapere, così non lo devo ringraziare. Mentre a passo svelto ci immergiamo tra la folla, svoltando di qua e di là, tengo una sorta di tracciatura del percorso scrivendomi dei riferimenti ad ogni angolo che svoltiamo e la direzione. Non trovando ciò che stiamo cercando chiediamo lumi in un albergo e prontamente veniamo indirizzati ad una Spa vicina, dove probabilmente le ragazze vengono tenute reperibili in caso di bisogno. Claudia, Laura ed io veniamo fatte accomodare in una stanza, Filippo e Giorgio nell’altra. Dopo un’ora usciamo abbastanza rilassati ma non propriamente soddisfatti. Comunque un po’ di stanchezza ce la siamo tolta. E come ritroviamo la strada di casa ora, rincorbelliti oltretutto dal massaggio? Ci pensa Pollicina, che ha preso appunti! In breve tempo, mentre qualcuno per strada ci offre droghe che andavano di moda al tempo dei freak, arriviamo all’albergo. Intuitivamente troviamo il resto della comitiva nel vicino GAIA RESTAURANT dove Luisa prende coraggio e assaggia i momo.

 

BOUDHANILKANTA, PATAN, SWAYAMBHUNATH, KATHMANDU DURBAR SQUARE

Dopo una colazione finalmente apprezzabile in questo Hotel decisamente di livello superiore, partiamo per andare a vedere una cerimonia induista a BOUDHANILKANTA. Alle 7.30 in punto di ogni giorno, la grande statua di VISHNU, sdraiata su un letto di serpenti naga nel bel mezzo di una larga vasca, viene accuratamente lavata dai monaci, poi asciugata, incensata, vestita e cosparsa di fiori. Qui percepisco più che altrove la devozione dei fedeli intenti a fare offerte, accendere candele, incensare e scampanellare, mentre noi, come al solito, curiosiamo, filmiamo, fotografiamo.

La tappa successiva ci porta a visitare uno Stupa situato in cima ad una scalinata di ben 365 scalini, che col caldo e l’umidità del monsone, sono una vera piacevolezza da fare. MAI PIU’ SENZA!

Lo Stupa di SWAYAMBHUNATH è bello ma coperto dalle travi di sostegno a causa del terremoto. Tutt’intorno c’è un mercatino. A dire il vero questo luogo non ha niente di sacro ai nostri occhi, ci pare molto improntato al commercio.

La visita di PATAN era programmata per ieri ma, non essendoci rientrata, la facciamo oggi. PATAN, detta anche LALITPUR ovvero “La città della bellezza”, è la seconda città medioevale più importante della valle. E’ molto bella, verrebbe voglia di perdersi in ogni sua stradina. Forse varrebbe la pena dormire una notte qui anziché a Kathmandu.

Ci sono numerosi templi ovunque, sia induisti che buddisti, e quasi tutti i negozi vendono statue delle divinità, sia piccole che veramente grandi. Il TEMPIO D’ORO è completamente puntellato per il restauro, difficile poterlo apprezzare pienamente. La Durbar Square di Patan è molto bella e ricca di templi. Qui più che altrove sono presenti mendicanti e venditori di collane e souvenir che ti seguono. Il Palazzo Reale è stupefacente, i suoi cortili interni hanno colonne di legno finemente intarsiate come pure di legno sono le sculture incastonate nei muri.

Ci attende ora un momento clou del viaggio: la visione della KUMARI, una DEA VIVENTE.

In Nepal ci sono quattro Kumari reali, la più importante risiede a Kathmandu ed è la più difficile da vedere perché fa solo saltuarie e brevissime apparizioni da una finestra. La Kumari di Patan invece accoglie nella sua dimora i visitatori vis à vis, devoti e non. Ma facciamo un passo indietro. Cos’è una Kumari? Perché è considerata una Dea vivente? La parola Kumari deriva dal sanscrito Kaumarya e significa “vergine”. Secondo la cultura induista incarna la divinità Durga. La Kumari è una bambina generalmente in età compresa tra i 4 e i 12 anni che viene selezionata in base a 36 specifici requisiti. Deve innanzitutto essere fisicamente perfetta, per proporzioni e caratteristiche,  non deve avere tagli né averne riportati in precedenza. Il suo oroscopo deve essere allineato a quello del Re. Il carattere deve essere mite e non deve avere paura. Le viene infatti imposta una serie di prove di coraggio e colei che meglio le supera diventa Kumari. Resta in carica fino all’età dello sviluppo o a quando avrà una semplice ferita: la perdita di sangue significa che Durga ha lasciato il suo corpo. Quando decade fa fatica a trovare uno sposo perché, secondo la leggenda, questo rischia di morire entro sei mesi. Percepirà una rendita vitalizia.

La Kumari è sempre vestita di rosso e truccata in un modo particolare e stabilito, se ho ben capito è la madre che le fa il trucco. La Kumari è la Dea protettrice del Re di cui può prevederne la morte. L’occhio disegnato sulla fronte rappresenta i suoi poteri divini. Durante l’incarico la Kumari non può mai poggiare i piedi a terra (per evitare di tagliarsi!), deve mantenere un atteggiamento distaccato e anzi, qualora alla sua presenza le scendesse una lacrima o anche solo le si inumidissero gli occhi, questo significherebbe morte sicura entro breve tempo per chi le sta di fronte. Capite a quale possibile annunciata sciagura ci siamo sottoposti con noncuranza?

La Kumari è rimasta impassibile davanti alla nostra irriverente sfilata al suo cospetto per ossequiarla ma più che altro alla sfrontata raffica di foto che le abbiamo scattato. Se non altro abbiamo le prove della mancata lacrimazione…

Dopo il momento mistico ad elevatissimo livello, Dinesh ci porta dal suo socio in affari che produce campane tibetane. Il figlio ci mostra la differenza tra quelle forgiate a mano e quelle fatte a macchina. Il suono prodotto dalle campane artigianali è totalmente differente e ha una durata decisamente superiore. Le campane tibetane sono esteticamente belle e, secondo i nepalesi, sono terapeutiche. Ci viene offerta una dimostrazione pratica. La ciotola produce delle vibrazioni sfregando o battendo l’apposito percussore sul bordo esterno. Posizionandola capovolta sulla testa tipo casco e appoggiandola lungo la schiena e sulle ginocchia la sensazione è piacevole ma da qui ad essere curativa sono alquanto scettica. Qualcuno acquista la propria preziosa vitale campana mentre fuori piove (nb quando piove abbiamo sempre la fortuna di essere al riparo).

Fuori dalla bottega sono appostati dei venditori di collane, cianfrusaglie e …campane tibetane fatte in serie! Cessato di piovere ed elusa la barriera andiamo a pranzo in una bettola dal moderno nome di THE BURGER HOUSE dove mangio dei Chopsuey noodles con tofu spettacolari.

Sento due gocce. Piove di nuovo? No, è Dinesh che ci richiama per andare.

Una dose di bollitura sul pulmino è ormai un MAI PIU’ SENZA! Dal finestrino osservo le risaie, i bananeti, le coltivazioni di mais, i cani sdraiati sui marciapiedi, i motorini che fanno zigzag… A proposito di motorini ho notato una stranezza: il conducente porta il casco mentre il passeggero no.

Rientrati a KATHMANDU andiamo a visitare la sua DURBAR SQUARE. Per entrarvi occorre acquistare il solito permesso. Qui è addirittura fornito in un porta badge con laccetto. I danni provocati dal terremoto sono molto visibili. Il palazzo bianco Gaddhi Baithak è diroccato, il Palazzo del Re tutto puntellato, diversi templi sono crollati. Scatta la classifica della più bella Durbar Square della valle: la numero uno è senz’altro quella di Bhaktapur, ai nostri occhi è apparsa più autentica e meno turistica, la più magica.

La nostra attenzione viene catturata dall’annuncio dell’imminente apparizione della KUMARI. Due Dee viventi in un giorno non saranno troppe? Questa è la più importante, la più difficile da vedere, la più attesa. Entriamo nel cortile della sua dimora pericolante e Dinesh ci racconta che quando c’è stato il terremoto, a cui è ovviamente sopravvissuta essendo Dea, la Kumari è rimasta in casa mentre tutto intorno a lei tremava e crollava. Ne è uscita in uno stato di trance, illesa. Altro che la prova di coraggio con le teste di bufalo mozzate e sanguinanti! Dopo qualche minuto ci buttano fuori. E la Kumari? Pare che eccezionalmente uscirà dal palazzo, in processione. Un evento rarissimo. Ma siamo proprio fortunati! Io e Giorgio ci siamo ormai appassionati, senza esagerare col volume invochiamo KU-MA-RI! KU-MA-RI!

Eccola!! E’ una bambina più piccola di quella di Patan ed è trasportata su una portantina perché come detto non può poggiare a terra i piedi. La sua espressione è indecifrabile. Meglio così.

Salutiamo Dinesh, il suo incarico termina con la nostra serata libera a Kathmandu. Giorgio, che solitamente sparisce per un approfondimento culturale del luogo, va a farsi un massaggio presso il MANDALA YOGA STUDIO, lo segnalo perché ne torna soddisfatto. Luisa rimane in albergo indisposta, suggestionata dal cibo nepalese che non vuole più vedere. MAI PIU’ SENZA!

Laura e Mario si perdono da qualche parte. Noi cinque rimasti andiamo a cena al vicino FUSION (è proprio attaccato all’albergo) che propone cucine di vari paesi, anche italiana. Sul terrazzo del FUSION mangiamo rigorosamente nepalese con alto gradimento. Proviamo ad assaggiare delle birre diverse. La Gorkha non ci convince per niente, la Nepal Ice Strong invece diventa la preferita di Claudia. Io resto fedele alla Everest.

 

DA KATHMANDU A BANDIPUR

Oggi partiamo per Bandipur, tappa intermedia tra Kathmandu e Pokhara. La strada è tutta un tornante e alcuni tratti sono parecchio trafficati, con numerosi camion incolonnati. Incolonnati si fa per dire perché come sempre vogliono tutti sorpassare. Grazie a queste manovre azzardate ad un certo punto la viabilità si paralizza. Anche l’ambulanza ha grande difficoltà ad avanzare costretta a fare una gincana tra i mezzi che persistono nel voler in qualche modo farsi avanti. Una volta sbloccata la situazione incrociamo un camion ribaltato.

Ci fermiamo in un paio di “autogrill” locali per sgranchirci le gambe, andare in bagno, comprare generi di conforto (bibite e patatine). Sempre lungo la strada pranziamo in un posto panoramico affacciato sul fiume TRISULI dove viene praticato il rafting. Giunti al bivio per BANDIPUR giriamo a sinistra e in venti minuti arriviamo al BANDIPUR MOUNTAIN RESORT, costruito su una collina e completamente immerso in una foresta di pini ad alto fusto. Preso possesso delle stanze andiamo a fare due passi fino al paese dagli edifici quasi interamente ricostruiti nella storica strada centrale. Ci sono molti localini, ristorantini e guesthouse e si nota un minimo di gusto più occidentale. Facciamo ancora due passi fino al Monastero tibetano sperando di avvistare la catena himalayana ma è coperta dalla nebbia.

Accogliendo la proposta di Mario ci concediamo un giro di birra Everest in uno dei localini con vista sulla valle. Peccato che sia infestato dalle zanzare. Ci fermiamo a cena in paese, in un ristorantino qualsiasi. La solita cucina espressa, forse più lenta del solito se possibile, ci inchioda lì. Nel mentre, in paese c’è un corteo di gente che canta e suona. Non capiamo per cosa o per chi. Il fracasso è simile a quello che producono i coperchi delle pentole. Quando veniamo via è buio pesto e piove. Dopo esserci persi per la strada sbagliata, e ce ne vuole perché qui due sono le strade, ma col buio sembra tutto diverso, rientriamo al Resort e buonanotte.

 

DA BANDIPUR A POKHARA

Buonanotte si fa per dire…

Ieri sera qualcuno ha notato la presenza di grossi ragni in camera, precisamente sotto al letto.

Io e Silvana, valutata sommariamente la situazione, dopo aver constatato che il materasso è a copertura di una specie di cassone, abbiamo preferito non indagare e sperare di non avere sorprese.

Filippo e Riccardo invece hanno vissuto “La notte della tarantola”.

La camera, approntata velocemente per non occupare una tripla improvvisata con un materasso per terra, probabilmente non è stata bonificata. Mi è sembrato infatti ad un certo punto di sentire degli schianti! Riccardo da buon ex giocatore di basket ha preso a bottigliate, centrandolo in pieno, il ragno più grosso scappato sul muro, a detta di Filippo enorme, velocissimo e inquietante. Nessuno dei due è riuscito a far coraggio all’altro, anzi si sono suggestionati reciprocamente. Riccardo ci fa “ammazzare” dal ridere raccontandoci che, subito dopo la bottigliata, l’altrettanto terrorizzato Filippo, solitamente tranquillo ed entusiasta di tutto, abbia affermato “adesso capiranno che con noi non si scherza!” Dopo aver fatto i salti “mortali” per eliminare tutti i ragni, sigillati gli infissi di porte e finestre con il nastro isolante, hanno infine provato a dormire ma senza troppo successo. Il Nepali name del ragno è MAKURA. MAI PIU’ SENZA! puntualizza immancabilmente Giorgio.

Riguadagnata la strada maestra, con il nostro pulmino proseguiamo fino a POKHARA, ridente cittadina base di partenza per i trekking sull’Annapurna.

A Pokhara ci sono molti hotel, ristoranti e negozi che espongono merce interessante, non impolverata, non puzzolente di umido. Alloggiamo al MOUNT KAILASH RESORT, un bell’albergo con piscina e Spa. Per la visita dei dintorni abbiamo una guida locale. Si chiama Shiva, come la divinità. Parla un inglese poco comprensibile e limitato. Non ha certo la cultura del nostro Dinesh, però ha una cosa di cui va molto fiero e alla moda: le unghie della mano sinistra lunghe almeno un centrimetro. MAI PIU’ SENZA!

Iniziamo il tour valutando perdibile la visita al TASHI LING TIBETAN VILLAGE, il centro dei profughi tibetani dove tessono e vendono tappeti. Probabilmente a causa dell’orario non c’è nessuno e non possiamo vedere la mostra fotografica della loro storia, forse l’unica cosa interessante.

Le DEVI’S FALL sono cascate di una certa portata ma tutte recintate, quindi poco apprezzabili. Se non altro c’è l’arcobaleno. Nella stessa area c’è un’imbarazzante giardino dove sono raggruppate delle coppie di sagome maschili e femminili, ognuna dipinta con i diversi abiti tradizionali (nepali, newari, tibetani e no so cos’altro) e senza testa affinché il visitatore possa fruirne per farsi fotografare. MAI PIU’ SENZA!!

Essendo quasi mezzogiorno, con un sole che spacca e l’umidità al 96 %, Shiva ci porta a visitare lo SHANTI STUPA buddista, chiamato anche PEACE PAGODA (è semplicemente la traduzione), che dall’alto dei suoi 1.100 metri domina il lago e la vallata. Quando arriviamo in cima io non ho neanche il fiato per andarlo a vedere da vicino. Mi fermo all’ombra di un gazebo dove vengo intervistata da alcuni indiani curiosi anch’essi in vacanza.

Ci fermiamo nei paraggi, in uno dei ristorantini vicino allo Stupa per un pranzo veloce, più che altro una merenda (ormai non ne possiamo più di mangiare le stesse cose). Quando ripartiamo ci aspetta una discesa rotulo-distruttiva lungo una gradinata scivolosa, con un dislivello di 350 metri, che ci porta sulle sponde del lago Phewa. La parte migliore, quanto meno più rilassante, è la traversata del lago in barca, con ragazzotto ai remi e noi bardati di giubbotto salvagente placidamente trasportati, senza però sostare al bel tempietto situato in mezzo al lago. Non sia mai che a Shiva venga un attacco di cultura. Quando gli domandiamo se il palazzo Reale è visitabile, è evidente il suo disorientamento. Forse neanche sa che esiste, figuriamoci il centro storico.. Dovevamo chiedere dove fare la manicure! Siamo talmente esausti che lasciamo correre e lo liquidiamo.

L’allegra brigata si scioglie dandosi appuntamento per cena. Chi va a fare shopping, chi va a visitare qualcosa per conto suo, chi va alla Spa dell’albergo. Segnalo un negozio sul Lakeside -6 che vende manufatti tessili artigianali di un’organizzazione non-profit che aiuta le donne in difficoltà economiche: WOMEN’S SKILLS Development Organization www.wsdonepal.comwww.wovennepal.com .

