
ARGENTINA – PUNA
Periodo: fine gennaio – inizio febbraio 2026
Durata: 13 giorni
Tipologia: con Avventure nel Mondo “PUNA INCANTATA EXPRESS”
Itinerario: Buenos Aires – Salta – TILCARA – TOLAR GRANDE – EL PEŇON – CAFAYATE – SALTA – BUENOS AIRES
Ancora non ci credo, ma con la convinzione di regalarmi un’esperienza straordinaria, sto atterrando in ARGENTINA!
27 gennaio – arrivo a Buenos Aires
Alle sette del mattino l’aria di Buenos Aires è già calda, ma non umida.
Sfrecciando per la città a bordo di due mezzi Uber scorgo Floralis, la scultura di metallo a forma di fiore che, con un meccanismo, si apre e si chiude a rappresentare la speranza e la rinascita.
Me lo auguro, sono qui apposta.
L’albergo dal sapore coloniale ci catapulta indietro nel tempo ma con gli agi del presente come la connessione wi-fi.
Con poche ore a disposizione prima del volo interno per Salta, iniziamo l’assaggio della città da un vero must andando a fare colazione da Tortoni, storico caffè letterario in stile Liberty.
Poi facciamo giusto sedicimila passi sotto al sole girovagando.
Sul Ponte pedonale de la Mujer dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, una coppia di ballerini si esibisce per raggranellare qualche soldo. Il tanguero mi acchiappa per un giro di tango.
Pranziamo sul lungo fiume degustando le nostre prime empanadas.
Sull’aereo diretto a Salta ignoro a quanti mila piedi siamo, so solo che da quassù lo spettacolo delle nuvole è incredibile. Sono bianchissime, fuffose come batuffoli di cotone, aggrovigliate in ammassi e poi sparse, come i miei pensieri.
28 gennaio – da Salta a Tilcara
Siamo a 1152 mt di altitudine, pronti a partire a bordo di due bellissimi e comodi pick up guidati da Victor e Tato.
Il Camino de Cornisa ci immerge subito nella nuova dimensione.
È la Strada Nazionale che collega Salta a Jujuy (si pronuncia cucui).
Ad un certo punto del percorso gli autisti ci invitano a scendere per una passeggiata di quaranta minuti nel verde rigenerante della foresta nebulosa. Inizio a riconciliarmi col mondo al suono del canto di invisibili uccelli.
Facciamo una fermata al supermercato per la fondamentale abbondante scorta d’acqua e la spesa per i pic-nic, poi andiamo a pranzo in un ristorantino di Pummamarca. Ben il 30% della popolazione è di origine italiana, perciò nei menù argentini il nome di diverse portate richiama fortemente la nostra nazione. Ad esempio la cotoletta qui si chiama Milanesa e può essere a la Napolitana, ovvero cosparsa di salsa di pomodoro, formaggio fuso e prosciutto. I ravioli, conditi da un ragù eccezionale, li chiamano Sorrentinos. La carne di llama invece è un po’ meno di mio gusto, è cucinata bene ma resta duretta e filacciosa e ha un sapore forte.
Lungo la camminata fino al Paseo de los Colorados avvistiamo i primi cardones, cactus con ramificazioni che richiamano varie forme, la più stramba è quella del gesto del dito medio.
Raggiunti i 2340 mt ammiriamo il panorama.
La terra di alcune montagne è rossa come quella di un campo da tennis.
Il variopinto Mercato di Pummamarca offre prodotti dell’artigianato locale e abbigliamento per gli escursionisti. Bellissimi i poncho della impresa sociale certificata Hilandería Warmi.
Il caldo è sopportabile ma un Jumo de naranca ci sta tutto. Mi fermo in un localino. Nell’attesa della spremuta “rubo” un panino con trito di pomodoro fresco e cipolla da un piatto che non era genericamente per i clienti ma destinato ad un tavolo!
Di fronte all’evidente malinteso, il ragazzo che sta spremendo le arance sorride divertito.
Le arance sono dolcissime e il loro succo è davvero remineralizzante.
Arriviamo a Tilcara.
Nel curatissimo giardino dell’Hosteria ci sono i Fosforito, fiori arancioni che ricordano grossi fiammiferi. In questa struttura situata appena un po’ fuori dal paese dormiremo due notti.
Uno pensa, in un posticino tranquillo, e invece no, nei paraggi c’è una festa, quindi musica!
Ma non da assolutamente fastidio, anzi, fa colore.
La stanchezza inizia a farsi sentire e non abbiamo una gran voglia di scendere fino al paese né per fare due passi né per cenare. Al cenno di restare sul posto ci troviamo tutti d’accordo.
Il salone è oltretutto molto bello, con una grande vetrata e la vista sulla vallata.
La scelta si rivela ottima perché si mangia benissimo.
29 gennaio – Tilcara
Dopo la buona colazione partiamo apprezzando la richiesta di Maria Grazia di cambiare equipaggio di giorno in giorno. La turnazione nelle macchine consentirà di conoscerci tutti.
Altra raccomandazione è di avere a portata di mano un sacchetto per l’immondizia.
Questa regione è magnifica e anche noi abbiamo il dovere di contribuire per lasciarla intatta.
Il cartello posto all’inizio del sentiero ciottoloso che conduce alla Garganta del Diablo riporta “4 km trekking”. Sotto ce n’è un altro più piccolo che dice “El Agua es Vida”. A buon intenditor..
Via via che saliamo aumentano i cardones.
Mi faccio un selfie davanti al cartello che indica di aver raggiunto i 2.890 mt.
La mia faccia è visibilmente accaldata.
Il pranzo sotto al pergolato di un ristorantino, con Empanada de queso e Ensalada andina, ci concede una piccola tregua.
Ripartiamo per andare a visitare la deliziosa Iglesia de Uquia, dai muri bianchissimi tipicamente spagnoli, famosa per i dipinti degli angeli vestiti con abiti coloniali e armati di archibugi.
Victor ci spiega sempre dove siamo, la storia e le usanze rendendo tutto più appassionante.
A Hornocal avvistiamo le prime vigogne.
Sono stupende. Protendono il musino curioso per osservarci con occhi dalle lunghe ciglia, sembrano truccati!
Osservarle libere nel loro habitat è davvero emozionante.
Al Cerro de los 14 Colores raggiungiamo i 4.350 mt.
La visuale sulle montagne è fantastica. I colori variano in base alla presenza dei diversi minerali.
Nelle foto scattate sotto la bandiera argentina dal Mirador de Serranias de Hornocal siamo felici.
Sul biglietto d’ingresso è precisato che il costo è dovuto ”en concepto de Preservación,
Conservación, Limpieza de la Zona, Cuidado del Medio Ambiente, Información del Lugar”.
“I gracias por su visita!”
Proseguendo verso Humahuaca accostiamo a bordo strada davanti ad un vialetto, delimitato da bandiere rosse e copertoni verniciati di rosso, che conduce ad un rustico tempietto di grossi mattoni,
anch’essi dipinti di rosso, al cui interno c’è un altarino dedicato a Gauchito Gil, protettore dei viaggiatori che, come Robin Hood, rubava ai ricchi per dare ai poveri. Al’interno, oltre alle immagini del venerato eroe, sono depositate bottiglie di vino, lattine di bibite e altre offerte.
Il cimitero di lì poco distante è altrettanto singolare. Finti fiori coloratissimi sovrastano la maggior parte delle tombe in muratura dalla foggia di case in miniatura.
Nel Pueblo de Humahuaca molte donne indossano il tipico costume andino. Sui banchi del mercato che gira tutt’intorno alla piazza principale abbondano pupazzetti di lama e altri articoli in stoffa colorata. Bello il Municipio in stile coloniale costruito in adobe.