Ceniamo mangiando bene al BELLA NAPOLI, il nome è italiano ma la cucina è nepalese.

 

SARANGKOT – RITORNO A KATHMANDU

Piove a dirotto. Ciò nonostante, come convenuto, alle 4.00 chi desidera andare a Sarangkot è ai blocchi di partenza: Filippo, Silvana ed io. Prakash con il pulmino però non c’è. Che abbia pensato che con questa pioggia avremmo tutti desistito? D’altronde lui è sempre super puntuale. Dopo aver atteso una decina di minuti, facendocene una ragione rientriamo in camera e torniamo a dormire. Dopo dieci minuti suona il telefono. E’ arrivato l’autista. Ci rivestiamo veloci e scendiamo.

Sulla collina di SARANGKOT c’è un belvedere che si affaccia sulla CATENA DELL’ANNAPURNA. E’ buio, piove, la strada è fangosa e sale tortuosa. Quando arriviamo non piove quasi più, ma fa freddo e la nebbia avvolge l’intera vallata. Si paga un biglietto anche per appostarsi  per vedere le montagne.

Filippo mi offre un tè caldo. Comincia ad albeggiare, osserviamo le spesse nuvole spostarsi lasciando intravedere ogni tanto qualcosa che assomiglia ad un costone nevoso, come un miraggio. Le nuvole continuano a scendere e salire. Siamo in piedi da due ore e solo a brevi tratti ci pare di avere l’allucinazione di un piccolissimo squarcio su qualche cima. Chiediamo un parere all’omino che vende souvenir nella baracca accanto al belvedere. Lui pensa che ormai non vedremo niente.  Rimontiamo delusi sul pulmino. Mentre stiamo tornando indietro Filippo grida “Guardate! Che bello!” Io che mi ero appisolata all’istante spalanco gli occhi.. guardo.. vedo una catapecchia.. un cortile.. il solito cane stravaccato per terra.. ma che ha visto di tanto bello?

Poi alzo lo sguardo e le vedo. Le montagne più alte del mondo! manca giusto solo l’Everest che è più in là ma anche queste non scherzano! Il comprensorio dell’Annapurna è sfacciatamente libero dalle nuvole e illuminato dal sole. Piango dall’emozione. E’ una visione indescrivibile, magnetica. Preghiamo Prakash di trovare uno spazio sulla strada dove fermarci. Scendiamo, ammiriamo, fotografiamo, ringraziamo tutti gli Dèi induisti e buddisti di questo bel regalo. Siamo felici, la stanchezza della levataccia è scomparsa in un attimo. Il sole splende su ogni cima delineandone il profilo e la bellezza. Non riusciamo a staccare gli occhi da questa meraviglia della natura. Dobbiamo rientrare. Ok, a malincuore facciamo segno a Prakash di essere pronti a ripartire. No, non lo siamo, non lo saremmo mai, ma dobbiamo. Mentre torniamo all’hotel mi ripropongo di rileggere “Uomini sull’Annapurna” di Maurice Herzog, mi era piaciuto tanto diversi anni fa.

Consumiamo una buona colazione con gli altri sul bel terrazzo dell’albergo e caricati i bagagli sul pulmino inizia l’epopea del rientro. Dalle nove del mattino arriviamo a KATHMANDU alle sei del pomeriggio con le stesse tre soste merenda, il solito traffico illimitato, gli applausi finali all’autista.

Siamo sempre meno. Claudia e Riccardo ci hanno lasciato per andare un paio di giorni nel Chitwan nella speranza di vedere le tigri, Laura ha il volo stasera. In sei ceniamo sulla terrazza del FUSION che ci è proprio piaciuto e poi ci spostiamo al GAIA per un dolcino, l’ennesimo Yogurt che non regge minimamente il confronto con quello del Re assaporato a Bhaktapur. Per un goloso doc la sua bontà varrebbe il viaggio!

 

Tanie bath Nepal!

 

Alcune info pratiche

La richiesta preventiva del visto sul sito http://online.nepalimmigration.gov.np/tourist-visa è utile per accelerare le pratiche d’ingresso nel paese. All’aeroporto di Kathmandu prima si va alla cassa e si paga (in dollari o in euro) poi con la ricevuta e la stampata della pre-richiesta si passa il controllo della Polizia che appone il visto adesivo sul passaporto.

Per entrare nelle Durbar Square bisogna avere un permesso, acquistabile al loro ingresso. A Kathmandu è possibile farsi fare una proroga se sapete di tornarci dopo alcuni giorni e potrebbe servire una foto tessera.

 

Alcuni veri MAI PIU’ SENZA utili per questo viaggio:

– i tappi per le orecchie anti-campanari

– la Citrosodina per digerire perché ad un certo punto non ce la fai più

nel periodo monsonico:

– la mantella per la pioggia

– sandali sportivi con un buon grip, in cui tutto quello che entra esce, per camminare anche nel fango e senza schiantare dal caldo portando i piedi ad ebollizione con gli scarponi

– una bandana se non addirittura una fascia di spugna per la fronte che gronda di sudore

– un ventaglio, pesa poco e vi assicuro che non ve ne pentirete

– una felpa leggerissima giusto per le levatacce mattutine

– il repellente, la pila, il phon che non sempre si trova negli alloggi

e naturalmente… l’OMBRELLO!

 

New York

8BR (1)

NEW YORK

 Periodo : maggio/giungo 2017

 Durata : una settimana

 

 

 

UN BABBO ITALIANO A NEW YORK

Da tempo mio padre desiderava vedere New York e col passare degli anni si allontanava la realizzazione di questo sogno. Finalmente, dopo avergli fatto fare un bel tagliando medico e un’assicurazione over 75, pur col rammarico di lasciare a casa la mamma che non ama viaggiare, io e mia sorella Chiara portiamo il babbo a NEW YORK!!

DOMENICA 28 MAGGIO 2017

Il sogno si avvera. Da Firenze, con AIR FRANCE voliamo a Parigi, dove senza esitazioni ci precipitiamo al gate per prendere il volo DELTA AIRLINES che ci porta a NEW YORK e precisamente all’aeroporto di NEWARK. Consegnato il voucher della prenotazione dello shuttle condiviso GOAIRLINK al Ground Transportation Desk, attendiamo pochi minuti e saliamo sulla navetta insieme con altri passeggeri. Avendo prenotato l’alloggio nell’Upper West Side, sulle sponde dell’Hudson, il nostro Hotel sarebbe il più vicino, ma la navetta porta a destinazione prima i passeggeri diretti in centro. Così facciamo subito un tour nel centro di MANHATTAN!

Dai finestrini guardiamo affascinati i grattacieli sfavillanti che incombono su TIMES SQUARE, i tabelloni degli spettacoli di Broadway, il traffico, il movimento. L’espressione del babbo è indecifrabile, forse non si aspettava tutta questa confusione…

Il nostro RIVERSIDE TOWER HOTEL è in ristrutturazione, addirittura sgarrupato. Oh dove siamo capitati?

La “suite” è composta da due piccole stanze, comunicanti tra loro tramite un piccolo bagno (doccia e wc), ciascuna con un letto singolo. Il babbo prende possesso di una stanza, Chiara ed io andiamo nell’altra. Ok, ma dove dormiamo in due? Torniamo giù alla reception sperando che ci sia un errore… No no, la suite standard è proprio quella.. in una delle due stanze c’è una rete che si sfila da sotto il letto. Ok capito, però poi non ci si rigira più nella stanza! Non sappiamo se ridere o piangere..

Siamo troppo stanchi per lamentarci con Booking per cambiare sistemazione. Inoltre, probabilmente, non avremo letto bene le misure della stanza e dei letti nella descrizione. Pensi ormai di saperle tutte invece… LEZIONE IMPARATA!

Usciamo con l’intenzione di consumare una cena leggera perché è tutto il giorno che ci servono cibo sugli aerei ma, per non ingrullire troppo, infiliamo dentro a SHAKE SHACK per un americanissimo hamburger.

 

LUNEDI 29 MAGGIO

Ci svegliamo presto per via del fuso, ma neanche troppo. In questo Hotel non è prevista la colazione perciò andiamo a cercare un posto qua vicino. Sulla Broadway angolo 78ma St c’è l’EUROPAN BAKERY, una panetteria semplice gestita da ispanici. Hanno tutto, dal dolce al salato. Prendiamo dei pancake, veramente soffici e ottimi, ed il nostro primo bicchierone di caffè/tè con cui usciamo in strada sentendoci molto newyorkesi.

La metropolitana si chiama SUBWAY. Alla macchinetta facciamo la tessera METROCARD illimitata valida per 7 giorni (il distributore prende sia le carte sia i contanti ma, nel caso non sia un caso – e scusate il gioco di parole! – con la carta di credito non siamo riusciti a farne più di due). Chiara scarica anche l’utile APP per poterci districare sulle varie linee. A New York bisogna fare ovviamente attenzione alla direzione della metro per non finire dalla parte opposta e se i treni sono locali o espressi perché questi ultimi non fanno tutte le fermate. Per visitare New York abbiamo acquistato via internet il NEW YORK PASS valido 5 giorni. Per l’elenco di tutto ciò che si può visitare andate su www.newyorkpass.com, vi segnalerò comunque tutte le nostre visite incluse. Abbiamo calcolato che per tutto ciò che ci interessa c’è un risparmio. Una nota: la corsia preferenziale che evita di fare la coda è fantomatica, perché la maggioranza dei visitatori ha un Pass.. (prevalentemente NyPass, CityPass). In pratica a noi è capitato solo una volta di saltare la fila. Le code però sono sempre piuttosto scorrevoli. Oltre al risparmio in termini di costi, il NYPASS consente di non doversi soffermare ulteriormente presso ogni biglietteria tirando fuori soldi o carte di credito perché lo passano sul lettore e ti consegnano subito i biglietti d’ingresso. Il Pass va ritirato in loco in uno dei quattro Welcome Center (gli indirizzi sono indicati nella prenotazione).

Con la metro andiamo fino a TIMES SQUARE per ritirare il Pass all’Information Desk all’interno di Madame Tussauds. Pass-muniti iniziamo l’esplorazione. Facciamo due passi verso la 5th Avenue imbattendoci nel piccolo delizioso BRYANT PARK. Il babbo si rende conto di dover stare attento, guardando i grattacieli sente girare la testa…

Pioviggina, perciò ne approfittiamo per entrare dentro all’EMPIRE STATE BUILDING (incluso nel Pass) che si erge in tutta la sua maestosità proprio di fronte a noi. La salita in ascensore è rapida e fantastica. Il soffitto diventa uno schermo che riproduce un filmato che ripercorre la sua costruzione dal basso verso l’alto con i piloni che vengono sollevati e gli operai al lavoro che posano le strutture di ferro! Già all’80mo piano il panorama è esagerato. Da ogni finestra possiamo ammirare i diversi quartieri di Manhattan, ognuno con le sue peculiarità, i suoi grattacieli, i suoi parchi, il diverso affaccio sul fiume. Con l’ascensore saliamo di ulteriori sei piani fino all’86mo, dove si trova l’OBSERVATORY che è all’aperto. Impossibile non pensare all’incontro di Meg Ryan e Tom Hanks nel film “Insonnia d’amore”. Il tempo non è dei migliori ma siamo ugualmente impressionati, anzi troviamo affascinante l’orizzonte nebbioso che inghiotte la cima dei grattacieli più alti.

Pranziamo al Pub irlandese MULLIGAN’S (267 Madison Ave / East 39 St). E’ tutto molto gustoso e la sosta è perfetta per ritemprarci un pochino. Proseguiamo a piedi fino a GRAND CENTRAL TERMINAL, la stazione splendidamente conservata grazie all’intervento di Jacqueline Kennedy. Oltre all’immensità degli ambienti, colpiscono gli elementi Art Deco’, come ad esempio le biglietterie. La stazione è immensa, con molte diramazioni ed ambienti, ci sono anche un mercato e la food court. Già che ci siamo ci procuriamo una bella cartina della Subway, molto utile per capire, da numeri e lettere a fianco dei nomi delle fermate, quali treni fermano e quali no. Proseguiamo passando vicino al CRYSLER BUILDING e arriviamo fino al Palazzo dell’ONU. Qui prendiamo il nostro primo TAXI GIALLO e ci facciamo portare al MOMA (incluso nel Pass) dove faccio da guida a Chiara e al babbo nelle sale dedicate agli impressionisti. Sono le quattro e non resta molto tempo per visitarlo ma alcune opere sono davvero imperdibili. Di fronte al Gauguin (The Seed of the Areoi) e al Van Gogh (Notte Stellata) mi commuovo.

New York è la città che non dorme mai, ma noi non possiamo tirar troppo la corda, siamo stati bravissimi considerando che siamo in giro da stamattina, ma cominciamo ad accusare la stanchezza. Risaliamo la 5TH AVENUE passando davanti all’imponente TRUMP TOWER ed entrando da TIFFANY dove un commesso fa un sacco di complimenti al babbo indicando il suo K-Way dell’Arena. E pensare che lo voleva rottamare da quanto è datato… Torniamo con la metro nel nostro quartiere e ceniamo da EUROPAN dove è possibile farsi fare delle belle insalatone con gli ingredienti a piacere. Non sarà un posto chic, ma la musica è ottima, il cibo è salutare ed il babbo qui si sente a suo agio. In albergo tiriamo fuori il letto e fatti gli opportuni incastri … buonanotte.

 

MARTEDI 30 MAGGIO

Da EUROPAN la colazione è proprio “di quartiere”. Ci piace la gentilezza di chi ci lavora e anche la qualità dei prodotti. Oggi assaggiamo i muffin.

Poiché il tempo è parecchio nuvoloso e fa quasi freddo non rispetteremo l’itinerario pianificato. Prendiamo la metro fino alla 50 St e un taxi fino all’INTREPID SEA-AIR-SPACE MUSEUM (incluso nel Pass) – Indirizzo Pier 86, West 46th St – orari 10.00-17.00. Ndr: nei musei newyorkesi le code vengono disciplinate da una serie di cordoni che creano percorsi a serpente. All’ingresso ci sono sempre i metal detector e i bagagli vengono controllati come in aeroporto.

L’INTREPID è una vera portaerei! Il museo potrebbe esservi stato descritto come un’attrazione per i bambini ma piace parecchio anche agli adulti! Noi ci siamo stati cinque ore!!

Scopriamo che il babbo conosce tutti i velivoli parcheggiati sul ponte di lancio: elicotteri, aerei, lanciamissili, Mig, chi più ne ha più ne metta. Sa anche dove sono stati fabbricati e in quale guerra hanno combattuto. Non ha bisogno della traduzione dei pannelli esplicativi e sembra al parco giochi. Sul ponte, oltre ad aerei da combattimento, ricognizione e soccorso, e sulla banchina è parcheggiato anche il Concorde della British Airways. Entriamo nel ventre dell’enorme portaerei scoprendone tutti gli ambienti: la torre di controllo, le sale macchina e radar, gli alloggi dei marinai, la cucina e la mensa, l’officina meccanica. Vedendo la sala addestramento sembra di vedervi seduti Gus e Maverick in Top Gun. Pranziamo sulla portaerei spendendo 40 $ per tre pizze, buone, poi riprendiamo la visita. Negli hangar si susseguono le sorprese, in particolare la nostra attenzione viene catturata dalla prima navicella spaziale della Nasa (sull’aereo abbiamo visto per l’appunto il Film The Hidden Figures!) e dallo Space Shuttle, così grande da suscitarci una vera e propria emozione al suo cospetto. Fuori piove di brutto e allora si va dentro al sottomarino! Il Growler è ormeggiato proprio a fianco dell’Intrepid. E’ incredibile come, al suo interno, sia tutto incastrato alla perfezione! Sembra quasi di stare nella nostra suite… ahhhahhha!