Prima di rientrare agli alloggi ci tratteniamo brevemente dove è segnalato il Tropico del Capricorno.
Foto di rito sotto al bianco obelisco nonché orologio solare.
30 gennaio, verso Tolar Grande
Iniziamo a divorare chilometri sulla Ruta Nacional 52 attraversando splendidi paesaggi.
La principale tappa del giorno è alle Salinas Grandes, una distesa abbagliante e sconfinata di sale calpestabile a quota 3.400 mt. Come quantità di turisti siamo in pochi, perciò possiamo vagare dove ci pare. Ammiriamo l’insolito paesaggio e la prospettiva data dalle fenditure dello strato candido di sale che fanno emergere l’acqua limpida e celeste in cui si specchiano le nuvole. Un cartellone cita “NO a la mega mineria. Cuidemos nuestros Recursos Naturales”. Gli argentini nutrono un grande amore per la loro terra.
Nel paese di Susques, che una scritta definisce Portico de los Andes, l’intenzione sarebbe quella di visitare la Iglesia Nuestra Seňora de Belén, la più antica Chiesa della nazione, quando, dalla strada alle nostre spalle, arriva una moltitudine di gente al ritmo di grossi Bombos (tamburi) della Banda de Sekuri.
È interessante osservare i contrasti del cambio generazionale, gli uomini a cavallo col vestito tradizionale, le donne con indumenti tecnici e scarpe da ginnastica, i ragazzi della banda con i capelli colorati tagliati alla moda. Mentre la statua della Vergine avanza in Processione, l’atmosfera si accentua con la melodia dei Siku (flauti di canne) che accompagnano il canto corale.
Ripresa la strada ci entusiasmiamo alla vista di una volpe.
In lontananza il cielo è scuro con evidenti rovesci di pioggia che si riversano sul deserto roccioso.
Il blu riemerge dopo poco tra le nuvole corpose.
Incrociamo i binari della linea ferroviaria utilizzata per il trasporto del litio.
Nel magnifico Desierto del Diablo riesco ad arrivare in cima al promontorio respirando affannosamente. Per ogni fatica c’è una grande gratifica ma, prima di godermi la veduta sulla distesa di formazioni rocciose arrotondate di colore rossastro, devo sdraiarmi e riprendere fiato.
Per affrontare la discesa invece ho bisogno di aggrapparmi al braccio di qualcuno.
Valerio offre il suo gentile sostegno e ha tutta la mia gratitudine.
E meno male che ho portato la fascia elastica per il ginocchio!
Giungiamo a Tolar Grande accolti dall’arcobaleno.
Assegnate le camere, portiamo il vestiario in “lavanderia”, cioè da una ragazza che abita in una casa isolata e che per pochi euro rende questo utile servizio. Ritireremo i panni puliti domani sera.
Ci rechiamo a cena presso un’abitazione privata dove vengono abitualmente anche i minatori della zona. L’ambiente è molto semplice e dignitoso. Il cibo a menù concordato è buono e abbondante.
31 gennaio – Tolar Grande
Ognuno di noi ha una vita ed interessi differenti, ma ci accomuna la passione per i viaggi.
Sono tanti i ricordi del passato, gli aneddoti da raccontare, i sogni futuri, i suggerimenti di luoghi visti da non perdere. Vorrei stare nel qui e ora, ma quando viaggio in compagnia contribuisco anch’io inevitabilmente.
Anche oggi ho grandi aspettative e ogni scenario rinnova lo stupore.
Pure macinare chilometri è un piacere!
Cime innevate illuminate dal sole, dune rosa che si alternano a rocce più scure e alle bianche distese di sale. Il paesaggio muta costantemente mentre la strada, in salita e tortuosa, ci porta in cima ad una montagna sulfurea colorata nelle tonalità del giallo Pantone 100-128.
Siamo a Mina Julia e tocchiamo i 5240 mt.