Sono quasi le quattro e sarebbe anche l’ora di concludere la visita… Potremmo rilassarci con una crocierina visto che poco distante c’è il molo da cui partono… (PIER 83 West 42st -12th ave) e che le crociere sono tutte incluse nel Pass. Tra pochi minuti parte la  LANDMARK CRUISE, perfetta! Il tempo è bigio ma è comunque bello avvicinarci alla Statua della Libertà, vedere Manhattan da un’altra prospettiva e passare sotto al Ponte di Brooklyn. La crociera termina intorno alle sei sempre al Pier 83. Arranchiamo a piedi fino in centro ma la bolgia di TIMES SQUARE quasi ci opprime. Sai che? Si torna a casa e si cena al nostro EUROPAN. Dopo cena, io e Chiara auguriamo al babbo la buonanotte e usciamo per un giretto notturno. Con la metro scendiamo giù fino a Ground Zero. I grattacieli, benché illuminati, sono avvolti dalla nebbia a causa della leggera pioggia. Con questa strana atmosfera e l’oscurità, le vasche dove un tempo s’innalzavano le Torri Gemelle ci danno un brivido. Entriamo nel semideserto OCULUS dall’affascinante architettura. Al suo interno i negozi sono tutti chiusi, come pure i bagni pubblici! Rientriamo in albergo soddisfatte del nostro giro extra.

 

MERCOLEDI 31 MAGGIO

Lasciati i bagagli nel deposito dell’albergo, usciamo per la consueta colazione da EUROPAN.

Con la METROCARD si può salire anche sugli autobus perciò prendiamo l’M79 che porta a CENTRAL PARK.

Il tempo è incerto ma tendente al miglioramento. Quando mi descrivevano Central Park non riuscivo a capire tanta esaltazione. E che sarà mai? Un parco, più grande di tanti altri, con i grattacieli tutt’intorno.

Bisogna vederlo e passeggiarci dentro per capire… E’ un luogo magico, curato, vivo, una poesia incastonata nel cemento, una gioia, una pace che s’infonde nel cuore.

Camminiamo senza orientarci imbattendoci nel Belvedere Castle, nel Bow Bridge e in altri luoghi meravigliosi. Gli scoiattoli sono simpaticissimi e la varietà di uccelli, dai colori sgargianti e mai visti, si alterna a quella di piante e fiori. Non vorremmo venire più via ma abbiamo ancora tanto da vedere. L’altro lato del parco si affaccia sulla strada dei musei, il Museum Mile ed entriamo giusto nell’ingresso del GUGGENHEIM.  Essendo io l’amante dell’arte, mi dichiaro già contenta di aver visto il MOMA, anzi ho così la scusa per tornare e non è certo l’unica. Merita però visitare il vicino MET, METROPOLITAN MUSEUM (incluso nel Pass), per l’eterogeneità delle sue esposizioni. Il MET è uno dei musei più grandi e visitati del mondo, un vero viaggio nel tempo. Gli allestimenti sono spettacolari, tutto è sinonimo di bellezza non solo per ciò che vi è esposto. Pranziamo in una delle caffetterie del museo poi, dopo aver visitato anche la cospicua sezione egizia, torniamo all’albergo con l’autobus, per ritirare i bagagli e trasferirci nell’altro hotel, situato a Long Island. In circa mezz’ora con la metro raggiungiamo il PAPER FACTORY HOTEL. Siamo estasiati dallo stile industriale dell’Hotel, e dove se non in un’ex fabbrica di carta poteva svilupparsi al meglio? Oltre agli arredamenti dell’enorme hall siamo colpiti dall’ampiezza della nostra camera e soprattutto dei nostri letti. Il livello di questo albergo è tutta un’altra cosa rispetto all’altro, costa oltretutto meno! D’altronde qui non siamo a Manhattan.

Tutt’intorno all’albergo ci sono solo carrozzerie e officine meccaniche. Senza ammattire ci concediamo il lusso di cenare al MUNDO, il ristorante dell’hotel. L’ambiente è moderno e raffinato, ma non troppo, ed il cibo è eccellente. Eravamo affezionati al nostro Europan ma una botta di vita ci sta proprio! Il babbo e Chiara prendono l’agnello, io un Halibut che si scioglie in bocca. Il conto è salato (167 $ tip included) ma si va ampiamente a compensazione con quanto abbiamo risparmiato mangiando insalate nei giorni precedenti.

 

GIOVEDI 1 GIUGNO

Al Paper Factory Hotel la colazione è inclusa, a buffet e sostanziosa. Inoltre oggi c’è finalmente il sole!

Con l’autobus Q102 andiamo fino a ROOSVELT ISLAND, dove saliamo sulla ROOSVELT TRAMWAY (inclusa nella METROCARD). Ammirare il panorama attraversando l’East River e approdare a Manhattan con la funivia è bellissimo.

Facciamo una puntatina da MADAME TUSSAUDS per ritirare i biglietti del BIG BUS TOUR (incluso nel Pass). Già che ci siamo si dà un’occhiata? Tanto il museo è incluso nel nostro Pass. Uno scatto con Whoopy Goldberg, uno con Harrison Ford, uno con Barak e Michelle Obama e Morgan Freeman non ce lo leva nessuno! Saliamo sull’autobus a due piani che fa tutto un giro per Downtown con la possibilità di salire e scendere quando si vuole. A bordo ti danno le cuffiette che sintonizzi sul canale in italiano e dal secondo piano è proprio divertente girare per la città. Scendiamo sulla Broadway all’altezza di Spring St. Entriamo dentro ad alcuni negozi nonostante lo shopping non sia esattamente il passatempo preferito di nostro padre, dura poco infatti… Mettiamo un fermino agli stomaci con dei panini da STARBUCKS poi, scesi all’altezza di WALL ST, ci mangiamo il classico Hot Dog camminando fino allo STOCK EXCHANGE più famoso del mondo con foto di rito. Risaliti sul bus scendiamo alla fermata più vicina all’inizio del percorso pedonale del PONTE DI BROOKLYN. Il babbo, rinvigorito da una bibita all’arancia, parte come un razzo e noi facciamo quasi fatica a stargli dietro! C’è tanta gente che attraversa il ponte a piedi e in bicicletta. Bisogna stare attenti a non invadere la corsia dedicata ai ciclisti che effettivamente lo percorrono a tutta velocità. Un pensiero va alla mamma che da sempre mastica esclusivamente “la gomma del ponte”! Arrivati dall’altra parte cerchiamo invano la fermata della metro. Un ragazzo, vistoci in difficoltà, ci accompagna fino all’ingresso. I newyorkesi sono sempre molto gentili.

Scendiamo nel Meatpacking District e più precisamente vicino al CHEALSEA MARKET, ex fabbrica dei biscotti Oreo,  bello da vedere per la struttura, il mercato del pesce e i ristorantini. Facciamo una fantastica passeggiata sulla HIGH LINE, il percorso che si snoda lungo una sezione dismessa della ferrovia sopraelevata, lunga due km e mezzo, con i binari semi-occultati dal verde di aiuole fiorite e perfette, attrezzato con sdraio e panchine. E’ diventata un’oasi insolita nel bel mezzo delle abitazioni. Dopo aver mangiato un panino seduti su una panchina guardando il via vai, andiamo al ROCKFELLER CENTER in taxi con l’intenzione di salire sul TOP OF THE ROCK (incluso nel Pass) per concludere la giornata in bellezza. Purtroppo però apprendiamo che è tutto prenotato e la prima salita disponibile è alle dieci e mezzo. Vediamo dipingersi la perplessità sul volto del babbo. Ok ci torniamo domani, prenotiamo subito però, essendo il nostro ultimo giorno non possiamo perdercelo. C’è posto solo alle sei del pomeriggio oppure di nuovo la sera tardi, gli orari del tramonto sono tutti presi. E allora verremo alle sei. All’interno della metropolitana vediamo correre e rintanarsi in un buco un topolino… il TOPO of the Rock! Battutona…  Prima di ritirarci io e Chiara assaporiamo un cheese-cake al MUNDO.

 

VENERDI 2 GIUGNO

Colazione e trasferimento in metro fino a BATTERY PARK, nella parte sud di Manhattan, da dove partono i traghetti per LIBERTY ISLAND ed ELLIS ISLAND. Ci premuniamo di pranzo al sacco e facciamo la fila al STATUE CRUISES KIOSK per ritirare il biglietto (incluso nel Pass) e imbarcarci per la crociera. Il sistema di imbarco-sbarco dei traghetti che fanno la spola è molto funzionale. Si sale sul traghetto e si scende su LIBERTY ISLAND (chi vuole può proseguire senza scendere). Qui c’è un chiosco dove è possibile ritirare un’audioguida per ascoltare, anche italiano, la storia della STATUA DELLA LIBERTA’. E’ bello aggirarvisi intorno, ammirando da vicino la sua mole e godendo del suo fascino. Si sale sul successivo traghetto in partenza e si va a ELLIS ISLAND dove c’è l’IMMIGRATION MUSEUM. Anche qui si ritira l’audioguida e si esplora la struttura in ogni suo meandro. Nulla è cambiato da allora e fa effetto vedere le foto degli immigrati ascoltando le loro storie e a quali controlli erano sottoposti per poter entrare in America. La visita è davvero interessante e anche commovente. Facciamo il pic-nic seduti ad uno dei tavoli nelle apposite aree all’aperto e facciamo ritorno.

Ora ci aspetta una visita che ci rattristerà. Non è un caso che, a prescindere dal meteo, l’abbia lasciata per l’ultimo giorno. Sto parlando del World Trade Center, delle Torri Gemelle che non ci sono più, della tragedia e del dolore di centinaia di persone. Fa impressione vedere il vuoto incolmabile che hanno lasciato. Entriamo nel 9/11 MEMORIAL MUSEUM (incluso nel Pass) dove osserviamo in silenzio i resti delle fondamenta delle Torri, le strutture d’acciaio fuse, i mezzi dei pompieri accartocciati. Nel nostro Pass non è compreso l’accesso alla nuova FREEDOM TOWER, il grattacielo più alto dell’emisfero occidentale, ma non abbiamo neanche tempo a sufficienza, perciò senza troppi rimpianti proseguiamo mostrando anche al babbo l’OCULUS di Calatrava, il suo enorme atrio, la sua immensa ed originale struttura, poi con la metro torniamo al ROCKFELLER CENTER per salire sul TOP OF THE ROCK. Questo grattacielo è famoso per la foto che ne ha immortalato la costruzione con gli operai spensieratamente intenti a pranzare ad un’altezza vertiginosa a cavalcioni di una trave. Con l’ascensore saliamo in cima per godere del panorama a 360 gradi. Su un lato si estende davanti ai nostri occhi tutto Central Park, su un altro l’Hudson, poi tutta Manhattan fino a Downtown con i suoi grattacieli e l’East Side. Bellissimo.

Chiedo ad un addetto dove possiamo mangiare una buona bistecca nei paraggi. Ci indirizza da DEL’S FRISCO. Nell’enorme ristorante, dall’ambiente piuttosto buio, ci sentiamo a disagio. C’è confusione per la quantità di gente, la musica è alta e a nostro avviso inappropriata. La cameriera corre avanti e indietro trafelata ma distratta, è proprio disattenta. Sarà anche per questo che toppiamo totalmente l’ordinazione: invece della bistecca ci arriva il polpettone! Bello eh.. e molto buono, però non è la stessa cosa.. costa pure un botto! Nonostante la giornata sia stata davvero intensa facciamo pressione sul babbo per un ultimo sforzo, non può perdersi New York by night con le sue luci. E’ d’accordo con noi nell’asserire che ne valeva la pena perché ne resta ammaliato. Soddisfatti torniamo al nostro bell’hotel salutando Manhattan. Domani ci attende il volo di ritorno dall’aeroporto JFK.

India, Rajastan Orientale

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INDIA – RAJASTAN Orientale

 Periodo : agosto 2010

Durata : tre settimane

Tipologia : fai da te

 

 

ITINERARIO

NEW DELHI – UDAIPUR – JAIPUR – AMBER – ALWAR – AGRA – GWALIOR – ORCHHA – KHAJURAO – VARANASI

 

Sabato 31 luglio MILANO MALPENSA

Dovendo prendere diversi voli ho ritenuto fondamentale per tutti viaggiare con solo bagaglio a mano. I miei compagni di viaggio sono affascinati dalla destinazione, timorosi di quello che vedranno e incerti su come l’affronteranno ma rassicurati dalla mia organizzazione. Essendoci già stata sono tranquilla, anche per loro, perché ho messo a punto un itinerario “graduale”.

Il volo Finnair è puntuale. Ad HELSINKI abbiamo diverse ore di sosta in transito perciò abbiamo modo di esplorare il piccolo aeroporto VANTAA da cima a fondo, inventariando i negozi, una renna imbalsamata dal pelo morbidissimo e la presenza di una spa che con tutta probabilità ti fa un bel peeling al portafoglio giacché è tutto carissimo. Mangiamo qualcosa da PRONTO. Il salmone affumicato è delicatissimo e il gelato molto buono. Sul volo Helsinki – New Delhi  assaggiamo il primo cibo indiano e dormiamo un po’.

Domenica 1 agosto NEW DELHI

L’aeroporto IGI di NEW DELHI è enorme e nuovissimo. E’ stato inaugurato solo tre giorni fa e fuori è ancora tutto un cantiere. Facciamo una lunga coda per passare la dogana poi andiamo a cambiare un po’ di Euro in Rupie al cambio da ladri pari a 55,00 Rs= 1€ (il cambio sarebbe 60,57!).

Uscendo, dietro una lunga transenna c’è una fila di uomini con i cartelli degli hotels e il nome del cliente che stanno aspettando. C’è anche il nostro. Abbiamo concordato il pick-up all’aeroporto con l’Haveli dove dormiremo. Seguiamo l’indiano fuori dall’aeroporto dove ci investe il caldo umido e l’aria polverosa. L’auto è in un parcheggio nuovissimo ed immenso, infatti sulle prime l’autista non trova la vettura perché non si orienta e anche trovare l’uscita non risulta facile. Ovunque c’è molta sorveglianza.

Il tragitto fino alla CHHOTI HAVELI dura 20 minuti, l’abbiamo scelta proprio per la sua strategica vicinanza all’aeroporto. Durante il tragitto le prime immagini della quotidianità indiana sono di strade dissestate, case fatiscenti, gente malconcia, slam, bambini che fanno i propri bisogni sul ciglio della strada osservando il traffico, vacche erranti alla ricerca di cibo, gente che dimora in mezzo alla strada sullo spartitraffico. La CHHOTI HAVELI è all’interno di un “quartiere residenziale”. – 1006 Sector A Pocket A, Vasant Kunj, www.chhotihaveli.com, info@chhotihaveli.com.

Mrs SURINDER e Mr MAINI sono persone squisite e attente ad ogni necessità dei propri ospiti, la casa è pulitissima e offre ogni comfort. Tapa, che subito ribattezziamo Tappo perché alto 1mt50, è efficientissimo e silenzioso, mantiene la casa immacolata ed è addetto anche alla cucina. Dopo il benvenuto e il tè ci ritiriamo subito nelle camere per dormire un paio d’ore. Alle dieci ci ritroviamo per fare colazione. Tappo ha preparato sia la colazione occidentale che quella indiana. Le paratha sono buonissime. Mrs Surinder ci ragguaglia in merito alle cose da vedere nel corso della giornata tracciandoci i punti  sulla cartina, segnalandoci anche dove mangiare e fare acquisti e prenotandoci una macchina con autista (costo per otto ore 1500 Rs + 50 Rs per ogni ora successiva). Alle 11.30 partiamo col nostro valente Deepak, ottimo autista, alla scoperta di Delhi e più precisamente dei suoi quartieri meridionali, meno caotici rispetto a quelli del centro, per un impatto soft con la città. La prima sosta è al QUTAB MINAR, affascinante torre alta 72 metri  e larga 12 alla base e 2,50 mt in alto. Tutt’intorno ci sono altri resti di antiche vestigia, il rosso dell’arenaria fa da sfondo ai colori brillanti dei sari delle donne che visitano il complesso.

Seconda tappa da DILLI HAT, suggerito da Mrs Surinder  per acquistare vestiti indiani ma ci sembra una trappola per turisti. Oltre a tessuti e vestiti vi si vendono gioielli e statuine intagliate. Purtroppo una volta entrati è difficile sfuggire dalle grinfie dei venditori. Un ragazzo ci sciorina la storia dell’attività mentre fa tirare giù dagli scaffali decine e decine di completi vestito + pantalone + sciarpa abbinata, uno più brutto e pomposo dell’altro. Inutile digli di non aprirli tutti, li apre tutti.

E’ una tecnica di vendita per far sentire il cliente in debito inducendolo a comprare almeno qualcosa. Ci viene offerto il chai, guardiamo e tocchiamo tutti i completi. Ce ne proviamo alcuni ma, pur con tutta la buona volontà, non c’è proprio niente che ci interessi. Piuttosto contrariato l’indiano risponde che non ci sono problemi ma ci obbliga a passare attraverso gli altri reparti impedendoci di scappare via. Dopo aver comprato una collanina molto carina finalmente fuggiamo dirigendoci verso i LODI GARDENS che soprannominiamo Love Gardens essendo strapieni di coppiette infrattate negli angoli dei templi e nei giardini a sbaciucchiarsi. I giardini sono belli e rilassanti, quello che ci vuole per acclimatarsi il primo giorno.