Per me è il record personale e ne vado fiera.
Quassù la quota si sente, si fa fatica a camminare, sembra di non riuscire a respirare.
Qualcuno avverte il formicolio alle mani e sente pulsare i polpastrelli o avverte un leggero mal di testa. Io no, sto benissimo. Fa freddo, questo sì, parecchio, ma sono coperta bene. A proposito di equipaggiamento, l’acquisto degli occhiali polarizzati è stato fondamentale (grazie Federico!).
Ci aggiriamo per la miniera abbandonata dove il vento smuove le lamiere. Ogni refolo sembra sussurrare la storia dei minatori che hanno lavorato e vissuto in questo ambiente ostile.
Scendiamo ai 4.200 mt di Mina Casualidad dove ci sparpagliamo tra le rovine degli alloggi e i resti sparsi e arrugginiti di attrezzi e macchinari.
A poca distanza c’è un piccolo semplice cimitero. Le tombe sono per lo più ricoperte da pietre, con l’aggiunta di qualche mattone e vetri di bottiglia frantumati. A dar loro dignità qualche fiore finto dal colore sgargiante che decora una aggrovigliata matassa di fil di ferro abbracciato alla croce.
L’Estacion Caipe è un altro sito in rovina, dove i binari della ferrovia finiscono nel nulla e le case continuano a subire il loro lento crollo. Se fossimo in un film ci starebbe bene una colonna sonora di Morricone.
Intorno alle sei del pomeriggio, scendiamo nuovamente dalle macchine per visitare un sito che, sulle prime, non mi dice un granché. In fila indiana, sul terreno erboso ricoperto da una coltre biancastra di sale, seguiamo Victor fino ad un punto dove appaiono gli Ojos de Mar. Devo ricredermi. L’area protetta nasconde profonde lagune di un turchese intenso.
Gli stromatoliti, microorganismi primordiali che hanno dato origine alla vita sulla terra, producono ossigeno tutt’ora, come tre milioni di anni addietro.
E noi che pensiamo di vivere nel vecchio continente!
1febbraio, verso El Peňon
Alle otto del mattino, a Tolar Grande il cielo è già blu, e dopo solo un’ora di macchina siamo pronti a farci incantare dalla prima attrazione del giorno.
Il Salar de Arizaro sorge in mezzo ad un estesa distesa di terra ciottolosa e sconnessa.
Il paesaggio, pazzesco e infinito, ci catapulta nella dimensione di un pianeta extraterrestre.
Non mi meraviglierei se girandomi mi ritrovassi accanto un alieno.
Qui viene voglia di respirare a pieni polmoni, di lasciar vagare lo sguardo, di sgomberare la mente. Nel bel mezzo di questo nulla, che è un tutto, c’è il Cono de Arita che, come dice il nome, ha la forma conica ed emerge perfetto ed ipnotico nella vastità.
Nel cortile di un’abitazione è stata concordata la sosta per il pic-nic al riparo di un enorme albero.
Dalle auto la raggiungiamo facendo una breve passeggiata per sgranchirci le gambe.
Sul sentiero avvistiamo una vizcacha.
In tutti i gruppi ci sono persone che si vede subito essere avvezze alla cucina.
In tre balletti c’è chi taglia, affetta, versa, sbuccia e sistema sui vassoi, come guidato da uno chef invisibile – non è vero, è visibile, e la chef si chiama Patrizia – che orchestra i movimenti.
Victor allestisce tavolini e sedie da campeggio, riscalda il pane e a fine pasto prepara il caffè.
Io, regina del microonde e del quanto basta per il sostentamento, sono davvero riconoscente.
Ripartiti, raggiungiamo un luogo cosparso di lamine di gesso trasparenti che brillano al sole e successivamente il Mirador del Salar de Antofalla, dove lo sguardo è catturato dalla miriade di colori del panorama.
Qual’è la prossima meraviglia? La Vega Colorada!