Avvertendo un certo languorino ci rechiamo al KHAN MARKET dove, a detta di Mr Maini, ci sono dei buoni posti per pranzare. Non ne vediamo neanche uno, forse perché è domenica e sono chiusi. Ci rifugiamo da BARISTA, un caffè su due piani dove consumiamo un sandwich e una Pepsi.

Al 26-B di KHAN MARKET però è aperto VISHNU STORE, vende vestiti da donna molto graziosi e di buona qualità, il cotone ha la leggerezza che stiamo cercando noi. Anche in questo negozio tiriamo giù tutto, ma autonomamente e senza stress, provandoci più capi. Acquistiamo in totale sei vestiti e due sciarpe. Il prezzo di un vestito è 550 Rs (10 euro).

Deepak si è appisolato in macchina. Lo svegliamo facendogli fare un salto e partiamo per andare a visitare il complesso con la TOMBA DI HUMAYUN che al tramonto acquista ulteriore spettacolarità. Stanchi e accaldati, nonché assonnati per colpa del volo intercontinentale, ci tratteniamo fino al calar del sole scattando bellissime foto.

Concludiamo la nostra prima giornata indiana al Ristorante PUNJABI BY NATURE, a Vasant Vihar, dove assaggiamo il kebab (molto diverso da quello a cui siamo abituati noi, è proprio tutta un’altra cosa cioè un rotolo di carne tritata tipo polpetta molto speziata) e lenticchie nere accompagnate da un garlic naan  (pane indiano all’aglio) buonissimo. Spendiamo 308 Rs in quattro. Ci facciamo fare un doggy bag con il naan e il kebab avanzato per darlo al nostro Deepak rimasto ad attenderci in auto esausto e senza cena.

 

Lunedì 2 agosto UDAIPUR

Il nostro volo interno JET AIRWAYS per Udaipur parte alle 5,45 del mattino. Alle 4,20 Tappo e Mrs Surinder ci salutano. Oltre alla squisita ospitalità dei coniugi Maini e la simpatia di Tappo CHHOTI HAVELI si conferma una scelta tatticamente azzeccata, in 20 minuti siamo ai domestic flights.

Il volo da Delhi ad UDAIPUR dura 1 ora e 20 minuti, la Jet Airways è una buona compagnia.

Sul volo non viene servita la colazione, si può acquistare qualcosa ma niente tè e caffè, ma noi abbiamo i Ringo portati dall’Italia. A UDAIPUR il tempo è grigio. Partiamo subito con un taxi pre-pagato. Costa solo 400 Rs perché l’abbiamo scelto senza aria condizionata. Se l’avessimo richiesto con aria condizionata avremmo aspettato un bel pezzo, perché tutti vogliono l’AC. L’aeroporto di Dabok dista 25 km dalla città di Udaipur. Il dedalo di stradine strette, super trafficate e invase dalle vacche distoglie la nostra attenzione da quanto è sudicia la macchina. A Ugo fa schifo anche allacciarsi la cintura. Sperimentiamo la tipica guida indiana stile autoscontro.

In prossimità del nostro Hotel il taxista prova a consigliarcene un altro – dove probabilmente prende una commissione – ma noi abbiamo già una prenotazione e lui non replica. E’ un signore che ci fa un po’ tenerezza perciò lo ingaggiamo anche per il ritorno rendendolo molto felice.

L’AMET HAVELI è situato in una splendida posizione sulla sponda occidentale del LAGO PICHOLA –  Outside Chandpole, www.amethaveliudaipur.com, amethaveli@sify.com.

Le nostre camere non sono ancora pronte. Ne approfittiamo per fare colazione sulla terrazza dell’AMBRAI RESTAURANT, annesso all’Hotel,  situato proprio sul lago con una magnifica vista sul Lake Palace, del City Palace e dei Ghat più prossimi dove alcuni uomini sono intenti a lavarsi e a fare il bucato dei propri vestiti. Per la colazione (chai, omelettes, toast ed una marmellata che sembra finta) spendiamo un botto: 919 Rs.

Prendendo possesso delle nostre dimore, le suites nr 16 e 17, ci sembra di vivere una favola da quanto sono belle: marmo dappertutto, vetri colorati alle finestre, un bagno ampio e confortevole, il salotto in camera, la vista sul lago. In India ci si può concedere il lusso spendendo tanto quanto in un nostro bed & breakfast.

Complice un forte scroscio d’acqua facciamo una bella dormita fino alle due poi con un moto-rickshaw (Apecar) partiamo. Facciamo una sosta al QUEEN CAFE’, 14 Bajrang Marg, Outside Chandpole, dove so che si tengono lezioni di cucina ma è tutto pieno. Per non perderci come clienti la bellissima padrona di casa è disposta a farci una lezione ridotta, di due ore, fuori dagli orari previsti al costo di 900 Rs a testa (la tariffa intera per quattro ore di lezione costa 1500 Rs). Visto che non siamo tutti interessati a cucinare decidiamo di venirci semplicemente a cena. Andare in giro col moto-rickshaw è un’esperienza divertente e quasi ci dispiace scendere giunti davanti al City Palace. Costo della corsa 150 Rs.

Essendo già tardo pomeriggio rimandiamo la visita del CITY PALACE a domani dedicandoci all’esplorazione di Udaipur e dei suoi vicoli ricchi di piccoli negozi. Tutti cercano di attirare la nostra attenzione scambiandoci  per banconote pronte ad entrare nelle loro tasche.

Dentro ai negozi ci sono solo uomini. Stanno quasi tutti stravaccati su un materassino ricoperto di cotone bianco steso per terra dentro al negozio. Le merci in vendita sono principalmente gioielli, stoffe, pentolame e dolciumi. Quando attraversiamo il mercato delle verdure si scatena il delirio. Le donne dapprima restie al contatto diventano insistenti per farsi fotografare chiamando a raccolta tutta la parentela affinché poi si spedisca loro le foto.

Ricomincia a piovere ma si tratta di uno scroscio lampo. Sarebbe comunque il caso di fare una pausa, magari seduti bevendo qualcosa. Vicino al GANGAUR GHAT c’è l’EDELWEISS CAFE’ con una sala affacciata sulla strada. Ci sediamo, beviamo chai e CocaCola, assaggiamo una torta alle noci veramente buona ed osserviamo il via vai. Dopo esserci ripresi andiamo a vedere i Ghat. Un uomo suona uno strano strumento costruito da sé e vuole venderci il suo cd con la copertina che è un foglio a quadretti sul quale ha scritto qualcosa a mano. Alle sette meno venti entriamo nella BAGORE-KI-HAVELI, Gangaur Ghat, per assistere allo spettacolo musicale che ogni sera si tiene nel suo cortile interno alle 19,00. L’ingresso per quattro costa 290 Rs inclusa una “Chemla”. Ma cos’è la “Chemla”?? è la Camera (macchina fotografica) pronunciata nell’inglese indiano. Fare attenzione al resto perché il bigliettaio cerca di fregare.

Ci sediamo in pole position su delle coperte stese per terra un po’ scettici, timorosi di doverci sorbire una lagna. Dopo una breve introduzione musicale effettuata da tre uomini con ignoti strumenti, una ragazza spiega che ciò che vedremo è una panoramica delle tipiche danze rajasthane. Fanno il loro ingresso due uomini mascherati, uno a cavalcioni dell’altro che è a gattoni, al ritmo della musica mimano una tigre mentre un terzo uomo con una sciabola cerca di ucciderla. Poi si susseguono varie danze eseguite da donne che indossano abiti particolari, un burattinaio cha a turno fa danzare una marionetta ballerina e una marionetta uomo. Lo spettacolo termina con l’esibizione di una danzatrice un po’ attempata ma molto brava che con movenze aggraziate balla impilando sulla testa delle giare di coccio fino ad averne una decina una sopra l’altra. Tripudio di applausi e a grande richiesta la danzatrice posa per le foto con noi spettatori.

Ceniamo in un Rooftop Restaurant, il SUNRISE,  vicino al Gangaur Ghat risalendo la strada.

Il locale è in cima ad una ripida serie di scale. E’ giunta l’ora di far assaggiare ai miei amici il tipico piatto rajasthano: il THALI. Cos’è? Fidatevi.  Fuori piove a dirotto e ad un certo punto va via la luce. I solerti camerieri appiccicano una candela sul tavolo. A fine pasto siamo proprio soddisfatti.

Il conto? 675 Rs in quattro. Rientriamo all’Hotel con un moto-rickshaw. Anche i conducenti fregano, fare attenzione al resto.

 

Martedì 3 agosto UDAIPUR

Sveglia alle nove dopo una magnifica dormita a recupero del sonno perduto nei giorni scorsi.

Dopo lunghe insistenze riesco a convincere tutti a fare colazione da questa parte del lago in un posto “ignorantissimo”. Elena ed Ugo sono molto restii ad entrare nel lercio locale pieno di mosche,  invece si adatta ad ogni cosa. Il padrone, rinominato “il lurido”, accende subito la ventola così le mosche scappano e pulisce meticolosamente i nostri tavoli con uno straccio sudicio. Io e Marzia ridiamo osservando le espressioni disgustate degli altri due. Mentre viene giù un acquazzone beviamo il classico chai nei bicchieri puliti con un altrettanto orrendo straccio e mangiamo squisiti dolcetti fatti con la farina di ceci e saporite samosa spendendo in tutto 90 Rs, un decimo rispetto a ieri. Passata la tempesta, torna la truppa a far festa.

Ci fermiamo in un negozio di tessuti e vestiti facendo tirar giù ogni cosa come al solito. Ne usciamo due ore più tardi con un kurta giallo (specie di camicione di cotone) e un paio di pantaloni bianchi leggeri per me, una pashmina per gli amici. Ugo fa una corsa in albergo a posare tutti gli acquisti mentre noi tre restiamo ad ammirare le miniature su carta e seta di un negozio vicino.

Con un rickshaw attraversiamo le strette e tortuose stradine del centro e arriviamo al CITY PALACE. L’ingresso costa 50 Rs + 200 Rs per ogni macchina fotografica. Visitiamo il Palazzo da soli con l’ausilio delle fotocopie della guida. Il percorso è ben indicato ed in ogni stanza, cortile e corridoio un cartello in hindi e inglese fornisce le spiegazioni. Sicuramente con una guida lo avremmo apprezzato di più ma non abbiamo voglia di farci infarcire con date, nomi e dinastie. All’interno del Palazzo fa abbastanza caldo ma in un cortile c’è un chiosco che vende bibite fresche. Pranziamo nel Ristorante PALKI KHANA all’interno del Palazzo spendendo ben 3.030 Rs ma mangiando molto bene. Il Masala Paneer è veramente eccellente.

Sempre troppo sazi ripartiamo alla ricerca del molo dal quale partono le barche che fanno il tour al LAKE PALACE e al JAG MANDIR pur sapendo di non poterci imbarcare perché sono già le cinque.

Ci infiliamo in una serie di vicoli dove vediamo artigiani che lavorano nelle loro minuscole botteghe e lungo la discesa per il LAL GHAT troviamo un negozio di stoffe e vestiti  dove, dopo un moderato dispiego di completi anche Ugo trova un “pigiama”  indiano, leggerissimo e davvero bello al costo di 800 Rs. Nella CHAND POL incrociamo un elefante gigantesco. Tutta la strada si blocca per farlo passare. Attraversato il ponte pedonale invaso dalle vacche ci fermiamo al Queen Cafè per riservare il tavolo per la cena e facciamo una deviazione per aggirare l’isolato disseminato di negozi ed evitare di farci tartassare dai venditori. Notare bene che i venditori di Udaipur sono tra i più tranquilli del Rajasthan! Non a caso ho fatto iniziare il giro da qui, proprio perché l’atmosfera che regna ad Udaipur è molto rilassata. Le bambine sono desiderose di sfoderare il proprio inglese. Al Ghat vicino all’albergo i bambini si esibiscono nei tuffi mentre sopraggiunge il tramonto.

Davanti all’ingresso dell’albergo c’è il nostro incubo: un ragazzo che ha un rickshaw e che ci rimprovera perché non l’abbiamo chiamato. Ma siamo tornati a piedi, non vedi? Dondola la testa col tipico movimento di assenso indiano.

Dopo una bella doccia rigenerante tutti sfoggiamo i nuovi acquisti e ci sentiamo bellissimi. L’ambiente del QUEEN CAFE’ è proprio piccolo, c’è un solo grande tavolo al quale possono stare sedute al massimo sei o sette persone. Dividiamo il tavolo con un’altra coppia di turisti. In alta stagione il locale riesce ad accogliere fino a 20 persone sistemandole sedute per terra nel soppalco ed utilizzando anche il piccolo tavolo posto all’ingresso normalmente usato come scrivania per la cassa. La padrona del Queen Cafè è molto intraprendente, ha un sorriso bellissimo, è gentile e parla un ottimo inglese. Assaporiamo gli ottimi curry casalinghi di banana, zucca e melanzane che accompagnano riso e chapati. Il raita (yogurt con verdure) è il migliore sperimentato fin’ora. Nei nostri stomaci non c’è più posto per il dessert perciò decidiamo di tornare domani per assaggiare i dolci a colazione. A conclusione del pasto la bella signora ci mostra dei sacchetti contenenti tè nero, masala per il chai e altre spezie, ma non siamo interessati ad acquistarli. Per la cena spendiamo 500 Rs in quattro. Poco prima di congedarci la signora rinnova l’apprezzamento per la mia borsa di plastica piena di tasche e cerniere ed assai funzionale. La guarda con tale avidità che non posso fare a meno di renderla felice proponendole uno scambio. Lei non se lo fa dire due volte, corre in una stanza della casa e torna con quattro piccole borse di stoffa che nulla hanno a che vedere con la mia ma va bene lo stesso. Ne scelgo una che a malapena riesce a contenere tutto quello che stava nella mia. Alla signora luccicano gli occhi ed il suo sorriso è più radioso che mai. Sono felice anch’io.

 

Mercoledì 4 agosto JAIPUR

Quando ci svegliamo scopriamo che sta piovendo. Prepariamo con calma i bagagli e non appena usciamo dalle stanze si materializza un portantino. Ancora una volta ci rendiamo conto di essere stati sempre discretamente osservati, ad esempio nei giorni passati ci eravamo accorti che appena lasciavamo le camere veniva tolta la corrente per impedire il funzionamento di ventole e condizionatori per il risparmio energetico. Saldiamo il conto: per due notti in suite fanno 10.000 Rs a coppia + il 10 % di tasse. Depositati i bagagli usciamo per andare a fare colazione.

Chi c’è fuori dal portone pronto a caricarci sul rickshaw? Incubo!

Ok grazie, ma andiamo a piedi anche oggi.

Le specialità dolciarie del QUEEN CAFE’ sono rappresentate da piccole frittelle di mela ricoperte da zucchero di canna chiamate Swiss Apple Pie, da ottime Gulab Jamun (palline di pasta leggera immerse in uno sciroppo non troppo dolce) e dalle Chocolate Balls, talmente buone che ce ne facciamo mettere da parte una decina per portarcele via. La signora contratta per noi il prezzo di un moto-rickshaw spiegando all’autista che nel portarci in giro quando scendiamo per vedere qualcosa deve attenderci; prezzo per la corsa 200 Rs.

Andiamo a sud del lago al SUNSET GARDEN dal quale si dovrebbe godere il miglior panorama della città. Secondo noi la vista è molto più bella dal nostro albergo! Forse dall’alto, da qui infatti parte una funivia, ma non ci interessa e poi sta cominciando a piovere. Torniamo in centro per andare a visitare la BAGORE-KI-HAVELI (sì, quella dove abbiamo visto lo spettacolo) per 30 Rs a testa. L’Haveli è bellissima, sia per la struttura che per gli arredi e le curiosità come la stanza delle marionette e i turbanti e vale veramente la pena visitarla con la guida.

Quando rientriamo all’Amet Haveli troviamo ad attenderci l’autista che ci ha condotti qui all’andata. E’ sorridente e per l’occasione ha addirittura tirato a lucido la macchina, dentro e fuori.