In mezzo al verde brillante dei prati le vigogne vivono beate nel loro paradiso. È sempre bello incrociarne lo sguardo.
Noi guardiamo loro e loro indagano noi e le nostre intenzioni.
In auto, con Marina e Martina, giochiamo come bambine.
Quanti punti vale avvistare una vigogna?
Poco, il guanaco vale di più..
E un girino? Mmhh..
Il Puma? Tantissimo!
Frattanto le colline che fiancheggiano la strada si punteggiano di cespugli gialli e verdi.
Nell’alto del cielo vola qualcosa … cos’è?
E’ un condor!!
Quanto vale un condor?!
I prati ora sono verdissimi. Le vigogne abbondano intorno ai piccoli stagni d’acqua.
Uno scheletro ben ripulito ci ricorda le leggi della natura.
Bueno..
Altre vigogne, ancora vigogne..
Llama, llama! e ancora llama dalla folta pelliccia bruna, beige, brizzolata, color cioccolata.
Che carini i cuccioli!
Costeggiamo il Volcan Antofagasta.
I cespuglietti dorati e ordinatamente sparsi creano un contrasto stupendo con le rocce nere.
Arrivati a El Peňon chiedo “Ma qui siamo dove si dorme o si fa una passeggiata?”
E Marina risponde “Quale passeggiata! Ma sei drogata?!” Ahhahhhahha!
Scarichiamo i bagagli in una struttura evidentemente nuova benché non accurata.
La camera è ampia ma quando mi resta in mano il portasapone, che improvvisamente si stacca dal muro con copioso sversamento del liquido, vengo colta da un’irrefrenabile ridarella!
Ceniamo in una casa che si trova proprio al di là della strada deserta.
Stasera abbiamo la possibilità di scegliere anche il pesce. Mangiare si mangia sempre tanto e bene, llama a parte. Le patate, la tortilla e soprattutto la zucca sono buonissime.
In un angolo della stanza notiamo un ferro da stiro e una pila di panni piegati.
Chiediamo se possono farci il bucato. Come già sperimentato sarà pronto l’indomani.
Ogni sera Victor fa un breve briefing del programma del giorno dopo.
Domani colazione alle 7.45, partenza alle 9.30, ascesa di un’ora per arrivare alle Dune Bianche e un’ora da camminare. Dove? Mi sono distratta, lo scoprirò domani.
2 febbraio – El Peňon
Nella regione di Antofagasta ci sono 200 vulcani ma nessuno attivo, per nostra fortuna.
Le Dunas Blancas appaiono inaspettatamente, altissime, sinuose e surreali.
L’altitudine supera i tremila metri ma oramai è un dettaglio dopo aver toccato i cinquemila.
Nell’ascesa sulla sabbia arranco un po’, faccio tre passi avanti e ne sprofondo uno indietro.
Ma non demordo, riprendo fiato e riparto.
Poi lancio una voce a chi è quasi in cima.
“Che si vede da lassù?”
“Quello che si vede da lì giù!”
Sarà vero? La prendo per buona, mi giro e mi godo l’immensità perfetta e mutevole delle dune delineate dalla luce e dalle ombre. Ma che meraviglia..
Altri chilometri, altre nuvole, altre vigogne, altri paesaggi che scorrono davanti ai nostri occhi, come se fossimo in un carosello, dove tutto ci gira intorno.
E qui c’è tutto, ed è tutto bello.
Il Campo de Piedra Pomez mi colpisce per la sua unicità. Le forme rocciose generate dal vento creano sculture, movimentano le geometrie.
I bianchi, i grigi, il beige, il rosso ruggine, i gialli e gli arancioni variano in tutte le loro sfumature.
Victor ci conduce su un cucuzzolo e ci lascia liberi di vagare con l’unica raccomandazione di non perdere di vista la sommità dove lui ci aspetterà e dalla quale ci richiamerà al suono di un fischietto.