All’aeroporto c’è poco movimento; mentre pranziamo i gentili addetti del check-in ci fanno i boarding pass e ce li portano addirittura al tavolo, controllateli però, i nostri sono stati scambiati con quelli dei vicini di tavolo. Quando atterriamo a Delhi ci dicono di restare sull’aereo perché per Jaipur ripartiamo con lo stesso aeromobile, tra 15 minuti. Passa il Comandante, mi complimento con lui per l’atterraggio, non mi sono neanche accorta di quando ha toccato terra! Poi entra una squadra in divisa, i Lions. Una squadra di calcio? No, di pulizie!!

In pochi minuti spazzolano i sedili, cambiano le foderine poggia testa, svuotano le tasche dai rifiuti, spazzano in terra. Entrano i nuovi passeggeri, il nuovo equipaggio e si riparte.

L’aeroporto di Sanganer è piccolo e nuovo. Dalla città di JAIPUR dista 15 km. Anche qui prendiamo un taxi-prepagato, al costo di 350 Rs, e andiamo al DIGGI PALACE dove pernotteremo tre notti e presso il quale abbiamo prenotato la macchina con autista per arrivare fino a Khajurao. L’ingresso del DIGGI PALACE è mozzafiato – Shivaji Marg, Sawai Ram Singh Road, www.hoteldiggipalace.com, reservations@hoteldiggipalace.com – ci troviamo davanti un immenso giardino contornato dalla struttura. Ai lati del giardino ci sono dei tavoli con poltrone e sedie, l’illuminazione è soffusa. Una parte dell’edificio è in restauro, il resto è molto tradizionale. Le stanze, meno regali delle precedenti, sono carine ma un po’ umide. Lavo subito la biancheria intuendo che non asciugherà. Aperitivo-cena con pappadams e pakhora a bordo del giardino ben spruzzati di Autan a causa delle zanzare.

 

Giovedì 5 agosto JAIPUR

Al Diggi Palace la colazione è a buffet con tè, latte, caffè, spremuta di arancia, muesli, yogurt, polpette di patate, fagioli, papaia, melone bianco. Un cuoco prepara su richiesta uova e omelettes farcendole con verdure a scelta.

Oggi visiteremo JAIPUR, la città rosa. Appena usciti dall’Hotel ci raggiungono di corsa gli autisti dei ciclo-rickshaw che ci contendono come clienti. Avanziamo a piedi fino alla strada tallonati da tutti. Quando vedono che proseguiamo a piedi nonostante i ribassi delle corse se ne ritornano alla loro postazione. Lungo il viale fermiamo due ciclo-rickshaw, di cui Jaipur è piena, che per andare al City Palace ci chiedono 30 RS a coppia. Tiriamo a 20 Rs e montiamo su. Sembrava di essere vicini, in realtà i due ciclisti si fanno un bel mazzo. Quando scendiamo gli diamo 30 Rs, se li meritano.

Davanti al City Palace veniamo subito agganciati da alcuni tizi che vogliono conoscere i nostri programmi mentre gentilmente ci indicano dove fare i biglietti. Sono autisti di ciclo-rickshaw che cercano di accaparrarci come clienti dicendoci cos’altro dovremmo visitare.

Il palazzo è aperto dalle 9,30 alle 17,00, il biglietto di ingresso costa 300 Rs e comprende la visita del CITY PALACE e del FORTE di JAIGARH entro una settimana. Muniti di audio guida (compresa nel prezzo del biglietto) seguiamo il percorso numerato. Sotto all’immenso porticato (Diwan-i-Khas) ci sono le famose GIARE D’ARGENTO pesanti 345 kg che figurano nel Guinness dei primati con le quali nel 1902 il maharaja trasportò fino in Inghilterra l’acqua del Gange per le abluzioni. Quando le ho viste la prima volta erano all’aperto, purtroppo ora sono dentro una teca.

La SALA DELLE ARMI è particolarmente ricca e l’esposizione è molto curata. Dentro però fa un caldo infernale, dopo un po’ anche le cuffie dell’audioguida diventano una tortura. Sostiamo al Caffè che c’è all’interno del palazzo per rinfrescarci con una bibita poi proseguiamo andando nel cortile dei pavoni  dal quale si vede bene l’attuale residenza della famiglia reale. Le decorazioni in ceramica con i pavoni sono notevoli come pure la sala delle udienze.

Il JANTAR MANTAR, l’osservatorio, si trova a sud subito fuori dal palazzo. E’ aperto dalle 9,00 alle 16.30. L’ingresso costa 30 Rs a testa, la guida 200 Rs. Per capire qualcosa dei complicati strumenti avere la guida è fondamentale. La nostra parla inglese ma abbiamo sentito guide parlare anche in italiano. Purtroppo oggi fa caldo e non c’è sole, giusto un raggio improvviso e fuggevole che ci regala al momento giusto la possibilità di vedere e comprendere il funzionamento dell’enorme meridiana che non ricordo se è la più grande e/o la più precisa del mondo con un’approssimazione di 20 secondi. La visita dell’osservatorio e dei numerosi strumenti astronomici è da non perdere.

Uscendo ritroviamo i tipi del rickshaw che vogliono portarci al Palazzo sull’Acqua.

Con gli indiani ci vuole molta fermezza e soprattutto non va lasciato spazio alla possibilità perché poi non mollano. Sono dei venditori accaniti di cose e servizi e manipolatori, un’offerta la trasformano in tre balletti in impegno assunto. Riusciamo a sganciarci nonostante le proteste perché ci hanno aspettato. Le parole vietate in India sono: forse, dopo, domani, vediamo, ci penso. Un solo grazie non è abbastanza chiaro, bisogna dire NO grazie, altrimenti per loro è già un SI grazie. Rischiando di essere travolti dal traffico nell’attraversare le strade raggiungiamo l’HAWA MAHAL, il famoso PALAZZO DEI VENTI, tutto rosa, con le finestre dai vetri colorati contornate da disegni bianchi. Si affaccia sulla strada, quindi per ammirarlo bisogna stare dall’altra parte della strada cercando di sopportare il tormento di venditori  e procacciatori d’affari che baccagliano ininterrottamente e accanitamente. Camminare lungo una strada piena di negozi è un delirio perché non puoi neanche fuggevolmente guardare la merce esposta, se ti lasciassero in pace magari potresti guardare e forse comprare, invece vieni assalito e stordito dal ritornello “bellissimo, costa poco, vieni dentro, sei primo cliente oggi porta fortuna” e tutto il repertorio. Il risultato è che non riesci a vedere niente perché pensi solo a scappare e loro non vendono. Ma se lo fanno evidentemente  con altre persone questa tecnica funziona.

Con un moto-rickshaw raggiungiamo l’LMB – LAXMI MISHTAN BHANDAR, 3 Johari Bazar- un ristorante del centro storico raccomandato da tutte le guide. L’ingresso è quello di un enorme negozio dove vendono miriadi di dolcetti prelibati e spuntini salati da mangiare in piedi o da portar via. Io spolvererei tutto da quanto sono invitanti. La sala ristorante è grande e frequentata oltre che dai turisti da molte famiglie e uomini d’affari in pausa pranzo. Lo stile dell’arredo è art deco’ ma l’aspetto generale è decadente. Le tovaglie sono impataccate. Glielo scrivo sul questionario da compilare a fine pasto così si possono migliorare. In compenso il cibo è eccellente, abbondante e saporito. LMB è uno dei migliori ristoranti del viaggio. In quattro abbiamo speso 1,201 Rs.

Usciamo dalla città per andare a visitare i CENOTAFI. L’ingresso costa 30 Rs, una donazione in pratica perché come visita non è un granché ma i Cenotafi immersi nel giardino un po’ trascurato rappresentano un’oasi dove rifugiarsi lontano dalla calca e dal rumore assordante dei clacson.

Ritorniamo davanti al Palazzo dei Venti con l’intento di percorrere la strada principale e guardare i negozi. La sosta in un qualsiasi negozio porta via almeno un’ora  a causa dell’intero cerimoniale da sorbire, i soliti discorsi, dove andiamo, quanti giorni stiamo, cosa facciamo, il chai che ci mette un po’ per essere pronto o portato da qualcuno, la messa in mostra di tutta la mercanzia, il ripetuto tentativo di vendere; quindi dopo un po’ la faccenda diventa snervante, se non altro dentro ai negozi c’è l’aria condizionata.

Entriamo in un grande cortile dove una scolaresca maschile è seduta per terra. Mi siedo in mezzo a loro per farmi fare una foto. I ragazzi sono molto eccitati dal diversivo e dalla nostra attenzione nei loro confronti. Un bidello veramente burbero improvvisamente comincia a prendere i ragazzi a bastonate perché non si devono distrarre, ma da cosa? Erano lì che non facevano niente! Temendo che la nostra permanenza lo induca a continuare ad infierire ce ne andiamo sconvolti. Tornati in strada veniamo richiamati da un certo “Vittorio” che reclama la visita nel suo negozio a causa di un famigerato “dopo” di Ugo, abbordato con la scusa di sapere quanto aveva pagato il suo completo indiano, perché lui ce l’ha di qualità superiore e costa meno.

Così passiamo un’altra ora a guardare cose che non ci interessano rifiutando il chai nella speranza di ridurre le tempistiche. Il completo di Vittorio in effetti è più bello e costa 600 Rs ma lo scopo di Vittorio è vendere altro. Un suo collega martella Ugo senza sosta per appioppargli una pashmina. Ugo rifiuta costantemente rinnovando il suo disinteresse ad ogni sconto ma l’indiano non demorde. Tira giù scaffali di pashmine mostrando colori differenti, diverse purezze di cachemire e intanto tira giù il prezzo del pezzo che ha deciso di vendergli. Da 4000 Rs scende sotto le 1000Rs, al che uno si domanda se anche l’ultimo prezzo può corrispondere al valore del capo o sia comunque troppo. Più Ugo afferma che non la vuole più l’altro insiste fino ad esclamare che è una questione di principio. Lui DEVE vendegli qualcosa. Ugo risponde che TUTTI vogliono venderci qualcosa ma non può comprare tutto. Concludiamo la visita con il solo acquisto del vestito mentre il tipo lo rincorre fuori con la pashmina in mano. Un vero gatto attaccato.

E adesso? Possiamo andarcene per i cavoli nostri?? No, dobbiamo seguire Vittorio nella sua Art Gallery… perché lui in realtà è un artista! E’ la seconda volta che vengo a Jaipur e per la seconda volta non me la riesco a godere! L’Art Gallery di Vittorio ha le dimensioni di uno sgabuzzino per le scope, rifiutiamo il chai per accelerare la fuga, visioniamo le miniature dipinte su carta e su seta dei soli elefanti, cammelli e cavalli complimentandoci anche se non sono un granché, i tratti pittorici sono più grossolani rispetto a quelli di Udaipur, poi salutiamo e scappiamo via. Vittorio non reagisce, ormai è bollito pure lui.

Rientrati al Diggi Palace ci facciamo un aperitivo in giardino e poi ceniamo nel ristorante dell’Hotel deliziandoci, in fundo, con una pallina al cioccolato del Queen Café di Udaipur.

 

Venerdì 6 agosto AMBER

Alle 9.00 arriva HANSRAJ, l’autista a nostra disposizione per dieci giorni con una vettura INNOVA al costo totale di 32.750 Rs, circa 550 € da dividere per quattro. Hansraj chiede di essere chiamato semplicemente RAJ, è un ragazzo giovane, sulla trentina, ha una moglie e tre figli.

Ci facciamo portare ad AMBER per visitare il Palazzo. Ugo desidera tantissimo arrivarci a dorso d’elefante, anche  si entusiasma all’idea e allora andiamo! Quando ci ricapita? Ovviamente è una cosa terribilmente turistica e costosa, 900 Rs a coppia per percorrere un km in dieci minuti.

Si monta su un palanchino appoggiato sul dorso dell’animale, sulla base d’appoggio è steso un materasso. L’elefante sul quale “viaggiamo” io ed Ugo è enorme e vigorosamente supera tutti i “colleghi” accorciando la nostra divertente esperienza facendoci ballonzolare al punto che non riusciamo a scattare neppure una foto alle nostre amiche che arrivano almeno dieci elefanti dopo.

La posizione  dell’ Amber  Palace è fantastica, dall’alto si ammira un bel panorama e le mura che salgono e scendono per km sui verdi pendii circostanti. La guida (costa 300 Rs) ci spiega tutto nei minimi particolari. Lo Sheesh Mahal (sala degli specchi) è straordinario, il sistema di refrigerazione interno del palazzo è davvero interessante, con le collane di piante aromatiche che ornavano le porte attraverso cui passavano i flussi d’aria per profumare gli ambienti. Come in tutti i palazzi la parte dove vivevano le donne è appartata, solo gli eunuchi potevano vederle e servirle. Ad Amber sono presenti tre architetture: indù (rappresentata dalle raffigurazioni degli animali), musulmana (rappresentata dai fiori) e persiana (anfore ed altri recipienti).

Al termine della visita la guida insiste per portarci a vedere il “vegetarian painting”.

Raj non ha ancora capito a quale razza di turisti apparteniamo, sicuramente la costosa salita a dorso d’elefante l’ha depistato, perciò ci porta dove dice la guida. Così ci ritroviamo in uno dei soliti negozi “venditutto-trappola-per-turisti”. E’ inutile protestare e puntare i piedi, ormai è impossibile recedere dal contratto verbale di aver accettato pensando di vedere qualcosa di diverso ed interessante. Fuori dal negozio un uomo fa vedere come si tingono i tessuti con i blocchi di legno con colori naturali utilizzando dei piccoli pezzi di stoffa e un altro tesse un tappeto al telaio. Fine dell’artigianato. Entriamo nel negozio, rapidi come fulmini attraversiamo l’edificio rincorsi dai vari addetti ai reparti ai quali facciamo segno che non ci interessa niente. Montiamo in macchina ed espulsa la guida nei pressi del Forte spieghiamo a Raj che siamo nauseati dai posti di questo tipo. Raj sorride e annuisce.

La tappa successiva è al JAIGARH FORT dove c’è il cannone più grande del mondo, una specie di mostro meccanico conservato al riparo di una enorme tettoia nel punto più in alto del Forte.

L’orario è crudele per  il sole ed il caldo. Una guida non richiesta ci propina in un incomprensibile inglese la  storia del cannone come se fosse una filastrocca. Ok grazie, bye bye! Resta lì un attimo come un salame poi reclama l’immeritato compenso che non gli diamo “facendo gli indiani”! cominciamo ad essere stanchi di essere considerati e trattati come bancomat ambulanti.

Senza l’ausilio di altre guide ci aggiriamo per il Forte che è un vero e proprio labirinto. Sono poche le cose interessanti da vedere però il vasto giardino pensile che si affaccia sulla vallata è meraviglioso. Visitiamo anche la fonderia dove venivano fusi i cannoni. Qui un finto pazzo e forse anche finto zoppo ci obbliga a correre da una parte all’altra e alla fine si risente pure, per la misera mancia. Ma chi ti ha chiesto niente!

E’ giunta l’ora di fare una bella pausa. Ci lasciamo consigliare da Raj che ci porta al The Royal Retreat, un posto dal quale io fuggirei all’istante preferendo il primo baracchino sulla strada ma gli altri sono stanchi e fiduciosi. ll ristorante è pieno di soli turisti in comitiva e già questo mi piace poco, il servizio è indiano, le pietanze normali, l’ambiente triste e il conto caro (1200 Rs in quattro). Quando usciamo Raj chiede sorridente se ci è piaciuto, “non tanto” rispondo “e poi è molto caro”. Ora sì che è disorientato. Cerco di spiegargli cosa preferiamo. Dondola la testa e rimontiamo in macchina.  Adesso Raj deve portarci nel negozio del suo boss, ci si mette anche lui!?

“Ma che vende?” “Stoffe, vestiti ecc.”  “Allora non ci interessa!” “Per favore, dobbiamo andarci…”

“E va bene..” Il negozio è il solito emporio dove i solerti commessi cominciano subito a tirar giù tutto dispiegando le mercanzie. La roba è anche brutta. Secondo me il negozio non è neanche del suo boss. Infatti è del cugino del boss che impone ai suoi autisti di portarci i clienti. Invece di farci perdere tempo in improbabili acquisti io vorrei che Raj ci portasse a Sanganer dove ci sono gli artigiani veri che stampano la stoffa a mano con i blocchi di legno.

Nel mio programma ci sarebbe stato anche di andare a BAGRU a vedere la lavorazione della carta fatta a mano ma la giornata è ormai andata a farsi friggere quindi non lo propongo neppure.

A SANGANER, che dista solo una decina di km da Jaipur, realizziamo che purtroppo è tardi (circa le cinque del pomeriggio) e le botteghe artigiane sono già chiuse. Chiedendo riusciamo a trovare un uomo gentile, sicuramente anche speranzoso di vendere qualcosa, che ci porta a vedere il suo laboratorio. Mentre nelle nostre orecchie echeggiano le raccomandazioni  di non andare in casa di nessuno  e/o seguirlo negli anfratti saliamo lungo le strette scale dello stabile completamente buio e attraversiamo diversi corridoi fino ad arrivare all’ultimo piano dove in un immenso locale alcuni uomini stanno ancora lavorando. Dentro la temperatura è simile a quella di un altoforno. Gli operai imbevono gli stampi di legno grandi più o meno 13 x18 cm dentro a delle bacinelle piene di colore naturale dove c’è un tampone e ritmicamente battono lo stampo sul tampone, lo appoggiano sulla stoffa (qui lavorano metri e metri di stoffa, non pezzettini) e con la mano battono un colpo sullo stampo. Oltre al caldo asfissiante la luce è scarsa e l’odore delle tinture è molto forte. Uscendo dallo stanzone ci si ritrova su una specie di terrazza dove sono accatastati stampi più grandi. Sono praticamente delle lastre grandi quanto una porta, essendo intarsiate consentono la tintura delle stoffe con l’utilizzo di un rullo impregnato di colore. Alla fine della visita torniamo giù e nel modesto negozio-magazzino diamo una breve occhiata ai tessuti stampati ma senza venire stressati, anzi il padrone della tintoria capisce perfettamente che eravamo solo curiosi di vedere la tecnica della stampa a blocchi.

Rientriamo all’Hotel. Il guardiano che sta nello stabbiolo della reception richiama prontamente la nostra attenzione per mostrarci le miniature eseguite dal figlio. Ma basta..

Consegniamo una caterva di vestiti per la lavanderia perché la roba lavata non si asciuga neanche a morire poi torniamo da Raj e alla macchina per farci portare fuori a cena, al FOUR SEASONS – Subhash Marg, C-Scheme – dove assaggiamo il dosa, una specialità dell’India del sud che consiste in una sfoglia croccante e piccante farcita. Il ristorante è semplice e molto indiano.

Costo della cena per quattro 530 Rs.

 

Sabato 7 agosto ALWAR

Facciamo colazione con calma nel ristorante del Diggi Palace  e partiamo intorno alle dieci dimenticando di chiedere e Raj di passare da LASSIWALA per assaggiare il favoloso lassi servito nei bicchieri di terracotta. Il traffico è congestionato e uscire da Jaipur richiede più tempo del previsto. Raj suggerisce la visita del MONKEY TEMPLE, il suo preferito, che si trova lungo la strada per Alwar. Questa volta restiamo piacevolmente sorpresi. Il complesso del Monkey Temple è incantevole. Ci sono numerose scimmiette curiose e mansuete con i cuccioli, una struttura centrale finemente affrescata che si affaccia su una piazza all’interno della quale dei santoni danno la benedizione a seguito di un’offerta. La benedizione è sigillata dal segno arancione che il santone appone sulla fronte e da un braccialetto di corda di cotone. Nei vari anfratti ci sono diverse divinità tra cui un enorme Ganesh colorato. Salendo lungo una scalinata ci si imbatte in una piccola piscina dove intere famiglie con molti bambini stanno facendo le abluzioni. In cima alle scale ci sono altri tempietti. Ugo viene chiamato da un santone che lo tiene a chiacchiera a lungo interrogandolo, dandogli consigli per una buona vita e benedicendolo.  Nell’insieme è un posto rilassante.

Nonostante le reticenze di Raj pranziamo con soddisfazione in una bettola situata lungo l’autostrada. Spendiamo 240 Rs in quattro.

L’alloggio faticosamente trovato ad Alwar si trova fuori città nella campagna. Faticosamente perché nessuno degli alberghi contattati in prima battuta ha dato risposta. ALWAR BAGHwww.alwarbagh.com, info@alwarbagh.com – è una grande struttura parzialmente in costruzione con venti camere ampie affacciate su un giardino dove gli alberi di lime fanno da cornice ad una favolosa piscina. C’è anche il ristorante ma è tristissimo e odora di umido.

Passiamo tutto il pomeriggio a rilassarci in piscina facendoci portare anche un aperitivo (birra, CocaCola e pachora, le deliziose polpettine di verdura fritte).

Raj alloggia nella guesthouse per gli autisti, lo facciamo chiamare per farci portare a cena in città al PREM PAVITRA BHOJNALAYA – Shri Hans Tower, 35B, Moti Dungri – dove mangiamo bene spendendo 550 Rs in quattro. Sia all’andata che al ritorno però rischiamo la vita perché se il traffico indiano fa impressione già di giorno di notte è esasperante. Anche Raj ha paura a guidare.

Lo ringraziamo molto per averci portato, non potevamo immaginare.

Notando che la luce va via spesso andiamo a dormire. Dormire… si fa per dire… Nel cuore della notte Elena ed Ugo si sentono male per diverse ore. Io e Marzia ci adoperiamo a fare le infermiere.

 

Domenica 8 agosto ALWAR – AGRA

Al mattino Elena ed Ugo sono spossati, è impensabile ripartire. Sperando che si riprendano al più presto  ed io siamo “costrette” a trascorrere tutta la mattina nella fantastica piscina mentre i nostri devastati compagni di viaggio giacciono moribondi nelle camere a riposare.

Quando si sentono in grado di proseguire partiamo per  trasferirci direttamente ad Agra senza fare le previste soste a Deeg e Bharatpur. Scrivo per voi ciò che riportano le guide e avremmo potuto vedere se non ci fosse stato questo inconveniente.

<Ad ALWAR il suggestivo Palazzo Reale VINAI VILAS MAHAL è quasi tutto occupato da uffici governativi. Nel cortile antistante c’è una sorta di ufficio all’aperto in cui lavorano decine di dattilografe sedute in fila dietro a vecchie macchine da scrivere di metallo e avvocati che esercitano la professione sotto gli alberi. Una scalinata a sinistra della facciata conduce ad una grande cisterna su cui si affacciano i delicati balconi del palazzo fiancheggiata da una splendida serie di GHAT e padiglioni simmetrici>

< Pochi viaggiatori si avventurano fino al piccolo borgo di DEEG eppure i delicati palazzi di marmo in eccellente stato di conservazione ed i giardini tenuti con cura meritano davvero la visita. Il sontuoso DEEG PALACE è aperto dal sabato al giovedì dalle 9.30 alle 17.30, ingresso 20 Rs.

Le mura del Forte sono rafforzate da 12 bastioni e un basso fossato. L’ingresso è su uno stretto ponte che attraversa il fossato e dal cancello munito di chiodi anti-elefante. Il Palazzo conserva ancora la maggior parte degli arredi originali. Vicino al Palazzo ci sono dei bacini idrici, un tempio, i padiglioni Sawon e Bhadon monsonici ideati per riprodurre il rumore dei tuoni durante i rovesci di pioggia, il padiglione estivo Kishan Bhavan circondato da un profondo canale alimentato da centinaia di fontanelle. Le fontane vengono messe in funzione ad agosto durante il MONSOON FESTIVAL e per creare un effetto spettacolare nei tubi vengono inserite delle tinte colorate>

< BHARATPUR ospita un interessante assortimento di mercati, templi, moschee, palazzi e l’inespugnabile Forte di Ferro LOHAGARH>

Durante il viaggio l’unica inevitabile sosta è in una “area di servizio” molto turistica dove i nostri malati quasi collassano a causa dei 40° esterni. Arriviamo ad Agra intorno alle 17.30 con Elena ed Ugo distrutti e febbricitanti. Al  TAJ PLAZAhoteltajplaza@yahoo.co.in – realizziamo che la famosa suite, con vista sul Taj Mahal anche dal gabinetto, ha due stanze ma un solo bagno. Data la situazione è fondamentale avere due bagni perciò chiediamo se è possibile rinunciare alla suite per avere due stanze normali mandando in crisi lo staff della reception perché gli è rimasta una sola stanza libera. Parliamo con il Direttore che ci concede di restare nella suite e ci offre gratuitamente la stanza supplementare. Siamo veramente impressionati e grati di tanta gentilezza. Al Taj Plaza c’è anche la guesthouse per gli autisti perciò il nostro Raj è contento.

Sistemati i bagagli io e Marzia  usciamo a fare due passi lasciando gli amici a riposare.

Ci dirigiamo a sinistra verso l’East Gate del  TAJ MAHAL ed imbocchiamo il sentiero sulla destra che scende al Ghat dal quale si gode la vista del Taj Mahal baciato dal sole al tramonto.

Ceniamo sul terrazzo dell’albergo mangiando bene.

 

Lunedì 9 agosto AGRA

Passata indenne la nottata decidiamo di ricambiare la gentilezza del Direttore del Taj Plaza restituendo la camera extra, e ci ritroviamo tutti nella suite.

Alle 10.00 partiamo con Raj e PRAVIN, la nostra guida per tutto il giorno (Pravin K. Kulshrestha, guida approvata dal Governo, parlante inglese e russo, bhanu_hasan@yahoo.com, pravinrussian@yahoo.com). Ma chi l’ha chiesta? Noi, senza volere.

Pare che Raj abbia detto a Ugo che se volevamo poteva procurarci una guida e che Ugo abbia risposto OK ma pensando “va bene grazie casomai”. Come già detto agli indiani non bisogna mai dire ok, per loro è una conferma, un accordo indissolubile, un contratto. E quanto ci costerà Pravin? E chi lo sa!

Pravin è un uomo grassoccio e basso di statura, ride moltissimo alle proprie battute dando la mano per condividerle. E’ molto simpatico e molto indiano. La sua specialità come guida è il russo. Raj ha cercato una guida italiana per noi ma non l’ha trovata. L’ingresso al TAJ MAHAL costa 750 Rs a testa e consente la visita del Forte Rosso con uno sconto di 50 Rs se effettuata nello stesso giorno. L’orario di visita del TAJ MAHAL è dalle 6.15 alle 18.00. Il biglietto si acquista in un apposito ufficio nel Taj Ganj lato est. Con il biglietto viene consegnata una busta di carta con dentro una bottiglia piccola d’acqua (ma puoi portarne un’altra tua) e i soprascarpe di carta per entrare nel mausoleo. E’ consentito portare la macchina fotografica ma nessun cavalletto anche di dimensioni ridotte e poche cose personali tipo il cellulare, l’ombrello, i soldi, fazzoletti. E’ proibito introdurre cibo, sigarette, accendini, fiammiferi e pile. Se andate in bagno non è obbligatorio pagare o dare la mancia perché è considerato un servizio compreso nel prezzo.

La visita del meraviglioso TAJ MAHAL con l’aiuto di Pravin ci piace moltissimo; quando illumina con la pila le pietre dure incastonate nel marmo, sembrano accendersi perché la luce passa attraverso la pietra trapassandola ed il marmo sembra alabastro.

Il complesso del TAJ MAHAL è affollato ma gli spazi sono così grandi che non è caotico, tranne all’interno del mausoleo dove si può osservare la Tomba Luminosa di Mumtaz Mahal, di forma cubica e farle un giro intorno. Il marmo utilizzato da Shah Jahan per costruirlo proviene da una zona particolare del Rajasthan e le pietre preziose (onice, ametista, lapislazzulo, turchese, giada, cristallo, madreperla) provengono da Persia,  Punjab, Ceylon, Afghanistan, Tibet, Yemen e Oceano Indiano. Prima di partire consiglio di leggere “LA PRINCIPESSA INDIANA” di Indu Sundaresan, editore Sperling & Kupfer,  che vi consentirà di apprezzare appieno il mausoleo.

Terminata la visita Pravin vuole portarci a mangiare in un posto dove sicuramente avrà la percentuale. La cosa ci disturba anche perché vogliamo stare leggeri e non vogliamo incappare in un posto turistico. Andiamo a vedere. E’ come sospettiamo. Diciamo che non ci va e che preferiamo tornare in albergo. Allora Pravin confabula con Raj e dice ok, vi porto in un altro posto. Dopo una breve ispezione, decretiamo che non ci interessa. Bellissimo ma anche carissimo nonostante lo special price. Alla fine Pravin è costretto ad arrendersi. Raj ha capito.

Pranziamo sul tetto del nostro hotel, proprio adiacente alla nostra suite, così abbiamo anche modo di farci una doccia e ripartire al meglio per andare a visitare il FORTE ROSSO.

Visto che dal Ristorante non ha cavato alcun guadagno Pravin ci porta in un magazzino che vende tappeti. Siamo così spudoratamente disinteressati che il venditore ci sbatte fuori dal negozio. Povero Pravin, anche qui nessuna commissione.

Alle tre del pomeriggio il caldo è micidiale. Purtroppo i monumenti chiudono presto altrimenti, oltre al primo mattino la tarda serata sarebbe l’ideale per visitarli. Beviamo molta acqua ma è veramente faticoso. L’ingresso al FORTE ROSSO ci costa 250 Rs. E’ indubbio che senza una guida locale molti particolari di Forti e Palazzi sfuggono. Il nostro Pravin, che dopo un po’ non riusciamo neanche più ad ascoltare tanto siamo sfiniti, si prodiga in informazioni ed aneddoti. Sicuramente pensa che si sta guadagnando la pagnotta. Quando, alla fine della giornata, gli diamo 700Rs accetta la somma ma storcendo il naso.

Dal ventilato tetto dell’albergo osserviamo il via vai della gente sulla strada. C’è una musica assordante e ripetitiva che caratterizza la serata. Viene da un furgone dove c’è un televisore e la gente vi si è radunata davanti. Scendiamo a dare un’occhiata da vicino, presto però dobbiamo venire via perché specialmente i bambini sono alquanto maneschi.

Cena in hotel e nottata insonne a causa del caldo.

 

Martedì 10 agosto GWALIOR

Colazione nel gradevole giardino di SHEELA, buona, servizio un po’ lento. Partiamo per GWALIOR che da Agra dista 120 km. Sull’autostrada siamo sbalorditi nel vedere che c’è chi guida tranquillamente in contromano. Lungo la strada notiamo molte fabbriche di mattoni.

Abbiamo qualche difficoltà a trovare l’albergo, perché si trova in mezzo ad un dedalo di viuzze.

Quando ci appare il maestoso cancello però ci sembra di varcare le porte di un incantesimo.

L’USHA KIRAN PALACE è una reggia. Raj non ha ancora capito se siamo ricchi o facciamo finta di esserlo, buona la seconda! In India anche un comune mortale può concedersi qualche lusso perché il prezzo è più che abbordabile, infatti già che ci siamo anche qui pernottiamo in suite!

L’USHA KIRAN PALACE – www.tajhotels.com, reservations@tajhotels.comfu costruito appositamente per la visita del Principe di Galles, che vi pernottò una sola notte, e diventò una dimora per gli ospiti reali in visita di stato. Facciamo un pranzo leggero e poi ci rilassiamo in piscina. Praticamente è tutta nostra. Ci concediamo anche un super massaggio con oli profumati nella piccola ma stupenda Spa dell’albergo. La cena è altrettanto adeguata all’ambiente con lo zelante chef che rasenta l’eccessiva attenzione.

 

Mercoledì 11 agosto GWALIOR

Alle 9.30, con calma, ci rechiamo a visitare la Cittadella e poi il MAN MANDIR PALACE, uno dei più bei palazzi del primo periodo indù. Le facciate sono rivestite da piastrelle colorate, l’interno è ricco di storia. Per la prima volta abbiamo una guida dall’inglese comprensibile che, autopropostasi, ci conduce nei meandri del Palazzo. Nei sotterranei ci viene mostrato un ingegnoso sistema di tubi utilizzati dal Maharaja per “telefonare” alle favorite, la piscina, gli anelli dove erano agganciate le altalene delle otto regine, la stanza dove Aurangzeb rinchiuse e fece uccidere il fratello Murad. E’ importante avere una torcia perché sono molti i cunicoli al buio. Compenso per la guida 200Rs.

Fotografiamo i bambini che fanno il bagno in una grande cisterna, visitiamo anche altri palazzi, il bianco tempio sikh, l’enorme cisterna circolare SURAJ KUND  che contiene l’acqua miracolosa -ora parecchio paludosa – che ha guarito dalla lebbra il Sovrano Suraj Sen, veniamo quasi calpestati da una mucca perché c’è poco da fare, lei ha diritto di passaggio! Riceviamo la benedizione con tanto sentimento da un santone dagli occhi verdi smeraldo. Il cielo è nuvoloso, all’orizzonte piove. Scendiamo a piedi lungo la strada per ammirare le numerose statue giainiste scolpite nella roccia.