Ci sparpagliamo senza una meta definita, per un tempo imprecisato, svincolati nell’immensità.
Quando Victor fischia torniamo al punto di raccolta. Ma non è finita. Ci propone un gioco.
Per prima cosa chi ha piacere di aderire deve lasciare a lui il proprio cellulare.
Ognuno deve poi cercare una postazione, singola e distanziata da quella degli altri.
Una volta individuata, per dieci minuti dobbiamo rispettare il silenzio totale.
Senza essere impegnata a camminare, esplorare e fotografare, mi lascio abbacinare dal paesaggio e avvolgere dal sibilare del vento.
Se non fosse per il sole che scotta..
La pelle brucia, duole come se fosse a contatto col ghiaccio.
È dura resistere, ma provo una sensazione di assoluta libertà e connessione con la madre terra.
Il Salar de Carachi Pampa, dove c’è il vulcano, è il punto più basso della Puna, 2900 mt.
La Laguna Rosada è punteggiata di rosa per la presenza di centinaia di flamingos.
Ci avviciniamo con cautela nel tentativo di non farli allontanare.
È impossibile, tanto quanto immortalarli fotograficamente senza un tele potente.
La tavolozza dei colori della laguna, alimentata dal cielo celeste saturo che vi si specchia, è esagerata. Tutt’intorno il cinabro si fonde col grigio lavico e il bianco del sale.
Nel tornare alla macchina, prima di ripartire assisto ad una scena da documentario.
All’improvviso si alza una nuvola di polvere. Sulle prime non riesco a capire cos’è che la solleva, poi distinguo un paio di vigogne e poco più avanti, nel mezzo, una volpe che, pressata e direzionata dai due inseguitori, viene allontanata. Ma da cosa? Mi giro e vedo una femmina di vigogna con il cucciolo. La forza della natura!
Il cielo si cosparge di nuvole bianche che si addensano dove si intuisce l’infinito, come risucchiate dal punto prospettico.
Siamo circondati da un orizzonte di montagne morbide, nere variegate di rosso, che si alternano a rilievi frastagliati con cime aguzze.
Le più alte sono innevate.
“C’è quasi un eccesso di stimolazione visiva” dice Persio.
3 febbraio – Cafayate
Alle Aguas Termales di Villa Vil trascorriamo un’oretta rilassante nel piccolo stabilimento.
Una gradevole interruzione ai chilometri da fare fino a Hualfin, dove pranziamo.
Tornando indietro ritroviamo il paesaggio iniziale, le montagne verdi e i cardones.
Ripenso a quando abbiamo visto il primo e alle nostre esclamazioni per poi vederne delle intere distese proseguendo.
A Cafayate (si pronuncia cafagiate) chi vuole può visitare la cantina vinicola Bodega El Porvenir e assaggiare Chardonnay, Syrah e Rosé della valle.
Il clima caldo umido favorisce la proliferazione delle zanzare.
Con l’aiuto di un’agguerrita Elisabetta armata di cencio e spazzolone, ingaggio un’inutile battaglia per eliminarle dalla camera dell’Hostal. Urge l’acquisto di una macchinetta altrimenti stanotte non si dorme.
A proposito di shopping. Nella piazza ci sono due mercati, uno molto turistico, l’altro più artigianale. Se potessi porterei via tutte le ceramiche.
Entriamo nella Chiesa di Nuestra Senora del Rosario dove resto colpita dalla statua della Virgen del Milagro che, sotto la corona, indossa una parrucca castana!
4 febbraio – La Yesera
Un’altra bellissima giornata di sole che prevede un trek di quasi quattro ore con Tato attraverso il Canyon noto come La Yesera.
Le formazioni rocciose a strati colorati chiamati Los Estratos sono particolari.
Cammina, cammina, c’è una ricompensa alla fine? Siiii!
Victor ci attende presso un’abitazione privata dove è possibile usufruire di uno spazio coperto con un bel tavolo e le sedie, ma soprattutto del barbecue!
Ha preparato l’asado, una favolosa grigliata di carne!
Ad ogni portata dice che il tipo di carne è più buono di quello prima.
Indubbiamente è la carne la migliore della vacanza.
Un sentito ringraziamento a Victor per la resistenza davanti alla brace e anche a chi ha offerto il vino acquistato alla cantina, che con la ciccia ci sta da dieci!
Più che satolli riprendiamo la strada perché ci attende ancora una chicca: El Anfiteatro, una gola rocciosa naturale dall’acustica spettacolare. Questo è il luogo dove abbiamo incrociato più turisti in tutto il viaggio. Nei banchini posizionati all’ingresso vendono pietre e monili.
Tornati a Salta, dopo i saluti, i baci e gli abbracci ai mitici Victor e Tato, ci fiondiamo al Museo di Archeologia di Alta Montagna precisi in tempo prima della chiusura. È un Museo interessantissimo, ben strutturato e ricco di reperti unici. Imperdibile.
La storia dei tre dei bambini sacrificati dagli Inca sulle pendici del vulcano Llullaillaco è veramente toccante. Le loro mummie, perfettamente conservate dal gelo e dall’alta quota, sono state rinvenute nel 1999. Una bella mostra fotografica della spedizione che ha portato al loro ritrovamento rende palpabile l’emozione che devono aver provato gli scopritori.
Le mummie sono esposte a rotazione, in una teca di vetro pressurizzato, con i corredi funerari.
Delle altre sono visibili le immagini.
Impressionanti, trasmettono un misto di inquietudine, incredulità, rassegnazione e dolore.
Forse solo uno dei bambini ha sofferto meno, addormentandosi subitamente assiderato.
5 febbraio – Buenos Aires
Un volo nazionale ci riporta nella capitale.
Fa più caldo che all’andata.
Fortunatamente ho portato i sandali, con gli scarponi ai piedi impazzirei.
Dopo il brunch nell’affollato Café Tortoni, andiamo a visitare il sontuoso Teatro Colòn.
Successivamente facciamo un salto alla famosa Libreria Ateneo all’interno di un ex Teatro.
Alle quattro abbiamo appuntamento per una prima parte della visita guidata con Alejandro.
Iniziamo dal signorile quartiere della Recoleta facendo una puntatina in un altro caffè letterario imperdibile: La Biela.
Mentre ammiriamo i bellissimi alberi fioriti di Jacaranda nei giardini di Plaza Cataluňa, Alejandro ci racconta la storia di Buenos Aires descrivendo con fervore le caratteristiche architettoniche dei suoi Barrios.
Entriamo in una Chiesa. In una cappella laterale, riccamente decorata in stile barocco, c’è un Cristo seduto che, pensoso, appoggia un braccio sopra al ginocchio e si sorregge il volto con la mano.
Mi piacciono queste effigi fuori dagli schemi!
La cena è libera. Scelgo di trascorrerla al Palacio Tango in via Florida 165, con Maria Grazia, Marina e Martina. Sarà anche una serata dai connotati turistici ma turiste siamo!
Il Teatro www.teatroastorpiazzolla.com è bello, con i palchi color panna e le rifiniture dorate.
Alejandro ha prenotato per noi un tavolo proprio sotto al palco.
La cena è deliziosa e poi.. lo spettacolo.. che spettacolo! Ballerini, cantanti e musicisti ci incantano.
Sono tutti bravissimi e coinvolgenti.
6 febbraio – Buenos Aires
Abbiamo quasi tutta la giornata da sfruttare, con Alejandro che fa la differenza.
Dall’Avenida de Mayo, passiamo dall’Avenida Rivadavia dove c’è il bel Palazzo de La Prensa, e arriviamo alla Plaza de Mayo con il bianchissimo Municipio in stile spagnolo.
Entriamo nella Cattedrale Metropolitana dove celebrava le funzioni Papa Francesco, allora Arcivescovo.