Facciamo un giretto al mercato di Gwalior e merenda con lassi e dolcetti. Rientrati in albergo faccio un bis alla Spa in compagnia di Elena mentre Ugo e Marzia si godono la piscina.

Il servizio dell’Usha Kiran è fin troppo attento. L’housekeeper della nostra stanza, soprannominato Champagne perché ha un nome simile ma impronunciabile, si materializza dal niente ogni quattro secondi per sapere se desideriamo qualcosa. Tanta premura è volta all’ottenimento della mancia, ma noi non abbiamo necessità. Anche lo Chef, Rakesh Kumar Gouniyal, è sempre presente e preoccupato di soddisfarci, ma mentre mangiamo vuole conversare.

Per divertirci ci esercitiamo tutta la sera nell’assenso indiano, mentre si dice “AGCIA’!” (l’ho scritto come si pronuncia) si scuote la testa chinandola ritmicamente e velocemente prima verso una spalla e poi verso l’altra. Per noi è ingannevole perché pare una negazione.

Giovedì 12 agosto ORCHHA

Colazione con Patella (soprannome dato al solerte Chef sempre appiccicato) che soavemente bisbiglia le sue argomentazioni. Quando, scusandosi per essere stato poco presente a causa della mole di lavoro, ci chiede se abbiamo apprezzato la cena di ieri sera mi scappa detto che non era niente di speciale (è la verità!) e con questa mazzata finalmente ce lo scolliamo.

Fatto check-out partiamo con Raj e andiamo al JAI VILAS PALACE (chiuso il mercoledi, apertura alle 10.30). La visita del Palazzo costa 230 Rs + 50 Rs per la fotocamera. Il Palazzo è ancora abitato dal Maharaja ma due delle sue ali sono adibite a museo dove è possibile ammirare una bella collezione di oggetti e fotografie. C’è inoltre la piscina per sole donne. Nella Sala del Durbar (la corte reale) il Maharaja intratteneva gli ospiti importanti tra cui il Principe di Galles. Nella sala dei banchetti a pian terreno un trenino d’argento faceva il giro del tavolo a fine pasto per offrire agli ospiti il suo carico di brandy e sigari. Dal soffitto dell’enorme salone delle assemblee al piano superiore, a cui si accede salendo una scalinata dalla balaustra di vetro, pendono due impressionanti lampadari che pesano 3,5 tonnellate e dicono siamo i più grandi del mondo. Pare che per collaudare la robustezza del soffitto furono appesi al soffitto dieci elefanti. Il tappeto che ricopre il pavimento è il più grande dell’Asia, venne tessuto in 12 anni dai carcerati di Gwalior.

A mezzogiorno partiamo per DATIA che si trova a 75 km da Gwalior. La strada è dissestata, ci sono lavori in corso ed è molto trafficata. Arriviamo dopo due ore e mezzo. Ci fermiamo a guardare una scuola: è una stanza tipo garage affacciata sulla strada dove i bambini stanno seduti in semicerchio per terra muniti di lavagnette per scrivere. Ci intratteniamo a parlare col maestro a cui facciamo dono delle penne che abbiamo portato. Andiamo a visitare il Palazzo GOVIND MANDIR PALACE, 7 piani, 440 stanze, corridoi e sotterranei, perfettamente simmetrico. E’ necessario avere la pila, l’ossequioso custode del Palazzo fa da guida, volenti o nolenti; non essendoci un biglietto di ingresso l’unica è mercanteggiare sul suo compenso. A noi riesce ad estorcere 300 Rs + 20 Rs di mancia! Le due stanze meglio conservate, affrescate e più interessanti sono chiuse e visibili solo da uno spiraglio. Il palazzo è in perenne restauro. Al settimo piano c’è la stanza da letto del Re, al sesto la biblioteca, al quinto le stanze delle Maharani, al quarto la guesthouse reale, al terzo la dancing room, al secondo e al primo? Non ho memorizzato.

Riprendiamo la strada e dopo 45 km arriviamo ad ORCHHA. Alla stazione ferroviaria c’è tantissima gente sui binari in attesa del treno che viene sfollata a bastonate dai gendarmi.

La città, ricca di templi e palazzi, è stracolma di persone perché c’è una festival religioso che ha luogo per tre giorni ogni mese, ci sono bancarelle dappertutto, gente che cucina per terra, fuochi e accampamenti ovunque. Noi alloggiamo all’AMAR MAHAL ORCHHAwww.alsisar.com, amarmahal@bsnl.in  un palazzo dall’aspetto vecchiotto con un bel giardino e piscina. Le double room sembrano suite da quanto sono grandi. Ci ritiriamo nelle rispettive stanze.

Ad un certo punto Ugo nota che sulla camicia bianca che ha lasciato sulla poltrona della veranda ci sono delle strane macchie nere. Fa per uscire a dare un’occhiata ma rientra con un balzo serrando bene la porta – bene si fa per dire, questi infissi non chiudono certo perfettamente – comunicandomi che fuori c’è una tempesta di insetti. Sconcertati da questa situazione avvisiamo le nostre amiche con un sms di non uscire e chiamiamo la reception. Ci rispondono di non preoccuparci e spegnere la luce, è una cosa normale che c’è tutti gli anni e che dura alcuni giorni. Ma che fortuna! Siamo nel posto giusto al momento giusto per assistere allo sciame delle “black bastards” come le chiamano qui affettuosamente, lucide cimici nere ovali, un po’ più piccole di un chicco di caffè. Sono migliaia. Con la luce spenta piano piano si dileguano. Se lo sapevano perché ce l’avevano accesa? Elena e Marzia vengono a chiamarci mostrandoci il serpente nero e sottile che sta transitando lungo i bordi della nostra veranda. Non ci facciamo mancare proprio niente..

lo fotografa facendogli anche qualche macro.

Con la macchina fotografica andiamo alla reception per informarli della presenza del serpente. Poiché ci guardano come se stessimo vaneggiando mostriamo le foto. I concierges fanno un balzo dalla paura, chiamano subito rinforzi e in quattro, armati di bastoni e DDT, attaccano il serpente fino ad ucciderlo. Un serpente molto velenoso. Ma che bello! Sottile com’era ce lo ritrovavamo di sicuro in camera stanotte! Altro? Anche no, grazie, andiamo a cena. Tranquilla, indiana, nel ristorante dell’albergo, con una bastard dietro l’altra che si appoggia, si serve nel piatto, si incastra tra i capelli. Un po’ lottiamo schifati, poi non ci resta che abituarci alla loro presenza.

Venerdì 13 agosto ORCHHA

Venerdì 13…. Ci svegliamo alle otto per incontrarci davanti al Tempio RAM RAJA MANDIR con Raj ma non riusciamo neanche ad avvicinarci, c’è una marea di gente, una vera bolgia che va e viene spintonando. Nel bel mezzo del bazar veniamo circondati da una moltitudine di uomini, anzi ragazzi, che ci guardano in maniera insistente ed invadente al limite del molesto. Cercano più volte di toccarci, tutti ci prendiamo più di una palpata, anche Ugo.

Fa molto caldo, abbiamo perso il senso dell’orientamento e siamo accerchiati, tutti spingono in ogni direzione, tutti, tanti, e noi siamo gli unici stranieri al centro della loro morbosa attenzione. La fiumana dietro di noi spinge, sembra di stare in mezzo ad un branco di cani randagi che guardano e si avvicinano e non sai che intenzioni hanno. Ugo cerca di proteggerci come può stando dietro per evitarci i palpeggiamenti, dobbiamo stare uniti e uscire da questa bolgia. Ci vuole un punto di riferimento da raggiungere, chiedo ad un venditore dov’è l’HOTEL SHEESH MAHAL, un albergo raccomandato nelle guide, che però non sono riuscita a prenotare perché non hanno mai risposto, l’indirizzo mail corretto infatti è questo hsmorcha@sancharnet.in. Ad un certo punto ci troviamo in tanti su una gradinata senza sponde con loro che si divertono a spintonarci, se ci buttano di sotto c’è da farsi male. Dopo l’attacco delle black bastards stiamo rivivendo la stessa scena ma umana. Prendiamo la rincorsa e spingiamo anche noi. Un ragazzo gentile che ci nota in difficoltà ci aiuta a farci largo. Spiegandogli che non ci sentiamo sicuri gli chiediamo se può accompagnarci all’Hotel Sheesh Mahal. Annuisce e comincia a farsi strada allontanando i molesti curiosi. Grazie a lui sembra che davanti a noi si aprano le acque del Mar Rosso e in un attimo siamo fuori dal marasma e davanti allo Sheesh Mahal. Gli chiediamo al ragazzo se ha tempo e voglia di restare con noi ma declina l’invito. Lo ringraziamo comunque tanto. Entriamo nell’hotel e alla reception diamo il numero di telefono di Raj affinché ci raggiunga ma non risponde. Allora chiediamo se è possibile avere una guida. Ok. Nell’attesa saliamo a prendere una boccata d’aria sul tetto dell’Hotel ma siamo osservate dai ragazzi presenti nei palazzi circostanti. Che incubo! Io e Marzia  indossiamo pure le magliette tecniche, un invito a guardarci, perché troppo aderenti. Mi avvolgo addosso la sciarpa di cotone per coprirmi più che posso. Oggi era proprio il caso di mettersi un kurta..

Raj nel frattempo è irrintracciabile, si starà godendo la processione al Tempio. Quelli dell’hotel ne fanno una questione di principio, prendono il numero della targa della macchina per cercarla e telefonano alla guesthouse dove alloggia, ma è proprio sparito. Arriva la nostra guida, si chiama Héman, è uno studente che per raggranellare qualcosa fa la guida tre volte alla settimana, un ragazzo carino e paziente. Va lui a farci i biglietti validi per tutti i monumenti di Orchha (costo 250 Rs + 25 per la camera). All’interno del primo palazzo che visitiamo si rende conto che è veramente insopportabile il cerchio di ragazzi che si muove costantemente intorno a noi per fissarci. Héman ha il suo bel da fare per allontanarli ma il cerchio di allarga per pochi secondi poi si restringe nuovamente. Sulla cupola moghul c’è un avvoltoio, a quanto pare non solo sulla cupola…

Visitiamo i due palazzi principali ricchi di affeschi, i templi e i chhatri sul fiume. Fa troppo caldo, sospendiamo il tour. Raj nel frattempo ha chiamato il nostro albergo per comunicare che è malato. Diamo appuntamento a Héman per le 17.00 e ci prendiamo una pausa. La piscina è veramente lurida, in sospensione c’è di tutto ed è infestata dalle pulci d’acqua. Alle cinque oltre a Héman compare anche Raj resuscitato. Pare abbia avuto un attacco gastroenterico come quello di Elena e Ugo. La città si è magicamente sgombrata. Ci accompagnano in centro dove ci lanciamo subito nello shopping. Compriamo dei pantaloni larghi, indianissimi e leggerissimi. Poi visitiamo un tempio dove la gente del posto è sorridente e comunicativa, tutta un’altra storia rispetto a stamattina. Compriamo anche degli stampini di legno da un tipo che imbevendoli di henné mi tatua mezzo braccio. Ci tocca entrare nel negozio di Raul, l’amico di Héman, che vende gioielli vestiti ecc, solito rito, nessun acquisto. Rientriamo all’Amar Mahal, stasera niente bastards attack! Ceniamo alle nove nel ristorante dell’albergo.

Sabato 14 agosto KHAJURAO

AAP KESEHE? Come stai? AP KA NAAM KIAHE! Bene!

Dopo colazione e una sosta al bancomat partiamo per KHAJURAO, l’antica capitale della dinastia Rajput dei Chandela. La strada è malridotta, con un sacco di interruzioni e deviazioni per lavori in corso. Facciamo una sosta di un quarto d’ora in un autogrill turistico che vende anche vestiti, ciabatte e oggettistica però è tutto molto vecchio, polveroso e caro. Dopo circa quattro ore e 120 km arriviamo a KHAJURAO sotto una pioggia talmente fitta che quasi impedisce di vedere la strada. L’HOTEL  ZEN – Jain Temple Road, www.hotelzenkhajurao.co.in, oshozen62@hotmail.com – si trova sulla strada principale della città. Veniamo accolti dal sorridente Ganpath, un uomo col turbante, di una certa età, che fa l’usciere fuori dall’hotel. Facciamo check-in, per modo di dire: chi siete? avete prenotato? Ok. Tutto qua. E siccome a causa della pioggia è andata via la luce si segnano solo i dati di . Rajesh, il proprietario, ha una barbona lunga e grigia e occhi furbi, porta i capelli raccolti in una coda e comanda a bacchetta i sottoposti. Ci fa servire un tè al limone e poi inizia l’ardua scelta della stanza. L’Hotel è molto basic, addirittura ancora mezzo in costruzione, e come spesso accade le foto che compaiono sul sito internet sono tutta un’altra cosa. Ugo va su e giù dalle scale più di una volta per esaminare le camere. Nei bagni ci sono molte bastards. Non sa decidesi perché fanno tutte schifo, soprattutto rispetto alle suites dove abbiamo alloggiato fin’ora. Come siamo finiti dalle stelle alle stalle? Non volevamo esagerare col lusso e fare un esperienza mistica… Alla fine ne scegliamo una, tanto sono più o meno tutte uguali. Ci sono delle stanze anche nel sottosuolo, in una ci dormirà il nostro autista che abituato a portarci nei luxury hotels è perplesso. Le camere sono grandi, gli asciugamani sono orrendi e puzzolenti, le lenzuola tutte impataccate, va be’, ci pensiamo dopo.

Chiediamo di pranzare. Il riso alle verdure è veramente buono, anche le pachora (polpettine) al formaggio e verdure, i papadam (sfoglia croccante piccante con semi) e il naan (focaccia) al ginger. Le porzioni sono abbondanti e le mosche che ci svolazzano sopra anche, sono tantissime, ancora più numerose di quelle del bar del lurido a Udaipur. Rajesh ordina ad un ragazzo di sventolarci con un menù per mandarle via.

Uscendo dall’Hotel salutiamo Ganpath che tutto fiero, indicando il suo turbante, ci dice di essere di Jaipur, ha un sorriso che scalda il cuore. Sul marciapiede veniamo subito assaliti da bambini e commercianti che vogliono portarci nei loro negozi per farci comprare qualcosa. Ti sciorinano tutto quello che hanno e che è molto bello e costa poco e che sei il primo cliente del giorno e gli porti fortuna, e poi chiedono da dove vieni e come ti chiami e poi ti danno la mano e ti dicono nice to meet you. Anche i bambini di cinque anni conoscono la cantilena, in tutte le lingue, e non riesci a staccarteli. Un ragazzo presentatosi come “Mario” cerca di impietosirci raccontando che la gente è povera, che il governo non li aiuta, che sono quattro anni che non piove e gli agricoltori non hanno niente da mangiare. Nel frattempo un bellissimo bambino sordomuto ci accompagna spiegandosi a gesti. Visitiamo qualche negozio cercando un altro paio di pantaloni larghi “ali babà” come li chiamano qui.  compra un cavallo di legno smaltato ed io una bellissima testa di elefante in legno intarsiato. Ma fare shopping – e ce ne sarebbe tanto da fare – è uno stress perché ad ogni passo c’è qualcuno che vuole portarci nel suo negozio. Ci dirigiamo verso i templi del gruppo meridionale, sempre tallonati dal ragazzino sordomuto e da Mario che non molla, poi arrivati in uno spiazzo ampio una civetta della polizia li prende di mira e a questo punto a Marzia viene in mente che sulla guida c’è scritto di non allontanarsi dal centro, soprattutto in questa direzione, con la gente del posto. Facciamo rapidamente dietrofront e torniamo sui nostri passi ma dopo pochi istanti Mario ci sta di nuovo addosso, è veramente appiccicoso e snervante. Gli dico che noi siamo abituati ad entrare nei negozi e guardare, ma se veniamo tartassati non ci entriamo neanche e addio potenziale vendita. Colpito e affondato, allunga il passo e sparisce. Metto a punto un sistema molto efficace per allontanare i ”beggars”: massaggiandomi la pancia dichiaro che devo scappare al gabinetto. Funziona!

Con l’auto ci facciamo portare da Raj in un posto dove stasera c’è uno spettacolo di danze credendo di andare a quello di “luci e suoni” ai templi occidentali. Invece ci ritroviamo in una specie di teatro all’aperto con una decina di file di sedie rivolte verso il palco. Paghiamo anche 250 Rs! I ballerini e le ballerine indossano costumi tradizionali, sono molto giovani e sorridenti. Purtroppo le luci attirano le bastards in notevole quantità e ad un certo punto il palco ne è praticamente ricoperto. Nonostante tutto continuano a ballare e spiaccicandole ne scaturisce un odore nauseabondo, fino a quando la situazione diventa insostenibile perché si mette pure a piovere. Lo spettacolo viene sospeso e noi lasciamo il teatrino per andare a cena da AGRESEN, un posto discreto.

 

Domenica 14 agosto KHAJURAO

Colazione da Agresen e visita dei tre templi meridionali con Raj. Poi alle dieci paghiamo 250 Rs per l’ingresso ai templi occidentali, mirabilmente scolpiti con raffigurazioni di cavalli, cammelli, soldati, musicisti, danzatori e le famosissime scene erotiche. Ogni tempio è dedicato ad una o più divinità. A mezzogiorno cominciamo a ripiegare perché  il sole è talmente cocente che da alla testa. Rientrati all’Hotel Zen facciamo i conti per poter pagare Raj che così può tornare a casa. Rajesh ci mostra i gioielli che vende nel sottoscala, e qual è l’indiano che non vende qualcosa?  acquista un anello tempestato di pietre colorate, davvero molto bello. Pomeriggio di riposo e cena al MEDITERRANEO per una pizza! Il locale è molto carino e pulito, indirizzo: Jain Temple Road di fronte al Surya Hotel, www.mediterraneo.com.

 

Lunedì 16 agosto VARANASI

Andiamo all’aeroporto di Khajurao in taxi. Rajesh, il proprietario dell’Hotel Zen, lavora anche qui. Ha un banchino nella sala d’aspetto davanti al gate dove vende patatine, biscotti e bibite. Ci offre un tè visto che il nostro volo per Varanasi ha un’ora di ritardo. All’aeroporto di VARANASI c’è un taxi ad attenderci, concordato con l’HOTEL GANGES VIEW, la nostra dimora sull’ASSI GHAT.

Per arrivare all’Hotel impieghiamo un’ora e un quarto di tempo. L’HOTEL GANGES VIEW –  hotelgangesview@yahoo.comè proprio affacciato sul Gange, ha una carattere antico ed è curato e accogliente. Ci gustiamo la Puja serale delle sette giù all’Assi Ghat, uno dei cinque Ghat in cui i pellegrini devono bagnarsi, poi la cena a buffet in Hotel.

 

Martedì 17 agosto VARANASI

A Varanasi c’è lo SHIVA FESTIVAL per cui la città è invasa da pellegrini vestiti d’arancione. Con un tuc tuc, al prezzo di 80 RS, ci facciamo portare a GODAULIA. Manu (l’autista del tuc tuc) ci avverte di stare attenti ai furti, di non seguire nessuno e di non dare soldi. Scendiamo a piedi verso i Ghat dove assistiamo a cinque cremazioni che vengono eseguite contemporaneamente. Mentre le osserviamo un ragazzo ci spiega quali sono le categorie che non possono essere cremate: i Sadu (santoni) perché sono già santi, i bambini perché sono innocenti, le donne incinte perché portano in grembo un innocente, i malati di lebbra e questi proprio non abbiamo capito perché, la persona che è stata morsicata da un cobra perché è un animale sacro, e gli animali. La reincarnazione avviene entro 15 giorni. Un chilo di legna costa tantissimo e per bruciare un corpo ce ne vogliono 250 kg (avremo capito bene?). I più facoltosi spargono legni di sandalo sopra la catasta di legna della pira. Con il pagliericcio il padre da fuoco alla pira (e se uno il padre non ce l’ha?). I corpi vengono poi gettati nel fiume non bruciati completamente. I corpi da bruciare vengono portati a braccia su lettighe di bambù, sono avvolti in un telo bianco e coperti da un telo colorato un po’ dorato. Vengono adagiati sulla catasta di legna e ricoperti da un altro strato di legna. Un uomo sta spingendo un piede che sbuca fuori dalla pira di legno come si fa con la legna nel fuoco di un camino. Non c’è puzzo di corpi bruciati, solo molto fumo ed un caldo infernale.

Tentiamo di passare oltre ma è impossibile, sembra di stare dentro a quello che è! anche se all’aperto, un forno crematorio. Dobbiamo tornare indietro e aggirare l’area per passare agli altri Ghat. Il tipo che ci si appioppato vuole portarci nella sala d’attesa “pre-mortuaria”, un edificio affacciato sullo spiazzo dove avvengono le cremazioni pieno di gente morente in attesa del proprio turno, per fare una donazione ai morenti che ne hanno bisogno per comprarsi la legna. Gli diamo 200 Rs e ce ne andiamo mentre ce ne chiede altri per le sue spiegazioni (non richieste ma che abbiamo apprezzato) perché quelli che gli abbiamo dato sono per i moribondi e per il nostro buon Karma. Ormai siamo prevenuti e pensando che i morenti non avranno un soldo lo salutiamo.

Risaliamo diverse scale, ne scendiamo altre, sono sporche, melmose e merdose, l’acqua del Gange è marrone e densissima, la cenere galleggia ovunque, ogni tanto passa un corpo non completamente bruciato che galleggia trascinato dalla corrente, le bestie si rinfrescano, eppure le persone sguazzano in questa putrida acqua. Ci lavano i vestiti, ci si lavano loro, bevono e riempiono bottiglie di plastica di quest’acqua altamente batterica per noi, santa per loro.

Babu Ram è un vecchio dal sorriso dolcissimo e sdentato, ha 55 anni e ne dimostra 80. Ci chiede in quale direzione vogliamo andare e ce la indica, poi con non chalance ci fa strada, e così abbiamo assunto la guida. Le sue magre gambe sono coperte dal solito telo bianco rigato di arancio, le ciabatte sono di plastica, la camicia fatta a casacca è impeccabile. In testa porta un cencio arrotolato. Ci accompagna su e giù per i Ghat segnalandoci dove è consentito scattare le foto. Ci porta al “Kamasutra Temple”, qual è il suo vero nome non lo so, sembra tibetano. E’ un tempio dalla struttura semplice, con intelaiature, porte e finestre di legno intarsiato raffiguranti alcune scene erotiche. Quelle montate sono copie, gli originali sono rinchiusi in stipi intorno al tempio ma visibili attraverso delle grate. Babu Ram ci fa transitare più volte da un sottopassaggio buio ed angusto dove diverse persone giacciono sdraiate per terra, al fresco. Da soli avremmo avuto paura a passarci ma ce l’abbiamo lo stesso anche con lui. Babu ci chiede se vogliamo vedere l’immancabile bottega di tessuti, così lui si riposa un po’. Al solito tirano giù di tutto, io e Ugo compriamo una bella sciarpa di seta ciascuno. Abbiamo fame, Babu ci accompagna ancora per un pezzetto poi ci indica la strada. Pranziamo nel Ristorante di un Hotel che ha sul tetto una sala climatizzata e dei tavoli su una terrazza che si affaccia sui tetti, pieni di scimmie. Poiché fuori il caldo è afoso pranziamo all’interno. E’ tutto buono, soprattutto il lassi, comunque nella media.

Si scatena un acquazzone. Torniamo a Godaulia a piedi e da lì con un tuc tuc al nostro albergo.

Arrivati all’Assi Ghat troviamo Manu che vorrebbe mostrarci un negozio. Ora no per favore, domani magari. Abbiamo fissato la barca alle sei e un quarto (a 100 Rs cadauno) per andare al Dashaswamedh Ghat dove sette Bramini celebrano la Puja serale più importante. Io però non sono affatto in vena, preferisco fare passo. Gli altri si preparano coperti da mantelle e k-way, io dapprima salgo sul tetto dell’Hotel ma non ho una buona visuale per immortalarne la partenza, perciò scendo all’Assi Ghat. Pria, una bambina deliziosa che vende le candeline da lasciare andare sul Gange, mi chiede come mai non vado con i miei amici. Gli indiani sono molto curiosi.

Prometto a Pria e a suo cugino di acquistare una candelina e a Surya, un simpatico ragazzo, che guarderemo la Puja all’Assi Ghat insieme. Così è. Mi piazzo in pole position sulla piattaforma di legno di fronte a quella dove si celebra il rito, Surya mi spiega le varie fasi della celebrazione ed il loro significato. La cerimonia dura mezz’ora. Al termine cerco i bambini per le candeline. Ne compro una per me ed una per Surya per 50 Rs. Mentre sto posando la candela nelle torbide e scure acque della Madre Ganga mi sento prendere per mano, è il cugino di Pria che teme che possa cadere in acqua. Surya mi invita a vedere il suo negozio, e chi non ne ha uno? Quando gli altri tornano mi raccontano che la cerimonia è stata suggestiva ma guastata dalla presenza di troppe barche piene di turisti, quindi senza possibilità di avvicinarsi molto. Ugo ha visto un “body” in acqua passare accanto alla barca. Andiamo a cena da VAATIKA, due Ghat più in là. Il ristorantino ha una bella e fresca terrazza che si affaccia sul fiume, è abbastanza pulito ed il servizio è buono. Per motivi religiosi non possono servire birra. Spendiamo 390 Rs per quattro pizze e quattro bibite.

 

Mercoledì 18 agosto VARANASI

Facciamo colazione al VAATIKA con la loro specialità, una generosa fetta di apple pie.

Alle nove abbiamo appuntamento con Mr Ashok, tel 9792124190 oppure 9336914387, una guida ingaggiata tramite l’albergo, per visitare la città vecchia. E’ un signore distinto molto sorridente sulla cinquantina che parla bene inglese scandendo le parole. Contratta il tuc tuc con il nostro amico Manu e ci porta a fare il rituale giro dei tre principali templi di Varanasi. Ogni mattina ogni persona, prima di andare al lavoro, va a bagnarsi nel Gange poi fa il giro dei tre templi: il Tempio di Hanuman (il dio scimmia), il Tempio delle donne, il Tempio di Shiva in cui è posto un enorme Shiva Lingam,  dove una famiglia indiana ci chiede di fotografarci e assistiamo ai riti.

Visitiamo l’enorme complesso universitario che conta 35.000 studenti, la sua frequentazione costituisce il migliore curriculum per trovare lavoro. Il polo universitario è stato costruito grazie ai finanziamenti della famiglia Birla ed è sostenuto dallo Stato. Fra le varie facoltà notiamo quella di Biologia e Genetica Molecolare. Fa uno strano effetto, a Varanasi.

Facciamo una passeggiata tra i vicoli tranquilli della Città Vecchia, spesso dalle finestre si vedono gli interni dei laboratori dove uomini e bambini lavorano la seta al telaio e la ricamano.

In India gli uomini cucinano, servono ai tavoli nei ristoranti, lavorano nei negozi di qualsiasi genere e livello, eseguono opere artistiche ed artigianali anche nell’edilizia, guidano i mezzi di trasporto mentre le donne lavorano nei campi e nei cantieri, accudiscono figli e animali, lavorano nei mercati di frutta e verdura. Ashok ci domanda se desideriamo vedere il prodotto finito delle seterie, così ci ritroviamo nuovamente tra stole, broccati, sciarpe ecc.. il venditore, un uomo di 71 anni, dichiara di avere ancora solo tre anni da vivere, quindi vende per il suo buon Karma non per fare soldi. Sono incredibili le storie che si inventano gli indiani pur di vendere. Dopo aver visionato decine di pezzi veniamo via senza comprare perché, pur contrattando, i prezzi son troppo alti. In fin dei conti poi non ci serve mica nulla, diamo un’occhiata solo per portare a casa qualche regalino. Ashok ha un’andatura tranquilla, ci fa notare che sopra ad ogni porta c’è un Ganesh (dio elefante) con a lato due pesci in segno di buona fortuna e che le case dipinte di recente stanno a significare che poco una coppia vi si è trasferita ad abitare.

Diciamo ad Ashok che abbiamo fame. Prontamente ci vuole portare alla German Bakery ma noi preferiremmo un posto dove sederci e mangiare qualcosa di diverso. Allora propone POONAM, il ristorante dell’Hotel Prataap. Dice che con un rickshaw è vicino. Alla faccia del vicino, non si arriva più! Stremati dal caldo e dalla fame entriamo nella gelida sala climatizzata. Il cibo è buono, anche il servizio, ma niente di eccezionale. Spendiamo 874 Rs in quattro.

Torniamo all’Assi Ghat con i tuc tuc e liquidiamo Ashok che per l’intera giornata ha chiesto 200 Rs a testa, tutto sommato è stato il più onesto di tutti perciò gliene diamo in totale 1000 ed è il primo indiano che apertamente dimostra soddisfazione e gratitudine. Nel negozietto accanto all’Assi Ghat compro gli incensi Sai Baba, qui costano solo 30 Rs…. Compro anche il patch dell’India da cucire sullo zaino. Urge una pausa caffè. Non lontano dall’albergo c’è l’OPEN HAND CAFE’www.openahandonline.com, varanasi_shop@openahandindia.com  un posto delizioso, dove oltre a splendidi cappuccini, lassi, frullati e dolci da consumare rilassati sui divani dei vari salotti, vende varie cose fatte a mano, per lo più artigianato prodotto dalle donne di Varanasi. In questo locale, scoperto troppo tardi! servono anche light lunch e insalate.  Esiste un negozio anche a New Delhi nel Main Bazar a Paharganj. Si scatena un diluvio, meno male siamo in questo posto tanto accogliente. Ceniamo in albergo sul tetto.

 

Giovedì 19 agosto, VARANASI – NEW DELHI

Colazione rilassata all’OPEN HAND CAFE’. Alle undici lasciamo l’albergo ed impieghiamo novanta minuti di taxi per arrivare all’aeroporto. A causa del ritardo del volo arriviamo a Delhi alle sei del pomeriggio. La MASTER GUESTHOUSE è carina e la cena che ci viene servita è discreta.  www.masterbedandbreakfast.com, info@masterbedandbreakfast.com – R-500, New Rajinder Nagar, New Delhi.

Venerdì 20 agosto NEW DELHI

Avevamo fissato un CITY WALK con SALAAM BAALAK TRUST, www.salaambaalaktrust.comsbttour@yahoo.com, che organizza tour a piedi alla scoperta degli angoli più nascosti del quartiere Paharganj ed impiega ragazzi di strada. I tour di due ore iniziano alle 10.00 e costano 200 Rs. Peccato che a causa del maltempo siamo costretti ad annullarlo, non riusciremmo mai ad arrivare in orario all’appuntamento, il traffico è troppo congestionato. A dispetto delle intemperie usciamo comunque. Nel centro di Delhi nessun rickshaw vuole portarci per meno di 250 Rs, c’è una mafia, ma noi non ci facciamo piegare fino a quando troviamo un conducente onesto che ci porta per 80 Rs nella zona di Connaught Place che è tutta un cantiere in vista dei giochi olimpici del Commonwealth di ottobre. Giriamo un po’ per le vie principali ma senza soddisfazione particolare. Pranziamo al ristorante SAGAR RATNA, offre specialità dell’India del sud, DOSA la croccante sfoglia con dentro lenticchie ed altra verdura piccante, IDLI antipasto al semolino, UTTAPAM una specie di frittata di semolino e l’immancabile THALI piatto nazionale. Sperimentiamo anche un dolce, il SWEEN PAAN, ma fa proprio schifo.

Con la metro raggiungiamo CHANDNI CHOWK, camminiamo a lungo fino a KAORI BAOLI dove si vendono le spezie. Compriamo il masala per il tè, lo zafferano e le mentine da servire a fine pasto. E’ interessante vedere il PANEER (formaggio fresco) nei contenitori di plastica appoggiati per terra in mezzo al traffico e alla polvere. Giriamo per il mercato, poi con la metro torniamo a KAROL BAGH e da qui alla Guesthouse.

 

Sabato 21 agosto, ultimo giorno

Sveglia alle quattro meno un quarto, colazione in camera, partenza alle quattro e venti per l’aeroporto. La vacanza è finita e siamo anche contenti di tornare a casa, perché il viaggio è stato tosto sia per il caldo – in India sarebbe meglio andarci in inverno- che per l’assillo incessante dei venditori. Però tutto quello che c’è da vedere vale la fatica, è veramente INCREDIBLE INDIA!

 

NAMASTE’