Alejandro ci fa notare i disegni dei Paňuelos Blancos sul suolo della Plaza de Mayo.
Sono rappresentati i fazzoletti bianchi che erano ricavati dalla stoffa dei pannolini. Simboleggiano la resistenza delle madri che, durante la dittatura, chiedevano giustizia per i figli desaparecidos.
Ci spostiamo intorno ad una statua equestre dove sono stati posate centinaia di sassi a ricordo degli scomparsi causa Covid. Proprio di fronte c’è la Casa Rosada, il palazzo presidenziale dal cui balcone si affacciava Evita Peron per i saluti alla folla.
Con i mezzi pubblici raggiungiamo Portugalete che sorge in fondo al Rio de la Plata, così chiamato dagli spagnoli per il trasporto dell’argento.
È da questo commercio che deriva il nome della nazione: Argentina!
Nel coloratissimo quartiere del Caminito sembra di stare in un’altra città. Le case sfoggiano muri dai colori vivaci, così come le intelaiature delle finestre e i balconi. Anche gli interni dei locali sono multicolore.
La Boca è altrettanto colorata e spettacolare. Lo Stadio La Bombonera è dipinto di un blu acceso e di giallo e in tutto il quartiere si respira tutta la passione degli argentini per il calcio e per i loro idoli. Diego Armando Maradona e Lionel Messi sono raffigurati ovunque.
E’possibile salire sul balcone di un edificio e posare accanto alla statua di Messi tenendo in mano la Coppa del Mondo oppure farsi un selfie con il sosia di Maradona che gira per strada con il pallone in mano vestendo la maglia a strisce bianche e azzurre.
Torniamo indietro con l’autobus per andare a vedere la struttura e le decorazioni del patio del Pasaje de la Defensa. Il tour termina nel quartiere delle avanguardie di San Telmo.
Prima di salutarci Alejandro consiglia di pranzare al Mercato di San Telmo dove possiamo gustare le migliori Empanadas da El Hornero de San Telmo.
Il volo diretto delle Aerolineas Argentinas ci attende per riportarci a casa.
In aeroporto il giovane addetto ai controlli esclama “No se ponen prolema en la vida!”
Bueno.. e grazie, per il buon augurio.
Note conclusive
La Puna Argentina è indescrivibile e solo attraversandola si può capire quanto è coinvolgente.
Di fronte a suoi scenari e per l’intensità della loro bellezza ho pianto ogni giorno.
Ringrazio Maria Grazia che, da due anni a questa parte, più volte mi ha parlato della Puna con il desiderio di tornarci, facendomi maturare il desiderio di questo viaggio che mi ha restituito l’identità.
In auto, la commozione è stata intensificata dalla playlist degli autisti.
Cito alcuni brani di cui ho preso nota:
– Naranjitay (musica andina)
– La Vuelta al Mundo, Calle 13
– Latinoamérica, Calle 13
– Momuki, Astor Piazzolla
– El Angel de la Bicicleta (con Gustavo Cordera)
– Si No Hablamos, Pedro Aznar & Manuel Garcìa
– Deseo, Jorge Drexler
– Nominao, C. Tangana & Jorge Drexler
– Euforia, Electro Dub Tango
– Mundo Bizarro, Electro Dub Tango
Non perdetevi la bontà della polpa dolce e succosa del mango.
Una curiosità: in Argentina i bagni sono dotati di bidet. Il modello ha uno spruzzino centrale dal getto d’acqua improvviso e difficilmente modulabile. Vi ho avvertiti, se non volete lavarvi il viso.
Vi lascio infine con una delle tante barzellette con cui Valerio ci ha costantemente rallegrati:
Viaggiare abbiamo viaggiato
Fotografare abbiamo fotografato
Dormire abbiamo dormito
Mangiare abbiamo mangiato
Trombare abbiamo mangiato
Ahhahhha!
Bueno..
